L’evoluzione della situazione politica in Brasile si fa sempre più complessa. Dopo la dichiarazione di impeachment di Dilma Rousseff, il rigurgito neoliberista sembra aver preso il sopravvento. In realtà, lo scontro in atto è tra due modelli, parimenti fallimentari:  quello del mercato e quello neo-sviluppista statale. Entrambi, tuttavia, incapaci di fornire risposte adeguate alla domanda di cambiamento sociale e di rinnovamento politico che i movimenti brasiliani sono stati in grado di mettere in campo negli anni scorsi, il cui culmine ha coinciso con le manifestazioni del giugno 2013, duramente represse dal governo. Moyses Pinto Neto, insegnante di diritto e filosofia a Porto Alegre, blogger e collaboratore di vari siti su politica e calcio, analizza in questo articolo l’impasse della situazione brasiliana, cogliendo gli aspetti strutturali dello scontro in atto. Traduzione di Marcella Martinelli

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Tra tutte le difficoltà che incontriamo per analizzare la crisi politica brasiliana, forse la principale è dovuta al fatto che buona parte delle analisi – specialmente quelle legate al wishful thinking dell “ufficialismo” [1] del PT – non riesce a rappresentarla se non sotto il manto del golpismo o di qualche tipo di macchinazione cospiratoria contro un qualcosa che comunque sarebbe positivo. In altre parole, il grande problema di queste analisi è che non tengono conto che buona parte della crisi politica è legata al fallimento di quello che il governo voleva fare e non tanto ad un colpo basso tirato dal nemico. Intellettuali come André Singer e Bresser-Pereira, per esempio, che sono stati veri “pensatori” dei governi Lula e Dilma (2003-16) e hanno sostenuto lo zoccolo duro delle politiche del primo mandato di Dilma (2011-14), non riescono a comprendere che la crisi attuale non è solo una contingenza momentanea della congiuntura politica, ma un fallimento generale di matrice produttiva, industriale e tecnocratica, soprannominata da questi gruppi “neosviluppismo”. Il fallimento è legato all’incapacità di capire il mondo del XXI secolo. Loro continuano a considerare Dilma a volte persino come un eccellente “statista”, imputando la colpa al mercato finanziario e ai media, senza pensare che l’errore possa stare nel progetto del quale le loro stesse idee han servito da base.

Il riflesso simmetrico di questo campo confuso di analisi “totalmente sbagliate” è la nascita di una “nuova destra” ispirata profondamente ai valori liberali e che si appoggia sul vasto materiale dei think tanks nord-americani disponibili in rete. Il campo discorsivo è costruito in modo artificiale, importando concetti e analisi in maniera totalmente decontestualizzata. Analisi come quella, per esempio, del politologo Alberto Carlos Almeida o dello stesso antropologo Roberto Da Matta, che fanno una comparazione interessante (non senza controversie) tra brasiliani e nord-americani, sono totalmente ignorati in nome di un pensiero che proietta sulle manifestazioni un desiderio di “meno Stato, più mercato” o la lotta dei “piccoli imprenditori” contro le tasse. Che tutto ciò abbia poca relazione con l’effettiva mentalità brasiliana è, per questa visione, solo un dettaglio, perché dopo tutto si sa che l'”uomo comune” di questo tipo di liberalismo è solo una proiezione di un ethos specifico elevato a condizione di universalità. Quando parlano in nome dell'”uomo comune” stanno solo riproducendo il discorso di una piccola fetta della società che ha assorbito questi valori e si mimetizza – in una maniera che non si può evitare di definire colonizzata – nelle idee nord-americane.

L’ossessione contro il pensiero di Marx e Paulo Freire, nell’ignoranza, è all’ordine del giorno: tale pensiero non si deve insegnare!, come se l’educazione fosse indottrinamento e discutere un autore significasse automaticamente difenderne le idee. Così, si ottiene solo di confessare involontariamente i propri metodi e il modo di affrontare il rapporto con la teoria e la sua  manipolazione. Nel suo livello massimo, che fortunatamente non è tanto popolare, questo oscurantismo arriva al punto di importare l’inconsistente polemica tra evoluzionismo e design intelligente, facendo eco ai fondamentalisti cristiani che diffondono solo attraverso i media una polemica falsa (un testo sul tema, per esempio, non passa attraverso comitati scientifici dei periodici). La “sala di terapia intensiva” di questo pensiero è lo scettiscismo contro i cambiamenti climatici, oggi rappresentato da una frazione minuscola davanti ad un consenso schiacciante in campo scientifico.

