Igor Pelgreffi propone delle note a partire dal recente volume di Alessandro Sarti, Giovanna Citti e David Piotrowski, Differential Heterogenesis. Mutant Forms, Sensitive Bodies, Springer, 2022. Molto più che una recensione, queste riflessioni pongono quesiti centrali per la prassi politica, a partire da una riflessione filosofico-matematica su forma, autonomia, eterogenesi.

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Autonomia e morfogenesi

Una forma evolve, muta: diviene altro da sé. Ma qual è il senso e il valore dell’alterazione, fuori da retoriche “metamorfiche”, oggi un po’ à la page? Come nasce una forma “nuova”, totalmente imprevedibile o non programmabile? Qualsiasi forma: biologica, percettiva (nel campo animale/umano), storica; forma economica, sociale, politica e, perché no, forma estetica o forma artistica? Forse, con Arthur Rimbaud, autore lungamente citato nella conclusione del libro in esame, urge un cambio di posizione o di domanda. Così nella Lettera del veggente: “Io dico che bisogna esser veggente, farsi veggente. Il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato disordine di tutti i sensi[1]. Che occorra questo disordine per incominciare a presagire – prima ancora di pensarle – “nuove” morfogenesi? Bisogna essere veggenti? Il tema è insomma se e come possa esistere una forma che sia indipendente dalle condizioni che la originano: una forma autonoma. Ben presto, la questione diviene la seguente: che cos’è l’autonomia? Da dove nasce l’autonomia, nei corpi e nella storia? Questione non semplice, nel sistema “bloccato” attuale (sociale-fisico-immaginativo) in cui ogni forma, nessuna esclusa, si riproduce tutto sommato secondo algoritmi, stereotipi o automatismi. Sono ancora possibili spazi-tempi di relativa “indipendenza” o “autonomia”?

Si può assumere questo set di questioni come fil rouge della ricerca recente di Alessandro Sarti, Giovanna Citti e David Piotrowski, confluita nel volume Differential Heterogenesis. Mutant Forms, Sensitive Bodies, uscito per l’editore Springer nell’importante collana Lectures Notes in Morphogenesis, ma già precontenuta nell’articolo del 2019 Differential heterogenesis and the emergence of semiotic function[2]. Non dimentichiamolo: si tratta di una ricerca – anche – di matematica, costruita mediante un’originale strumentazione teorica, ovvero di una proposta scientifica che prova a rinnovare i rapporti tra matematica e filosofia, fatto particolarmente urgente, oggigiorno, se solo pensiamo alle questioni connesse al calcolo numerico o alla pervasività del capitalismo informazional-digitale. Sui temi specifici, mi permetto di rinviare il lettore alla conversazione L’hétérogènese différentielle. Formes en devenir entre mathématiques, philosophie et politique [3], ripresa anche su Effimera[4]. Nelle pagine seguenti trascurerò le questioni più strettamente riconducibili all’analisi matematica, limitandomi a qualche nota su alcuni dei numerosi nodi teorici che questo lavoro sollecita, e alle qualità critiche che esso mobilita, a partire da alcune parole chiave: morfogenesi, morfodinamica, eterogenesi differenziale.

 

Dinamiche poststrutturali[5]

