Questo articolo di Alberto Bradanini, uscito sul sito La Fionda (che va ringraziato) e che Effimera ripubblica è una sintesi lineare e illuminante di quanto abbiamo sotto i nostri occhi da tempo. La guerra ibrida anticinese, che lui chiama “guerra fredda americana”, è stata avviata dagli Usa ben prima che arrivasse Trump, c’è ampia documentazione al riguardo. In un saggio del 2006, l’accademico ed editorialista di The Nation, Michael T. Klare, sosteneva che che fin dai tempi dell’amministrazione Bush gli Stati Uniti avevano cominciato l’escalation militare anticinese, per altro rivendicata esplicitamente dal segretario di Stato, Condoleezza Rice. Questa preparazione a un conflitto futuro era già in corso nonostante sussistesse ancora la cosiddetta chain-gang economics (definizione del sociologo filippino Walden Bello), che rendeva Cina e Usa complementari sul piano economico, ma dalle parti di Washington si pensava già a come far fuori militarmente il partner troppo ingombrante.

Ci sarà poi il “pivot to Asia” dell’accoppiata Obama-Clinton a rendere evidente – ma non ancora dichiarata – tale strategia: dimostrazione del fatto che quando si tratta di sistema industriale-militare da tenere in piedi e di eccezionalismo come rivelazione della grazia di Dio, la differenza tra repubblicani e democratici è puro spettacolo. In politica internazionale, l’eccezionalismo si rivela nell’autoproclamato diritto di proiettare la propria forza strategica in tutti i teatri del mondo, precludendo ad altri di fare lo stesso, come sottolinea bene Bradanini.

Se vogliamo, Donald Trump è stato solo il più rozzamente coerente a trasformare la guerra ibrida in linea politica esplicita e provocatoria; per poi arrivare all’ultimo della lista, Joe Biden, che prosegue le provocazioni e la manovra di accerchiamento cercando di coinvolgere sempre più spesso i partner storici secondo cerchi concentrici basati sulla “fedeltà” e, verrebbe quasi da dire, l’affinità etnico-culturale: prima gli altri Five Eyes anglosassoni (Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito), poi gli alleati-già-occupati asiatici (Giappone e Corea) e infine l’Europa, che non sa bene se affermare una propria esistenza al mondo partecipando entusiasta al progetto statunitense o rivendicando qualche margine di autonomia. Come Nanni Moretti: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”

La Cina non è l’aggressore; la Cina, se mai, è il paese aggredito. A scanso di equivoci, non si sminuiscono qui i dossier Xinjiang, Hong Kong, Taiwan. Che però, sono di tutt’altra natura, almeno finché non diventano materia di propaganda per le “democrazie”.

Nel mio piccolo, le testimonianze dirette che ho raccolto negli ultimi dieci anni trascorsi in Cina non fanno che confermare. Senza dilungarmi ed esclusivamente a titolo aneddotico, ricordo per esempio quell’attaché militare britannico che un giorno mi disse off-the-record: “Noi dobbiamo imporre alla Cina le nostre regole”, dilungandosi poi nei dettagli di un accerchiamento navale. A volte questi tipi si sbottonano, basta un bicchiere di vino e la convinzione che tutti i giornalisti stranieri partecipino alla narrazione unica. Non hanno tutti i torti, perché ricordo bene quel collega di un grande media corporate atlantico con un passato da inviato a Mosca che un giorno mi disse: “Gli anni Novanta sono stati i migliori per la Russia”. Sì, avete capito bene: gli anni della frantumazione dell’ex Unione Sovietica, dell’alcolizzato Eltsin, degli oligarchi, delle ricette draconiane di Wb e Imf. Gli anni dell’umiliazione che ci conduce fino a Vladimir Putin. La Cina – secondo il colonialista offeso – dovrebbe finire allo stesso modo. E poi c’è quell’intellettuale di Taiwan, consigliere della presidente Tsai, che a microfoni spenti un bel dì mi disse: “Ci vorrebbe un’alleanza di tutte le democrazie per contenere la Cina”.

