Proponiamo un primo estratto dal libro “Verso una civiltà della decrescita. Prospettive sulla transizione”, curato da Marco Deriu e pubblicato nel 2016 dall’editore napoletano Marotta e Cafiero. L’articolo di Giacomo D’Alisa funge da Introduzione alla terza parte, intitolata “Scenari e rischi socio-ambientali” – con interventi di Agnès Sinaï, Yves Cochet e Erik Assadourian. Ringraziamo il curatore e l’editore per la disponibilità a ripubblicare questo materiale.
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Le questioni ambientali sono l’emblema della crescente complessità dei problemi sociali contemporanei. Sintomi di un modello di sviluppo teso all’aumento della capacità produttiva, che nella sua versione egemonica antepone gli interessi del capitale a ogni altra aspirazione etico-politica. La caratteristica peculiare e, direi, più subdola dei problemi ambientali nasce dal loro dispiegarsi silenzioso. Le catastrofi ambientali sono flemmatiche nel loro manifestarsi. Al di là di qualche spettacolare immagine dello scioglimento delle calotte polari, che mostrano la caduta fragorosa di mastodontiche masse di ghiaccio, infatti, le conseguenze del mutamento climatico si insinuano giorno per giorno, a poco a poco, nella vita di milioni di persone minandone la resilienza.
Per Rob Nixon la riduzione della criosfera, la produzione costante di nuove sostanze tossiche e la conseguente diffusione biologica delle stesse, la deforestazione – sia legale che illegale – le radiazioni ionizzanti e non, l’acidificazione degli oceani, sono il risultato di una violenza lenta, «… che accade gradualmente, lontano dagli sguardi. Una violenza dalla distruttività ritardata che è dispersa nel tempo e nello spazio, una violenza logorante, normalmente per nulla percepita come violenza» (Nixon 2011, p. 2). Tale vessazione è il risultato di quella socializzazione dei costi delle imprese che William Kapp denunciò essere la sistematica conseguenza delle attività imprenditoriali lasciate in preda alle logiche del libero mercato (Kapp 1978 [1963]). Agli inizi degli anni Sessanta del secolo passato l’economista tedesco, trasferitosi negli Stati Uniti d’America per scappare dal regime nazista, sviluppò una tesi contraria all’eccezionalità delle esternalità di mercato. Mentre, infatti, gli economisti sostenitori delle teorie economiche dominanti trattano le esternalità semplicemente come uno dei fallimenti del mercato, Kapp mostrò invece, ripetutamente, l’indissolubile legame tra le imprese di successo e la capacità delle stesse di socializzare i propri costi.

Per gli economisti convenzionali le esternalità sono l’eccezione alla regola del buon funzionamento dei mercati che nel loro naturale dispiegamento perseguono il bene comune; per Kapp le esternalità sono invece la regola e il risultato è tutt’altro che il benessere generalizzato. In particolare, le esternalità negative andrebbero meglio definite come trasferimenti dei costi. Quanto più un’impresa riesce con successo a trasferire i costi derivanti dalle sue attività al di fuori della sua azienda su terzi ignari, tanto più sarà capace di accumulare profitti. In seguito, sposando a pieno la tesi di Kapp, Joan Martinez-Alier ha mostrato la relazione storica esistente tra le conseguenze distruttive della socializzazione dei costi e l’aumento dei conflitti ambientali. I conflitti ecologici distributivi sono l’ovvia conseguenza di quell’ecologia dei poveri che emerge dalle esigenze materiali di milioni di persone nel mondo che vedono minate le loro possibilità di vita dalle attività delle imprese estrattive (Martinez-Alier 2009).

Le compagnie petrolifere in Ecuador, Peru, Nigeria, le imprese minerarie in Argentina e in Chile, il disboscamento in Amazzonia, le multinazionali dell’agro-industria sparse in Africa sono tra gli esempi di maggior successo della socializzazione sistematica dei costi d’impresa e dalla violenza lenta che le imprese multinazionali perpetuano in quelle geografie ancora lontane dall’immaginario occidentale. L’ecologia dei poveri si oppone alla violenza lenta della contaminazione, ma fatto salvo qualche importante risultato positivo, tende tuttavia a soccombere di fronte agli attori forti dei mercati internazionali.

Le catastrofi ambientali generate prevalentemente dalla socializzazione dei costi delle imprese sono il risultato di una strategia che insieme a Federico Demaria ho definito accumulazione per contaminazione [accumulation by contamination], ovvero quell’insieme di strategie usate dal capitale per realizzare con successo la socializzazione dei costi, che degrada i mezzi di esistenza e i corpi degli essere umani per trovare nuove possibilità di valorizzazione capitalistica. Esempi di accumulazione per contaminazione sono l’inquinamento degli ecosistemi, le conseguenze epidemiologiche di tale inquinamento, l’alterazione dei cicli chimici, biologici e geologici (D’Alisa e Demaria 2013).

