Appunti sulla fine di questo Leoncavallo, l’inutilità della nostalgia, l’urgenza di un frastuono
Lo sgombero più annunciato e rinviato di sempre, ha colto tutti di sorpresa un anonimo giovedì agostano. Con diciannove giorni di anticipo su quanto pattuito dall’ufficiale giudiziario (che dopo 133 rinvii s’è fatto ufficioso) e un’ordinanza firmata dal questore, il governo muove scacco alla giunta Sala. La mossa che dà il via alla campagna per la presa di Milano arriva nell’interregno balneare tra la maxi-inchiesta sull’urbanistica e la divisiva scelta sul futuro di San Siro. Sul campo resta ferito il Leo. Sulla sua pelle si gioca infatti, secondo un refrain caro a Fratelli d’Italia e alla Lega dai tempi in cui entrambi i partiti avevano nomi ben diversi, il ritorno dell’ostilità verso i famigerati centri sociali.
Le reazioni
La giunta della città piange l’ordinanza con cui il questore, già alla guida della digos della città e oggi allineatissimo all’indirizzo della prefettura, ha dato via al blitzkrieg del giorno 21. Nelle lacrime di coccodrillo di chi ci amministra potete scorgere i lucciconi della perequazione mancata in era Pisapia, una decade di pura distrazione, e l’inconcludenza clamorosa nella gestione di un bando che non è mai pronto. Il tutto avrebbe dovuto (dovrà?) traghettare cinquant’anni di storia in un capannone di medie dimensioni, che oggi versa in condizioni discutibili (ad esser generosi) e che i futuri affittuari dovranno risistemare a proprie spese per un esborso probabilmente simile a quello della multa comminata al ministero degli interni e da questo girata all’indirizzo dell’Associazione Mamme del Leoncavallo.
La sinistra piange sul latte versato e, non contenta, gioca la carta e allora Casapound? perdendo un’occasione d’oro per restare in silenzio e prestandosi a un’odiosa equiparazione tra neofascisti e movimenti sociali, all’insegna della repressione sull’altare della legalità. Illustri opinionisti illustrano la fine della stagione delle occupazioni, che pure copiosamente punteggiano il Paese e il continente seguendo l’esempio del Leoncavallo, della Casermetta, e delle altre esperienze che nel lontano 1975 hanno dato vita ai famigerati CSOA in combutta con Circoli del proletariato giovanile e movimento per la casa. Su una cosa in molt* sono concordi: da stasera Milano è più nera. Ma questo accade ogni volta che si prova a domesticare gli ammutinati spegnendo una luce della città, l’arte libera, l’irriducibile performatività dei corpi.
Contropiede
Il tam tam è immediato ma la reazione non è e non può essere quella del gennaio 2009 lungo la circonvallazione tra viale Liguria e Tibaldi. In centinaia accorrono sotto una pioggia battente, altri restano a casa a sciorinare in piattaforma le precedenti morti del Leonka dopo i fatti dell’89, dopo la svolta del ’94, dopo Genova, le primarie e via così. Un sacco di belle foto, commenti taglienti e talvolta ficcanti ma nulla che faccia i conti con quello che questo sgombero significa per chiunque sia cresciuto negli spazi sociali e per il futuro dei luoghi di autogestione. Qui sono nati i centri sociali, e può darsi che qui finiranno. Ma non oggi. Il corteo del 6 settembre può celebrare l’eccezionalismo del Leo o rivendicare l’attualità libertaria della democrazia dal basso, quella che procede a suon di NO al genocidio, alla guerra e al carcere, a un lavoro che mortifica e uccide, alla mercificazione della città pubblica, alla destra che imperversa, alla compatibilità, quella di chi coopera, cospira e non chiede permesso. Non abbiamo bisogno di musealizzare un’esperienza, di sfoggiare la bontà del welfare benecomunista, ma di rivendicare il primato delle relazioni, una pratica di autorganizzazione, un modo di abitare la città, una postura antagonista al nulla che avanza. Quello che accade negli spazi sociali è un modello di aggregazione che si fa immediatamente laboratorio di un presente realizzabile, necessario perché desiderabile, ed è una miscela di inclusione, saperi, mutuo appoggio, ostinata forzatura delle maglie del possibile, della legge, del genere, del decoro. Non siamo i protagonisti di una rivoluzione? Non saremo nemmeno comparse mute di una dipartita, piuttosto alleat* della Palestina, delle persone migranti, degli ultimi, delle soggettività emarginate, sfruttate, divergenti, corpi scioperati che (si) esercitano alla resistenza nella palestra metropolitana.
Il 6 settembre la voce degli spazi sociali, delle collettive, dei movimenti deve prendere parola e protagonismo contro la garrota della direttiva Piantedosi e del DL Sicurezza, oltre il miraggio della legalizzazione obtorto collo, per rivendicare un presente e un futuro al processo autogestionario: un inno alle controculture, un grido di libertà e creatività sovversiva nella città che tutto compra, normalizza e vende. Uno spezzone di popolo e di movimento, non uno spezzatino di identità e affinità, un carme all’intelligenza collettiva nel tempo della passività artificiale. Un no agli affitti brevi e un’ode all’occupazione lunga. Perché alle volte è necessario dire che occupare una casa per necessità in una metropoli con 10.000 alloggi sfitti o lamierati non lede un diritto, mantenere le case popolari vuote invece si. Aprire una piscina vuota o un palazzetto in attesa di riqualificazione chic non lede un diritto, privatizzarli si. Contrastare la logica della città vetrina con i fatti e non solo con le parole non strappa consensi a buon mercato, ma è un atto collettivo degno, irriducibile alle logiche dell’algoritmo e che, tra mille contraddizioni, ci aiuta a crescere e respirare nell’asfissia delle experience, a ostacolare i dispositivi di estrazione e cattura. I centri sociali sono osteggiati in quanto fucine politiche (in cui fare dal basso cultura, musica, teatro, sport popolare, non solo fruirne) oppositive alla logica commerciale che governa la città liberista. Questo dà molto fastidio perché non solo prefigura ma realizza forme di convivenza nella differenza, cura, informalità, costruzione di comunità liberanti e solidali.
Ferite ne abbiamo, ricordi, battaglie comuni e non, botte prese e date, battaglie vinte e perse, ma quel Leoncavallo non c’è più, per molt* da diverso tempo, ce n’è un altro, ce n’è altri. Altri spazi e compagn* generosi che vanno amati, rispettati, liberati per dirla con i versi di Onda Rossa Posse. Oggi, con l’orgoglio di chi ha un’idea di città e un piano per realizzarla, scendiamo in piazza per gli spazi sociali e l’autogestione, per la legittimità delle occupazioni politiche e del conflitto sociale, per la cultura della gratuità e dell’accoglienza, perché questi presidi garantiscono alla città delle officine creative di resistenza alla crisi ecologica, al capitale e alla sua pretesa di docilità e mansuetudine. Non per noi, ma per ciascun*.
Parafrasando il Leoncavallo originale, quello del 1857, è tempo di rialzarsi e vestire la giubba. Senza cedere a tristezza o malinconie, dando fiducia a compattezza e sorellanza, piuttosto che esibendo muscoli olimpici e distinguo. Una risata vi seppellirà, abbiamo scritto su cento muri. Quel sorriso-ghigno risuona nelle parole con cui Leoncavallo invita il suo Canio a superare il lutto e riprendersi la scena: Ridi, Pagliaccio, sul tuo amore infranto! Ridi del duol, che t’avvelena il cor!
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