Ri-pubblichiamo dal suo blog la testimonianza di un giovane ricercatore biochimico che ci dà la dimensione di una ricerca scientifica ormai subordinata ai dettami neoliberisti, nel nome del produttivismo, delle privatizzazioni e della massimizzazione dei profitti, come dimostra il programma Horizon 2020, che obbliga a presentare progetti insieme a istituzioni pubbliche e imprese private. I giovani ricercatori vengono quindi stritolati in un meccanismo in cui o diventano embedded (accettando ritmi e meccanismi disumani della prestazione e della competizione continua, indipendentemente dai risultati raggiunti) o vengono costretti all’abbandono. D’altronde, già qualche mese fa Francesca Coin in un suo articolo   dipingeva un quadro drammatico delle condizioni di studiose e studiosi che abbandonano il mondo accademico, e di come la competizione permanente impatti violentemente sulla soggettività di ognuna/o. Come redazione di Effimera cercheremo quindi di dare sempre il giusto spazio a queste testimonianze, con l’auspicio che ciò possa favorire la ripresa di una discussione su come ribellarsi ai dettami dell’accademia neoliberale e costruire luoghi e possibilità per una ricerca veramente indipendente. 

Non avrei voluto scrivere una roba triste. Sono un ricercatore, un biochimico analitico specializzato nello studio dei lipidi. I grassi insomma. È un mondo meraviglioso, un campo relativamente nuovo e in continua evoluzione. Vorrei comunicare entusiasmo per quello che faccio ma ho paura di non riuscirci più. Vorrei raccontarvi cos’è la spettrometria di massa, come si è evoluta negli anni. E perché è importante lo studio del metabolismo lipidico. Vorrei spiegarvelo con parole semplici, con un linguaggio comprensibile, che mi consenta di condividere la gioia per quello che faccio. Si può fare. Si possono far comprendere anche i concetti più difficili della scienza, l’ho sempre pensato. Aveva ragione Einstein quando diceva che se una cosa non la sai spiegare in modo semplice, vuol dire che non l’hai capita abbastanza bene.

Ma quel che mi spinge a scrivere oggi è soprattutto la voglia di denuncia. Vi racconterò cosa non va nel mondo della ricerca biomedica. Quella cosa che ho imparato ad amare e che oggi guardo autodistruggersi. Oggi voglio alzare un attimo la testa dal bancone, domani chissà. Magari un esperimento andrà bene e dimenticherò tutto il resto. Perché sì, come tutti i topi da laboratorio sono un po’ “esperimentopatico”. Ed allo spettrometro di massa, oggi è andata male. D’altra parte la ricerca è anche fallimenti, stress, litigi e discussioni aspre.

Science is a matter of trying and failing. And it’s mostly failing

Finora ho sempre saputo rialzarmi ma, da un po’, faccio fatica a trovare la forza. Sono esausto, svuotato. Proprio adesso che ho vinto una borsa di studio di 3 anni e almeno per un po’ dovrei stare tranquillo. Ho anche discreti dati preliminari, che sembrano buone fondamenta per il progetto di ricerca a cui sto lavorando. L’obiettivo è la diagnosi e la comprensione dei meccanismi alla base di alcune malattie rare, di origine genetica, che colpiscono fin dalla tenera età. Una cosa utile ed entusiasmante. Dovrei essere contento e tranquillo, ma non c’è spazio per la tranquillità nel mondo della ricerca. Vinto un grant se ne fa un altro, verrebbe da dire. I grants non finiscono mai. Vedete, oltre ai risultati positivi e alle scoperte utili sono ormai convinto che della ricerca scientifica si debba raccontare anche l’altro lato della medaglia. E non posso raccontarvi the dark side of science col sorriso sulla bocca. E poi ho voglia di sfogarmi. Senza vittimismo e con la consapevolezza che le sfighe debbano essere narrate per poterle ribaltare. Se non condividessi anche quelle parrebbe che la ricerca scientifica sia solo bella e divertente, mentre a volte può essere anche crudele e spietata. So bene che nell’accademia c’è chi fa bene il suo lavoro, ma sono giunto alla conclusione che trattasi ormai di bestie rare. Per lo più i nostri docenti strutturati sono anestetizzati. Con pochi fondi di ricerca, in una sorta di comprensibile apatia, hanno ormai abbandonato ogni speranza di poter cambiare lo stato delle cose. E andare dove i docenti universitari il posto fisso non ce l’hanno o quasi, come in USA o in parte in UK, non vi aiuterà a risolvere il problema. Alla scarsità di fondi si aggiungerà una competizione sfrenata che tende a peggiorare l’ambiente accademico. Teoricamente, di spazio per fare cose buone e per avere successo ce n’è sempre. In tanti vi diranno che se lavorate duro ce la potete fare: if you work hard, good things will happen. Questo è vero solo in parte, ma soprattutto non implica che il vostro successo lo avrete necessariamente in Accademia. Molto probabilmente svilupperete abilità che vi consentiranno egregiamente di virare altrove, magari nel settore privato o in quello governativo, nelle ONG, nell’associazionismo o nella piccola imprenditoria. O magari nel giornalismo scientifico o nella divulgazione. Oppure nella scuola: abbiamo bisogno di bravi insegnanti. Il mio consiglio è quindi di puntare sulle soft skills, perché più aumentano i capelli bianchi, più le vostre possibilità si riducono. Ed è bene realizzare subito che il “successo” nel mondo accademico scientifico, viste le statistiche, è molto poco probabile e dipende più dal caso che da voi stessi. È questione di buone congiunture astrali, oltre che del vostro impegno. Dipende ovviamente da dove andate a finire e, sappiatelo, se avete avuto una splendida esperienza di dottorato o di postdoc non è perché sia sempre così, avete avuto solo fortuna. Non voglio svilire nessuno, ma occorre rifiutare una competizione che alla lunga ci rende cinici, aridi.

