Il contributo di Marco Fama rappresenta una critica della microfinanza, in quanto  istituzione capitalistica. La microfinanza è raccontata al di là di ogni retorica. Essa è spiegata come una vera e propria (bio)politica monetaria che realizza una forma di dominio attraverso l’istituzione di rapporti creditizi che mettono a valore la condizione di povertà. Le nuove forme di governo della povertà incentrate sul (micro)debito, nel mentre si avvalgono della produzione discorsiva neoliberale per mezzo della quale sono presentate come un’occasione di auto-emancipazione per i poveri, portano questi direttamente nel cuore dei meccanismi di spoliazione messi in atto dai mercati finanziari; attraverso le logiche del debito/colpa a queste sottese, inoltre, viene ad esprimersi una forma fattiva di biopotere che ambisce a produrre – tra coloro i quali più di chiunque altro avrebbero motivo di insorgere – delle soggettività docili. Una riflessione preziosa per coloro che aspirano a riappropriarsi di un sapere monetario che sfidi la violenza finanziaria.

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«Credit is the economic judgment on the morality of a man. In credit, the man himself, instead of metal or paper, has become the mediator of exchange, not however as a man, but as the mode of existence of capital and interest»

 

Marx, Appunti su James Mill

 

Le nuove governamentalità

 

I passaggi che hanno portato alla formazione di un nuovo ordine nel discorso della povertà sono stati analizzati da Kanyal Sanyal in uno dei suoi ultimi libri[1]. Vorrei solo ricordare, sulla scorta di quanto fatto dall’economista indiano, il modo in cui dalla lettura storicista dello sviluppo – operata tanto dai liberali che dall’ortodossia marxista – si sia passati ad una nuova regolarità discorsiva il cui risultato è stato quello di intensificare il carattere governamentale delle politiche messe in campo.

L’esigenza di riorientare le strategie di «lotta» alla povertà nasce dal fallimento dei grandi piani di sviluppo dell’epoca postcoloniale e dalla crisi del modello fordista/keynesiano, nonché dei dispositivi governamentali ad esso connessi. In tal senso è emblematico il discorso che Robert McNamara, ex presidente della Banca Mondiale, tenne a Nairobi nel 1973. Rivolgendosi al comitato dei governatori della stessa istituzione riunitosi in Kenya, l’ex segretario di stato americano riconosceva come l’imperativo della crescita economica non fosse sufficiente a combattere la povertà assoluta, sostenendo che occorresse lanciare un attacco diretto nei confronti di essa.

Nei fatti, questo momento segna il passaggio verso una nuova epoca per la Banca Mondiale, le cui attività di concessione creditizia sono state da allora gradualmente spostate dalle grandi infrastrutture per l’industria «moderna» a progetti mirati in sostegno dell’agricoltura di sussistenza, della fornitura di alloggi, istruzione e salute per i più poveri. Ciò che può apparire come una logica inversione di tendenza, tuttavia, non fa che riflettere una nuova manipolazione discorsiva attraverso la quale, piuttosto che aggredire le cause strutturali della povertà, si è inteso spostare il punto focale sulla vita dei poveri. Ancora una volta intesi come incapaci, diseducati, inadeguati, si pretende che essi rinuncino alla propria cultura, alle proprie abitudini alimentari, alle forme di cura tradizionali, giudicate non conformi ai precetti dello sviluppo e della «modernità».

In sostanza, si tratta di una nuova tecnica discorsiva la quale, chiamando direttamente in causa le soggettività, agisce su un piano che appare come immediatamente biopolitico, nella misura in cui è la vita stessa dei poveri ad essere completamente assorbita. Rispetto a ciò, i progetti di educazione finanziaria e di microcredito orientato al mercato su cui si basano le nuove strategie di «lotta» alla povertà, sembrano fare un ulteriore passo in avanti. Espungendo completamente la parola «sfruttamento» dal campo del discorso, questi nuovi dispositivi si inscrivono in quella che potrebbe definirsi come una vera e propria «metafisica della povertà», ovverossia un sistema di pensiero all’interno del quale il povero diviene il solo cui poter imputare la responsabilità della propria condizione posto che non è stato in grado di approfittare delle opportunità che gli sono state offerte, giacché privo di intraprendenza, diseducato, ontologicamente inetto. In essi, di fatti, viene ad esprimersi una sorta di «darwinismo sociale», inteso come «fondamento ideologico di un meccanismo di legittimazione delle disuguaglianze attraverso la responsabilizzazione e la colpevolizzazione degli individui per la propria condizione»[2].