Curiosamente, il punto di incontro tra questi due pensieri (quello governista e quello liberale) è la totale mancanza di considerazione della questione ecologica e del mondo sotto il segno dell’Antropocene. Tanto i neo-sviluppisti quanto i liberali sostengono la visione che l’ecologia è una “cosa esterna” rispetto all’economia, convergendo per un accelerazionismo verso possibili cambiamenti tecnologici capaci di sostenere la crescita all’infinito senza distruggere la Terra. E qui, ovviamente, c’è l’altro punto di incontro: entrambi i discorsi sono chiaramente etnocentrici e proiettano un modello unidimensionale di sviluppo dibattendo solo se lo strumento principale sarà lo Stato o il mercato. La povertà antropologica è consustanziale ad un pensiero incapace di comprendere la molteplicità ontologica che produce una variazione di mondi aldilà del progetto occidentale, semplicemente non prevedendo spazio per altre forme di vita che non quella del consumismo. Nel limite e osservando il caso brasiliano, i due pensieri convergono per la minaccia ecologica sulla Terra e l’etnocidio delle culture indigene.

Questa coincidenza – che si converte nel disprezzo dell’antropologia e nella povertà della soggettivazione basata nel consumo – può essere la spiegazione per la crisi politica nella società brasiliana. Lo stato precario dell’immaginario politico intellettuale si riflette nella crisi delle istituzioni e dei progetti.

Nel 2013, la mancanza di una risposta più convincente al movimento diede inizio al tramonto del lulismo. Ma questo problema è più profondo di quanto appaia. In realtà, il lulismo non è consistito solo in una politica di successo di conciliazione di classi del “patto conservatore” di arricchire ricchi e poveri osservando le domande del sistema finanziario, stimolo all’agribusiness nelle esportazioni di materie prime bilanciate con misure redistributive del reddito, come ha sostenuto la tendenza economicista. Il lulismo era il portatore di un riordinamento che è andato molto aldilà di ciò che l’immaginario del PT era capace di contemplare. Le forze creative della società brasiliana sono state liberate e un popolo al quale poche volte è stata data una chance di emergere è apparso. La molteplicità che attraversa forme giuridiche, economiche e tradizioni culturali sballa le previsioni e mette in luce la miscellanea, il “melting pot” represso – e sprecato – nel corso dell’ultimo secolo avvento di una formazione eterogenea costituita da voci plurali. La gestione Gil/Ferreira al Ministero della Cultura, riconoscendo la creatività locale a partire dai “punti di cultura”, è l’esempio più emblematico di questo processo. Ma non solo. Riguardo all’ambiente, per esempio, il Brasile è apparso all’improvviso come un’alternativa socio-ambientale al modello basato sul petrolio e avrebbe potuto occupare lo spazio di sperimentazione per una nuova matrice energetica. La demarcazione di terre indigene espandeva lo spazio ambientale dei popoli e favoriva la loro fioritura, riconnettendo il Brasile con le sue tradizioni ancestrali, ripercorrendo il cammino represso dalla conquista. Il “popolo brasiliano” che Darcy Ribeiro tante volte ha celebrato appariva in tutta la sua molteplicità e creatività.

Governo unidimensionale

Rapidamente, tuttavia, il dogmatismo ha eroso queste particolarità inaspettate sostituendole con una visione standardizzata del progresso e della crescita. Con il successo del lulismo comincia il dibattito della “fase 2”, risucchiandolo nel neo-sviluppismo fondato nell’economicismo dell’Università di São Paulo (e di Campinas). L’ossessione del discorso contro il “neoliberismo” ha scaricato sullo Stato un ruolo induttore e di comando verticale sulla società, consegnando il controllo del Paese ad un complesso burocratico-oligopolista. Il Governo è diventato così sempre più unidimensionale, transitando da un modello di sviluppo creativo col risveglio dell’autonomia (di cui le matrici erano la “Bolsa-Familia” e i punti di cultura) verso una visione verticale e tecnocratica in combutta con i “super campioni” (i global players – specialmente appaltatori), tracciando una nuova matrice a partire dal Piano di Accelerazione della Crescita (PAC) e dalla politica di case popolari (Minha Casa Minha Vida). In questo ultimo caso, il punto focale del progetto non è l’energia creativa che nasce dalle comunità, permettendo l’autonomia e l’adattamento alle condizioni locali e l’invenzione di nuove possibilità urbanistico-ecologiche nella costruzione di abitazioni (negli oceani delle favela), ma il modello ultra superato e oggi universalmente riconosciuto come orrendo dei grattacieli e delle casette uniformizzare, delle autostrade, delle espulsioni e della gentrificazione che si è imposto. Il “post-neoliberimo” difeso dagli ideologi di governo rinnova l’idolatria nello Stato e cerca di realizzare – a dispetto di tutti i limiti ambientali e della pluralità della società brasiliana – il programma di crescita del XX secolo.

