Recensione a Works fall true, Opere di Ryts Monet, a cura di F. D’Abbraccio, A. Facchetti, A.C. Steven, Krisis Publishing, KP22, Brescia, 2024

Il giorno 6 maggio 2024, ricevo un gentile invito a recensire il libro Works Fall True (AA.VV., con opere di Ryts Monet), da poco uscito grazie a Krisis Publishing. Krisis Publishing è il progetto editoriale di Krisis, un collettivo composto da professionisti e ricercatori che lavorano nel campo della politica della rappresentazione. Come si può leggere dal sito, Krisis Publishing, con sede a Brescia, sviluppa progetti editoriali e audiovisivi che si interrogano su come le culture visive e mediatiche influenzano la società contemporanea.

Mi viene gettata una ghiotta esca, quando mi viene detto che il testo raccoglie contributi teorici e filosofici sul tema della rappresentazione ideologica sempre più in crisi.  Un racconto mediato dalle immagini da Ryts Monet, giovane artista italiano che vive ora a Vienna, le cui opere (che non conoscevo fino ad ora) si innervano negli anfratti della storia contemporanea del passaggio di millennio con particolare enfasi sulla dinamica e la crisi delle ideologie e delle forme di rappresentanza del potere, sia economico che geopolitico. In un periodo di crisi dei valori occidentali e di declino dopo 500 anni di egemonia predatrice, il tema è affascinante.

Accetto quindi molto volentieri, in modo anche fin troppo irrazionale. Mi rendo infatti subito conto che il mio consenso è assai improvvido, non solo per carenze di competenze nel campo artistico e comunicativo ma anche per l’interdisciplinarietà del tema, che il solo sguardo economico (l’unico che conosco) non è in grado di trattare.

Il testo contiene testi e interventi di teorici, filosofi e autori quali: Asia Bazdyrieva, Mariana Berezowska & Bogomir Doringer, Franco Bifo Berardi, Francesco D’Abbraccio & Andrea Facchetti, Irmgard Emmelhainz, Vilém Flusser, Devin Fore, Pietro Gaglianò, Joana Hadjithomas & Khalil Joreige, Ryts Monet, Robert Kalina, Bernhard Tuider, Andrea Catherine Steves.

Leggo dalla sinossi del libro:

“In un’epoca in cui vecchi conflitti riemergono in forme nuove e spaventose, le eredità culturali delle ideologie del XX secolo sembrano sopravvivere agli imperi che le hanno prodotte. La ricerca di un terreno comune, di un orizzonte linguistico utile a un dialogo sembra drammaticamente lontano.  È proprio in questo complesso contesto che si colloca “Works Fall True”. Affiancando reperti e documenti, saggi e interviste – da Franco Bifo Berardi a Vilem Flusser, da Irmgard Emmelhainz a Ursula LeGuin, da Ted Chiang a Devin Fore – e una selezione delle opere di Ryts Monet, Works Fall True è una ricerca warburghiana che esplora le mutazioni dei dispositivi narrativi dopo il crollo e la decomposizione degli imperi e delle ideologie che li hanno costruiti”.

Per non sbagliare e con somma prudenza, procederò nel seguente modo. Nella prima parte di questa presentazione/recensione, mi limiterò a fare un collage di alcuni affermazioni degli autori che hanno partecipato a questa importante opera collettiva per poi concludere con osservazioni personali

Cut/up #1 (Francesco D’Abbraccio & Andrea Facchetti: “Narrazioni viscide: risonanze, derive e processo di rovinazione)Ideologia

“Attraverso la lente dell’ecologia dei media, il libro analizza come i residui delle utopie e delle ideologie del XX secolo continuino a influenzare e interagire con la cultura contemporanea, il capitalismo e l’ambiente. I frammenti di imperi caduti vengono esaminati non solo come rovine del passato, ma come entità attive che entrano in risonanza o dissonanza con le realtà attuali”.

“Un ruolo centrale nell’osservare questi fenomeni è svolto dal corpus di lavori dell’artista Ryts Monet, che attraversano l’intera pubblicazione e costruiscono un dialogo articolato con i testi. Il lavoro di Ryts Monet si concentra precisamente sulla deriva dei simboli delle ideologie crollate. (…) Il corpus di lavori di Ryts Monet ci accompagna in un dialogo visuale e narrativo con i testi e frammenti di autori, filosofi e artisti, invitandoci a riflettere su come le derive dei simboli e le loro costanti trasformazioni offrano nuove prospettive sul cambiamento degli imperi e delle ideologie nel corso della storia”.