Il «povero», improvvisamente chiamato a trasformarsi in homo œconomicus, è costretto a rompere con le forme che  garantivano un tempo la sua sussistenza per abbracciare l’«etica del lavoro» capitalista. A partire da una sua supposta condizione di inferiorità culturale, lo si obbliga a ripensare sé stesso e la natura dei rapporti sociali nel suo contesto di appartenenza, caricandolo di un senso di colpa per il debito che è chiamato ad onorare ed obbligandolo a monetizzare i suoi legami affettivi, spesso usati come un vero e proprio meccanismo di garanzia a sostituzione del collaterale.

D’altro canto il microcredito, presentato come un’occasione di autoimpiego per i poveri, non fa che riproporre su una scala diversa la stessa ideologia che ha fatto del lavoratore «autonomo» e sempre più precario la figura preponderante del nuovo paradigma accumulativo.

La riorganizzazione della produzione derivante dalla crisi del fordismo – il cosiddetto ohnismo – intendeva sottrare centralità alla fabbrica ed al lavoro, spostando il fronte dei conflitti e dei processi di soggettivazione[3]. Ma il lavoro «autonomo», in cui il tasso di sfruttamento viene spinto al massimo, implica comunque un insieme di capacità relazionali, comunicative, creative, le quali non possono dispiegarsi se non in virtù di una iniziativa del soggetto[4]. È per questo che il capitale, laddove non può esercitare il proprio dominio diretto sul lavoro vivo mediante «costrizioni gerarchiche», si trova sempre più ad agire sul piano della produzione biopolitica, investendo in maniera totale l’informazione, il linguaggio, il modo di vita, i gusti. Ambisce, cioè, a fabbricare soggetti in grado di accettare o, addirittura di scegliere, proprio quello che gli viene imposto.

Una critica alla «economia del bisogno» di Sanyal

Sanyal legge il microcredito come uno strumento teso a finanziare ciò che egli chiama «economia del bisogno», ovverossia  uno spazio esterno alle logiche dell’ accumulazione, nutrito dal capitale al fine di veder garantite le condizioni della propria legittimazione.

Laddove, in una fase storica precedente, il capitalismo aveva potuto fare affidamento su di una egemonia semplice, «governando per tesi», l’ambiente democratico postcoloniale avrebbe obbligato lo stesso a confrontarsi con istanze provenienti da più fronti, costringendolo a rinunciare – riformulandone i contenuti – alla violenza caratteristica dei processi di spossessamento originari. 

Nell’incapacità di presentare il proprio interesse di parte come interesse generale, e dunque di assimilare l’intera società, il capitalismo postcoloniale avrebbe in sostanza potuto fare affidamento esclusivamente su di una sorta di «egemonia complessa», dovendo ricorrere a nuove e più sottili strategie governamentali per riuscire ad imporre la propria legittimità.

Nel discorso di Sanyal, in definitiva, l’accumulazione originaria, lungi dall’essere una fase transeunte del capitalismo, si ripresenta continuamente nell’immanenza di questo anche se in maniera ribaltata: siamo dinanzi al tentativo di assoggettare gli spossessati che lo sviluppo produce attraverso il deflusso di una certa quantità di risorse verso l’esterno del capitale al fine di garantire ai nuovi reietti un minimo accesso a dei mezzi di sussistenza inibendone, al contempo, le possibili resistenze.

In questa lettura, per molti versi utile, viene tuttavia a mancare un’analisi sul modo in cui la microfinanza si è andata evolvendo nel corso degli ultimi decenni. In particolare, su come quella che Milton Bateman definisce la new wave della microfinanza[5] – fortemente sospinta, tra gli altri, da Banca Mondiale, USAID e Nazioni Unite – sia andata gradualmente svincolando il microcredito dalle sovvenzioni esterne per aprire a questo le porte dei mercati finanziari.