Chi scrive giorni fa ha avuto, per tre giorni filati, una apparente tachicardia con una fitta al cuore. Dico apparente perché, a misurarmi il polso, i battiti erano normali. E siccome la cosa è successa di venerdì mi son detto: “Dai, nel weekend passerà”. E invece non passava. Sapevo benissimo che era una roba psicosomatica ma non riuscivo a liberarmene, anzi, era partito il circolo vizioso per cui più ci pensavo e più non andava via. Sta roba si chiama ansia, una roba su cui non si dovrebbero fare delle magliette con tanto di logo, ma sorvoliamo. Lunedì poi sono andato dal medico e le ho detto: <<Doc, so che è solo stress, ansia da carriera, pressione per i risultati, ecc. Ma se non mi misura il cuore con tutto quel che ha e non me ne dà la prova, il mio cervello non esce dal loop>>. Lei mi ha guardato ridendo e mi ha fatto: <<Ok, se hai già la diagnosi procediamo: polso, pressione ed ECG>>. Quando ho visto i risultati degli esami è passato tutto, per la verità ci ha messo una mezza giornata ma è andato via. Ne ho parlato alla mia dolce metà, se ne è chiacchierato, e questo ha aiutato assieme a un bel giro in bici e una passeggiata. Ma non a tutti va così bene, non a tutti viene solo un po’ di ansia [1-7].

La precarietà nella ricerca scientifica significa anche questo. Il Granting System, con le sue immense pressioni per i risultati, sta uccidendo la ricerca. In primo luogo perché sta uccidendo i giovani ricercatori. É un sistema pensato malissimo che porta le formiche, perché questo siamo, a farsi la guerra fregandosi i dati quando va bene, se non a falsificarli del tutto. Sì, perché quegli studi con i Western Blot “copia e incolla” che avete visto in giro, non vengono dal nulla. Mentre ero in USA ne venne scoperto qualcuno [8] e se non ne avete abbastanza andate qua [9, 10] per un altro esempio, o qua [11] per approfondire. Vedete, uno non si sveglia la mattina e dice: <<Dai, oggi organizzo una truffa scientifica, mi ci costruisco una carriera>>. No. Sarò materialista ma è un sistema che spinge a questo, che implicitamente lo promuove. Un sistema che innanzitutto paga pochissimo i propri giovani, invitando i migliori ad andare nel settore privato. Chi rimane “per passione” o perché non trova altro, ridotto alla fame, deve avere a che fare con un sistema piramidale che scarica tutta la pressione (e l’ansia) sugli ultimi gradini: dottorandi e postdoc. E guardate il mio boss qui è pure uno bravo, incoraggiante, positivo. Non è lui che mi mette l’ansia. Ci penso io, è il sistema che me la mette e mi ricorda le scadenze ogni minuto. Abbiamo investito tanto in questa carriera, e la possibilità di vederla sfumare è concreta, in ogni istante. E fa paura.

