Posso scrivere una poesia
con il sangue che sgorga,
con le lacrime, con la polvere nel mio petto,
con i denti della ruspa, con le membra smembrate,
con le macerie dell’edificio, con il sudore della protezione civile,

con le urla delle donne e dei bambini,
con il suono delle ambulanze, con i resti di un albero che amo,
con tutti quei volti che cercano i loro dispersi,
con la voce del bambino Anas sotto le macerie che dice:
“Sono ancora vivo”,
con i corpi senza lineamenti,
con l’attesa, l’attesa, e ancora l’attesa!

Posso scrivere una poesia con il fragore del tradimento,
con il silenzio nudo,
con la neutralità viscosa, con l’impotenza svelata,
con il servilismo verso l’America.
Cosa può una poesia?

Youssef  Elqedra, “Il loro grido è la mia voce”, Fazi Editore, Roma, 2023 

 

Alla vigilia dello sciopero generale del 22 settembre ci si interrogava su come avrebbe risposto l’equipaggio di terra allo slancio e alla chiamata delle donne e degli uomini che, rompendo gli indugi e gettando il cuore oltre l’ostacolo, si erano messe in mare dando vita alla più grande missione umanitaria civile della storia: la Global Sumud Flotilla.

Lunedì 22 settembre questa risposta c’è stata: una pioggia torrenziale non aveva fermato decine di migliaia di persone in tutta Italia che scioperavano, per la prima volta da due anni a questa parte, contro il genocidio in corso a Gaza e a sostegno della Flotilla. In diverse città, senza grossi problemi e con numeri enormi, venivano occupate strade, tangenziali, porti, stazioni, scuole e facoltà universitarie.

In una giornata incredibile, Milano costituiva un’eccezione, oltre per la quantità delle persone scese in piazza (ben oltre quelle mobilitate dall’USB che aveva indetto lo sciopero, qualcuno ha parlato di sciopero sociale, altre persone di eccedenza) anche e soprattutto per una gestione poliziesca (volutamente?) miope della piazza con il blocco insensato della Stazione Centrale a fronte di un tentativo di occupazione che sarebbe stato in linea con quanto stava avvenendo nelle altre città dello Stivale. A fine giornata si contavano alcuni fermi, in particolare di una ragazza e di un ragazzo minorenni nei giorni seguenti messi ai domiciliari con l’iniziale insensato divieto di frequentare le lezioni scolastiche, le mobilitazioni dei giorni seguenti sono riuscite almeno a far cadere questo provvedimento ulteriormente punitivo.

In questo frangente la narrazione della destra e dei benpensanti si è subito concentrata sulla difesa dei “poveri cestini” e delle “povere vetrine” da parte di persone che non hanno mosso un dito o speso una riga quando si trattava di difendere chi sta subendo un genocidio. Ma si sa che l’ordine ed il decoro sono molto più importanti delle vite umane.

Nei giorni seguenti l’equipaggio di terra continuava ad accompagnare la Flotilla nel suo tentativo di rompere il blocco navale illegittimo (dal 2009 a oggi) imposto da Israele nei confronti della popolazione di Gaza. I rappresentanti istituzionali, da quelli governativi ad alcuni dei vertici della Chiesa, facevano a gara a proporre soluzioni improbabili: “lasciate gli aiuti a Cipro”, “consegnateli a Israele”, “fateli gestire dalla Chiesa”.

La Flotilla, ormai in acqua da quasi un mese, viaggiava ormai spedita e consapevole di avere la sua scorta mediatica e di corpi sparsi per il mondo al suo fianco come ci spiegavano in un collegamento video con diverse associazioni e collettivi giovedì 25 settembre, alcuni dei partecipanti alla missione. Anche le persone a Gaza intanto sentono tutto il calore e la vicinanza dei diversi equipaggi dalle diverse città d’Italia e del mondo.

Mercoledì 1 ottobre la storia accelera di nuovo con l’atto di pirateria compiuto dalle forza israeliane che bloccano la Flotilla in acque internazionali e l’arresto illegale di tutto l’equipaggio, minacciato e provocato in seguito dal ministro Ben Gvir che, in maniera sprezzante, a favore di telecamera li definisce “terroristi” promettendo un trattamento duro.

A questo ennesimo sopruso risponde prontamente il “nostro” ministro degli Esteri Tajani che comodamente seduto in uno studio televisivo dice apertamente: “Il diritto vale fino a un certo punto”. Chissà se sarà stato almeno un po’ imbarazzato.

Le piazze già mercoledì sera si riempiono di nuovo in tutta Italia con migliaia di persone: a Milano l’ennesimo grande corteo parte da Piazza Gaza (già piazza della Scala) e va ad occupare la stazione di Cadorna per poi concludersi in piazza Duomo a tarda notte.

Giovedì 2 ottobre ennesima giornata di mobilitazione con cortei, presidi ed occupazioni. Nel frattempo sia la CGIL che l’USB avevano dichiarato lo sciopero per il giorno successivo (giornata in cui era già da tempo previsto lo sciopero generale del SiCobas). Giovedì in maniera febbrile si susseguono assemblee e telefonate per organizzare al meglio lo sciopero, nel pomeriggio il Garante degli Scioperi (di nomina governativa, leggasi La Russa-Fontana) prova a sabotarlo dicendo che era illegittimo visto il poco preavviso. USB e CGIL tirano dritto e confermano lo sciopero, anche nei posti di lavoro dopo un iniziale smarrimento si recupera determinazione ed entusiasmo: alla peggio si avrà la copertura sindacale del SiCobas. E avanti!

Dopo altri cortei in sostegno alla Flotilla di giovedì sera, si arriva al secondo sciopero generale in due settimane: venerdì 3 ottobre le piazza sono strapiene. Ovunque ci sono cortei chilometrici con le stesse dinamiche di massa e le occupazioni viste nei giorni precedenti che paiono moltiplicarsi in maniera intelligente e determinata. A Milano il corteo iniziato alle 9 di mattino si conclude intorno alle 23 dopo aver attraversato una buona parte della città e occupato per diverse ore la tangenziale. Quattordici ore di corteo consecutive. Quattordici.

La potenza delle diverse piazze è restituita dalla determinazione soprattutto delle nuove generazioni che sembrano riconoscersi e costituire un “noi” solidale. Su un cartello si leggeva: “Volevano far sparire la Palestina dal mondo, hanno trasformato il mondo in Palestina”

Il giorno successivo, sabato 4 ottobre, moltissime persone convergono a Roma alla manifestazione nazionale lanciata da tempo dalle realtà palestinesi: anche in questa occasione numeri impressionanti (aldilà del balletto delle cifre).

La settima si conclude dunque dopo 4 giorni di intense mobilitazioni e la consapevolezza di non voler abbandonare al proprio destino le persone che vivono a Gaza; altre imbarcazioni in questo momento sono in mare, partite da diversi porti alla volta delle coste di Palestina. L’equipaggio di terra proverà ad accompagnarle.

Qualcuno scriveva che la “fiumana aveva ricomposto la classe”: saremo in grado di essere all’altezza di questa ricomposizione?