Non vi è bisogno qui di ribadire come il capitalismo finanziario-cognitivo rappresenti una mutazione operata al fine di riattivare il processo accumulativo, estendendo ed intensificando le pratiche di spoliazione e di sfruttamento. Questa trasformazione si spiega per una ragione molto semplice: il capitalismo è infatti un sistema che se non si espande, se non trova il modo di estrarre continuativamente nuovo valore, è destinato a perire. È per effetto di questa bramosia che si compie, come correlato dello sviluppo delle forze produttive, il passaggio descritto da Marx nel primo libro del capitale dalla cosiddetta «sussunzione formale» alla «sussunzione reale»[6] sino a quella che, ai tempi odierni del biocapitalismo, potrebbe forse definirsi come una «sussunzione totale»[7]. 

Questo incedere del capitale dà luogo ad un movimento necessariamente espansivo proprio in ragione del fatto che il modo di produzione capitalistico ha sempre bisogno di mettere a valore nuovi corpi, alla stregua di quanto originariamente ottenuto attraverso il sistema delle enclosure. È per questo che ha senso asserire che la cosiddetta accumulazione originaria, con tutte le pratiche di spossessamento che la contraddistinguono, è in realtà un processo che si ripresenta continuamente nell’immanenza.

Se si comprendono i termini di tale ragionamento appare allora evidente come non sia possibile che il capitale, per il semplice fatto di dover assicurare la propria legittimità, tolleri, ed addirittura promuova, l’esistenza di uno spazio ad esso esterno. La «economia del bisogno», come esposta da Sanyal, sebbene comporti alcuni vantaggi per il capitale, equivarrebbe di fatti ad una battuta di arresto per questo. 

(Il)logiche finanziarie

Parallelamente alla crescente precarizzazione delle condizioni lavorative – quale dispositivo teso ad aumentare il tasso di sfruttamento -, le nuove strategie di «lotta» alla povertà dovrebbero essere lette come un metodo attraverso cui il capitale, facendo leva sugli strumenti della finanza, cerca di «succhiare» ulteriore valore, non già – come in passato – includendo direttamente i poveri all’interno dei processi immediatamente produttivi o adoperandoli strategicamente come un esercito industriale di riserva, ma lasciandoli ai margini in una condizione di perenne autosfruttamento.

Vale la pena richiamare qui uno degli aspetti fondamentali del capitalismo finanziario che, per quanto ovvio, può trarre in inganno: sebbene da un punto di vista formale l’accumulazione di rendita che avviene per mezzo dei mercati finanziari pare fare a meno dell’intermediazione dei processi produttivi comunemente intesi, ciò non vuol dire in nessun caso che essa non trovi comunque il suo fondamento ultimo nello sfruttamento dei corpi. La novità è costituita dal fatto che, all’interno del nuovo paradigma, si tende a mettere a valore la vita stessa, così come essa viene ad esprimersi in tutti quegli aspetti della cooperazione sociale che eccedono i luoghi ed i tempi immediatamente deputati al lavoro. Giocando con le parole, si potrebbe dire che stiamo assistendo ad un trasformazione del «lavoro vivo» in «vita lavorata».

La «crisi della legge del valore-lavoro»[8] ci pone certamente di fronte ad un problema di tracciabilità del valore stesso. Ma essa non elimina, ed anzi esaspera, la natura dello sfruttamento che si cela nei rapporti che regolano la produzione sociale. Ed è proprio in questi, in ultima istanza, che si intrinseca il potere sociale del capitale che è in primo luogo quello di adoperare i corpi nell’esercizio di un comando sulla produzione presente e futura. Se la si legge in chiave sistemica, di conseguenza, la finanziarizzazione altro non può essere che un tentativo di riaffermare questo potere in risposta alla caduta del saggio di profitto registratosi a partire dalla fine degli anni Sessanta.

Per rientrare in tema, cercando di contestualizzare quanto affermato, può essere utile il caso dell’India postcoloniale. Il fallimento delle politiche di piano le quali, benché presentate sotto il carattere depolicizzato della fredda neutralità tecnocratica, inseguivano nei fatti un vero e proprio processo di accumulazione originaria non dissimile da quello ampiamente descritto da Marx per l’Inghilterra, lascia aperti molti interrogativi.