Tale strategia è complementare all’accumulazione per espropriazione [accumulation by dispossession] con cui il geografo neo-marxista David Harvey ha voluto designare quell’insieme di pratiche extra-economiche per mezzo delle quali il capitale, inteso come forza sociale, si appropria costantemente dei (nuovi e vecchi) mezzi di produzione per rilanciare il processo di accumulazione. Come Marx tenne a chiarire fin dall’inizio i metodi dell’accumulazione originaria, ridefinita appunto da Harvey “accumulazione per espropriazione”, furono (e sono ancora) tutt’altro che idilliaci e spesso la parte del leone nella storia dell’accumulazione originaria l’hanno fatta (e ancora fanno) le conquiste, la schiavitù, i furti, l’uccisione, la forza bruta.

Parafrasando Rob Nixon, si potrebbe sostenere che l’accumulazione per espropriazione si manifesta prevalentemente come violenza spettacolare e immediata, mentre l’accumulazione per contaminazione si manifesta nella maggior parte dei casi come violenza lenta. I rischi socio-ambientali contemporanei sono generati da questa doppia strategia del capitale. Contemporaneamente questi rischi provocano, nell’immediato, conseguenze tragiche soprattutto per gli attori più deboli della società, che non hanno altra possibilità che diventare strenui oppositori di determinate attività economiche. Per questo spesso le imprese non si esimono dal sostenere regimi dittatoriali, qualora questi ultimi si mostrino accondiscendenti ai loro progetti: emblematico il caso dell’estrazione e produzione del petrolio in Nigeria (Nixon 2011). In altri casi le imprese cercano di trarre maggior profitto dallo svilimento della legislazione ambientale e dall’introduzione di procedure semplificate di appalto grazie alla dichiarazione dello stato di emergenza: emblematica in questo caso la gestione dei rifiuti in Campania (D’Alisa et al 2010).

Scenari post normali

Nel prosieguo non mi soffermerò sulle preoccupanti conseguenze politiche che potrebbero emergere a seguito dell’aumento delle crisi ambientali nel mondo. Lo scenario a mio avviso più preoccupante vedrebbe l’instaurarsi di una sorta di emergenzocrazia, vale dire un regime di fatto autoritario però realizzato in un contesto di democrazia formale in cui istituzioni governative, in nome di una necessità impellente di agire, per affrontare appunto le crisi ambientali, imporrebbero con la forza scelte di politica economica deleterie per parti più o meno consistenti della società.

Mi soffermerò, invece, sulla necessità di un mutamento nell’approccio scientifico ai problemi ambientali contemporanei. Se si vuole garantire la qualità dei processi decisionali in un contesto di complessità crescente e quindi di incertezza crescente circa la genesi e gli effetti dei rischi ambientali; se l’urgenza nell’agire non si deve trasformare in un decisionismo autoritario; se si vuole dare il giusto ascolto alla pluralità dei valori in gioco; allora il ruolo della scienza e degli scienziati nell’arena socio-politica deve essere ripensato. Il mutamento climatico, la gestione dei rifiuti industriali, la produzione di legna, la pesca intensiva, l’estrazione su larga scala di metalli, la ricerca di nuove fonti energetiche fossili sono questioni aperte caratterizzate da grande incertezza che necessitano decisioni urgenti. Inoltre, su di esse insistono una pluralità di prospettive portatrici di interessi e valori legittimi ma spesso divergenti. In tutti questi casi, secondo Funtowicz e Ravetz, il miglior approccio scientifico da adottare è quello da loro definito di Scienza Post-Normale (Funtowicz e Ravetz 1994).

Secondo tali autori, ci sono tre possibili strategie scientifiche utili alla risoluzione dei problemi, ciascuna con il proprio spazio di applicazione delimitato dal livello d’incertezza e dai valori in gioco nel processo di realizzazione di una certa attività che necessita di conoscenze scientifiche per essere realizzata. Nei casi in cui l’incertezza è facilmente definita e controllata dalle normali procedure statistiche e gli interessi in gioco di poca rilevanza, le normali procedure della scienza applicata sono sufficienti. Si pensi per esempio alle applicazioni scientifiche sviluppate per poter costruire un ponte e permettere il passaggio là dove determinate condizioni non permettono il transito a raso, perché ci passa una linea ferroviaria, c’è un piccolo fiume o semplicemente bisogna sopraelevarsi rispetto a un altro manto stradale.

