Taranto ostaggio di una fabbrica morta e di una politica senza futuro

Le promesse del ministro Urso, ripetute più volte nei tavoli su Genova e Taranto, arrivano sempre in ritardo e servono solo a prendere tempo. Da anni la politica rinvia le decisioni, copre le falle, produce comunicati invece di affrontare la realtà. Si continua a dire che gli impianti non chiuderanno, che gli altiforni ripartiranno, che tornerà l’intervento pubblico. Ma la distanza fra ciò che si dichiara e ciò che accade nei territori è ormai un abisso. A Genova lo sciopero viene sospeso, ma tutti sanno che marzo riaprirà gli stessi problemi. A Taranto si parla di rassicurazioni, ma la realtà è che gli impianti sono marci, l’indotto crolla, la salute continua a pagare il prezzo più alto e la competitività dell’acciaio è persa per sempre.

L’unica cosa che davvero non cambia è l’opacità con cui si gestisce questa vicenda. Da più di dieci anni si ripetono sempre le stesse parole — rilancio, decarbonizzazione, nuovi investitori — senza alcuna prospettiva concreta. La città e i lavoratori vengono tenuti in un limbo in cui non si sceglie né la chiusura né la riconversione. È un immobilismo che serve solo a tenere aperta la porta a nuovi soggetti privati pronti a drenare fondi pubblici, come già fece Arcelor Mittal. Nessuno è interessato a produrre acciaio: l’unico vero interesse è appropriarsi delle risorse dello Stato e lasciare alle comunità le macerie.

Il conflitto tra sindacati esploso in questi giorni non è un incidente, è un sintomo. Invece di costruire una forza comune contro un modello industriale che sta devastando territori e lavoratori, si è arrivati alle accuse reciproche, alle delegittimazioni, persino alla guerra di parole. C’è divisione, ci sono accuse reciproche, c’è competizione tra sigle diverse. È una frammentazione che fa comodo solo al governo e alle imprese, perché divide chi dovrebbe contrattaccare. E così il ricatto salute-lavoro continua a operare indisturbato: si difende un posto che non esiste più, mentre si rinuncia a difendere la salute, il futuro, la dignità.

Intanto il territorio continua a soffrire: la salute peggiora, l’indotto si sbriciola, i lavoratori vengono messi gli uni contro gli altri e una cittadinanza già ferita viene divisa ancora di più, mentre il governo guarda e trae vantaggio da questa frattura. Una classe politica senza visione ha bisogno di un corpo sociale spezzato e ricattabile: solo così può continuare a gestire il disastro impedendo che si trasformi in una vera opposizione.

Per capire perché oggi tutto questo sembra inevitabile, bisogna guardare oltre la narrazione del “posto di lavoro”. Per decenni sindacati e sinistra si sono mossi dentro un immaginario industriale che non descrive più il mondo reale. Si continua a pensare che il conflitto passi solo attraverso il salario, come se la produzione fosse ancora chiusa dentro le mura della fabbrica. Ma il capitalismo contemporaneo ha già sfondato quei muri: produce dentro la vita stessa, nelle relazioni, nel linguaggio, nei tempi quotidiani, nella cura, nell’attenzione. Oggi anche la disoccupazione è lavoro non pagato, e il lavoro salariato è solo una delle tante forme attraverso cui il capitale cattura valore. Finché questo non viene riconosciuto, il ricatto funziona. Il lavoratore resta schiacciato tra un reddito insufficiente e una vita continuamente messa al lavoro, e la rivendicazione più ovvia e necessaria: un reddito incondizionato di base, il salario della cooperazione sociale che sembra sia impronunciabile perfino nei movimenti.

Il problema di fondo è che si continua a difendere un modello industriale morto. Taranto non può essere salvata restando dentro la siderurgia attuale. La politica insiste sulla narrativa del “rientro dello Stato” perché non ha il coraggio di dire la verità: la fabbrica non ha futuro, e non può essere ancora l’asse intorno a cui sacrificare una città.

Taranto rappresenta il punto più estremo di questa contraddizione. Qui il lavoro non garantisce più reddito, salute o futuro, eppure si difende una fabbrica senza alcuna ragione industriale. Gli impianti sono troppo vecchi, troppo pericolosi e troppo costosi da recuperare, e comunque resterebbero fuori mercato. Questo è noto da anni. Eppure oggi il “rilancio” assume un volto ancora più inquietante: quello della produzione militare. In Europa cresce la corsa agli armamenti e Taranto rischia di essere trasformata in un polo per l’acciaio per uso militare. È una prospettiva inaccettabile: significherebbe consegnare Taranto a un destino di fabbrica di guerra, sacrificando definitivamente la salute e la pace sociale. Una fabbrica che oggi uccide con l’inquinamento finirebbe così per contribuire anche alla guerra fuori dal territorio.

Nessuna dichiarazione ministeriale può nascondere questo dato di fondo: la fabbrica non ha futuro, mentre la città non può più sopportare né l’inquinamento né la precarietà né la strage sociale dell’indotto. Continuare a parlare di ripartenza significa solo prolungare l’agonia e impedire che emerga l’unica vera alternativa possibile: una transizione fondata sulla bonifica, sulla garanzia del reddito, sulla riconversione ecologica e sociale, non sulla militarizzazione del territorio.

Per realizzare tutto questo serve una rottura politica e culturale. Serve mettere fine alla frammentazione sindacale e sociale, che oggi è l’ostacolo maggiore. Serve uscire dal ricatto che lega la vita al salario. Serve riconoscere che il valore che tiene in piedi l’economia non nasce più negli altiforni, ma nella cooperazione quotidiana della società viva. E serve, soprattutto, che il conflitto torni a muoversi dove oggi si gioca davvero: nella difesa del tempo, della salute, della dignità, della libertà collettiva di immaginare un futuro che non sia fatto di fumi, cokerie e promesse tradite.

Taranto non può aspettare altri ulteriori anni di parole. O si rompe il paradigma adesso, o resterà per sempre prigioniera di una fabbrica che è già morta.