“Mentre i deliri del tardo Capitalismo continuano a permeare l’intero orizzonte del reale, oggi le ideologie del XX secolo e soprattutto le utopie moderniste si sono disgregate, rovinate. Come conseguenza di questo crollo – di questo continuo processo di rovinazione – dalle macerie emerge un nuovo disordine geopolitico, semantico e narrativo”.

Antefatto

Alle 12:51 del 22 dicembre 1989, la televisione di stato rumena TVR mostrava in diretta un gruppo di attivisti mentre annunciavano il termine della dittatura di Ceausescu e il trionfo del fronte rivoluzionario. I manifestanti esclamavano: “Abbiamo vinto! La TV è con noi!”. L’evento e la sua rappresentazione video sono stati identificati da diversi studiosi come il momento decisivo di un cambiamento epocale, in grado di ribaltare definitivamente la relazione tra la realtà e le sue rappresentazioni. Un tema, che ha attraversato il pensiero filosofico da Platone a Baudrillard. Le immagini appaiono in superficie neutrali ma “sono sempre costruzioni situate, espressione di un punto di vista privilegiato e soggette alle dinamiche interne ai media e ai contesti sociali, culturali e materiali che le producono” (Francesco D’Abbraccio & Andrea Facchetti: “Narrazioni viscide: risonanze, derive e processo di rovinazione). Sono espressioni di potere.

È l’immagine che ora causa gli eventi. Non solo: essa legittima la realtà di ciò che la televisione trasmette.

Cut/up #2 (Vilém Flusser: “Immagine televisiva e spazio politico alla luce della rivoluzione rumena”) Immagini

“Le immagini nascono perché le persone possano orientarsi nel mondo, ma quando queste sono molto forti, le persone usano la loro esperienza nel mondo per orientarsi nell’immagine. L’immagine diventa la realtà concreta, il mondo è solo un pretesto” Ora, questa inversione della relazione tra il mondo dell’esperienza e il mondo dell’immaginazione è ciò che i profeti chiamano “idolatria”. Questo è il motivo per cui Platone voleva proibire l’arte e le immagini nella Repubblica. Le immagini sono anti-repubblicane. Anti-politiche. Lo scopo dell’immagine, in questa fase, è nascondere ciò che accade” (Vilém Flusser: “Immagine televisiva e spazio politico alla luce della rivoluzione rumena”, 1990)

“Ma con l’invenzione della stampa, con Gutenberg, questo è cambiato. Le immagini sono state eliminate dalla nostra cultura, sono state confinate in ghetti glorificati, chiamati musei o accademie, e la situazione è stata dominata dalla scrittura. Il trionfo della scrittura lineare è stato l’Illuminismo, il XVIII secolo. Che è anche l’apice del pensiero politico. Ma man mano che il pensiero razionale, politico e scientifico avanzava, il suo messaggio diventava sempre meno immaginabile. Ciò è evidente nella scienza. La scienza proietta una visione del mondo perfettamente concepibile, ma totalmente inimmaginabile”.

“Sentite parlare le persone politiche. Dicono: “il mio punto di vista è quello giusto e il tuo è quello sbagliato”. Ma se ascolti un fotografo dire “ogni punto di vista è lo stesso, il problema è quanti punti di vista posso raccogliere”. Comunque, a parte tutti questi problemi, l’idea rimaneva che l’immagine dovesse documentare la politica. Nella prima metà del XX secolo, tuttavia, e ancora di più dopo la seconda guerra, questa relazione ha iniziato a cambiare. All’improvviso, la politica viene costruita per entrare in un’immagine”.