Il “come” le forme si generano ci interessa ma anche, reversibilmente (una delle chiavi del libro è tale reversibilità), ne siamo interessati nel “profondo” auto-riflessivo delle dinamiche vitali e psichiche, individuali e sociali. Ma da dove provengono le forme? Cosa sono le forme, prima di essere formate? Domanda abissale. Nessuno lo sa. Meglio: non si sa, dove un si impersonale trasporta una certa, strategica, mancanza di savoir. Scriveva Samuel Beckett, ne l’Innominabile: “dentro il silenzio non si sa”[6]. Questa sospensione rispetto ai riferimenti al savoir, questo aprirsi dell’interrogazione su una No Mans Land, landa senza soggetto, senza uomo, senza forma alcuna, lascia intendere quale sia l’orografia del territorio concettuale connesso a questo genere di esplorazione. Dove originano le forme che compongono il nostro mondo storico-esistenziale? In quale tipologia, o topologia, di spazio divengono fenomeno? Già se lo domandava Mefistofele, nel Faust di Goethe, perdendosi (perdendo il “sé”) in quel luogo informe da cui nascono tutte le forme, cioè l’Abgrund, l’abisso: il senza fondamento [Grund]. E, sia detto per inciso, là si evidenziava un nesso tra il campo impersonale premorfico e il femminile (tematica, questa, non estranea al cerchio teorico in cui di iscrive l’eterogenesi differenziale). Ora, il problema non è tanto la formula o la legge generativa “in sé”. Qui si prova ad andare oltre, o altrove, rispetto alla logica dell’“in quanto tale”, concentrando lo sguardo sulla dinamica di individuazione, in senso simondoniano, vale a dire l’insieme divergente delle forze che aprono/spostano incessantemente il processo stesso di formazione della forma. Che formano e nel contempo sorprendono, dissentono da sé, sovvertono l’ordine che si va formando nella forma. Sovvertono per impedire – se vi riescono – che la nuova forma sia mera tautologia, cioè superfluo “tautomorfismo”, ovvero ripetizione automatica dell’esistente formale. Dunque l’interessamento non è rivolto verso una dimensione statica sostanzialista (fosse pure quella estrema, “limite”, che afferma: tutto è processo), ma alla dinamica di ciò che perpetuamente si rinnova e diviene altro, come eteroiumena, riprendendo il poeta greco Nicandro. Qui si rinuncia a ogni inseità, si abbandona, potremmo dire, ogni riferimento consolatorio al proprio, alla proprietà e all’appropriatezza. Non più l’in sé (cioè l’autos, l’automatismo nel suo carattere fondamentalmente autistico), bensì l’eteros, il “verso l’altro”: la dinamica intesa quale estroflessione costitutiva delle forme.

È a partire dal sottile scarto tra morfogenesi e morfodinamica che emerge il concetto di eterogenesi differenziale, chiave instabile se non per comprendere quantomeno per leggere, in qualche modo, frammenti di processo, ritagli nelle evoluzioni anarchiche delle forme, intese come Mutant Forms e Sensitive Bodies. Sottotitolo da prendere sul serio: i 4 termini vanno messi a fuoco sotto un’unica lente prospettica. I corpi e le dinamiche, cioè, vanno pensati l’uno con l’altro, l’uno per l’altro. Le forme e l’essere-sensibile-naturale vanno pensati a partire dal loro chiasma. Pensarli separati, come fa la metafisica, non ha più molto senso, oggi, per noi.

Questo libro tenta di andare oltre i dualismi, e lo fa, ad esempio, rilanciando la trasversalità post-strutturale in rapporto allo strutturalismo dinamico degli anni Ottanta. Gli autori mostrano come anche in quest’ultimo sussista il tema della variazione differenziale di forme, di produzione di differenze come giochi “linguistici” tra elementi di un sistema. Ma quello che allo strutturalismo interessava (e da cui, di nuovo, era interessato come “soggetto pensante”) sembrano essere delle dinamiche che appaiono ancora, nonostante tutto, legate alla sistemazione interna, a un certo ordine matematizzabile, alla prevedibilità dei fenomeni futuri o, se si vuole, a una razionalizzazione della differenza. Persino qualcosa come il caos, ridotto a dinamica caotica, poteva là essere normato o regolato: tecnicamente, si parla di caos deterministico. Lo strutturalismo, insomma, anche nelle matematiche d’avanguardia degli anni Ottanta – protagonisti, tra gli altri, Jean Petitot o Réné Thom – in cui metteva in campo un’esplorazione sistematica di quella terra di nessuno che passa sotto il nome di “variazione della forma”, non avrebbe fatto altro che tentare di addomesticarne il sauvage. Il postulato, più o meno esplicito, era che esistono delle leggi, alle quali la variazione di forma sottostà. Esiste una gerarchia: da una parte la legge, dall’altra la manifestazione, e dunque la legge precede, regola il fenomeno. Le leggi del mutamento, per esempio quelle che approdano a una santa alleanza con la fisica, sono ritenute invarianti nello spazio e nel tempo. Insomma: panta rei, ma la legge è pre-scritta, “possedibile”, come Begriff, concetto, controllo. E così la scienza rimane null’altro che conoscenza anticipata del reale, nel senso che restiamo con ciò pienamente interni alla logica che presiede alle dinamiche capitalistiche del controllo. Siamo anzi nel centro logico del capitalismo: tocchiamo qui l’essenza della sua struttura formale classico-moderna, che oggi si esprime come capitalismo finanziario borsistico che guida/organizza (anche bene, talvolta piacevolmente: astuzia della ragione capitalistica) le nostre vite. Conosciamo bene questo quadro: legge, ripetizione, calcolabilità come condizione per la speculazione; produzione di capitale dal capitale, come pulsione a ripetere se stesso (autos) in maniera acritica. Il capitale desidera se stesso in vista di se stesso, per se stesso, da se stesso…

