La trattativa in corso tra Grecia e Brussel Group sta arrivando alla fase decisiva. A partire dalla tensione degli ultimi giorni, ricostruiamo la storia del debito greco per svelare gli inganni di un’informazione che racconta solo la versione dell’Europa dei più forti e per far meglio comprendere quale sia la posta in gioco per il futuro di una vera Europa sociale. Un futuro che dipende dal fatto che le politiche d’austerity vengano per sempre bannate. E ora che pure la Spagna s’è desta vuoi vedere che anche l’Italia…

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Dopo un tira e molla di dichiarazioni di diverso segno, la trattativa tra la Grecia e i creditori istituzionali ha sancito la deadline finale: è il 30 di giugno. Il governo Tsipras ha infatti ufficialmente chiesto di accorpare le quattro tranche di pagamenti al FMI in unica tranche a fine giugno, come lo stesso regolamento del Fmi prevede. Sarebbe la seconda volta in cui tale clausola di accorpamento verrebbe adottata dagli anni Settanta a oggi.

L’ammontare complessivo è di circa 1,6 miliardi di Euro, ma tale cifra è solo l’antipasto. Entro la fine dell’anno le altre scadenze (sempre in termini di interessi) ammontano ad altri 1,4 miliardi al Fmi e ben 7,7 miliardi alla Bce.

La “tragedia” greca, quindi, dovrebbe arrivare a una prima conclusione tra quattro settimane.

“A game of Chicken”?

Stiamo assistendo a una situazione che può, mutadis mutandis, essere descritta, nella letteratura di teoria dei giochi (di cui Varoufakis, come noto, è profondo conoscitore), dal “game of chicken”. Il “game of chicken” (letteralmente “gioco del pollo”) prende spunto dal film Gioventù bruciata con James Dean. Nella famosa scena finale, i due giovani rivali si sfidano per non essere chiamati “pollo” (l’equivalente del nostro “coniglio”) in una gara di coraggio: vince colui che su una strada che corre verso lo strapiombo (e quindi la morte sicura), stacca per ultimo l’acceleratore, prima del burrone.

In queste ultime settimane, l’escalation di dichiarazioni delle due parti ci dice che siamo ancora nella fase di accelerazione. E tale accelerazione è cominciata con le dichiarazioni del ministro dell’Interno Nikos Voutsis il 25 maggio scorso, secondo le quali la Grecia non sarà in grado di pagare le rate del prestito del Fmi per il semplice motivo che non ha i soldi per farlo: “Le quattro rate per l’Fmi valgono un miliardo e 600 milioni, questo denaro non sarà versato e non ce n’è da versare”. Come il gioco delle parti richiede, immediatamente dalla stessa Syriza si sono avute dichiarazioni opposte e è stata riconfermata l’intenzione di versare le rate degli interessi nei tempi previsti.

In contemporanea,il ministro delle Finanze greco, Yannis Varoufakis avverte in un’intervista alla Bbc: l’uscita della Grecia dalla moneta unica “sarebbe l’inizio della fine per il progetto dell’euro”. “Se ci si trova in un’unione monetaria – aggiunge – uscirne è catastrofico”. Varoufakis ritiene infatti che “una volta che si mette nella testa degli investitori che l’euro non è indivisibile è solo una questione di tempo prima che tutto inizi a disfarsi”. Il ministro delle Finanze aggiunge che “la Grecia ha fatto enormi passi avanti raggiungendo un accordo. Spetta ora alle istituzioni fare la loro parte. Noi – spiega parlando delle trattative in corso – li abbiamo ‘incontrati’ a tre quarti del percorso. Ora devono venirci incontro loro nell’ultimo quarto del cammino”.

Pochi giorni dopo (28 maggio), la presidente del Fmi, Christine Lagarde, al quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz), ha dichiarato che “è molto improbabile” arrivare a un accordo finale nei prossimi giorni, prima della scadenza del 5 giugno (come infatti si è verificato). Per Lagarde, però, l’uscita di Atene dall’Eurozona “non vorrà dire la fine dell’euro” (rispondendo così a Varoufakis). Poche ore dopo, tuttavia, il Fmi ha smentito: “Le affermazioni attribuite da Faz alla Lagarde non sono accurate, sono citate in maniera non corretta”, ha detto il portavoce del Fondo, Gerry Rice, “ci sono stati problemi con la traduzione”. A ogni modo, il Fmi “si aspetta che la Grecia ripaghi l’istituto di Washington, altrimenti “non potrà avere accesso ai nostri fondi”. Lo dice William Murray, vice portavoce dell’istituto di Washington. Anche qui, come per le dichiarazioni del ministro greco degli Interni, viene fatta immediata rettifica.