Cut/up #3 (Una conversazione tra Ryts Monet e Bernard Tuider: “Guerra fredda ed esperanto”) Lingua/Comunicazione

“Qual è il ruolo dell’Esperanto, una lingua artificiale creata da Ludwik Zamenhof nel 1887, in un mondo segnato dalle tendenze della post-globalizzazione, in cui regionalismo e nazionalismo stanno prendendo piede? L’Esperanto è una “lingua interculturale” che collega parlanti di diversi contesti linguistici e culturali. L’ampia gamma di lingue sorgente nelle sue traduzioni letterarie riflette il suo spirito internazionale. Come lingua franca progettata intenzionalmente, l’Esperanto si distingue dalle lingue naturali come l’inglese e il tedesco, dove la competenza è spesso misurata secondo le norme dei parlanti nativi”

Cut/up #4 (Irmgard Emmelhainz: “Autodistruzione come insurrezione. O, come sollevare la terra al di sopra di tutto ciò che è morto?”) Apocalisse/Distruzione

“Mentre l’apocalisse è andata occupando una posizione centrale nell’immaginario neoliberista, gli attuali rapporti di dominio – e il relativo orizzonte di redenzione e di emancipazione – sono diventati ormai indecifrabili. Quello a cui stiamo assistendo sono forme di dipendenza intollerabili. Al posto dei rapporti di dominio vi è una competizione e una distruzione sistemica che porta all’autodistruzione, persino al suicidio. Stiamo assistendo alle conseguenze delle migrazioni forzate, dell’espropriazione, dell’occupazione militare e coloniale, dell’annientamento dell’identità e dell’annullamento e della distruzione di un mondo di appartenenza morale”.

“Uva volta che le politiche neoliberiste di deregolamentazione, austerità, mercati liberi e privatizzazione hanno portato al declino degli standard di vita e alla perdita di posti di lavoro, delle pensioni e delle reti di sicurezza che stato e società avevano offerto fino ad allora, il darwinismo sociale è diventato la norma. Come conseguenza, la divisione coloniale tra primo e terzo mondo, così come la distinzione globale “post-coloniale” tra Nord/Sud ed Est/Ovest, è diventata irrilevante. Ora assistiamo a una nuova configurazione del mondo: enclave modernizzate piene di privilegi e frivolezze culturali prosperano e coesistono a fianco di sacche abitate da “popolazioni in eccesso”. Questo settore della popolazione ha poco – o nessun – accesso all’istruzione, ai servizi sanitari, al credito e al lavoro, ed è governato da diverse forme di controllo statale che producono vari gradi di esclusione, espropriazione e coercizione”.

“La nostra lingua ci viene espropriata dall’educazione, le nostre canzoni dai reality show, la nostra carne dalla pornografia di massa, la nostra città dalla polizia, i nostri amici dal lavoro salariato”

“L’autodistruzione è diventata un gesto di rivendicazione, come se corpi, parole, case e comunità non fossero mai state delle cose da possedere. In questa prospettiva, mi piace vedere nella dichiarazione di Hamid Dabashi “non siamo più creature postcoloniali” un imperativo; grazie ad esso ci accorgiamo che la distruzione coloniale è il modus operandi del modernismo e che è stata stabilita una cartografia globale neoliberista in cui tutti competono contro tutti per il “successo di mercato”.

Cut/up #5 (Franco Berardi BIfo: “La seconda venuta”)Speranza

“Il secondo avvento del comunismo avverrà su basi che non hanno nulla a che fare con la forza leninista e la coercizione bolscevica, né con la dittatura politica. Il secondo avvento del comunismo avverrà come effetto del trauma che il capitalismo (e l’uso capitalistico della tecnologia) ha inflitto alla mente umana. La competizione economica e l’accumulazione ossessiva hanno portato violenza, frustrazione e guerra. Comunismo significa liberarsi dalla superstizione della proprietà e del lavoro salariato. Significa redistribuzione della ricchezza ed emancipazione del tempo sociale dal ricatto del lavoro salariato: non esiste altra chiave per il futuro”.

“Il nostro primo compito come intellettuali è descrivere l’ineluttabile”

Cut/Up #6 (Asia Bazdyrieva, “No Milk, No Love”)Colonialismo/estrattivismo

“La guerra russa contro l’Ucraina è parte integrante della visione imperiale (e quindi coloniale) dell’Ucraina come risorsa: uno spazio per transazioni, scambi materiali e relazioni estrattive e di svuotamento. Il problema – o meglio, la tragedia, data la situazione – è che ci sono due potenze coloniali in gioco: una che uccide direttamente, l’altra che sfrutta fino all’ultima goccia, abbandonando poi la gente e la terra al loro destino. Per entrambe l’Ucraina è priva di soggettività, senza voce, un mero territorio. Il loro sguardo coloniale si manifesta nel modo in cui immaginano l’Ucraina: per l’Occidente, l’Ucraina non è propriamente Europa; è un’Europa di classe inferiore la cui funzione è oggetto di dibattito. La Russia, da parte sua, può solo inquadrare l’Ucraina in relazione a sé stessa, arrivando persino a chiamarla “anti-Russia”, ma non riuscendo mai a vedere l’Ucraina come un soggetto autonomo”.