Le dinamiche strutturaliste aderiscono, volens nolens, a questa tautologia, dove le forme si ri-producono identiche, programmabili, morte. Le dinamiche poststrutturali vorrebbero, al contrario, cogliere quel ne scio quid (ancora il non sapere…) dove da premesse note può emergere un’aggregazione inedita, interamente (e non retoricamente) non prevedibile negli spazi di possibilità del sistema di partenza: l’evento, l’“ignoto”, l’ossigeno per tornare a respirare. Il libro, mi pare, fa qui rivivere lo spirito della differenza francese, di quella grande stagione del post-strutturalismo che spaziava da Deleuze a Lyotard, da Derrida a Foucault e ancora più oltre (vedi il riferimento forte a Guattari) senza trascurare, tuttavia, un’esplorazione attenta del retroterra di quei pensieri, scendendo sino alla filosofia del corpo in Merleau-Ponty. E, in effetti, questo è anche un libro sul corpo, sui corpi e su una certa assenza di sapere, lungo la linea/tradizione di quel non sappiamo che cosa può un corpo deleuziano e spinoziano. Al contempo, è un libro sul “nuovo”, cioè su come accade/arriva (come nel francese arriver) una forma inattesa. Ripetiamolo: forme estetiche, ma anche biologiche, evolutive (lamarkismo e non solo darwinismo) e, di qui, forme del tempo (aion e kronos), ma anche forme sociali, forme storiche (con un’attenzione alla microstoria) e, latu sensu, forme politiche. Leggendolo, a ogni giro, a ogni capitolo, a ogni immagine o diagramma, dal suo fondo risuona l’eco della domanda a mio avviso decisiva: come nasce il nuovo, nel sistema bloccato del there is no alternative, nello spazio definito ancora oggi da assi cartesiani, assi di misura/controllo del gesto? Di ogni gesto: passato o futuro, individuale o collettivo? È in questa dimensione che vanno a innestarsi stimolanti possibilità di sviluppo del testo, come quella di una ecologia politica o quella della “rivolta” permanente, o quella del caos, cioè di una attenta ricognizione analitica (anche in senso matematico) del valore del caos come assenza di fondamento/principio [arché], come an-arché: anarchia come assenza di presupposto fisso e, reversibilmente, come apertura alla ricomposizione totalmente dadaista, come caso o hazard: caso/azzardo di un certo inudibile e inattribuibile passaggio (al) dada.

 