La menzione di Taiwan, ci consente comunque di aggiungere qualcosa all’articolo di Alberto Bradanini, senza pretesa di esaurire il dibattito. La sua interpretazione dei rapporti tra le “due Cine” è illuminante e anche la recente presunta escalation sullo stretto di Formosa sembra più un fatto spettacolare che reale (andrebbe per esempio fatta una riflessione sul perché Taiwan sia diventata improvvisamente La notizia subito dopo la rovinosa fuga statunitense dall’Afghanistan). Secondo chi scrive, il tema vero è però che lo “status quo” che tutti proclamano di voler mantenere (Cina, Taiwan, Usa), può pendere da una parte o dall’altra. Finché a Taiwan c’era al potere il Guomindang, pendeva verso la Cina: si consideravano tutti cinesi, erano allineati sul consenso del 1992 e sul principio di “una sola Cina”, facevano affari insieme; pian piano – era questa l’idea aleggiante in Cina continenatale – il ritorno di Taiwan sarebbe avvenuto da sé, senza colpo ferire e con tanti bei soldini in circolazione. Da quando al potere a Taipei ci sono invece i Democratici Progressisti, lo status quo pende dall’altra parte, con Tsai Ing-wen che cerca sempre più un riconoscimento internazionale per trasformare l’ex Formosa in una nazione indipendente di fatto: non più cinesi, ma semplicemente taiwanesi, il che corrisponde anche alla composizione etnica variegata dell’isola. Le giovani generazioni, che “cinesi” non sono mai state, sembrano al momento andare in quella direzione. È vero che in Cina non c’è tutta questa pressione popolare per invadere Taiwan (e se non c’è pressione, di conseguenza il governo mantiene tranquillamente lo status quo), ma la formula che qui tutti mi ripetono è: “nessuno deve sottovalutare la determinazione cinese nel far tornare Taiwan alla madrepatria” e qualsiasi strappo dall’altra parte dello stretto sarebbe intollerabile proprio per ragioni interne. A questo punto, sollevando un punto di domanda rispetto all’interpretazione di Alberto Bradanini, non sono sicuro che gli Usa siano così ansiosi di cacciarsi in questo vespaio, anche se Taiwan è per loro del tutto imprescindibile e funzionale all’accerchiamento della Cina.

Un’altra osservazione è che – da bravo ex ambasciatore – Bradanini ha un’impostazione di politica internazionale che prescinde abbastanza dai conflitti e dai rapporti di classe all’interno dei Paesi di cui parliamo. Voglio dire che, giusto per fare un esempio, l’alleanza del Partito comunista cinese con il grande business di Taiwan (e di Hong Kong) in ottica sviluppista, fa sì che le nuove generazioni taiwanesi e hongkonghesi finora escluse da questo patto sociale un po’ strano pendano invece dall’altra parte. Ma a complicare ulteriormente la questione, c’è il fatto che comunque il Pil nominale pro capite a Taiwan e Hong Kong sia di gran lunga superiore a quello della Cina continentale (rispettivamente, 25mila – 48mila – 9mila dollari Usa), il che induce spesso a un diffuso razzismo dei presunti oppressi nei confronti dei presunti oppressori cinesi. Insomma, pur correttissime dal punto di vista della politica internazionale, le tesi di Bradanini rischiano talvolta di echeggiare la retorica della “nazione proletaria” contrapposta alle “nazioni borghesi”, quando ben sappiamo che, quando si passa dalle relazioni internazionali a una visione d’insieme, tutto diventa molto più complesso.

Gabriele Battaglia

 

P.S. Il tema che viene trattato in questo testo e l’introduzione di Gabriele Battaglia rendono ancor più attuale la riedizione, per i tipi di Mimesis, del libro di Giovanni Arrighi, Adam Smith a Pechino, originariamente pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 2008 e oggi introvabile. A quasi 15 anni di distanza, alcune considerazioni di Arrighi si dimostrano assai pertinenti. Il libro discute della “grande divergenza” tra Cina ed Europa (sino alla II guerra mondiale) e poi tra Cina e Usa (negli ultimi 40 anni), che ha caratterizzato il progressivo distacco e perdita di capacità economica della Cina a favore dell’Occidente a partire dalla rivoluzione industriale di fine Settecento. Una “divergenza” che si è ampliata per i primi 150 anni, sino alla rivoluzione maoista ma, che negli ultimi decenni ha segnato un’inversione di rotta. Il “catching up” (inseguimento con successo) della Cina ha così alterato i rapporti geopolitici mondiali. Arrighi aveva previsto questa evoluzione, purché fossero rispettate due condizioni:

  1. la capacità del governo cinese, in primo luogo del Partito comunista, di puntare su un efficace mix di “buona” concorrenza inter-capitalistica, promozione della divisione sociale e non tecnica del lavoro, investimento nelle tecnologie capital-saving, valorizzazione di nuovi modelli di impresa (le cosiddette “imprese di municipalità e di villaggio”), governo “centralizzato” degli strumenti creditizi e monetari; un insieme di interventi che ormai ha consentito alla Cina di attestarsi quasi sui livelli di ricchezza occidentali.
  2. la necessità di sviluppare una cooperazione internazionale in grado di garantire a Occidente come a Oriente uno sviluppo sostenibile (dal punto di vista ambientale e sociale), all’interno di un rispetto reciproco e multipolare. È necessario, cioè, rompere la dicotomia tra un’adesione troppo stretta da parte della Cina al modello di sviluppo occidentale ad alta intensità energetica, da un lato, e la pretesa statunitense di ridefinire un nuovo secolo americano all’insegna della sua egemonia politica, militare ed economica.

Queste due condizioni non erano presenti ieri, né lo sono oggi. Le politiche occidentali, (Usa e Europa) non intendono accettarle, perché la loro supposta (e illusoria) supremazia verrebbe messa in discussione. Il declino Usa e dell’Europa inizia qui. Discuteremo di ciò prossimamente con una recensione della nuova edizione del libro di Arrighi.

Andrea Fumagalli

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La nascita dell’Aukus (alleanza Australia-Gran Bretagna-Stati Uniti) e la guerra fredda americana contro la Repubblica Popolare Cinese – di Alberto Bradanini.

Il tema è complesso, lo spazio limitato per definizione e alcuni passaggi appariranno apodittici. D’altro canto, tale percorso guadagna in limpidezza e posizionamento, specie quando si ha a che fare con temi cruciali come la pace, la guerra e il futuro del mondo.

Già nel V secolo a.C., Confucio aveva rilevata la necessità di procedere a una rettificazione dei nomi. Se questi sono manipolati e non riflettono la realtà – egli rimarcava – il loro uso è fonte di malintesi, un dialogo autentico tra gli uomini diviene impossibile e la vita sociale ne risente in profondità.

Giacomo Leopardi osservava al riguardo:

“I buoni e i generosi sogliono essere odiatissimi perché chiamano le cose coi loro nomi. Colpa non perdonata dal genere umano, il quale non odia tanto chi fa male, né il male stesso, quanto chi lo nomina. Cosicché, mentre chi fa male ottiene ricchezze e potenza, chi lo nomina è trascinato sui patiboli, essendo gli uomini prontissimi a soffrire qualunque cosa dagli altri o dal cielo, purché a parole ne siano salvi”.

In un suo scritto, Malcom X afferma che “se non si fa attenzione, i media ci fanno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono”. E questo vale anche per le nazioni.

Semplificando un po’, ma a vantaggio della chiarezza, gli Stati Uniti, a partire da Reagan essenzialmente – alla luce di un relativo ridimensionamento sulla scena mondiale – hanno gradualmente imposto una militarizzazione delle relazioni internazionali (colpi di stato, invasioni, sanzioni e interferenze di vario genere, in Europa un azzardato avanzamento della Nato verso Est, in violazione degli accordi a suo tempo definiti tra Bush padre e Gorbaciov, e via dicendo). Non che con Reagan, e ancor prima, tale caratteristica fosse assente, ma questa era attenuata da una maggiore attenzione alla dimensione politica, e dunque un minor ricorso all’uso della forza.

Già agli inizi dell’Ottocento, John Quincy Adams, sesto presidente americano, aveva teorizzato che “la migliore garanzia della sicurezza degli Stati Uniti sarebbe stata l’espansione”. A quel tempo l’obiettivo era quello di impossessarsi delle terre spagnole sul continente americano, oggi è il mondo intero, senza alcuna limitazione.