Me lo immagino come deve essere andata in uno di quei lab che falsificano. Ma prima, tenete ben presente che la gran parte degli studi scientifici in ambito biomedico, specie se preclinici, sono intrinsecamente difficili da riprodurre [12]. Questo perché la costruzione di dati solidi mediante protocolli robusti, necessaria per avere il consenso generale nella comunità scientifica, ha tempi molto più lunghi di quelli richiesti per la pubblicazione e la revisione fra pari (peer-review) di una nuova ricerca. Specie se pubblicata su giornali ad alto impact factor che sono sempre alla ricerca di “scoop”. Inoltre molti studi costano milioni e il sistema tende a non rifinanziare o ripubblicare ciò che è già stato pubblicato da altri. Praticamente è come se in alcuni settori specifici e per tempi non certo brevissimi, mancasse una controprova, una verifica, una confutazione. E questo è vero soprattutto per gli studi più innovativi, di frontiera. Ovviamente chi ha molti fondi può giocare sporco su questo, infarcendo una mega pubblicazione di mille tecniche, rendendo il tutto poco comprensibile agli specialisti dell’una o dell’altra, oltre che difficilmente riproducibile in laboratori che non hanno tutti gli expertises necessari. Almeno non nel breve periodo. In questo modo una pubblicazione “farlocca” resta per più tempo nella letteratura, e ci si può costruire una carriera. Pensate allo studio di Wakefield sul legame vaccini-autismo. Ci sono voluti 12 anni per rimuoverlo dalla letteratura scientifica. Ed era un livello di manipolazione veramente basso. Questo studio ha avuto un impatto non secondario nell’opinione pubblica e nella politica mondiale. Pensate per quanto tempo potrebbe rimanere una pubblicazione falsificata ad un livello più sofisticato. Per esempio io sono abituato nel mio campo a leggere parecchie pubblicazioni di spettrometria di massa che non rispettano criteri fondamentali per l’assegnazione delle molecole. Si va direttamente all’analisi dei dati, senza chiedersi come questi sono stati ottenuti. I dati sono belli, ci si fanno belle figure colorate. Ma con una punta di cattiveria dirò che quella è arte, non è scienza. Arte della truffa, naturalmente.

Ma veniamo allo schema Ponzi, applicato alla ricerca scientifica. Tu, PI (Principal Investigator, il group leader, il boss insomma), hai avuto un Grant per dimostrare una tesi su cui avevi dati preliminari, ma i nuovi dati dimostrano che non funziona. Se pubblichi i dati negativi chiudi il rubinetto dei soldi, perché non puoi chiedere altri fondi per espandere un’idea che non funziona. E allora devi necessariamente fartene venire una nuova per il prossimo Grant. E badate bene, non è mica facile farsi venire una bella e nuova idea ogni 3-5 anni. Allora resta l’alternativa, la scorciatoia: prendere tempo pubblicando risultati incerti, poco riproducibili, ottenuti con protocolli che non hanno dimostrato robustezza, o una falsità vera e propria; così prendi i soldi del prossimo giro di Grants e magari con calma ti muovi su altro. Per percorrere questa scorciatoia metti pressione sui tuoi postdoc, gli dici di ripetere gli esperimenti fino alla nausea e magari ci aggiungi che non stanno lavorando abbastanza, che sono poco seri, che così non andranno da nessuna parte; fai leva sulle ambizioni di ognuno, li ricatti con un visto o con un rinnovo e crei un ambiente estremamente competitivo. In inglese si chiama teaching by humiliation, ed è pratica diffusa in ambito biomedico [13]. Ora, io ho visto come reagiscono i postdoc. Se hai alternative te ne vai ma sei ricattabile devi sopravvivere. Di fatto il PI (o il “sistema” se preferite) ti dice sordidamente di barare, nell’interesse tuo e del laboratorio. Il motto silente è: “fake it until you make it”. Solo che poi, quando “ce la fai” i ruoli si invertono ma il ricatto c’è sempre. Questo ricatto e questa pressione capovolge completamente il metodo scientifico in una dimostrazione forzata di postulati piegati a ragioni molto più prosaiche della scienza. Nel mio castello di carta giovanile la scienza era sacra, ma con più capelli bianchi oggi ho una visione meno irenica della ricerca. È il mercato, ma potrei dire la società, l’opinione pubblica, gli stakeholder, ha dettare dove la scienza deve andare. E non sempre questo è un rapporto sano. Altrimenti oggi ci sarebbero più scienziati a lavorare sulla malaria che sugli antiossidanti, mentre è il contrario. La scienza è anch’essa figlia della storia, direbbe Ludwik Fleck [14]. E la storia la scrivono i vincitori. Ovviamente nessuno strizza l’occhio a visioni oscurantiste o parascientifiche del mondo, anzi. Occorre qui precisare che le pseudoscienze e le superstizioni si diffondono non per un sano rifiuto dell’autorità, bensì per quello dell’autorevolezza. Il metodo scientifico mette tutto costantemente in discussione, ma attraverso un metodo di indagine e discussione condiviso. Organised skepticism, per dirla con Merton [15].