Da un lato, come in molti hanno già fatto, occorrerebbe volgere uno sguardo al passato per spiegare le cause che, nonostante gli sforzi profusi dai vari governi, hanno condotto a risultati solo parziali in termini di sviluppo capitalistico. Dall’altro si tratta di analizzare il presente per cogliere gli effetti del formale ritrarsi dello Stato dalla scena economica e per contestualizzarli all’interno dei rapporti di potere sui quali insistono le forme contemporanee dell’accumulazione.

Da questo punto di vista non può essere considerata affatto casuale la coincidenza tra l’ascesa delle politiche di stampo neoliberista e il diffondersi delle nuove strategie di «lotta» alla povertà e all’esclusione sociale «dal basso». Quest’ultime, semmai, appaiono del tutto consunstanziali allo smantellamento dei sistemi di welfare in atto a partire dagli anni ottanta.

Come rileva lo stesso Sanyal, il microcredito, a conti fatti, non rappresenta che un modo di sostituire le classiche forme statali di redistribuzione di reddito e consumo con la redistribuzione di attività produttive. Nondimeno, se per l’economista indiano questa «riunificazione dei poveri coi mezzi di lavoro» è operata al fine di nutrire una «economia del bisogno» al di fuori dello spazio guidato dalla logica dell’accumulazione, a ben vedere i nuovi dispositivi adoperati si inscrivono, al netto delle finalità dichiarate, in dei veri e propri processi di «accumulation by dispossession», tanto per utilizzare l’espressione in voga di Harvey[9].

È in questi termini che, a mio avviso, deve essere letta la crescente insistenza da parte delle stesse agenzie di sviluppo internazionali sul principio dell’autosufficienza finanziaria delle Istituzioni di Microfinanza (IMF).  Di fatti, non si tratta soltanto di liberare lo stato dal suo eventuale ruolo di sovvenzionatore, quanto di rendere altresì disponibili – grazie all’innalzamento dei tassi di interesse e all’apertura ai mercati finanziari – elevate opportunità di profitto in uno di quei settori che, in tempi di crisi dell’economia globale, continua ad essere in enorme espansione.

Restano comunque da spiegare le ragioni che hanno reso possibile in tempi piuttosto brevi una così forte espansione della microfinanza, sospinta da una domanda di crediti che, a detta degli analisti, supererebbe di gran lunga l’offerta. Si può supporre che i programmi di aggiustamento strutturale promossi dal Washington Consensus, con il ridimensionamento dei trasferimenti statali, abbiano finito col generare una crisi della riproduzione sociale proprio in quei settori della popolazione a più basso reddito, i quali si sono visti pertanto obbligati a ricorrere al credito pur di garantire le condizioni della propria sussistenza[10]. In tal senso alcuni studi hanno già dimostrato come, indipendentemente dai fini dichiarati, i debiti contratti vengano spesso impiegati per far fronte a delle necessità primarie come l’alimentazione, la salute o l’istruzione dei figli[11].

Variando leggermente di tema, altre ricerche hanno evidenziato come, anche quando impiegato per lo sviluppo di attività generatrici di reddito, piuttosto che garantire automaticamente il miglioramento delle condizioni del nucleo famigliare, il credito, precipuamente indirizzato alle donne, non faccia che aumentare il carico di lavoro di queste, le quali spesso devono avvalersi dell’aiuto dei propri figli per poter comunque mandare avanti le faccende domestiche[12].

Aldilà della retorica dominante per la quale il microcredito rappresenterebbe uno strumento di emancipazione femminile, il sospetto è che esso sia un mero strumento attraverso cui sussumere le donne all’interno dei processi di valorizzazione del capitale, sistematizzandone lo sfruttamento e lasciando invece intatte le basi sociali su cui si riproduce la loro condizione di subordinazione.

Il paradigma del debito

Se si conviene con quanto sin qui osservato, la microfinanza appare per quel che è: uno strumento perfettamente coerente con le esigenze dell’accumulazione capitalistica che, non a caso, fa leva sul debito quale dispositivo prediletto attraverso cui il capitale esercita il proprio pieno «potere sulla vita».