Cut/Up #7 (Joana Hadjithomas & Khalil Joreige, “A proposito della Lebanese Rocket Society”) – Futuro

“I diversi tributi ai sognatori sono tentativi individuali di, come dice Hannah Arendt, muoversi in questa rottura tra passato e futuro. Come un gioco di riferimenti e incroci storici… Forse è qui dove la storia, il passato, il presente, ma anche la fantascienza e la preveggenza, possono essere interrogati, dove possiamo proiettarci in un futuro, anche in un futuro incerto”.

Cut/Up #8 (conversazione di Ryts Monet con  Robert Kalina: “L’Euro del Caucaso”)Denaro

“Le banconote in euro iniziano con la denominazione più bassa che raffigura lo stile classico, che simboleggia la nascita della democrazia. La banconota da dieci euro presenta l’architettura romanica, quella da venti il gotico e quella da cinquanta le finestre e i ponti rinascimentali. La banconota da cento euro mostra gli stili barocco e rococò, quella da duecento l’architettura in ferro e acciaio del cambio di secolo, e quella da cinquecento, non più stampata oggi, rappresentava l’architettura moderna. Sfortunatamente, l’era moderna manca dalla serie; ci fermiamo in pratica al passaggio tra XVIII al XIX secolo, per decisione della Banca Centrale Europea”.

Cut/Up #9 (IshinomakiI , “Civitavecchia”) Sussunzione

Sono passati dieci anni dal terremoto del Tohoku in Giappone, con conseguente disastro nucleare di Fukushima: era l’11 marzo 2011. Cercai di incamminarmi verso l’oceano e man mano che mi addentravo nella città i segni del disastro si facevano sempre più visibili: gli spazi vuoti tra un edificio distrutto e l’altro erano sempre più ampi. (…) Sul lato sinistro della collina si stendeva il letto del fiume che circondava una piccola isola, sulla cui estremità orientale vi era la copia bianca della Statua della Libertà di New York. (…) Mi chiesi più volte cosa potesse aver spinto un Paese che aveva subito due bombardamenti atomici per mano degli Stati Uniti, ad erigere una copia della Statua della Libertà. Quella statua, ancora in piedi per miracolo, era avvolta dalla radioattività invisibile che proveniva dalla vicina centrale nucleare”

Cut/Up #10 (Andrea Steves: “Works Fall su Ryts Monete le rovinre)

E LE ROVINE

WORKS FALL TRUE! 8 agosto 2020: l’artista italiano Ryts Monet installa un’insegna al neon in cima a un’alta impalcatura sulle rovine di un bastione circolare di un castello del XV secolo situato nel nord-est Italia, a cinquanta chilometri dai resti della Cortina di Ferro. L’artista costruisce un simbolo, a partire dalla trasposizione di una traduzione, la scoperta di un anagramma, all’interno della frase conclusiva del Manifesto del Partito Comunista.

WORKERS OF ALL THE WORLD, UNITE!

Le parole di Marx ed Engels, modificate attraverso la traduzione e l’interpretazione, sono forgiate in lunghi tubi luminosi riempiti di gas rosso, pressurizzati e ionizzati dall’alta tensione. L’insegna è progettata per apparire deteriorata: solo alcune lettere sono selettivamente illuminate, mostrando lo slogan originale durante il giorno e un’alterazione di esso durante la sera.

WORK S F ALL T R U E!

La nuova rovina di Ryts Monet appare in un momento in cui i lavoratori stanno subendo le peggiori minacce degli ultimi secoli, adesso che una pandemia, prodotto del capitalismo, sta creando devastanti conseguenze sociali ed economiche paragonabili a quelle di un disastro naturale o di una guerra mondiale.

* * * * *

Mettiamo in ordine le parole chiave che si possono trarre dalle citazioni precedenti: ideologia – immagini – comunicazione – apocalisse/distruzione – speranza – colonialismo/estrattivismo – futuro – denaro – sussunzione.