Nell’Occidente americano-centrico si concentra la più micidiale macchina da guerra del pianeta (la sola spesa militare statunitense equivale, come noto, alla somma di quelle delle dieci nazioni che seguono in graduatoria, Cina e Russia comprese). Certo, la Cina possiede potere di deterrenza, anche nucleare, che basta e avanza per una guerra devastante, ma non possiede – come gli Stati Uniti – 800 basi militari disseminate in 74 paesi (oltre 100 siti militari e 65-90 ordigni nucleari solo in Italia[1], in violazione del Trattato di Non Proliferazione da entrambi ratificato, una violazione sulla quale l’arco politico italiano – indistintamente – stende da decenni un poco onorevole velo di omertà).

La Cina dispone di una sola base militare, a Gibuti, dove l’abbiamo persino noi, utilizzata soprattutto per proteggere le navi mercantili contro i pirati somali.

Quando si evoca il complesso militare-industriale Usa, sfugge talora che esso non produce solo armamenti, ma si estende all’informazione, all’entertainment, al cinema, tecnologia, accademia e via dicendo, tutto lautamente finanziato dal cosiddetto bilancio della difesa. Non è un caso se in una trama inestricabile tra internet-media, finanza e stato profondo, il Ceo di Amazon Jeff Bezos – è solo un esempio tra i tanti – abbia acquistato con le briciole del suo impero finanziario uno dei maggiori quotidiani al mondo, il Washington Post, e divida le informazioni con l’intelligence Usa.

Secondo Milton Friedman, uno dei padri del neoliberismo, le imprese private, a prescindere dalle dimensioni, non hanno alcuna responsabilità sociale, devono solo massimizzare i profitti. Una proposizione divenuta tragica realtà. È così che le corporazioni sono completamente unaccountable. Esse rendono conto della loro condotta (e nefandezze) solo a un consiglio d’amministrazione, non certo alla collettività, vale a dire allo Stato – quest’ultimo ormai privo di quelle prerogative che dovrebbero rispecchiarne l’indipendenza, la sovranità democratica e la capacità di fare un’effettiva politica sociale e di welfare. Immensi i danni causati da un sistema così congeniato, che nessuna assiologia politica tenta nemmeno di mettere in discussione e che genera tensioni e conflitti, dentro e fuori dai confini. E la Nuova Guerra Fredda dichiarata dagli Stati Uniti contro la Cina è un suo prodotto.

Secondo la narrativa prevalente, La Cina poi costituirebbe una minaccia alla pace e alla sicurezza dell’Occidente. Noi saremmo depositari di valori superiori. E la rivalità sarebbe insanabile, basata su distanze politiche, economiche e ideologiche, sebbene poi i rapporti tra i due fronti siano in contraddizione con tale assunto. A fine anno – ad esempio – il commercio Cina-Usa supererà i 635 mld di dollari (in aumento del 30% dall’inizio della guerra commerciale dichiarata da Trump tre anni orsono), a dimostrazione che il dio profitto ha sempre un piano B.

Taiwan

Per quanto concerne Taiwan, stando a un riassunto del web di un incontro dell’American Enterprise Institute tenutosi il 2 novembre a Orlando in Florida – alla presenza di autorevoli sostenitori di D. Trump, tra cui Hal Brands, Dan Blumenthal, Gary Schmitt, Michael Mazza, John Bolton e altri – anche la destra americana riconosce che recuperare l’isola ribelle non ha per Pechino nulla di ideologico o stravagante. Persino un ipotetico governo cinese amico dell’America metterebbe in cima alla sua agenda politica il recupero dell’isola, territorio storico della Cina.