Contemporaneamente, il balletto delle dichiarazioni è continuato, tra le tradizionali prese di posizione rigide del ministro dell’economia tedesco e le titubanti e contrastanti dichiarazioni della Commissione Europa, nonostante (o forse proprio per questo) i paesi dell’Eurozona siano quelli che vantano la quota maggiore dei crediti.

Ultima in ordine di tempo la risposta di Tsipras, il 5 giugno, al Parlamento greco, quando dichiara che “è opportuno che i creditori della Grecia ritirino le proposte “assurde” presentate al vertice di Bruxelles di mercoledì scorso. E aggiunge: “Voglio sperare che questa proposta dei creditori venga ritirata, non possiamo accogliere in alcun modo proposte assurde”: ..

Immediata la risposta stizzita di Junker il giorno seguente (domenica 6 giugno).

Ma si tratta proprio del “game of chicken”?

Non lo crediamo, per un semplice motivo: che nella corsa contro la morte (dell’euro?) per dimostrare chi non si è un “coniglio”, i due giocatori godono delle stesse condizioni di gara: stessa linea di partenza, stessa cilindrata di macchina.

Non ci sembra che ciò possa ravvisarsi nella trattativa in corso tra la Grecia e il Brussels Group. Per questo è necessario, in primo luogo, analizzare per brevi punti la cornice in cui tale trattativa si pone (le condizioni di partenza) e poi discutere, subordinatamente, dei contenuti stessi della trattativa (la cilindrata dell’auto).

Le condizioni di partenza

La Grecia si trova in una condizione socio-economica decisamente più svantaggiosa dei suoi creditori: una condizione fortemente ricattabile.
Il primo e il più preoccupante aspetto riguarda la liquidità monetaria dello stato ellenico. Nonostante la linea di liquidità di emergenza (Ela) messa a disposizione dalla Bce per tenere in piedi le banche elleniche sia aumentata di 500 milioni di euro (rispetto alla settimana precedente) per un valore complessivo di 80,7 miliardi di euro, la liquidità in Grecia è insufficiente per pagare la tranche di interessi al Fmi, adeguata solo a coprire le spese ordinarie correnti, anche in seguito alla elevata fuga dai depositi bancari. Dopo l’emorragia di quasi 90 miliardi di euro nel periodo 2010-2012, solo da dicembre del 2014 a oggi sarebbero usciti, secondo le stime di Moody’s, altri 32 miliardi dalle casse delle banche.

A ciò si aggiunge il fatto che le banche greche non possono usufruire dell’iniezione di liquidità del Quantitative Easing (QE), poiché la quota di titoli di Stato greci detenuti dalla Bce ha già superato la soglia massima del 33% del totale  (limite oltre il quale il QE non è ammesso).

La crisi di liquidità imposta dalle autorità monetarie con un atto unilaterale – che avevamo definito a suo tempo di stampo “terroristico” – è l’arma più potente che oggi viene usata per porre la Grecia di fronte all’aut-aut di recuperare la liquidità necessaria per pagare le quattro trance di giugno del debito con l’Fmi con interventi immediati di recupero di cash (di cui parleremo tra breve), o, viceversa di non pagare.

Non si può dire, quindi, che ci siano pari condizioni di partenza.

Chi sono i creditori?

In generale la situazione di debitore (debeo = dovere) pone il soggetto in condizioni di inferiorità e di ricattabilità. Ma qui non si tratta solo di questo. Si è anche operato perché al debitore (la Grecia) venisse formalmente negata la liquidità necessaria per onorare il proprio debito, con un trattamento punitivo giustificato non tanto dell’essere debitore ma dall’ardire di mettere in discussione lo stesso debito. Il diritto del più forte, come sempre quando si ha a che fare con le gerarchie del (supposto) libero mercato, prende il sopravvento.

