All’interno del dibattito su Neo-operaismo e decrescita, presentiamo di seguito alcune precisazioni e considerazioni di Alessandro Pertosa, fatte a partire dall’articolo di Andrea Fumagalli, Decrescita e distribuzione del reddito: verso un reddito d’esistenza sostenibile e compatibile pubblicato su Effimera il 15 aprile 2017.

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Nel condividere l’impianto di fondo del ragionamento presentato da Fumagalli, vorrei fare alcune precisazioni sul concetto di decrescita, spiegando anche i motivi per cui penso che un reddito universale incondizionato debba tener conto non solo dell’equità fra gli esseri umani, ma di un’equità cosmica. Più semplicemente: propongo di considerare la decrescita e il reddito universale incondizionato in chiave cosmocentrica e non antropocentrica.

1) Vengo subito alla questione che mi pare più problematica. In Decrescita e distribuzione del reddito Fumagalli scrive: «L’aspetto quantitativo può essere riassunto dal passaggio da un periodo di crescita economica a un periodo di rallentamento, di decrescita».

Detta così, si potrebbe pensare che tra la decrescita e la recessione non ci sia alcuna differenza. E forse leggendo alcuni teorici decrescenti si può anche correre il rischio di confondere questi due concetti, che per quanto mi riguarda sono, invece, molto diversi.

Provo a spiegare brevemente perché decrescita e recessione non dovrebbero mai essere confuse.

A differenza della recessione, che è una diminuzione generalizzata e incontrollata di tutta la produzione di merci, la decrescita è una riduzione selettiva e governata della produzione di merci (spesso sprechi) che non sono beni. In quest’ottica, allora, non si fa decrescita semplicemente mettendo il segno meno al posto del segno più davanti alla variazione annua del Pil, perché così facendo non si esce dalla logica quantitativa che induce a identificare il «più» col «meglio». La decrescita non identifica il meno col meglio, ma persegue il meno solo quando è meglio; implica un cambiamento di paradigma culturale. Richiede l’introduzione di criteri qualitativi nella valutazione del fare umano. Non ritiene che l’attività quotidiana possa risolversi in un fare privo di connotazioni qualitative finalizzato a produrre sempre di più (la crescita del Pil), anche quando ne derivi un peggioramento della qualità della vita (vedi le alluvioni conseguenti alla cementificazione irresponsabile del territorio, o agli sprechi di cibo e di energia), ma ritiene che debba essere un fare bene finalizzato a migliorare la qualità della vita. Il fare non è un valore in se stesso, perché si può anche fare male. Solo il fare bene è un valore. (Certo poi si può domandare: chi stabilisce cosa significhi fare bene?; rispondo: è bene quel fare che punta a diminuire i consumi di energia, e che quindi consente di rispettare tutte le forme di vita; è cattivo quel fare che aumenta l’impatto antropico e i consumi di energia).

Esemplifico ancora: tra la recessione e la decrescita c’è una differenza analoga a quella che intercorre tra una persona che non mangia perché non ha da mangiare e una persona che non mangia perché ha deciso di fare una dieta. Il primo non fa una scelta e subisce una condizione che lo fa stare male (recede); il secondo fa una scelta che gli consente di stare meglio (decresce).

Per realizzare una decrescita selettiva della produzione di merci che non sono beni, occorre adottare tecnologie più evolute di quelle attualmente in uso, ma diversamente orientate. Le tecnologie della crescita sono finalizzate ad aumentare la produttività, cioè la quantità della produzione in una unità di tempo. Le tecnologie della decrescita sono invece finalizzate a ridurre per ogni unità di prodotto 1) il consumo di materie prime, 2) il consumo di energia, 3) la quantità di oggetti portati allo smaltimento (incenerimento e interramento).

Se la conseguenza socialmente più drammatica della recessione è la disoccupazione, la decrescita comporta, al contrario di quanto generalmente si crede, un aumento dell’occupazione, nella produzione, nella installazione e nella gestione di queste tecnologie. Si tratta pertanto di un’occupazione utile, perché riduce degli sprechi che causano danni, che inoltre paga i suoi costi con la riduzione delle spese che consente di ottenere.

2) Come scrive giustamente anche Fumagalli, il problema più grave che ci troviamo ad affrontare è dovuto al fatto che continuiamo a consumare più energia di quella che la terra è in grado di rigenerare, e quindi – Georgescu-Roegen docet – la razionalità produttiva non fa altro che aumentare in modo esponenziale l’entropia distruttiva.

La decrescita, proponendosi di ridurre quelle merci che non sono beni (come ad esempio gli sprechi), ha bisogno di innovazione tecnologica e di un nuovo orizzonte sintattico, di nuove parole, che informano un orizzonte verso cui ognuno si dirige come può e come sa. Questo per dire che se si vuole uscire da un orizzonte dispotico e violento (entro cui ci troviamo da almeno due secoli e mezzo) non possiamo pensare di farlo finendo dentro l’ennesima gabbia ideologica. L’esodo dalla società dei consumi non si ottiene seguendo un decalogo o immaginando la decrescita come un modello precostituito cui sottostare. La decrescita è un’opzione libertaria. Non è uno slogan, né una religione.

3) Condivido con Fumagalli anche l’idea che oggi non comanda chi possiede i mezzi di produzione, ma chi controlla i flussi monetari e finanziari e chi controlla la generazione di tecnologia. Ma il problema non è la tecnologia in sé, bensì lo scopo. La tecnologia è uno strumento, e in quanto tale è neutro. Se la tecnologia è finalizzata alla riduzione dell’entropia, il suo uso è buono; se al contrario è finalizzata alla competizione e all’aumento della produzione, il suo uso è nocivo.