Tornando a me, io non ce l’ho fatta mai a ritoccare o falsificare i miei dati, anche se sono stato spinto pericolosamente sull’orlo del precipizio. Ho invece preferito girarmi dall’altra parte e mandare tutti a quel paese. Ho cambiato laboratorio e ho due anni senza buone pubblicazioni, che su un CV non è proprio una cosa che depone bene. Ma non me ne importava, o meglio ero solo più libero dai ricatti, come dicevo. Lo dico solo per fare coraggio a chi vorrà rifiutarsi, non si è soli. Non ho ceduto perché amo quello che faccio e non sarei riuscito, un giorno, a guardarmi allo specchio se avessi fatto quel che implicitamente mi veniva chiesto: <<portami i risultati che ti ho chiesto>>, e non <<fai questi esperimenti e vediamo che succede, se le nostre previsioni sono corrette>>. Mi convinco ogni giorno che io sono uno forte, che non mollerò mai davanti a questi compromessi al ribasso, che non mi svenderò mai. Ma come dicevo mi metto nei panni di chi non ha alternative, di chi indietro non può tornare. O magari anche di chi [16-18], non vuole lavorare tutta la vita con una tale pressione e abbandona la carriera accademica pur sapendo di amare la ricerca scientifica e magari di essere bravo. Bisogna però comprendere che non è questione di scelte individuali. È un intero sistema che è pericoloso e mortifero. O ci rendiamo conto che la ricerca è diventata qualcosa di oscuro, tutta tesa a inseguire l’hot topic di turno per non fermare il cash flow, oppure ci ritroveremo con un pugno di mosche e una diffidenza sempre più diffusa del mondo nei confronti della ricerca. In pochi riflettono su ciò che sta succedendo negli States, dove il postdoc non lo vuole fare più nessuno, basta guardare che percentuale di studenti americani sceglie la carriera accademica. Ma del resto chi vorrebbe intraprendere una carriera a queste condizioni e con una percentuale di espulsi dal sistema intorno al 90%? Una carriera che nel migliore dei casi pagherà pochissimo? Inoltre di manovalanza ne arriva tanta dai paesi meno sviluppati. Abbiamo privato la ricerca di tutto il bello, non è più scoperta felice, errore, ideazione e ripartenza continua. Oggi la ricerca è solo la raccolta di un’immane quantità di dati senza senso, dai quali poi il PI andrà a raccogliere le ciliegie (cherry picking) che possono dimostrare più o meno egregiamente la sua narrazione.

Siamo diventati dei “novelist”, altro che “scientist”

Questa evidenza è drammatica perché vuol dire che tutto può essere dimostrato, in potenza questo sarebbe la fine del metodo scientifico per come lo abbiamo studiato sin dal liceo. E se quello che bisogna dimostrare è solo funzionale a dare una qualche aurea di oggettività all’ideologia di turno ci stiamo rendendo complici di qualcosa che corrisponderebbe né più né meno a tradire i motivi per cui abbiamo deciso, in un momento della nostra vita, di fare ricerca e di diventare scienziati.