Nei casi in cui il livello d’incertezza cresce e gli interessi in gioco sono alti, la scienza applicata da sola non è più sufficiente per prendere una decisione circa le attività da realizzare da parte di un impresario, o più in generale un appaltatore, è necessario l’apporto della consulenza professionale. Questa seconda strategia serve le necessità di un determinato interesse, a differenza della ricerca applicata che è orientata a rispondere a un obiettivo generale. Un consulente scientifico deve essere pronto ad affrontare situazioni imprevedibili e a offrire consigli da esperto le cui probabilità di insuccesso non sono facilmente definibili da valori statistici. Continuando con l’esempio del ponte, si pensi alle competenze e alle informazioni scientifiche da mobilitare per realizzare un ponte con la campata più lunga mai realizzata in una zona a rischio inondazione. Si aggiunga a tale situazione il fatto che la realizzazione dell’opera comporta la delocalizzazione di persone e attività socio-economiche.

Gli scenari futuri sono però ancora più complessi data l’incertezza sistemica che caratterizza le questioni ambientali contemporanee. Oltre a essere molto alto il livello di incertezza, crescono anche gli interessi in gioco ed emerge una pluralità di prospettive legittime ma spesso divergenti. La realizzazione di una determinata attività compromette vasti gruppi della società minandone l’economia, la cultura e in un numero crescente di casi la possibilità di sopravvivenza. In questo caso né la scienza applicata né la consulenza professionale sono sufficienti. L’approccio necessario in questi contesti è la scienza post-normale. Infatti in questi casi non basta più il giudizio della comunità di pari, ovvero del gruppo di scienziati che dà l’assenso e certifica la validità di un certo studio e risultato scientifico. Nei casi di scienza post-normale la comunità di pari deve essere estesa e la qualità del processo così come del risultato da realizzare può essere garantita solo se tutti coloro con un interesse nell’attività in questione sono messi in condizione tale da poter esprimere la propria opinione e apportare la propria conoscenza sulla questione (Funtowicz e Ravetz 1994). La costruzione del ponte sullo stretto di Messina è un esempio di contesto da scienza post-normale, perché non solo comporta la costruzione di un ponte a campata unica tra i più lunghi del mondo, ma è un progetto che dovrebbe essere realizzato in una zona a forte rischio sismico la cui imprevedibilità è ampiamente riconosciuta, dove per di più insiste un tessuto mafioso fittissimo e che comporterebbe la completa rivisitazione degli assetti economici dell’area.

Al fine di meglio comprendere l’evoluzione degli approcci scientifici si può considerare l’esempio delle dighe. Per moltissimi anni la progettazione e la localizzazione delle dighe ricadeva nello spazio decisionale della scienza applicata. L’incertezza sul controllo delle inondazioni, le riserve di acqua le decisioni di irrigazione e di distribuzione erano gestiti scientificamente con tecniche statistiche. A seguito dei numerosi fallimenti – si pensi al caso del Vajont in Italia (Armiero 2013) – e la crescita delle dispute sulle dighe, la semplice scienza applicata ha lasciato il posto alle consulenze professionali. Gli esperti hanno iniziato a ragionare sui costi e i benefici, sulla possibile localizzazione, sugli impatti ambientali, offrendo al processo politico una serie di informazioni scientifiche che spesso vedono fronti contrapposti di consulenti ed esperti. Tuttavia, oggi la questione sul come, se e quando costruire una diga ricade nel regno della scienza post-normale. L’intera logica delle grandi dighe è messa in questione e le incertezze idro-geologiche sono affiancate da critiche di natura sociale e/o fondate su credenze religiose.

Per fugare ogni ombra di dubbio sul supposto spirito antiscientifico della riflessione proposta, vale la pena di evidenziare che la scienza cosiddetta “pura”, ovvero quella ricerca mossa dal semplice desiderio di nuove scoperte e dalla curiosità del ricercatore, non è messa in discussione dai sostenitori della scienza post-normale che anzi la ritengono il fondamento di ciascuno delle tre strategie discusse. Anche se i detrattori principali della scienza post-normale accusano i sostenitori della stessa di sostenere la produzione di una pseudo-scienza, tanto Ravetz quanto Funtowicz hanno spesso sottolineato che non hanno mai pensato di discreditare la conoscenza degli esperti, ma al contrario di aver fin dall’inizio voluto pensare a un approccio che aiutasse tali esperti in contesti nei quali una situazione di scienza post-normale emerge. Per esempio, ancora nel 2011 Ravetz rimarcava che: «la motivazione alla base del nostro disegno di scienza post-normale era un aiuto a mantenere la salute e l’integrità della scienza sotto le nuove condizioni nelle quali opera» (Ravetz 2011, p. 155).