Certo, per la Repubblica Popolare sarebbe bene che ciò avvenisse con il consenso dei taiwanesi – i quali però, come sappiamo, sono contrari. Pechino, tuttavia, è consapevole che un conflitto con Taiwan avrebbe profonde ripercussioni sulla stabilità e l’economia del paese, senza contare che la deterrenza militare di Taipei (a prescindere dal possibile intervento degli Stati Uniti) non renderebbe la conquista dell’isola una passeggiata. In buona sostanza, a dispetto della narrazione occidentale che attribuisce a Pechino la volontà di usare la forza – e nonostante il narcisismo di Xi Jinping che vorrebbe passare alla storia come il ri-conquistatore dell’isola – la leadership del Partito nel suo insieme ha mostrato sinora sufficiente sangue freddo. Mancano infatti evidenze che l’esercito cinese stia preparando l’invasione dell’isola. La Cina opera sub specie eternitatis, sa aspettare – e rebus sic stantibus, in linea con gli auspici esposti da Deng Xiaoping poco prima di morire – intende demandare la soluzione del problema alle future generazioni di dirigenti (quando le condizioni politiche sui due fronti lo consentiranno). Non è un caso, del resto, che Taipei non abbia mai superato la soglia critica della formale dichiarazione d’indipendenza, che Pechino si adopera a scongiurare in ogni modo, per evitare di trovarsi esposta a un’opzione potenziale che costituisce il sogno segreto degli americani, una trappola esiziale di cui la dirigenza cinese è quanto mai consapevole.

Il Mar Cinese Meridionale e Orientale

In un documento Nato approvato a Bruxelles nel giugno scorso – di formulazione americana, è superfluo rilevare – si statuisce che la Cina è oggi un rischio per la sicurezza occidentale, senza beninteso che venga prodotta alcuna evidenza di ciò: i diritti umani, tema spinoso e complesso, le discutibili attività antiterrorismo nel Xinjiang e altri ambiti non condivisibili della politica cinese – sui quali si può e si deve essere critici – nulla hanno a che vedere con la sicurezza degli Stati Uniti o dell’Occidente. Solo uno sprovveduto, del resto, potrebbe credere che gli Stati Uniti si preoccupino davvero dei musulmani del Xinjiang alla luce, se vi fosse bisogno di altre ragioni, delle tante guerre di aggressione antislamiche da essi scatenate in Medio Oriente negli ultimi settant’anni.

Nelle parole dell’ex-PM australiano, Paul Keating, “la Cina costituisce una minaccia non per quello che fa, ma per quello che è”. È la sua sola esistenza a turbare il sonno della superpotenza. L’emersione di un paese che ospita un quinto dell’umanità è considerata illegittima, un’insidia alla supremazia di quell’impero voluto da dio per governare un pianeta irrequieto, la sola nazione davvero indispensabile al mondo, secondo il lessico patologico di Bill Clinton. Gli Stati Uniti non possono tollerare chi non si lascia intimidire, chi non si piega al principio mafioso dell’obbedienza, come l’Europa ad esempio, chi costruisce il proprio benessere in autonomia.

Nel citato vertice di Bruxelles, il presidente francese Emanuel Macron aveva obiettato che forse, essendo situata dall’altra parte del mondo, la Cina non avesse molto a che vedere con la Nato (l’acronimo inglese significa infatti Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord). Biden deve aver ascoltato educatamente. Poi, dopo alcune settimane, si è appreso che il contratto franco-australiano per la produzione di sottomarini tradizionali era stato sostituito da quello per la fornitura di sottomarini statunitensi a propulsione nucleare.

Il governo francese legge la notizia sui giornali. Il messaggio è chiaro: lo statuto di vassallaggio dell’Europa prescrive l’obbedienza, come si dice nella lingua di Dante, senza fiatare. La Francia subisce un colpo alla sua industria e richiama per qualche giorno i suoi Ambasciatori da Washington e Canberra, e tutto finisce lì.

Tralasciando un’infinità di altri armamenti, nei mari cinesi – secondo i dati disponibili – gli Stati Uniti dispongono già di 14 sommergibili nucleari, ognuno con 24 batterie di missili Trident, ciascuna a sua volta dotata di 8 testate indipendenti. Ogni sommergibile, dunque, è in grado di polverizzare con testate nucleari 192 città o siti strategici nel mondo intero. Essi, per di più, saranno presto sostituiti da una nuova generazione di sommergibili (classe Colombia), ancor più micidiali. La Cina possiede solo quattro rumorosi sommergibili di vecchia generazione, che non possono allontanarsi molto dalla costa, ciascuno dei quali dispone di 12 missili a testata singola, non in grado di raggiungere il territorio americano, i quali entro il 2030 potrebbero essere integrati da altri quattro, un po’ meno rumorosi.