Verso una nuova immagine dello spazio

Tornerò più avanti sul dada. Prima vorrei sottolineare un tema, scelto fra molti, che mi pare rilevante: lo spazio. Lo spazio viene completamente ripensato nei suoi presupposti. Per inciso, questo elemento basterebbe, da solo, a fare capire come Differential Heterogenesis si inserisca a pieno titolo nel vasto dibattito, in corso da diversi anni, all’interno del cosiddetto Nature Turn nelle scienze umane e anche in filosofia, e dunque dentro l’emergenza della tematica ecologica oppure quella, a quest’ultima strettamente connessa, di un’attenzione crescente a forme aggiornate di materialismo. Lo spazio, si diceva. Il problema delle forme, è il problema dello spazio: il movimento delle forme avviene, cioè, entro uno spazio non più inteso quale inerte contenitore del moto. Lo spazio è dato? Si e no. Si modifica, esso stesso, nelle dinamiche di trasformazione delle forme. Questa dinamica impura, rispetto alla luminosità dello spazio cartesiano, è già nei corpi, a loro volta “dinamizzati” da sempre (una volta che consideriamo i corpi quali differenze di forze che si attualizzano, in processo). Certo: nell’esplicito in Differental Heterogenesis si parla, soprattutto, di spazio come spazio delle fasi, cioè di spazi intesi come “domini” analitico-matematici in cui prendono forma le equazioni alle derivate parziali (mutanti!) che descrivono i fenomeni vitali, e così via. Ma, estensivamente, è proprio lo spazio fisico che si ha in mente, entro una ricerca molto rigorosa di una diversa spazialità come qualità non separabile dai corpi in divenire. Si tratta di andare oltre Cartesio, verso una sorta di spazio incarnato, sulla scia della ricerca di un neuroscienziato come Damasio[7] o di filosofi del corpo, come Merleau-Ponty. Già nel testo del 1945 Fenomenologia della percezione, Merleau-Ponty suggeriva l’opzione di un corpo capace di “inventare” il proprio spazio. Il corpo è questa capacità, o potenza: esso non è nello spazio come un oggetto, ma lo abita, lo deforma, lo incurva mediante le proprie linee del moto. Ed è in questo senso che ogni corpo, non come Körper bensì come Leib, allo stesso tempo è e diviene la propria sottile mutazione. Ci troviamo qui di fronte a un’idea di corpo vivo, Leib, come intenzione di un movimento futuro. Il Leib è equazione differenziale incarnata ma, al contempo, spazio fisico esso stesso. Pertanto, in quanto istanza di potere, in quanto movimento di un poter-essere di cui non sa ancora nulla (il poter-essere, dunque, come “forse”, come nel peut-être francese), il corpo si pone sin dall’origine al di fuori del sistema di coordinate cartesiane. Meglio: il corpo, supporto di un “pensiero” preriflessivo o prelogico, intenziona anche il suo stesso spazio: non ne è mai davvero realmente separato (partes extra partes) ma, al contrario, inerisce da sempre ad una spazialità immanente da cui proviene come “corpo dinamico” e che continuamente rinnova. Ciò significa che il corpo, modificando i suoi stessi schemi corporei (la sua ripetizione automatica) ed essendo esso stesso tale modificazione, intenziona il proprio moto riscrivendolo, sovrascrivendolo sul proprio vissuto e aprendo così nuovi spazi espressivi. Nell’eterogenesi, tuttavia, si va oltre il concetto di intenzionalità. Se vi è ancora intenzionalità del corpo, questa lo è in una forma ormai completamente estroflessa, come un’apertura verso l’infinito della forma. I corpi sono difatti il palpitare di queste fessure indefinite nell’estensione fisica, il cui esito è sempre indeterminato: non saputo. In tutto questo, che è un punto filosoficamente centrale e problematico, occorre pensare assieme la corporeità dei corpi e le dinamiche che, provvisoriamente, denominiamo sotto il nome di “divenire”. Si profilano insomma in questa ricerca i contorni di un nuovo spazio, pensabile come estensione immanente di una materia viva: il differenziale, che precede e rende possibile tutte le differenze. Nel differenziale agiscono – si agitano da sempre – le corporeità più primitive, le linee di forza o i flussi (deleuzianamente parlando) delle diverse espressioni di una sorta di materia formata-formante, per riprendere la sagoma del concetto di natura naturans in Spinoza. Ma una tale concezione sposta il problema delle forme da quello di un’ontologia dello spazio verso quello di un’ontogenesi dello spazio, allontanandosi appunto dal modello cartesiano come spazio di controllo (assi ortogonali; sistema di coordinate; vettori) dove le possibilità del futuro (la traiettoria del moto; la derivata prima; le equazioni differenziali) erano già calcolabili in quanto sintomi secondari di un’algebra del “razionale”. Di qui al dominio incontrastato dei sistemi di calcolo automatico di oggi, compresi AI e Machine Learning, il passo è davvero breve. L’eterogenesi differenziale prova ad andare oltre questo frame: essa tenta in termini matematici di estendere verso una dimensione ulteriore del “possibile matematico” il riferimento apparentemente insuperabile della definizione dello spazio. Trattasi dunque di una critica alla numerizzazione fatta dall’interno: dentro/contro. I riferimenti teorici qui sono diversi e necessariamente complessi. Per esempio, sul piano strettamente matematico, ci si muove lungo una “tendenza” che approda alle matematiche post-riemanane, più precisamente sub-riemanniane, partendo dalla cultura relativista einsteiniana e in genere da quel coté di grandi sperimentazioni, esplorazioni e aperture di campo nelle leggi stesse della fisica di inizio Novecento. Eredità, in fondo, anche del principio di indeterminazione formulato da Heisenberg, di cui ancora oggi non abbiamo forse colto appieno la pregnanza. Ma la vera questione è sul piano politico, se si concorda sul fatto appena ricordato che l’analisi matematica classica, con la quale l’eterogenesi differenziale instaura un vero e proprio corpo a corpo polemico, nel senso greco del polemos, è la base stessa del calcolo numerico e, in ultima analisi, del cosiddetto potere dell’algoritmo. Occorre invece essere forse un po’ “veggenti”, à la Rimbaud, e immaginare nuovi linguaggi, nuove forme espressivo-algebriche sostenute da una diversa “corporeità matematica” che ci permetta, infine, di prefigurare concreti spazi di cambiamento. Detto diversamente: occorre un nuovo gesto, per immaginare l’esistenza di differenze produttive realmente “altre” rispetto agli automatismi di calcolo degli attuali scenari economici e storici, oltre che esistenziali.

