Quello che abbiamo visto nei notiziari di questa settimana, che hanno affiancato le rivelazioni dei Panama Papers e l’emergenza delle Nuit Debout nelle strade di Parigi e di altre città francesi, è la lotta tra due forme diverse di solidarietà, tra due culture globali — la prima, fin troppo sviluppata, la seconda, ancora nascente.

La prima è la solidarietà dei detentori di ricchezza e potere o, più precisamente, di coloro la cui ricchezza è fondata sul loro potere; l’altra è l’emergenza di nuove forme di democrazia rivoluzionaria che assumono sempre più una dimensione planetaria. Ognuna si fonda sulla creazione di spazi al di fuori della struttura formale dello stato. Ciò che comincia a essere evidente, a partire dalla dimostrazione di forza da parte della polizia ieri sera, è la maniera diversa di reagire a ognuna di queste da parte delle “forze della legge”.

I Panama Papers evidenziano soprattutto una classe politica globale in ultima istanza fedele a sé stessa. Nawaz Sharif, Robert Mugabe, Vladimir Putin o David Cameron … per quanto si guardino di traverso sulla scena mondiale, quando si tratta di ciò che conta realmente per loro in quanto esseri umani (la sicurezza finanziaria dei loro figli, ad esempio) mettono in campo una solidarietà straordinaria. Ciò è in evidente contrasto con quello che gli stessi pensano della sicurezza e della salute dei figli di praticamente tutti gli altri — altri che i membri del loro unico pubblico di riferimento: gli altri membri dell’1% globale.

Eppure anche per chiunque abbia un’idea di come la ricchezza è realmente accumulata nel mondo odierno c’è qualcosa di realmente sconcertante in queste rivelazioni: perché è così importante per queste persone innanzitutto non pagare le tasse? È meno ovvio di quel che sembra. Dato che la ricchezza delle classi dominanti dipende in maniera crescente dalla speculazione finanziaria, non si parla più di proteggere il commercio e l’industria dalle mani fameliche dello stato; quasi tutte queste fortune nascono dalla collusione con lo stato. Se il tuo reddito è basato sul controllo delle leve del potere, perché metterlo al sicuro a Panama? Non sarebbe più facile estrarre il doppio e poi restituire ostentatamente la metà del ricavato come gesto di lealtà?

È difficile non trarre la conclusione che l’avidità non è la motivazione primaria, ma il puro potere. La creazione di questi paradisi fiscali è la creazione non esattamente di uno stato di eccezione della sovranità. È piuttosto uno stato di eccezione finanziaria, all’interno dell’ordine globale legal-burocratico che sta emergendo i cui beneficiari sono gli stessi architetti.

Un sistema amministrativo unificato

La creazione di questo ordine è probabilmente il fenomeno storico più importante delle ultime due generazioni. Mai prima d’ora il pianeta ha visto qualcosa di simile, un sistema amministrativo unificato.

Che cosa fu dopo tutto il movimento alterglobalizzazione del passaggio di secolo se non la prima ribellione sociale contro questo sistema burocratico planetario emergente? Come partecipante ad alcune delle più note battaglie — a Washington, Québec City, Genova — posso testimoniare che era esattamente così che ci vedevamo. Ciò che veniva battezzato “globalizzazione”, come processo naturale e inevitabile spinto dal “libero commercio” e da internet, veniva in realtà creato e alimentato da una schiera infinita di grigi funzionari che lavoravano per burocrazie pubbliche e private, o ancor più in una zona grigia nel mezzo: FMI, OMC, TTIP, Goldman Sachs, Crédit Suisse, Standard & Poors, o Bechtel, con lo scopo ultimo di proteggere la ricchezza e il potere di una minuscola élite. Quello che apprendiamo ora è fino a che punto i membri di questa élite considerino un principio che quelli in posizione di imporre leggi al resto del mondo non debbano essi stessi sottostare alle leggi.

Una nuova civilizzazione insorgente

Come combattere un nemico antidemocratico che si situa al di fuori di qualunque ordine politico e nazionale? La nostra soluzione è stata creare spazi di democrazia anche loro al di fuori dell’ordine politico e legale: spazi prefigurativi, come li chiamavamo, che diventarono anche zone di sperimentazione di democrazia diretta e senza leader. Queste nuove forme di democrazia non erano, né esclusivamente né principalmente, un prodotto dell’Europa o dell’America del nord; erano, come dicevamo, parte di una nuova civilizzazione insorgente, planetaria per portata e ambizione, nata da una lunga convergenza di esperimenti simili realizzati in ogni parte del pianeta, dalle foreste del Chiapas e del Brasile ai villaggi del Karnataka in India, dagli squat da Lisbona a Quito, con contributi essenziali dal femminismo, dall’anarchismo, e dalle tradizioni della disobbedienza civile nonviolenta; un repertorio di concetti, tattiche, gesti, infinitamente alimentati ed elaborati in migliaia di varianti locali, che sarebbero esplosi nelle piazze pubbliche attraverso il mondo un decennio più tardi, da Tahrir a Syntagma allo Zuccotti Park.