Viene delineato un percorso interessante che rappresenta lo scheletro dell’opera. Tale sequela di parole sono unificate da una sola: crisi, che qui intendiamo nel suo significato di derivazione greca, come momento di scelta e opportunità a seguito di un cambiamento più o meno strutturale. Ma di quale crisi stiamo parlando?

Sicuramente di crisi del concetto di ideologia. Ovvero della capacità di elaborare un progetto politico che a partire da un’analisi critica del presente sia in grado di offrire prospettive future, quindi una visione ottimista.

Ma tale crisi apre invece al baratro del pessimismo, della distruzione e dell’apocalisse. Ma è proprio uno dei teorici e filosofi più attenti all’apocalisse dei giorni nostri – Franco Berardi Bifo – a parlarci, paradossalmente, di speranza. Apocalisse ecologica, apocalisse umana, lobotomizzazione cerebrale, annientamento della specie umana, suicidio.

C’è forse una contradizione in tutto ciò? Argomentiamo bene la questione, per quel che ci è possibile.

C’ è un dato (“stilizzato”, direbbero gli economisti) da cui è necessario partire: l’atto del linguaggio, l’atto della comunicazione, l’atto dell’immaginazione è atto produttivo immediato. La crisi dell’ideologia, così come argomentato da Francesco D’Abbraccio, Andrea Facchetti e Vilém Flusser, nasce dal fatto che il discorso che spiega, che illustra, che propone è surclassato dall’azione diretta dell’immagine e dell’affermazione: la performatività del linguaggio, direbbero John L. Austin e Ferruccio Rossi Landi. Una performatività che si traduce anche in un atto economico, quando il linguaggio entra nella produzione, come ci ha ricordato Christian Marazzi.

“È l’immagine che ora crea l’evento” come è il linguaggio che crea la produzione.

La conseguenza di questo evento (il linguaggio, l’immaginazione come input produttivo in grado di creare non più solo valore d’uso per il piacere dell’umanità ma sempre più valore di scambio a consumo del capitale) è la messa a valore della vita in modo diretto. È l’attuale capitalismo delle piattaforme, per il quale qualunque atto della nostra vita viene sottoposto a un processo di mercificazione, profilazione, controllo, quindi valorizzazione.

Se negli anni ’90, all’epoca del capitalismo cognitivo, le facoltà umane erano messe a valore tramite l’intermediazione di un processo lavorativo, ora nel capitalismo bio-cognitivo delle piattaforme, la vita nella sua essenza viene messa direttamente a valore.

È un passaggio non scevro da fatti traumatici: il divenite macchina dell’umano e il divenire umano della macchina pone in crisi il rapporto capitale-lavoro, l’asse fondativo su cui si è sviluppato il capitalismo dalla rivoluzione industriale ai giorni nostri. Il risultato può essere l’apocalisse o un nuovo avvento (la speranza).

Per adesso sappiamo solo che siamo testimone di un nuovo tipo di colonialismo fondato su processi estrazione dell’intangibile. Non più solo “land grabbing”, non più solo sfruttamento della manodopera sino a arrivare a condizioni di semi-schiavitù (lavoro non pagato o pagato poco), ma colonialismo della mente e della vita. Quanto più l’immaginazione e il linguaggio diventano fattori produttivi centrali per la creazione del valore capitalistico, tanto più essi devono essere gerarchizzati, cooptati, espropriati ma non frenati.

I moderni dispositivi di comunicazione sono tarati per produrre processi di auto-lobotomizzazione cerebrale. Danno l’illusione che siamo noi a impostarli e a governarli e non ci rendiamo conto che siamo solo gli elementi principali di creazione di valore di scambio, un valore (network value) creato dalla vita quotidiana e che viene fornito gratuitamente.

Il lavoro come processo organizzativo si diluisce sino a sparire I lavoratori spariscono. Da: “Lavoratori di tutto il mondo unitevi” si passa così a: “Tutti i lavori precipitano, collassano”

Scrive Andrea Steves: “La frase WORKS FALL TRUE emerge dallo slogan originale… La riduzione poetica evoca la caduta, il collasso; sia la caduta del lavoro che la caduta dei lavoratori, verificabile e autentica”.