A tal proposito ricordo con immensa gioia una conferenza internazionale, era un corso avanzato sulle membrane biologiche e sulla loro dinamica. Ero entusiasta ed eccitatissimo e lo fui ancora di più quando alcuni organizzatori vennero al mio poster e mi fecero i complimenti. Uno di loro mi disse che al di là dei dati e del valore scientifico del progetto, gli piaceva il mio poster perché avevo “saputo raccontare una storia bella”. Mi disse che avevo saputo impacchettarla, farle un bel fiocco, e vendergliela”. Disse proprio così: “vendergliela”. Lì per lì fraintesi quel che mi voleva dire. Già perché da giovane scienziato, non poco idealista, volevo che si guardassero i dati con obiettività e non potevo credere che il mio lavoro fosse un prodotto da vendere. Col tempo capii che la frase andava interpretata, sì, ma senza estremizzazioni. La cosa sta grossomodo così: oltre ad avere buoni dati, devi anche saperli interpretare, valorizzare e raccontare. Il mito: “let the data speak for themselves”, non funziona, o funziona solo in parte e solo in certe situazioni; tipo se sai che i tuoi dati ti faranno litigare con qualcuno che ha una idea diversa puoi lasciarli parlare un pochino, senza correre in difesa che sarebbe una strategia perdente. Ma prima o poi devi sempre interpretare, non se ne esce. Possibilmente senza troppi sensazionalismi né allarmismi, abbracciando lo scetticismo come regola di vita ma continuando a comunicare entusiasmo per quello che si fa. È una cosa che ho capito col tempo, specie dopo aver visto che molti PI, nonostante i dati li avessero sotto gli occhi, non erano in grado di leggerli ed interpretarli, almeno non come volevo io. A volte non si accorgevano nemmeno di avere sotto gli occhi nuove scoperte, nemmeno se glielo si faceva notare. E già perché sui dati, a volte, occorre letteralmente dormirci sopra. Mi diceva continuamente un bravo biostatistico, parafrasando Ronald Coase (Nobel per l’economia nel 1991), che se li torturi abbastanza lungamente, alla fine i dati ti parleranno. Ma non sempre c’è tempo di farlo, soprattutto non si può pretendere che gli altri che guardano i tuoi dati per la prima volta, li sappiano interpretare al volo e nella stessa maniera in cui li hai interpretati tu. Tu che ce li hai sotto gli occhi da molto più tempo e magari hai un background più appropriato. Quindi è fondamentale masticare i dati per la tua audience e, avendo sempre ben presente il target di riferimento, propinarli nella salsa più adatta. Purtroppo, questa verità di buonsenso è stata un tantino travisata dai più che, come dicevo prima, l’hanno presa un po’ troppo alla lettera e portata all’estremo. Torturare i dati è così diventato “Ho un esercito di post doc, li metto a raccogliere dati “in a machine gun style”, e prima o poi qualcosa che dimostra la mia tesi ne uscirà; dovrò solo selezionarlo e venderlo bene”. Col risultato che il postdoc per la maggior parte dei supervisori, è solo “cheap workforce”, o “a tool in our hands”. Espressioni queste, che ho sentito usare candidamente da alcuni “big shots” (pezzi grossi) della ricerca. Una “cheap workforce” che non deve necessariamente vedere la “big picture” – anzi meno la vede meglio è – ma che deve fare il lavoro sporco e noioso. Noioso per loro, si intende, giacché il più delle volte non sarebbero nemmeno più capaci a farlo, essendo le loro capacità tecniche ridotte allo zero da anni passati alla scrivania a scrivere grants. Io invece adoro stare al bancone e allo strumento, non potrei farne a meno. Vedete, il Granting System ha detto ai ricercatori: << Give me papers >>. E i ricercatori hanno risposto: << Oh! You want papers? I’ll give you papers >>. Io dico “toilet papers”. Quantità a discapito della qualità. Una gara al ribasso a inquinare la letteratura con roba insignificante. Letteratura nella quale, i giovani educandi di domani dovranno imparare a districarsi. Pena l’avere biologi e medici che si sono formati su tutto e il contrario di tutto. Medici che cureranno i nostri figli. In tutto questo a nessuno conviene prendersi dei rischi, nessuno investe più in idee nuove. Meglio cercarsi la nicchia tecnica e fare sempre la stessa cosa per tutta la vita, facendo solo piccole permutazioni. Così però non ci sarà spazio per un paradigm shift, un cambio di paradigma, una vera innovazione. Che prevedrebbe che si cambino le domande, non solo migliorare le tecnologie con cui si tenta di dare le risposte.

