Sta nascendo una nuova forma di lotta: non solo categorie professionali e sigle sindacali, non solo legami affettivi e appartenenza politica, ma i quartieri. Quartieri in sciopero, in rivolta, che si danno appuntamento sotto casa, nei parchi, nei condomini, al mercato rionale, nelle farmacie, davanti ai bar. Quartieri che si organizzano in assemblee, stampano volantini, costruiscono il boicottaggio quotidiano al genocidio del popolo palestinese e all’economia di guerra, a partire dalle strade di casa. Una forma di lotta che parte dal micro—dalla spesa, dall’androne, dalle scuole—per arrivare al macro, al corteo cittadino, come quello che il 22 settembre ha bloccato Milano e l’Italia intera.
I quartieri si organizzano in modo inedito davanti all’orrore in diretta e alla complicità che lo rende possibile. Si organizzano davanti alla fine della fiction del diritto internazionale e delle democrazie liberali: “la maschera è caduta”, scriveva Mahmoud Darwish già diversi anni fa. I quartieri si organizzano davanti a un regime di guerra globale in accelerazione: fondi sottratti a scuole, ospedali e cultura scorrono verso arsenali, droni, sistemi di sorveglianza. La militarizzazione delle società è capillare e in/visibile. E mentre avanza questo modello, si consolida un nuovo fascismo in Occidente e altrove: lo vediamo nell’occupazione dei linguaggi, nel giornalismo ridotto a propaganda, nelle diverse forme di silenziamento cui siamo sottopost*, nei continui sgomberi di spazi collettivi, nella rarefazione dell’ossigeno e nei tagli alla spesa pubblica che segnano un attacco diretto alla vita di tutt*.
I quartieri in sciopero oltre le sigle e le categorie nascono da qui. Non perché il lavoro non sia un problema, né perché il salario non conti più. Al contrario, precarizzazione e povertà hanno raggiunto livelli tali da scompaginare ogni settore. L’argine è superato, l’urgenza è tale che serve bloccare tutto per poter andare avanti, per rimettere la vita al centro. Ed è proprio nella vita, e nella vita quotidiana in particolare, che si gioca una battaglia cruciale. Verónica Gago scrive che la “crisi della riproduzione sociale” non è solo un effetto collaterale del neoliberismo coloniale, ma l’inizio di una sequenza: alla crisi segue una vera e propria guerra contro la riproduzione, contro la nostra capacità di vita, che mira a fascistizzarla. Tagliare il welfare, privatizzare la salute e l’educazione, smantellare i sussidi, normalizzare il genocidio significa cancellare le forme collettive e femministe di sopravvivenza che negli ultimi decenni hanno politicizzato la riproduzione. È una restaurazione violenta che prova a reinsediare gerarchie patriarcali, razziste e familiste.
Per questo, ripartire dal quartiere non è solo una scelta organizzativa ma una presa di posizione strategica: collegare l’aumento dei fondi per il riarmo con l’assenza di infermieri in ospedale; la retorica della sicurezza con i nostri corpi perquisiti nei parchi; l’emersione dell’ultradestra con il silenziamento di ogni voce critica nelle scuole; il taglio alla spesa sociale con la spesa al supermercato, i libri da comprare per tornare a scuola, l’affitto da pagare. La fascistizzazione della riproduzione sociale si sente qui: quando la violenza economica e patriarcale si intrecciano per disciplinare i nostri corpi, le nostre forme di vita, le nostre relazioni, la nostra stessa immaginazione.
Ripartire dai quartieri è allora un invito a unire i puntini: vedere come le battaglie non siano mai separate. Palestine is everywhere non è uno slogan simbolico ma un monito concreto: ciò che oggi viene sperimentato a Gaza tornerà a casa come un boomerang, scriveva Noura Erakat alcuni mesi fa. Ed è già qui.
Il 22 settembre a Milano, dietro lo striscione Il quartiere Villapizzone-Prealpi boicotta il genocidio, il mio quartiere ha scioperato, portando in corteo centinaia di persone. Ci siamo organizzat* e continueremo: il quartiere è determinato e insisterà. Non siamo sol*: altri quartieri stanno prendendo la parola. A Roma, i quartieri di Torpignattara, Pigneto e Quadraro hanno lanciato il primo sciopero di quartiere il 18 settembre scorso, coinvolgendo esercenti, associazioni, scuole, lavoratrici e lavoratori.
È una scintilla che può diventare incendio. Perché bloccare tutto significa nient’altro che bloccare tutto: interrompere la logistica delle armi—porti, autostrade, aeroporti—ma anche la logistica che normalizza la violenza di Stato. E allora continueremo a bloccare stazioni, strade, piazze, scuole e negozi a qualunque costo: scegliamo la vita contro la morte, quartiere dopo quartiere, per ribaltare il mondo.
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