Il problema è che da ormai un secolo la tecnica è diventata mezzo e fine di se stessa (questione troppo complessa per essere affrontata qui: ho scritto qualcosa in proposito in un mio saggio di qualche anno fa – Dall’economia all’eutéleia – riprendendo il filone che da Heidegger arriva fino a Severino[1]). La tecnica è il nuovo dio da adorare. In questo senso si spiega come sia potuto accadere che la proprietà dei mezzi di produzione sia stata sostituita dalla proprietà intellettuale. Il capitalismo cognitivo nasce nel momento in cui la téchne diventa totem. La tecnica è ovunque, come il lavoro.

Ognuno di noi usa la tecnica ed è usato dalla tecnica. Ognuno di noi usandola e venendone usato trasforma il mondo e subisce a sua volta trasformazione. Ciò accade perché tutto è in relazione. Il singolo non esiste se non in relazione al contesto in cui vive.

Per questo motivo, alla domanda posta da Fumagalli (nel suo Decrescita e distribuzione del reddito) se abbia ancora senso parlare di decrescita in un contesto capitalista in cui la produzione è per larga parte immateriale, rispondo di sì. Ha senso perché se è vero che il passaggio da un capitalismo industriale a un capitalismo cognitivo può essere letto come passaggio dall’utilizzo di capitale fisico – le macchine – all’utilizzo di capitale umano, è anche vero che il capitale umano opera in un contesto sempre fisico. E il processo entropico non è solo interno (usura di sé), ma anche esterno, perché questa smaterializzazione del processo produttivo esercita comunque una pressione dispotica sul mondo. Si pensi alle idee, ai marchi, ai brevetti: non sono mai idee, marchi o brevetti in sé; ma esistono come idee, marchi e brevetti che hanno un impatto sulla realtà. Agiscono in concreto sfinendo e usurando il mondo: e col mondo anche l’essere umano (che è parte del mondo).

Se non ci convinciamo della necessità di mutare l’orizzonte, di cambiare immaginario e linguaggio continueremo a non scorgere una possibile via d’uscita. E quando riflettiamo sul fatto che da un lato l’evoluzione tecnologica ci libera parzialmente dalla fatica manuale e ci offre maggiori possibilità di utilizzare il proprio tempo, però dall’altro deteriora la nostra qualità della vita, io non parlerei di «paradosso del benessere» (perché il ben essere vuol dire stare bene), ma di naturale conseguenza di un processo violento e dispotico che punta a massimizzare i profitti a danno del contesto (senza peraltro rendersi conto che così facendo si innesca un processo di iatrogenesi, e si finisce per restare vittime della razionalità che si pensava di governare).

4) Infine, ha ragione Fumagalli a evidenziare che la produzione del capitalismo cognitivo è basata sempre più sul lavoro di gruppo, di network (cooperazione sociale), di cui spesso non si è coscienti e che utilizza in misura crescente i beni comuni, espropriati però sempre più per fini privati.

Proprio per questo, la decrescita – lungi dall’essere scelta pauperistica – può certamente essere strumento culturale di contro-immaginazione e di coscienza. Ma per rendere efficace lo strumento della decrescita (che, deve essere chiaro, è un mezzo in vista della realizzazione di sé: processo, questo, intrinsecamente utopico) è indispensabile che vi siano anche le condizioni materiali di continuità di reddito.

In questo senso, allora, va pensato un reddito universale incondizionato, concepito però non in ottica antropocentrica, ma cosmica. In una società in cui gran parte della produzione rientra nel processo capitalista-cognitivo, questa tipologia di reddito è bene concepirla come una forma redistributiva basata sulla responsabilità del singolo che si trova immerso in un contesto-mondo: e la sua responsabilità deve essere tesa a un uso consapevole delle risorse naturali.

Il singolo che riceve il reddito deve tener conto di sé, degli altri e dell’ambiente che lo costituisce. Il reddito restituisce al singolo e al mondo circostante quota parte della ricchezza prodotta da persone o processi che operano in un contesto. Non esiste una ricchezza prodotta senza un contesto naturale e vitale. Per questo nel pensare al reddito si deve tener conto degli esseri umani, degli esseri animali e della natura circostante. E si deve tener conto anche della necessità di ridurre il processo di mercificazione, da un lato, e di consumo di energia, dall’altro.

Concludendo, la questione è complessa e non può certo essere risolta in due battute. Anche perché dietro a queste riflessioni si nasconde una presenza oscura. Un convitato di pietra. Il lavoro. Finché non si demitizzerà il lavoro, finché non saremo in grado di spingere al tramonto l’etica del lavoro, la decrescita e il reddito incondizionato continueranno ad essere relegati nell’angolino buio riservato all’osceno, all’innominabile. E nel frattempo continueremo a perdere posti di lavoro, col carico di dolore che ne consegue, abbandonando gli ultimi al loro destino. Continueremo a produrre, consumare e inquinare. E senza avere le parole per chiamare l’orrore, non saremo in grado di porre rimedio all’implosione che rischierà di travolgerci.

Il compito più importante che intravedo nel nostro futuro immediato è quello della risemantizzazione del presente. Dobbiamo riappropriarci delle parole, per riappropriarci del mondo.

Note

[1] Cfr. A. Pertosa, Dall’economia all’eutéleia. Scintille di decrescita e d’anarchia, Edizioni per la decrescita felice, Roma 2015.

Immagine in apertura: Pandora, Avatar

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