Secondo l’agenzia Bloomberg nel passato novembre l’Air Force americana – solo per citare un episodio – ha effettuato 94 sortite sul Mar Cinese Meridionale. Alcuni velivoli sono giunti a 16 miglia dalle acque territoriali cinesi. E si tratta, come tutti sanno, di una pericolosa provocazione routinaria.

La logica suggerisce che, trattandosi di acque cinesi, le attività militari americane costituiscano una minaccia alla sicurezza della Cina, non viceversa. E possiamo solo immaginare le reazioni americane se – per simmetria – una flotta cinese (navi e sottomarini) armata di missili nucleari si aggirasse nel Golfo del Messico davanti alla Florida. Meglio non pensarci (o meglio, basta pensare a Cuba ‘62).

Non contenti dell’enorme disparità di potenza di fuoco, gli Stati Uniti – Biden o Trump, in un paese a dominazione corporativa privatistica non è certo un presidente fa la differenza – rafforzano il dispositivo militare in mari lontani dalle loro coste, investendo su armamenti nucleari e fatti persino pagare all’Australia, che di certo non faranno scendere la tensione.

A questo fine chiamano all’appello due dei cosiddetti Five Eyes (i cinque occhi) – Australia e Regno Unito, in attesa magari che si aggiungano Canada e Nuova Zelanda, in qualche ruolo di comparsa – creando un’inedita alleanza, l’Aukus appunto, incaricata di contenere la Cina e nello specifico di garantire la libertà di navigazione in quei mari. Una libertà che Pechino, in verità, non ha mai messo in discussione.

È così che Stati Uniti e Regno Unito, paesi dotati di armi atomiche, trasferiranno materiali militari nucleari all’Australia, uno stato non-nucleare, violando la lettera e di certo lo spirito del TNP (“Trattato di non proliferazione nucleare“, ndr.), spingendo altri paesi non dotati di armi nucleari a seguire l’esempio, rendendo ancor più insicura la regione dell’Asia-Pacifico.

I nuovi sottomarini entreranno in attività tra molti anni, ma fin d’ora spingono la corsa agli armamenti, aprendo un’altra falla nel regime di non-proliferazione e minacciando finanche l’impianto giuridico del Trattato di Rarotonga, che nel lontano 1986 aveva istituito la zona del Pacifico meridionale libera da armi nucleari. Insomma, si torna indietro, seguendo la prassi del doppio standard e della convenienza imperiale, persino su un tema cruciale come la non-proliferazione.

Quanto alla libertà di navigazione, quello che la Cina contesta – ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (firmata a Montego Bay nel 1982) è la facoltà dei paesi terzi di svolgere attività militari e di intelligence entro le 200 miglia dalla costa (nella cosiddetta Zona economica esclusiva, istituita dalla Convenzione stessa). E la Cina non è la sola a resistere a tale pretesa, L’India, ad esempio, ha lo stesso contenzioso con gli Stati Uniti, i quali beninteso se ne infischiano e continuano a fare i loro comodi.

Poiché la Convenzione è effettivamente ambigua sul punto, siamo di fronte a un tipico problema di interpretazione, che andrebbe affrontato per le vie diplomatiche e non mettendo mano al grilletto.

Non solo, mentre impongono una strumentale interpretazione estensiva del Diritto del Mare, gli Stati Uniti tacciono sulla banale circostanza di essere la sola potenza marittima a non aver ratificato tale cruciale Convenzione, perché ciò avrebbe impedito alle flotte americane di navigare liberamente in acque altrui.

L’ostilità nei riguardi della Cina non ha pertanto a che fare con la sicurezza. Il sogno (nemmeno segreto) dell’egemonismo americano è che il gigante asiatico imploda e venga sostituito da un insieme litigioso di staterelli deboli e sottosviluppati, incapaci di sfidare il dominio imperiale. Secondo tale patologia, un mondo plurale è inconcepibile. Le nazioni non possono convivere pacificamente nella diversità, ciascuna con le proprie caratteristiche ideologiche, sociali ed economiche. No, questo non è consentito.