Tutto questo mostra il tramonto di un certo modello di sinistra che ha bisogno di rivedere i suoi dogmi almeno dal 1968 in poi. Credere nello Stato non è meglio del credere nel mercato. Sembra che nessuno si sia preso il tempo di leggere Pierre Clastres, per esempio, per comprendere che è possibile pensare una società che non sia il “mercato” formato da individui interessati al proprio utile e, allo stesso tempo, sia capace di un’azione collettiva senza cadere nella burocrazia statale. Ciò che il lulismo involontariamente aveva portato alla luce, questa società selvaggia, piena di energia creativa, che offre nuove alternative senza aver bisogno di cadere nelle due dualità infernali del XX secolo. Tutto questo è stato sottovalutato dai burocrati del PT, che riescono a vedere il mondo solamente a due colori: o lo Stato – che si rifà al socialismo – o il mercato – che si rifà al neoliberismo. La società, che non è né Stato né mercato liberale, tuttavia, si è svegliata e ha mostrato il suo volto nel 2013. Non è monolitica né utilitaristica, né conservatrice né progressista, ma molteplice e indomabile. Inoltre, la società unifica il suo nemico nella misura in cui sa che entrambi – Stato e mercato – camminano sempre insieme. I liberisti sanno che dipendono dallo Stato per assicurare il principale dei diritti nel loro immaginario: la proprietà privata. Gli statalisti ugualmente sanno che lo Stato oggi è un grande mercato comandato dagli oligopoli economici, come lo stesso caso brasiliano dimostra.

Entrambi vendono le loro versioni come se fossero uniche e inevitabili, senza che sia possibile trovare una linea di fuga capace di superare questo gioco ripetuto. La società, tuttavia, sa che esiste questa uscita. Ogni volta fioriscono sperimentazioni create dai soggetti più vari per reinventare in modo permanente la nozione di spazio collettivo, di festa e scuola, di natura e sviluppo, delineando alternative economiche, politiche ed ecologiche al binomio Stato/mercato e alla sua logica del capitalismo consumista e della burocrazia disconnessa dalla società. Disegnare questa alternativa passa per una decolonizzazione generale del pensiero, liberarsi da complessi di sottosviluppo e inferiorità. Il mondo oggi respira attraverso strutture e i dilemmi dell’Europa. Syriza e Podemos sembrano mostrare quanto questa briglia richieda un’alternativa che potrebbe germogliare proprio da qui, con i collettivi di occupazione, con la lotta contro l’obsolescenza programmata, con la vita guidata da altri motivi che non il denaro, con l’alimentazione rivolta alla salute, nella varietà e nella qualità. Al contrario di ciò che si pensi, nulla di questo è esclusività di una “minoranza illuminata”, ma desiderio di molti che non si vedono rappresentati dalla mancanza di coraggio di progetti Stato-mercato. Si tratta sì di un’utopia che molti vorrebbero intraprendere.

NOTE

[1] UFFICIALISMO: neologismo dallo spagnolo (Arg.) “oficialismo”, o portoghese (Br.) “governismo”. Prospettiva ricorrente di pensiero e analisi che è caratterizzata per assumere il governo stabilito come alfa e l´omega. Generalmente associata con le linee egemoniste e nazionale-popolare, in cui il potere si forma nel campo dell’autonomia del politico tra amico e nemico. Esiste anche in forma mitigata, come “ufficialismo critico”, in cui il livello di governo svolge il ruolo di ultima instanza, come sovradeterminazione della azione politica.

Immagine in apertura: Brasile, votazione al Senato sull’impeachementi di Dilma Rousseff, 12 maggio 2016

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