Le nuove condizioni sono appunto dettate dall’emergenza dei rischi ambientali con complessità sistemiche non lineari, la cui manifestazione costituisce sempre più terreno di contesa, in particolar modo per ciò che concerne l’allocazione delle responsabilità delle conseguenze nefaste della violenza lenta della contaminazione. C’è una grande incertezza sulle cause e gli impatti dei fenomeni contemporanei (il cambiamento climatico, l’estensione degli organismi geneticamente modificati, lo sviluppo delle nanotecnologie, le nuove politiche nucleari, la proliferazione di nuovi contaminanti), alti interessi in gioco (finanche il benessere e la sopravvivenza di diverse culture ed etnie) e irriducibili conflitti di valore (per esempio la comparazione di quanto vale una generazione rispetto alle successive, una comunità rispetto a un’altra o una specie rispetto a un’altra).

In tali condizioni, secondo Funtowicz e Ravetz, la scienza normale (nel senso di Thomas Kuhn), quella che si sviluppa in laboratorio e si estende attraverso la scienza applicata alla conquista della natura, non è più adeguata per offrire soluzioni ai problemi ambientali globali. Centrale al contributo scientifico deve essere la qualità, non intesa come appropriata gestione dell’incertezza, ma come processo integrato capace di rispondere alle differenti preoccupazioni che emergono dalla pluralità delle narrazioni che articolano la questione in gioco.

La decrescita e l’attraversamento dei rischi ambientali

La scienza post-normale segna il passaggio da una razionalità sostantiva a una razionalità procedurale che riguarda un processo il cui obiettivo non è più cercare la soluzione ottimale, bensì dar vita a una soluzione condivisa e saggia (Giampietro 2003). Invece che a una comunità di esperti – come quella che gestisce le questioni della sostenibilità – i problemi di scienza post-normale devono essere affidati a una esperta comunità, ovvero un gruppo esteso di pari che emerge durante il processo di valutazione e di decisione.

Un’esperta comunità capace di articolare una composizione di fatti estesi, che vanno dalla diversità della conoscenza (scientifica, indigena/locale/tradizionale) a una pluralità di valori (sociali, economici, ambientali, etici, culturali) e credi (materiali e spirituali), che insieme ai fatti scientifici informano l’analisi del problema in gioco. La scienza capace di risolvere problemi occuperà un ruolo importante anche nella transizione alla decrescita, anche solo per scegliere un insieme di linee di azioni per affrontare l’eredità della civiltà industriale, vale a dire le mega-dighe, le industrie nucleari, lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, un clima ormai alterato nei sui equilibri.

Seppure la riflessione sul ruolo della scienza in un’ipotetica società della decrescita sia ancora a uno stato sommario, il punto di partenza di tale riflessione non può non essere l’approccio della scienza post-normale in quanto la propensione al dialogo, la legittimità dei valori, la garanzia del rispetto della pluralità di prospettive legittime, il riconoscimento dell’incertezza sistematica, lo sradicamento del monopolio dell’esperto sono i principi alla base di entrambi i processi immaginativi: quello post-normale e quello decrescitista. Importante è muovere i primi passi magari accompagnati da diversi registri di scrittura come quelli raggruppati nella presente sezione: il registro culturale-scientifico utilizzato da Agnès Sinaï; il registro da manifesto politico di Yves Cochet e il registro immaginativo-narrativo di Erik Assadourian.

Bibliografia

Armiero M., 2013, Le montagne della patria. Natura e nazione nella storia d’Italia. Secoli XIX e XX, Einaudi, Torino.

D’Alisa, G., Burgalassi D., Healy H., e Walter M., 2010, Conflict in Campania: Waste emergency or crisis of democracy, Ecological Economics 70 (2), 239-249.

D’Alisa G e Demaria F., 2013, Dispossession and contamination: strategies for capital accumulation in the waste market, Lo Squaderno, 29, 37-39.

Kapp W. K., 1978 [1963], The Social Cost of Business Enterprises, Spokesman, Russell House, Bulwell Lane, Nottingham.

Nixon R., 2011, Slow Violence and the Environmentalism of the Poor, Harvard University Press, Massachusetts.

Martinez-Alier J., 2009, L’ecologia dei poveri. La lotta per la giustizia ambientale, Jaca Book, Milano.

Funtowicz S. O. e Ravetz J. R., 1994, “Uncertainty, Complexity and Post Normal Science,” Environmental Toxicology and Chemistry, 12(12): 1, 881–5.

Giampietro M., 2003, Multi-Scale Integrated Analysis of Agroecosystems, CRC Press. London.

Ravetz, J. R., 2011, “Climategate” and the Maturing of Post-Normal Science, Futures 43: 149–57.

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Foto della diga di Oroville a rischio crollo (California, 2017): tratta da www.ecologiae.com

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