Ma questa situazione può essere analizzata anche da una diversa prospettiva. Come ci ricorda Thomas Fazi: “… se devi alla banca mille euro è un problema tuo, ma se le devi un milione è un problema della banca”. E per quanto riguarda il debito greco, più che un problema delle banche (lo era sino a qualche anno fa) oggi è diventato un problema degli stati dell’Eurozona.

È noto infatti, che il 72% dell’intero ammontare del debito greco è in mano a istituzioni pubbliche. Nel dettaglio: il 60% è – attraverso il fondo di stabilità europeo (l’EFSF) e attraverso il Meccanismo europeo di stabilità (l’ESM) – detenuto dall’Unione europea; il 12% è invece proprietà del Fmi. La Banca centrale europea possiede direttamente l’8%, mentre il 15% sono titoli di debito trattabili sul mercato secondario: di questi l’11% sono bond e il 4% sono prestiti a breve termine (dati febbraio 2015).

I governi dell’Eurozona sono esposti complessivamente per 195 miliardi di euro. Di questi la Germania detiene lo scoperto maggiore (circa 60 miliardi), seguita dalla Francia (46) e dall’Italia (42). Fino al 2011, erano invece le banche francesi e tedesche ad avanzare la quota principale dei crediti (in media, oltre il 55%). Le politiche del quantitative easing della Bce hanno favorito questo passaggio di crediti, liberando il mercato finanziario privato del rischio di default. È questo il motivo principale per cui, sino all’elezione del governo Tsipras, i tempi di restituzione del debito greco sono stati più lunghi e la disponibilità di fornire crediti più lasca. Perciò, i mercati (nonché gli indici) finanziari si sono mostrati, non a caso, abbastanza insensibili al rischio di default greco.

Ne consegue che, diversamente da quanto possa essere ritenuto dal Fmi, l’eventuale default greco potrebbe avere pesanti ripercussioni sui meccanismi di stabilità dell’Euro. Si evidenzia così una palese contraddizione che può consentire alla Grecia di veder aumentare il proprio potere contrattuale. La stretta di liquidità imposta alla Grecia perché continui a ubbidire ai dettami dell’austerity rischia di trasformarsi in un boomerang, con il rischio di strozzare la gallina delle uova d’oro.

In proposito, è necessario sottolineare ciò che raramente viene ricordato. Come emerge dall’analisi dei documenti della Commissione europea, del Fmi e del Governo greco, nel periodo 2010-2014, la Grecia ha ricevuto 23 tranches di finanziamenti per un totale di 206,2 miliardi. Di questi, solo 27 miliardi (pari al 13%) sono stati utilizzati per sostenere il bilancio greco. Il 32% è stato adoperato per pagare il debito in scadenza e ben 83,7 (pari al 33%) miliardi sono serviti a pagare gli interessi ai creditori (di cui 9,1 miliardi sono andati al Fmi). Infine, 48,2 miliardi – dietro input della Bce e degli accordi Basilea 3 – sono finiti nella ricapitalizzazione delle banche greche.

Breve storia del debito greco

Di tale realtà, anche se non nota al grande pubblico, è perfettamente cosciente lo stesso Fmi. Un po’ di storia in proposito non guasta. Il 7 ottobre 2013 il Wall Street Journal pubblicava un articolo titolato Past Rifts Over Greece Cloud Talks on Rescue, nel quale Thomas Catan e IanTalley rendevano pubblici documenti confidenziali secondo i quali il Fmi nel 2010 avrebbe accettato di erogare prestiti a favore della Grecia nonostante la consapevolezza dell’insostenibilità del debito greco. Vi era una profonda divisione interna nel Fmi, riporta l’articolo, ma in ultima analisi il servizio legale del Fmi ha interpretato in maniera estensiva lo statuto del Fondo pur di approvare l’erogazione della prima tranche del prestito alla Grecia evocando, a sostegno di questa scelta, il pericolo di una destabilizzazione sistemica, come spiega P. Roumeliotis vice-direttore operativo del Fmi tra marzo 2010 e dicembre 2011, nel suo libro I retroscena sconosciuti del ricorso al Fmi.