A questo punto non possono sfuggire le similitudini tra il microcredito e i cosiddetti mutui subprime. Anche in quel caso si trattava di includere nel mercato del credito dei settori della popolazione che ne erano esclusi  in quanto considerati eccessivamente rischiosi.

Dietro a ciò che può apparire come un inopinato attacco di generosità da parte delle banche, si celava in realtà l’esigenza di mettere in qualche modo a frutto l’ingente massa di liquidità presente nel sistema.

L’intera vicenda dei mutui subprime, di fatti, deve essere analizzata alla luce dei passaggi che, dalla crisi del modello fordista e dalla fine della convertibilità in oro del dollaro, hanno portato alla nascita dell’attuale paradigma finanziario. Essa non rappresenta che il culmine di quei processi, più volte descritti da Marrazzi, di finanziarizzazione del welfare e di privatizzazione del deficit spending statale messo in moto negli anni ottanta del secolo scorso[13].  All’interno di questa stessa cornice, l’improvviso successo del microcredito può – e forse deve – essere letto come una sorta di ricollocazione in seno ai privati dei processi di indebitamento dei paesi cosiddetti «in via di sviluppo», a partire dal colpo di grazia inferto a questi dalla svolta monetarista e dalla deflazione degli anni ottanta.

Tanto i subprime come il microcredito non fanno che palesare la centralità assunta dal debito all’interno del nuovo paradigma, in quanto strumento fondamentale della finanziarizzazione. Gli stessi scambi, le compravendite, l’accesso ai beni più essenziali sono ormai mediati da qualche forma di debito, generando un sistema fondato su uno stato di necessità permanente.

Nel 2010 lo stato indiano dell’Andrah Pradesh, all’interno del quale si concentra oltre il 30% dei prestiti totali esborsati dalle IMF indiane, è stato colpito da un’intensa crisi tristemente nota per l’ondata di suicidi che ha colpito intere famiglie sopraffatte dai debiti. Tale crisi deriva da una accesissima concorrenza tra IMF, la quale ha provocato il sovraindebitamento di interi settori della popolazione originando una vera e propria bolla finanziaria non tanto dissimile, nella sostanza, da quella dei subprime.

Al pari di quest’ultimi, la microfinanza sembra dunque inscriversi all’interno di un progetto politico preciso il quale, facendo leva sul binomio necessità/debito, tende a comprimere ogni giorno le condizioni di vita degli individui aumentando il tasso di sfruttamento.  Più propriamente, essa pare costituire un tentativo di estendere tale progetto verso gli stessi margini del sistema, occupando nuovi spazi da riconfigurare sulla base di quel rapporto creditore-debitore che per Nietzsche è alla base dell’organizzazione sociale.

Come osserva Lazzarato, partendo proprio da Nietzsche, sono «il debito e il rapporto creditore-debitore a costituire il paradigma soggettivo del capitalismo contemporaneo, dove il “lavoro” è al tempo stesso un “lavoro su di sé”, dove l’attività economica e l’attività etico-politica della produzione del soggetto vanno di pari passo. È il debito a tracciare addomesticare, fabbricare, modulare e modellare le soggettività»[14]. Non si tratta dunque di nutrire uno spazio esterno alle logiche dell’accumulazione, quanto piuttosto di preparare il terreno a nuovi processi di spossessamento attraverso una vera e propria opera genealogica di fabbricazione di soggetti adoperabili, dotati di una memoria costruita su un senso di colpa. Un meccanismo che appare reso perfetto nel caso della microfinanza, la quale – adoperando la responsabilità nei confronti del gruppo, la vergogna e la minaccia dell’esclusione come meccanismi di sostituzione del collaterale – investe le relazioni sociali in maniera totale.