Lo spazio, a questo livello, andrà colto quale spazio materiale continuamente (de)formato dalle sue stesse dinamiche, dove anche il concetto di materia muta. La materia si differenzia essa stessa da stessa (si sottrae, cioè, all’automatismo che le è proprio in quanto sostanza). Essa si “spazializza” ulteriormente: muove se stessa e si apre all’eterogenetico immanente che la fa essere tale. La materia, a questo punto, può anche “fare altro”: è se stessa in quanto variazione e, se ha ancora una quidditas (fatto per nulla scontato), questa è il differenziale.

Ciò posto, la materia può “immaginare” altre linee di forza, altre morfogenesi, altre forme entro se stessa? Si può ammettere qualcosa come un materialismo immaginativo? Seguendo Sarti, possiamo incominciare a pensarlo nei termini di “una materialità generatrice, capace di creare singolarità estese a tutte le scale e che hanno a che vedere con una “chaire vibrante” in continua ricombinazione. Una materialità che ha saputo non solo inventare la vita (e reinventarla radicalmente una seconda volta sulla base della fotosintesi dei cianobatteri) ma ha continuato a reinventarla durante tutta l’evoluzione generando milioni di specie animali e vegetali. È la molteplicità e la diversità delle forme che testimonia una continua ricerca del nuovo, una re-immaginazione continua, contrariamente ad una visione della natura statica e depositaria di un sistema di leggi immutabili”[8].

Ci ricongiungiamo così a quanto scritto in apertura: come pensare una nuova forma? L’istanza paradossale di un materialismo immaginativo sembra poter declinare diversamente il problema classico del “nuovo”. Ed allora, quel che occorre è installarsi lungo un asse (tutto sommato già lungamente esplorato nella storia del pensiero) che connette tra loro a, b e c, dove a) è la forza/potenza, b) è l’emergenza dei possibili e c) è la ricombinazione inedita. Nei processi riconducibili alle dinamiche di eterogenesi differenziale, l’assemblaggio (nell’accezione deleuzian-guattariana dell’agencement) di diversi “campi di forza”, ha un esito imprevedibile: un esito possibile ma al contempo im-possibile o inappropriabile (lontano, appunto, dal concetto di proprio, di proprietà, di essere-appropriato, etc.). Un esito, proprio per questo, particolarmente e paradossalmente “potente” da una parte nel modificare i rapporti di forza esistenti o – il che è lo stesso – nell’alterare la forma delle equazioni dominanti; dall’altra parte nell’esprimere la sostanza di uno spazio che, come detto, nel processo diviene esso stesso eterogeneo in quanto straniero a se stesso: eterotopico. Troviamo qui agire un elemento dada, che opera tra le righe (scompaginandone la pacifica autoreferenzialità) del tempo lineare (kronos). L’ipotesi è che il tempo, nella teoria dell’eterogenesi, venga “dispiegato” mediante due coordinate: aion e kronos. Non si parla qui solamente di un momento, l’aion, che assorbirebbe tutta la realtà del tempo e che si propone come istanza del tutto casuale, dadaisticamente esterno a ogni controllo. Si parla di un aion che va ad “assemblarsi” al tempo e allo spazio classicamente intesi. Sembrerebbe quindi prendere corpo un ampliamento prospettico dei concetti di spazio e di tempo, nell’ottica di una nuova costituzione dello spazio e assieme del tempo, che riporta alla mente quella combinazione tra temporalizzazione dello spazio e spazializzazione del tempo, ovvero un differimento dello spazio nel tempo e un differimento del tempo nello spazio, contenuta nel vecchio e ormai dimenticato concetto di différance in Derrida. In quest’ottica, gli autori si spingono ad affermare che le leggi della fisica, per esempio, sono esse stesse “soggette” a una modificazione (etero)genetica, cioè che esse – per essere tali – non possono che esprimere un elemento casuale, imprevedibile/incontrollabile: dada. Con tutte le implicazioni che, ancora una volta, il lettore – e il futuro attore politico – può qui “immaginare”.