In un’intervista al New York Times del 24 luglio 2012, ripresa il giorno dopo da Paul Krugman nel suo blog, P. Roumeliotis ammetteva non a caso che l’insostenibilità del debito greco era chiara al Fmi sin dall’inizio: essa derivava non solo dall’impossibilità per la Grecia di aumentare le proprie esportazioni, svalutando la propria moneta (e come avrebbe potuto farlo?), bensì precisamente dalle riforme imposte dal Fondo che, tagliando i salari e le pensioni, riduceva la domanda interna e, in ultima analisi, le possibilità di risanamento del paese.

Sta di fatto che nel maggio 2010 il Fmi metteva all’ordine del giorno misure di salvataggio straordinarie per il paese ellenico. Il 2 maggio 2010 viene approvato il primo piano di salvataggio per la Grecia, figlio di un accordo tra Governo, Commissione europea, Bce e Fmi, che porterà all’erogazione di un prestito di 110 miliardi di cui 80 a carico dell’area euro e 30 a carico del Fmi. Il secondo programma di aiuti per 130 miliardi di Euro viene poi approvato il 21 febbraio 2012 a seguito di cinque nuovi pacchetti di misure di austerità in 18 mesi come condizione necessaria per ricevere una nuova tranche di aiuti dall’Unione Europea e dal Fmi. In entrambi i casi l’erogazione di credito è legittimata da previsioni ottimistiche per il futuro ellenico e subordinata a misure di austerità tali da permettere alla Grecia di rimborsare i creditori nonostante l’assenza strutturale di prospettive di crescita per il paese.

Tale decisione non è mai stata ben vista all’interno del FMI. Paulo Nogueira Batista, che all’epoca rappresentava undici Paesi dell’America latina nel Direttorio del Fondo, è stato esplicito nell’osservare come il Programma di aiuti alla Grecia fosse da intendersi non tanto come un salvataggio dello stato ellenico bensì come un salvataggio delle istituzioni finanziarie esposte con la Grecia.

[The Program]…may be seen not as a rescue of Greece, which will have to undergo a wrenching adjustment, but as a bailout of Greece’s private debtholders, mainly European financial institutions”. (“[Il Programma] … può essere visto non come un salvataggio della Grecia, che dovrà subire un adeguamento straziante, ma come un piano di salvataggio di creditori privati della Grecia, in massima parte, le istituzioni finanziarie europee”)

La polemica sulla finalità del prestito del Fondo alla Grecia culmina con le scuse stesse del Fondo, che ammette di essersi sbagliato sulla sostenibilità del debito greco:

“the Fund approved an exceptionally large loan to Greece under an Stand-By Arrangement in May 2010 despite having considerable misgivings about Greece’s debt sustainability. The decision required the Fund to depart from its established rules on exceptional access. However, Greece came late to the Fund and the time available to negotiate the program was short. The euro partners had ruled out debt restructuring and were unwilling to provide additional financing assurances.” (IMF, 2013, p.32) (“il Fondo ha approvato eccezionalmente un grande prestito alla Grecia nel quadro di un accordo di mantenimento nel maggio 2010, pur avendo notevoli dubbi circa la sostenibilità del debito della Grecia. La decisione imponeva al Fondo di discostarsi dalle sue regole stabilite in materia di crediti eccezionali. Tuttavia, la Grecia è arrivata tardi al Fondo e il tempo a disposizione per negoziare il programma è stato breve. I partner europei avevano escluso la ristrutturazione del debito e non hanno voluto fornire ulteriori garanzie di finanziamento”)

Le scuse naturalmente non risolvono la situazione (too little, too late) ma estrinsecano una sorta di doppia logica negli interventi di salvataggio alla Grecia. Se gli interventi di salvataggio vengono normalmente presentati come funzionali a risanare le finanze greche e riportare il debito entro un limite sostenibile, nel caso greco gli aiuti avevano come finalità prima quella di contenere i rischi finanziari dei grandi creditori della Grecia a prescindere dall’impatto devastante sul paese, finalità, questa, rispetto alla quale la strategia della Troika è stata decisamente più efficace.