Se mira a emanciparsi, prima politicamente (con Mao Zedong), poi anche economicamente (con Deng Xiaoping, perché la sola gamba politica non sarebbe stata sufficiente per affrancarsi dal dominio coloniale o neocoloniale), la Cina deve fare i conti con l’aggressione politica, economica e (chissà?) militare.

Un trattamento, si dirà, che non viene riservato solo alla Cina. Basti pensare a Cuba, Venezuela, Iran, Siria e via dicendo, tutti orwellianamente accusati a modulazione di frequenza di mettere a repentaglio la sicurezza degli Stati Uniti, senza che questo susciti non dico lo sdegno universale ma almeno qualche sorriso. Nel silenzio delle nazioni-vassalle come quelle europee (media, accademici e politici), la ragione è quanto mai evidente: si tratta di paesi che non si piegano alle American preferences, che perseguono quella che il National Security Council qualifica come successful defiance, e per tale ragione vengono accusate – con il fedele sostegno degli apparati mediatici – di violazione di diritti umani, terrorismo, possesso di armi di distruzione di massa e via dicendo.

Già alla fine degli anni ’40 il presidente Truman chiamava eccesso di sviluppo l’intento delle nazioni povere di voler uscire a modo loro dal sottosviluppo e dal colonialismo.

L’elenco delle guerre, interferenze e pesanti violazioni del diritto e dell’etica internazionale è noto, ma un rinfresco di memoria fa sempre bene: Cuba, Vietnam, Iran, Serbia, Iraq, Siria, Libia, Afghanistan, 15 altri solo in Sud America, tra cui Nicaragua, Cile, Panama, le prigioni/torture di Guantanamo, Bagram, Abu Graib altre segrete, omicidi extragiudiziali “al drone”, la vicenda Jullian Assange e quella di Edward Snowden, e via dicendo. Solo dal 1947 al 1989 gli Stati Uniti hanno organizzato 70 tentativi di regime change (l’eufemismo sta per colpi di stato), 64 sotto copertura, 6 con sostegno militare aperto. In 25 casi, i tentativi hanno avuto successo con l’instaurazione di un governo amico, in altri 39 sono invece falliti[2].

Ciò ha causato milioni di vittime, rifugiati, distruzioni, degrado e via dicendo, tutto per promuovere i sani valori della democrazia e dei diritti umani.

I paesi-target sono stati amici e nemici, nazioni grandi e piccole, paesi democratici e dittature. L’unico criterio è stato il principio mafioso dell’obbedienza: chi non si piega deve stare all’erta, perché prima o poi viene aggredito, politicamente, economicamente e se del caso anche militarmente.

È bene chiarire che non si tratta qui di pregiudiziali posizioni antiamericane, poiché quel popolo è il primo a soffrire delle amorali politiche di potenza e arricchimento illimitato dell’oligarchia americana. Del resto, le coscienze più emancipate di questo grande popolo si sono sempre battute contro tali aberrazioni, pagando pesanti tributi personali.

Quanto all’Unione Europea, l’Alto rappresentante per gli affari esteri Josep Borell – informato a suo tempo della vicenda sommergibili – dichiarava che

“l’Aukus ha un forte impatto sull’Unione nel suo insieme e ciò è tanto più grave poiché la cancellazione del contratto franco-australiano è stata annunciata lo stesso giorno della pubblicazione della strategia europea per l’Indo-Pacifico”.

È così che abbiamo appreso anche noi che l’Unione ha una sua strategia sull’Indo-Pacifico. Con acume inatteso, poi, Borell aggiunge che gli europei sarebbero assai preoccupati dall’Aukus. Incantevole. Sarebbe interessante leggere qualche statistica in proposito. I cittadini europei non sarebbero invece preoccupati per la disoccupazione, il precariato, la chiusura degli ospedali, il decadimento dei servizi pubblici e via dicendo. No, essi sarebbero preoccupati per l’Aukus.