Nel debito viene inoltre ad esprimersi un’ulteriore dimensione di quell’ethos della distanza – per usare l’espressione suggestiva proposta da Carmelo Buscema – che caratterizza ogni fase della continua accumulazione del capitale[15]. Una distanza espressa originariamente dalla separazione fisica dei produttori dai  mezzi di produzione; che va allargandosi per mezzo dell’espropriazione dei saperi, oggettivati nella macchina fordista; che passa per l’isolamento degli individui, quale risultato della cellularizzazione toyotista e della controrivoluzione conservatrice; che giunge infine alla loro autoestraneazione attraverso il credito in cui, come osserva Marx, viene ad esprimersi la forma più brutale di alienazione, dal momento che con esso sono le virtù sociali di un uomo, il suo valore, la sua stessa vita ad essere monetizzate – cioè mercificate attraverso l’elezione di una misura astratta che costituisce l’imposizione del punto di vista capitalistico su una realtà che non nasce dentro i rapporti sociali capitalistici.

Ciò appare tanto più vero nei confronti del «povero», donna o uomo che non può avvalersi di garanzie materiali; in questo caso, infatti, è indispensabile agire sul piano della produzione biopolitica. In tale ottica non stupisce che la microfinanza sia solitamente coadiuvata da tutta una panoplia di programmi di «educazione finanziaria», di cura dell’igiene e della salute dei poveri. Posto che «la morte del povero è l’evenienza peggiore per il creditore»[16], è necessario farsi carico della sua vita.


[1]Cfr. Sanyal K., Ripensare lo sviluppo capitalistico. Accumulazione originaria, governamentalità e capitalismo postcoloniale: il caso indiano, La casa USHER, Firenze 2010. L’edizione italiana del libro è stata curata da Sandro Mezzadra e Gigi Roggero.

[2] Viale G., Virtù che cambiano il mondo. Partecipazione e conflitto per i beni comuni, Feltrinelli, Milano 2013, p. 13

[3]Cfr. Gorz. A., Miserie del presente ricchezza del possibile, Manifestolibri, Roma 1998, pp. 54-55.

[4]Ivi

[5]Cfr. Bateman M., Why Doesn’t Microfinance Work. The Destructive Rise of Local Neoliberalism, Zed Books, London 2009.

[6]Cfr. Marx K., Il Capitale. Libro I, K. Marx, Il Capitale. Libro I, Utet, Torino 1974.

[7]Cfr. Fumagalli A., Bioeconomia e capitalismo cognitivo, Carocci, Roma 2007.

[8]Cfr. Vercellone C., Crisi della legge del valore e divenire rendita del profitto. Appunti sulla crisi sistemica del capitalismo cognitivo» in Fumagalli A., Mezzadra  S. (a cura di), Crisi dell’economia globale, Ombre Corte, Verona 2009.

[9]Cfr. Harvey D., The New Imperialism, Oxford University Press, Oxford 2003.

[10]Cfr. Taylor M., “Freedom from Poverty is Not for Free”. Rural Development and the Microfinance Crisis in Andhra Pradesh, India, Journal of Agrarian Change, Vol. 11 No. 4, October 2011, pp. 484–504.

[11]Cfr. Banerjee A., Duáo E., Glennerster R., Kinnan C., The miracle of microfinance? Evidence from a randomized evaluation, The miracle of microfinance? Evidence from a randomized evaluation,  http://www.povertyactionlab.org/sites/default/files/publications/The%20Miracle%20of%20Microfinance.pdf

[12]Cfr. Cardero M.E., Programas de microfinanciamiento: incidencia en las mujeres más pobres, in “Perfiles Latinoamericanos” n.32, luglio-dicembre 2008, p. 168.

[13]Cfr. Marazzi C., Finanza bruciata, Casagrande, Bellinzona 2009. Vedi anche Lucarelli S., Quale sovranità monetaria?, Ottobre 2013, http://quaderni.sanprecario.info/2013/10/684/

[14]Lazzarato M., La fabbrica dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, Derive Approdi, Roma 2012, p. 54.

[15]Cfr. Buscema C., Le migrazioni nel processo di finanziarizzazione della società globale, in Elia A., Fantozzi P. (a cura di) Tra globale e locale. Esperienze e percorsi di ricerca sulle migrazioni, Rubettino, Soveria Mannelli 2013.

[16]Marx K., Comments on James Mill, Élemént d’’Économie  Politique, www.marxists.org,

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