In questo contesto la decisione greca di non liquidare il Fondo Monetario Internazionale è stata percepita dalla Lagarde come una scelta pericolosa. Il Fmi è un creditore privilegiato da 70 anni e non vede di buon occhio la possibilità di perdere questo status a causa del default greco. Peggio ancora, l’illegittimità costitutiva dei prestiti del Fondo alla Grecia mette il Fmi in una posizione difficile. C’è una ragione, infatti, per cui Christine Lagarde si è detta così adirata al prospetto del mancato pagamento greco. Come ha osservato Frances Coppola, il conflitto suscitato sin dalla prima ora all’interno del Fondo dalla decisione di concedere un prestito a un paese il cui debito non è sostenibile espone il Fondo a pesanti critiche interne: non appena si ventila la possibilità di un default greco gli oppositori sono già pronti a dire “noi l’avevamo detto”.

Ne consegue che il Fmi non può acconsentire a una ristrutturazione del debito perché ci perderebbe e non può ammettere che le sue riforme non funzionano perché perderebbe di credibilità. A questo punto il Fmi vuole solo uscire dalla trattativa e ne vuole uscire con tutti i suoi soldi e il prima possibile. Questa, in fondo, è la ragione della differenza di strategie tra Ue e Fmi. La Ue e Fmi seguono «strategie differenti», scrive un comunicato del Governo di Atene, con la prima più aperta a una ristrutturazione del debito e il secondo che non cede su pensioni e lavoro. Una differenza comprensibile alla luce della diversa esposizione delle due istituzioni al debito greco e dell’imbarazzo del Fmi nei confronti del debito greco, questione peraltro molto calda in questi giorni ad Atene su cui sta indagando la Commissione per la Verità sul Debito Pubblico, istituita dal governo Tsipras per far luce sulle cause e la crescita del debito greco.

Syriza e Fmi: conflitti interni e strategia

Il mandato del nuovo governo ellenico è sin dall’inizio porre fine all’austerità non solo perché tale è la volontà democratica, per così dire, ma perché senza una riduzione delle politiche di austerità, un nuovo piano di investimenti pubblici e politiche di supporto alla domanda i creditori non potranno mai essere liquidati. Che cosa fa, per riprendere le parole dell’economista J. Sapir, il governo greco? Porta avanti le negoziazioni a partire da una posizione di “debolezza coercitiva”, ovvero utilizza la posizione di dipendenza del debitore a fini coercitivi nei confronti del creditore, al fine cioè di aumentare la pressione sulle istituzioni esposte con la Grecia a partire dalla consapevolezza che il loro destino piaccia o meno è legato a quello del paese ellenico.

Nel rapporto di forze decisamente avverso in cui si trova, il governo greco fa dunque una scelta radicale. Dice, in altre parole: possiamo liquidarvi solo se ci mettete nella condizione di farlo. Per dirla con le parole di Frances Coppola, la Grecia si mette sull’orlo dell’abisso e dice “spingimi di sotto, se ne hai il coraggio”, alla luce del fatto che lasciare andare la Grecia significa potenzialmente mettere a repentaglio la tenuta dei mercati finanziari. La metafora deve avere un suo perché se anche Martin Wolf nel Financial Times in quei giorni scriveva che la Grecia barcolla sull’orlo di un dirupo [Greece teeters on the edge of a cliff]

Ora, notoriamente Syriza è stato criticata perché avrebbe usato sempre un linguaggio conciliante nei confronti dei creditori. La critica – vien da dirlo, avvilente – secondo cui la modalità linguistica conciliante scelta da Tsipras rivelerebbe una strategia compromissoria con i creditori perde però di vista il contesto. Laddove anche, con inappuntabile aplomb, i leader di Syriza abbiano usato toni concilianti questo va letto come elemento dissimulatore delle relazioni di ricatto che strutturano le relazioni della Grecia con il creditore. Se il rompicapo dei creditori era come usare l’austerità per capitalizzare le proprie banche negando continuamente l’impatto negativo che l’austerità avrebbe avuto sui debitori, la partnership ostentata di Tsipras disvelava per differenza la violenza costitutiva dei creditori nei confronti della Grecia e nel contempo dissimulava il gioco rischioso che la Grecia stava portando avanti, implicitamente minacciando di far saltare il sistema finanziario qualora i creditori non si fossero uniti alla Grecia nell’allontanare il mondo – coltelli alla mano – dall’orlo di un dirupo.