 

Razionale, irrazionale e capitalismo

Ci si potrebbe porre una domanda “filosofica”, che è anche “politica”: come tutto ciò è possibile/ammissibile, da un punto di vista razionale? Non è forse la matematica l’elemento più basale, e silenziosamente potente, dell’intera razionalità occidentale? Innanzitutto, va detto che qui siamo oltre un modello classico di razionalità. Permane tuttavia un problema sul piano filosofico, e cioè quello di comprendere se sussista un rapporto tra il gesto irrazionale, come l’evento che accade ma che è anche indotto, lasciato essere, pro-vocato e, dall’altra parte, qualche cosa che ha comunque a che vedere – che lo si voglia ammettere o meno – con uno strumento di calcolo. Comunque inteso. Perché nell’eterogenesi differenziale – gesto o teoria: entrambe le cose – non si abbandona mai del tutto il simbolismo matematico, la formula e una certa sua capacità (potenza) di “fare segno”, sia pure totalmente aperta, aggiornata o anarchica. Si usa ancora il linguaggio, sebbene nel solco di un’idea molto precisa, cioè di poterne fare progressivamente a meno (e progressivamente esserne sempre meno usati), liberandolo dalle catene che del resto lo strutturano. Ora, come stanno le cose su questo punto?

Mi servo, un po’ lateralmente, di una prospettiva che richiama Deleuze e Guattari, autori d’altra parte molto presenti nel libro. Pochi mesi dopo la pubblicazione de L’anti-Edipo, scrivevano, a proposito dei rapporti tra la “ragione” strumentale e l’irrazionalità del vivente: “la ragione è sempre una zona ritagliata nell’irrazionale. Per niente al riparo dall’irrazionale, ma attraversata dall’irrazionale e definita da un certo tipo di rapporti tra fattori irrazionali. In fondo a ogni ragione, la deriva, il delirio. Tutto è razionale nel capitalismo, tranne il capitale o il capitalismo”[9]. Rispetto a ciò che è irrazionale, ai “flussi”, ai “desideri”, alle dinamiche morfogenetiche anarchiche/aperte, che posizione assume lo strumento razionale? Risposta: la ragione è un momento di una dinamica più complessa. Essa emerge come ritaglio di un fondo informe “irrazionale”, che la attraversa, la muove, le dà persino “senso”, pur essendo senza fondamento: esposta al dehors, appare qui poco altro che costruzione apollinea sul dionisiaco, sul delirio, sul non-senso. E, nonostante ciò, essa lavora incessantemente, produce antagonismi, resistenze concettuali e, persino, contro-teorie matematiche. Diciamolo diversamente: un sistema (strutturalista; economico; capitalista) può ancora affermare “non vi sono che differenze”; e proprio tale istanza, che contiene un intero programma di controllo politico, va geneticamente a debilitare ogni sforzo resistente interno, a sfibrare ogni pensiero “alternativo” allo stato di cose attuale. Occorrerà quindi andare più a fondo, e puntare lo sguardo non solo sulle differenze di forza, ma sul differenziale. Ma, di nuovo, il differenziale coincide con l’irrazionale? Non lo sappiamo. Come suggerivo, è forse questo non sapere l’elemento di snodo dell’intero discorso, il fuoco che l’eterogenesi mi pare metta al centro della contesa. La questione del rapporto tra differenziale e differenza, tra il “principio” dei movimenti e i movimenti stessi, tra ontogenesi e ontologia, null’altro è se non la questione del rapporto tra irrazionale e razionale.

