Blocchiamo tutto è stata la colonna sonora che ha attraversato tutte le iniziative dello sciopero generalizzato del 22 settembre.

Blocchiamo tutto contro il silenzio complice del genocidio in Palestina.

Blocchiamo tutto per contrastare dal basso la vendita d’armi e gli scambi commerciali e finanziari che alimentano il genocidio.

Blocchiamo tutto perché siamo l’equipaggio di terra della Sumud flottilla.

Blocchiamo tutto perché le politiche di controllo e sterminio dei palestinesi sono anche un laboratorio di sperimentazione di come intendono gestire i conflitti nel mondo.

Blocchiamo tutto perché a questo serve uno sciopero.

Il 22 settembre per la prima volta abbiamo assistito ad uno sciopero generalizzato.

Non è stato il solito sciopero, ridotto a semplice rappresentazione delle rivendicazioni di questa o quella categoria del lavoro, sia perché ha coinvolto una moltitudine di soggetti ben oltre il lavoro formalmente riconosciuto, sia perché ha provato a rompere le reti della produzione, che attraversano i territori e la vita.

Blocchiamo tutto era l’unico linguaggio utilizzabile per incidere sulla produzione, l’unico linguaggio che politicanti ed affaristi comprendono.

Per questo il 22 settembre in tutta Italia, sono stati bloccati porti, strade, stazioni ferroviarie.

Di fronte a queste azioni di sciopero ed alla enorme partecipazione moltitudinaria, fino ad un certo punto il ministero degli interni ha preferito usare un basso profilo, tanto che per esempio si è riusciti ad occupare i binari a  Napoli ed a Torino.

A Milano, invece, sarà perché viene definita la capitale finanziaria, sarà perché far passare l’idea che gli scioperi così articolati possano nuovamente servire a qualcosa ha preoccupato le alte sfere della politica e dell’economia, si è deciso di usare da subito la mano pesante.

Al primo tentativo di entrare in stazione centrale, sono volate da subito le manganellate, in perfetto stile decreto sicurezza.

L’applicazione di quella norma, che non lascia spazio ad alcuna mediazione possibile, è la principale responsabile di ciò che è successo a Milano.

Le manganellate, però, invece di provocare la fuga degli oltre 50.000 manifestanti, hanno al contrario stimolato l’istinto di autodifesa collettiva, ognuno a suo modo, ma tutti e tutte insieme.

La responsabilità di tre ore di scontri dentro e fuori dalla Stazione centrale di Milano è frutto di una precisa scelta politica del Ministero degli Interni e tra l’altro, non a caso, subito dopo la polizia ha deciso di caricare con gli idranti il blocco del porto di Venezia e della tangenziale di Bologna.

C’è un vizio fin troppo antico che in Italia accompagna le politiche repressive, ossia la criminalizzazione e la separazione tra presunti buoni e presunti cattivi, una sorta di riedizione in chiave moderna del dividi et impera.

A gran voce la propaganda di regime si è subito messa all’opera: pochi violenti, delinquenti, provocatori rovinano le pacifiche manifestazioni in solidarietà con la Palestina.

Prima di rispondere vale sicuramente  la pena di provare ad analizzare alcune affermazioni bipartisan.

Meloni, Tajani, e la compagine governativa, oltre a sbracciarsi in prevedibili epiteti all’insegna dei seminatori di odio, ricordano che non è questo il modo di aiutare i palestinesi.

Agli epiteti sarebbe inutile rispondere, semmai bisognerebbe ricordargli che sono loro a gestire l’ordine pubblico e che se invece di cercare la prova di forza militare avessero fatto come a Napoli e Torino (in cui sono stati occupati i binari), non ci sarebbero state tre ore di scontri.

Inoltre, appare evidente che per loro il modo migliore di aiutare i palestinesi è quello di vendere armi a fare affari con i loro carnefici.

Ecco, certo, hanno ragione, noi definiamo il termine aiutare in maniera antitetica alla loro.

Ci sono poi le dichiarazioni degli esponenti del cosiddetto centro sinistra, all’insegna del noi condanniamo i manifestanti violenti, ma la Meloni deve condannare Netanyahu.

Anche in questo caso vale la pena di sottolineare alcune piccolezze.

La prima è quella che non si scorge nemmeno un cenno sulla gestione dell’ordine pubblico, per cui si presume che in fin dei conti a costoro l’applicazione del decreto sicurezza, al di là delle chiacchiere, non dispiaccia cosi tanto.

La seconda è che proprio sembra mancargli il senso delle proporzioni: due vetrine rotte e quattro sassi sono equiparabili a oltre 170.000 morti a Gaza?

Sembra di sentire quella vecchia canzoncina: se tu dai una cosa a me io poi do una cosa a te.

D’altronde parliamo di personaggi che hanno una visione un po’ strana del termine violenza, dato che promuovono guerre e incrementano gli affari dei trafficanti d’armi (spesso fanno pure parte dei consigli di amministrazione), ma quella non la considerano violenza, invece se vola un sasso…

A tutti costoro vale la pena ribadire che non siamo disponibili a farci usare per i loro giochetti strumentali e che non siamo separabili in buoni e cattivi, ma che ognuno a suo modo eravamo e siamo tutte e tutti per bloccare tutto!

Mettetevelo bene in testa chi il 22 settembre è stato ferito o arrestato è sangue del nostro sangue.

Libere tutte, liberi tutti!

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Foto di apertura: La Presse