Il grande sociologo storico Immanuel Wallerstein ha sostenuto che ogni vera rivoluzione è una rivoluzione mondiale. In alcune le battaglie nelle strade ebbero luogo tutte in un solo luogo (1789, 1917), in altre (1848, 1968) sparse in tutto il globo, ma in ogni caso trasformarono il sistema-mondo stesso. Questo prese soprattutto la forma di una trasformazione profonda del senso comune politico. In questo senso la Rivoluzione francese del 1789 fu la rivoluzione moderna per antonomasia perché i suoi effetti a questo livello furono i più radicali. Se vent’anni prima della presa della Bastiglia uno avesse suggerito alla persona media, per esempio, che il cambio sociale è una cosa buona, che è compito dello stato gestire tale cambio, o che il governo trae la sua legittimità da un’entità chiamata “popolo”, sarebbe stato trattato da dilettante da bar o da agitatore. Vent’anni dopo la rivoluzione anche il più compassato ecclesiastico o preside di scuola doveva almeno fare finta di credere in quelle idee.

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Creare un territorio al di fuori del sistema

E che dire di quella che Wallerstein già chiama “la rivoluzione mondiale del 2011”? Senza dubbio ci vorranno molti anni per apprezzarne il vero significato storico. Ma è davvero possibile che gli storici del futuro la vedranno come il segno di un altro profondo passaggio nella concezione popolare di ciò che è un movimento rivoluzionario, o piuttosto democratico. Esperti convenzionali e teorici marxisti non si stancano mai di proclamare il fallimento dei movimenti del 2011, ma se la Turchia, il Brasile, la Bosnia, Hong Kong — e ora la Francia — significano qualcosa è perché hanno cambiato per sempre il linguaggio proprio della democrazia popolare. In ogni caso i sollevamenti popolari non assumono più né la forma della rivoluzione armata né del tentativo di trasformare il sistema dall’interno; la prima mossa è sempre quella di creare un territorio completamente al di fuori del sistema e, se possibile, al di fuori dell’ordine legale dello stato: uno spazio prefigurativo in cui nuove forme di democrazia diretta possano essere immaginate.

Il rifiuto di entrare in relazione con l’ordine politico esistente non significa che questi movimenti non puntino a ottenere degli effetti legislativi. Ma non intendono farlo né corteggiando né denunciando la classe politica, ma minacciandola con la prospettiva della sua delegittimazione.

Questo si è verificato in Francia. Gli organizzatori della marcia iniziale contro le leggi sul lavoro avevano programmato un evento di un solo giorno. Ma le cose sono loro sfuggite quasi subito di mano. Ne è seguito uno straripamento di massa dell’immaginazione democratica; sono comparsi librerie, asili nido, centri di educazione popolare, cucine, studi; le migliaia di persone che hanno partecipato alle assemblee generali hanno adottato con gioia il nuovo linguaggio globale della democrazia diretta e, nel farlo, hanno cominciato a crearne la loro propria versione. Centinaia di migliaia di persone hanno seguito gli eventi e hanno contribuito sui media sociali. Contemporaneamente all’arrivo di attivisti veterani — come il sottoscritto — che si sono precipitati a Parigi per mettere la propria esperienza a disposizione, hanno cominciato a essere formulate richieste folli (cancellazione del debito, reddito di cittadinanza, sorteggio delle cariche pubbliche, …) che prima erano state completamente escluse dal dibattito politico “serio”. Adesso che il processo minaccia di estendersi alle periferie dell’immigrazione e della classe operaia, l’iniziale rigetto sprezzante da parte delle classi politiche sembra mutarsi in panico, e un numero crescente di uomini in armi sono arrivati a circondare la nuova agora, quasi a impedire che la democrazia superi i suoi limiti.

La giustificazione tradizionale degli spazi di eccezione è che possono diventare luoghi di creatività: dopo tutto, solo chi non è limitato dall’ordine legale esistente è in grado di creare nuove leggi. Ma è sempre più difficile immaginare che soluzioni ai problemi più urgenti del mondo provengano da quello spazio di eccezione finanziaria nel quale le élite economiche e politiche vivono attualmente. Praticamente il solo tipo di immaginazione che ne è uscito è stato la concezione di nuovi ingegnosi strumenti finanziari. Eppure allo stesso tempo i milioni di esseri umani che non hanno accesso a quello spazio extraterritoriale sono ricchi di idee e soluzioni potenziali e sono costretti a vivere vite che consistono in poco più che sentirsi dire costantemente di tacere e continuare a lavorare. La speranza di trovare un’uscita dall’impasse infinita in cui ci troviamo può solo venire dai nuovi spazi extra-territoriali — se non legalmente in questo caso, di certo moralmente e politicamente extraterritoriali — che la rivoluzione mondiale del 2011 ha cominciato ad aprire.

 

David Graeber è un antropologo, professore alla London School of Economics. Il suo ultimo libro è Burocrazia. Perché le regole ci perseguitano e perché ci rendono felici (Il Saggiatore, 2016). Si trova a Parigi dall’11 aprile per partecipare alle Nuit Debout.

Testo originale, in inglese, pubblicato da Le Monde il 12 aprile 2016 

Traduzione di Mario Bucci


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