Michael Roth, poi, Ministro tedesco agli Affari Europei ha definito l’Aukus una “sveglia per tutta l’Unione Europea”, mentre quello degli Affari Esteri sempre tedesco Heiko Mass (entrambi del passato governo Merkel) ha affermato che più del contenuto è il modo in cui è avvenuta la cancellazione del contratto dei sommergibili francesi che è “irritante e deludente, non solo per la Francia, ma per tutta l’Europa”, aggiungendo testualmente: “per gli europei, il problema non è tanto la perdita di un contratto (bisognerebbe tuttavia chiederlo ai francesi, prendo la libertà di rilevare). Se gli Stati Uniti agiscono così con la Francia – continua costui – la seconda economia e il paese che dispone dell’esercito più potente in Europa, cosa impedisce agli americani di fare lo stesso con altri paesi europei?”. Strepitoso anche questo. Di tutta evidenza, solo a Heiko Mass dev’essere sfuggito che gli Stati Uniti fanno esattamente così da 76 anni.

Infine, in Europa (e dunque in Italia) – per ragioni che non v’è spazio per illustrare – non dico la Destra, ma nemmeno la cosiddetta Sinistra riconosce alla Cina il merito straordinario (dal punto di vista valoriale) di aver creato in pochi decenni un benessere inedito per una popolazione che nella storia aveva conosciuto solo fame e miseria. Va da sé che tale traguardo ha avuto un costo: se la rivoluzione non è un pranzo di gala (come affermava Mao), nemmeno l’uscita dal sottosviluppo e l’emancipazione dal neocolonialismo sono un pranzo di gala. Per gli eredi contemporanei dei valori socialisti di un tempo la solidarietà è una nozione utile a raccogliere qualche plauso (e voto) sulla misera esistenza degli immigrati, accolti nel nome dell’amore universale per essere poi abbandonati sui marciapiedi a cavarsela da soli, non certo per esprimere pieno apprezzamento a chi ha affrancato dalla povertà un miliardo di persone, senza nemmeno infastidirci.

Invece dell’Aukus, per chiudere, il pianeta avrebbe altre urgenze di cui occuparsi:

1) il rischio (come già rilevato) di una guerra nucleare che segnerebbe la fine del genere umano. Secondo il doomsday clock – l’orologio dell’apocalisse –– la distanza dalla mezzanotte, che segnerà la fine del mondo, è oggi misurata non più in minuti ma in secondi (per l’esattezza cento secondi), tanto più che quel pulsante è ora sostanzialmente affidato alle macchine;

2) un capitalismo incontrollato, inasprito dall’onnivora crudeltà neoliberista, che concentra immense ricchezze nelle mani di pochi individui;

3) la distruzione dell’equilibrio ecologico, la cui ragione strutturale risiede proprio nella bulimia delle corporazioni private interessate solo al profitto.

In una diversa prospettiva, gli Stati Uniti potrebbero riflettere sulla pessima scelta di creare un’ulteriore innecessaria alleanza militare (l’Aukus appunto), sedendosi invece intorno a un tavolo come un paese normale, per contribuire alla soluzione di queste e di altre emergenze. Oggi, purtroppo, tale prospettiva è una chimera. L’ipertrofia oligarchica di potere e ricchezze, pericolosa per il mondo e lontana dai bisogni dello stesso popolo americano, non potrà essere contenuta dalle deboli restrizioni del diritto internazionale, ma solo da profondi cambiamenti interni, sociali, valoriali e di rapporti di potere, oltre che da un graduale riequilibrio di forze sulla scena internazionale, al raggiungimento del quale il contributo di Cina, Russia e altre nazioni resistenti  sarebbe certamente meglio apprezzato se accompagnato da istituzioni politiche rinnovate in tema di libertà e partecipazione, un quadro di rinnovamento questo di cui anche le nazioni occidentali avrebbero grande bisogno.

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Note:

[1] Secondo il maggiore esperto mondiale Hans Kristensen, della Federation of the American Scientists, gli ordigni  nucleari in Italia  sarebbero circa 35: cfr. H. Kristensen, “NATO Nuclear Weapons Exercise Over Southern Europe” (ndr.).

[2] Linsday A. O’Rourke, Covert Regime Change, Cornell University Press, 2018