Come ne usciamo? Non ne ho idea. Dalla mia prospettiva è praticamente impossibile prevedere qualcosa anche se il desiderio di cambiare rimane forte almeno quanto la frustrazione e il senso di nausea per qualcosa che ho sempre amato. Non pretendevo che proprio tutti i castelli di carta che mi ero costruito in gioventù stessero in piedi, solo qualcuno. Intanto voglio dire una cosa a chi legge, specie se siete dei giovani apprendisti scienziati e pensate che non troverete altra realizzazione che nell’idealizzato mondo accademico: vi sbagliate. È un sistema perverso, disegnato per il beneficio di altri, che vi getteranno come un fazzoletto dopo avervi usato [19]. Un sistema che ha sostituito il merito con la competitività [18], l’efficacia con l’efficienza e l’innovazione con la produttività; un sistema in cui impegnarsi a discapito della propria vita privata e salute mentale, molto probabilmente, non darà i frutti sperati. Se non ci credete guardate le percentuali di approvazione dei bandi, quelli che siano. NIH, ERC, MSCA, ecc.: tutti hanno percentuali intorno al 10%. Con queste percentuali non c’è motivo di essere felici quando si vince, né infelici quando si perde. È solo questione di fortuna. O magari di quanto zucchero aveva quella mattina nel suo caffè il povero revisore che si è trovato 200 progetti sulla scrivania avendo i soldi per finanziarne solo 20 e senza alcuno strumento di valutazione se non metriche teoricamente imparziali e impersonali ma che non lo sono affatto. Potreste forse pensare che il restante 90% avesse idee campate in aria e/o scritte male. Vi sbagliate. Quando le percentuali sono così basse la peer-review è impossibile, prevalgono le opinioni personali, l’arbitrarietà. Lo sanno tutti e lo dicono tutti, candidamente. Con queste percentuali è meglio affidarsi al lancio di una monetina, almeno c’è un buon 50% su cui puntare. E io, se potessi tornare indietro e con la consapevolezza di adesso, non scommetterei la mia vita su un misero 10%. Per chi volesse dei dati, c’è fiorente letteratura sull’argomento [20-25].

 

Note

  1. https://qz.com/547641/theres-an-awful-cost-to-getting-a-phd-that-no-one-talks-about/
  2. https://www.theguardian.com/science/head-quarters/2017/aug/10/the-human-cost-of-the-pressures-of-postdoctoral-research
  3. http://www.sciencemag.org/careers/2014/07/stressed-out-postdoc
  4. https://www.nature.com/naturejobs/science/articles/10.1038/nj7419-299a
  5. http://chemjobber.blogspot.co.uk/2016/11/a-depressing-post-about-graduate.html
  6. https://ipscell.com/2015/07/sciencesuicide/
  7. http://newpostdoc.blogspot.co.uk/2007/12/in-memoriam-academic-suicides.html
  8. https://twu-pathology.blogspot.co.uk/
  9. http://www.sciencemag.org/news/2016/09/whistleblower-sues-duke-claims-doctored-data-helped-win-200-million-grants
  10. http://www.dukechronicle.com/article/2016/09/former-researcher-sues-duke-alleges-uni-used-improper-data-to-receive-funding
  11. http://retractionwatch.com/
  12. https://sciencebasedmedicine.org/is-there-a-reproducibility-crisis-in-biomedical-science-no-but-there-is-a-reproducibility-problem/
  13. http://journalofethics.ama-assn.org/2014/03/mnar1-1403.html
  14. http://www.evolocus.com/Textbooks/Fleck1979.pdf
  15. http://www.collier.sts.vt.edu/5424/pdfs/merton_1973.pdf
  16. http://blog.devicerandom.org/2011/02/18/getting-a-life/
  17. http://blog.devicerandom.org/2011/02/22/goodbye-aftermath/
  18. http://www.ilpost.it/2011/02/28/sulla-ricerca-scientifica/
  19. http://www.economist.com/node/17723223
  20. https://www.nap.edu/catalog/18982/the-postdoctoral-experience-revisited
  21. https://f1000research.com/articles/3-291/v2
  22. https://f1000research.com/articles/5-2690/v2
  23. https://f1000research.com/articles/6-229/v3
  24. https://f1000research.com/articles/6-1642/v1
  25. http://blogs.nature.com/naturejobs/2017/09/13/broken-dreams/
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