Tali rapporti individuano nella storia, nei suoi squarci verso il vuoto, nei suoi varchi verso il futuro, nei suoi “ritagli” sul non-senso, una dinamica a-razionale. Tale dinamica, nella sua stessa modificazione (metamorfosi primaria informe) produce/esprime le articolazioni variabili tra razionale e irrazionale che si oggettivano, pur in un senso dinamico, nella vita e nella storia. Ma il problema dell’irrazionale, si badi, non è un problema fra gli altri, un tema derubricabile in maniera affrettata dal pensiero critico. L’irrazionale alimenta e attraversa le forme logiche, le espressioni storiche del capitale e delle nostre vite, le contraddizioni produttive delle forme di razionalità le quali si strutturano, da sempre, come “riparo” o “controllo”. Con ciò, non è azzardato postulare che l’eterogenesi differenziale tiri forse le fila dell’intero pensiero occidentale, quantomeno di una sua linea di sviluppo costante dai Greci in avanti (almeno fino a Deleuze, passando per Hegel): un lungo processo di scrittura, scrittura cioè dei rapporti tra l’informe e la sua cancellazione – sempre solo parziale – nelle forme, comunque intese. Aggiungevano, non per caso, Deleuze e Guattari, per meglio chiarire come “la ragione sia sempre una zona ritagliata nell’irrazionale”[10] e che “tutto è razionale nel capitalismo, tranne il capitale o il capitalismo”[11], che “un meccanismo di borsa, è del tutto razionale, lo si può comprendere, imparare, i capitalisti sanno servirsene, e tuttavia è completamente delirante, è demente. È in questo senso che diciamo: il razionale, è sempre razionale di un irrazionale”[12].

Sia come sia, in questa chiave si può comprendere meglio l’idea per cui la ricomposizione di “nuove” forme accade sempre in un gioco di vincoli differenziali e tramite l’agencement, il concatenamento, che rende possibile un “nuovo senso”: un senso che è anche e sempre dis-senso, per dirla con Carmelo Bene. Ancora una volta ci chiediamo: quale posto, quale tempo, quale spazio possono avere, all’interno di una logica capitalistica, gli elementi provvisori di dissenso? Non vi è il pericolo mortale che gli agencements possano comunque e nonostante tutto venire riassorbiti? Nell’eterogenesi gli assemblaggi sono intesi, certamente, come segmenti o vettori di indipendenza, di autonomia: facilitatori di autopoiesi. Ma tale autopoiesi, auspicabile, sino a che punto è concreta e storica? Non se ne esce in modo semplice, con un sì o un no. Le dinamiche poststrutturali in un certo senso interpretano ed esprimono questa complessità di domanda politica, oltre che teorica, e potrebbero rispondere che si muovono, piuttosto, verso qualcosa come l’eteropoiesi. Questo movimento complesso, spesso sottotraccia nel libro, è un elemento essenziale, almeno nella lettura che sto provando a fare, per evidenziare modalità di approccio “critico” al capitalismo, un approccio però non ingenuamente ideologicocentrico, bensì realmente aperto alle pratiche empiriche, alle sperimentazioni, al fallimento, persino (inteso, ad esempio, come la possibilità, tutt’altro che rara, del “non attualizzarsi” di una determinata dinamica eterogenetica), ma che, va detto, contemporaneamente ri-attinge alle radici di una qualche forma di pensiero materialista. Si muove verso un materialismo interconnesso a dinamiche immaginative, tutte ancora da “scrivere”, cioè a un’auto-etero-poiesi della forma che sarà e che desideriamo dare alle nostre esistenze.

 

Poesia e matematica?

Il libro si chiude con un capitolo (Morphodynamic Poetry) che è anche un’apertura, nel suo proporre un riferimento forte alla letteratura o, meglio, alla dimensione artistica e poetica. Campeggia la Lettera del veggente di Arthur Rimbaud. Ciò non deve stupire, se il poeta è il veggente, dunque visionario produttore di forme a metà strada tra sapere e ignoranza (“sommo Sapiente! – Egli giunge, infatti, all’ignoto[13]), dove i suoni poetici emergono dal fondo di un inconscio corporeo-sociale. Si prenda anche solo questo breve passo, in cui ritroviamo il motivo del fondo informe e di quel movimento ambiguo tra forma e deformazione permanente che sembra riassumere il senso più interno dell’eterogenesi differenziale, intesa in quanto gesto di ricerca e di domanda sul mondo: “il poeta è veramente un ladro di fuoco. Ha l’incarico dell’umanità, degli animali addirittura; dovrà far sentire, palpare, ascoltare le sue invenzioni; se ciò che riporta di laggiù, ha forma, egli dà forma; se è informe, egli dà l’informe. Trovare una lingua […]”[14].

La poesia dunque. Del resto, l’esergo nella prima pagina del libro, è una citazione di un altro grande poeta, Nanni Balestrini: “What interests me is not the rules, but the fact that the rules changes. It’s mostly a matter of change”. Perché la poesia? Certo: la poesia è qui proposta nel suo valore di poiesis, cioè anche