Qui viene il bello

Se la Grecia si giocava tutto sull’orlo del baratro, i creditori l’hanno raggiunta nello stesso lembo. A quel punto il problema è cambiato da “vediamo se hai il coraggio di spingermi di sotto” a “vedi un po’ di risolvere questa faccenda o ti lasciamo cadere”. Nel suo articolo Frances Coppola lo ha riassunto così:

“The challenge to the EU haschanged from Greece’s “Go on, push me” to “Sortthis out or we’lllet go” from the IMF” (“La sfida per l’UE è cambiato dalla Grecia di “continua, spingemi” a “risolvere la questione o ti lasceremo andare” dal Fondo Monetario Internazionale”)

La scelta dei creditori di ricattare la Grecia raggiungendola sull’orlo del burrone ci parla di una governance finanziaria tutt’altro che invincibile – che anzi si sente vulnerabile.

Come ha scritto BrunoWaterfield sul Times: ciò che il negoziato greco dimostra è che le istituzioni che governano l’Europa – senza legittimità – sono incompatibili con i processi democratici e più ancora con partiti della sinistra radicale. Durante l’intero negoziato, la priorità dei creditori è stata punire Syriza e impedire alla ribellione greca di incendiare l’Europa come una miccia. Preoccupazione questa condivisa dai governi europei, primo tra tutti quello spagnolo che, come ricordava Martin Wolf sul Financial Times, ha mantenuto durante l’intero negoziato posizioni di estrema durezza mosso dal timore che alcune concessioni a Syriza avrebbero rafforzato la credibilità della sinistra radicale e di Podemos in Spagna.

La Grecia dunque ha affrontato negli ultimi quattro mesi l’aperta ostilità di tutti i membri dell’Eurogruppo del Fmi e della Bce. Sino a quest’ultima proposta che, secondo il quotidiano greco Kathimerini, il deputato parlamentare Alexis Mitropoulos ha definito “il più volgare, omicida e duro piano, proprio nel momento in cui tutti speravano di chiudere il negoziato”.

“.. the most vulgar, most murderous, toughest plan when everyone hoped that the deal was closing, … and that at a time when we were finally moving towards an agreement we all want because we rule out a rift leading to tragedy” (“”.. Il piano più volgare, più micidiale, più duro quando tutti avevano sperato che l’accordo fosse concluso, … e che in un momento in cui ci siamo finalmente muovendo verso un accordo che tutti noi vogliamo perché non vogliamo una spaccatura che porti alla tragedia”

Mentre la sinistra euroscettica europea godeva della decisione greca di non pagare il debito, è evidente che la strategia estrema delle due parti parla, invece, di una posta in palio estremamente alta nei mercati finanziari ma anche nell’assetto geopolitico.

Non bisogna dimenticare come il ruolo della Grecia nella trattativa in corso rappresenti un aspetto nevralgico nello scacchiere geo-politico internazionale. Nel caso non si raggiunga un accordo, la Grecia potrebbe accettare l’invito della Russia a far parte dei paesi che nel giugno 2014 in Brasile hanno dato vita alla Nuova Banca di Sviluppo per i Paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).

Gli Usa sono molto preoccupati di un Grexit perché aumenterebbe l’instabilità europea nel momento in cui sono in fase avanzata i colloqui tra le due sponde dell’Atlantico per la firma del Trattato Transatlantico sugli investimenti e il commercio (TTIP) e potrebbe favorire un’apertura a est verso la Russia e la Cina. Non stupisce dunque che l’amministrazione Obama, già a partire dal vertice G7 in Germania, stia pensando a misure ad hoc per ridurre l’influenza russa in Europa, come denunciato dal Wall Street Journal.

Contenuti della trattativa

È all’interno del complesso quadro che abbiamo cercato di sgrovigliare che i contenuti della trattativa, paradossalmente, passano in secondo piano. Il Fmi insiste (non può farne a meno, per i motivi sopra ricordati) con le tradizionali misure pro austerity, appoggiato dall’ala più rigida dell’Europa, non solo Germania, ma anche Olanda e Spagna (seppur con diverse motivazioni, come abbiamo sottolineato).

Ma gli altri paesi europei, pur divergendo – come abbiamo visto – preferiscono non alzare troppo la voce, fino di fatto a essere silenti. L’Italia, da questo punto di vista,