Questa notte è venuto a mancare Vittorio Rieser, compagno e militante fin dagli anni ’50 impegnato nei processi di studio e organizzazione della lotta di classe, in particolare nella sua Torino. Vittorio è stato una figura importante dei Quaderni Rossi, straordinario laboratorio di formazione politica ed elaborazione militante per un’intera generazione: a cominciare da allora ha cominciato la pratica dell’inchiesta operaia, uno stile che avrebbe portato avanti per tutta la vita. La storia di Vittorio è dentro una storia collettiva, che ha assunto percorsi differenti ma ha una radice comune: l’irriducibile scelta e parzialità del punto di vista. Per questo motivo vogliamo ricordarlo con un’intervista uscita nel volume sull’operaismo Futuro anteriore. Dai «Quaderni Rossi» ai movimenti globali: ricchezza e limiti dell’operaismo italiano. Per dire ancora una volta con Fortini che “chi ha compagni non morirà”.

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INTERVISTA A VITTORIO RIESER – 3 OTTOBRE 2001

Qual è stato il tuo percorso di formazione politica e culturale e quali le eventuali figure di riferimento nell’ambito di tale percorso?

Il fatto di essere arrivato presto alla politica è legato anche alle mie origini famigliari: i miei genitori erano antifascisti, tutti e due hanno avuto periodi più o meno lunghi di militanza comunista. Mia madre è stata in carcere un anno, condannata dal Tribunale Speciale perché era responsabile del Partito Comunista clandestino a Grosseto; mio padre era un ebreo polacco comunista che ha fatto per alcuni anni il rivoluzionario di professione, poi si è rifugiato in Italia perché in Polonia era colpito da mandato di cattura. Qui non era noto in quanto comunista e il fatto di essere ebreo prima delle leggi razziali non era un problema, per cui è venuto in Italia e poi ci è rimasto. Tutti e due antistalinisti, mia madre è uscita nel ’30 dal Partito Comunista ed è entrata in Giustizia e Libertà, mio padre ci è rimasto ed entrambi, un anno o due dopo la Liberazione, hanno smesso di fare politica. Quindi, questo è il clima di partenza, per cui era abbastanza inevitabile il mio precoce interessamento politico. L’altro elemento è costituito dalla situazione torinese, dalla repressione antioperaia alla Fiat: al di là delle cose politiche solite che uno fa, nella propria scuola, nei circoli di istituto ecc., per me impegnarmi in politica fin dall’inizio è stato occuparmi della questione operaia. A Torino, per esempio, c’è stata la prima manifestazione studentesca su questi temi nel ’57, poi nel ’59 ci fu una grossa partecipazione degli studenti ai picchetti per lo sciopero contrattuale. Inizialmente la mia formazione ha riguardato il tentativo di organizzare gruppi abbastanza consistenti di studenti sulla questione operaia, da lì il rapporto con il sindacato e quindi l’impegno anche nel lavoro di lega, la FIOM. Si tenga conto che il sindacato torinese già allora e poi per molto tempo (adesso non più) era molto avanzato: è quello che dopo la sconfitta alla Fiat e la svolta della CGIL ha tentato in modo più innovativo di ricostruire un rapporto con la classe operaia. Quindi, nel periodo dal ’57 al ’61 l’impegno era questo, al di là poi delle forme di militanza politica, perché inizialmente sono stato nel gruppo di Valdo Magnani, i comunisti titoisti; con esso sono entrato nel PSI, lì ho conosciuto Panzieri, prima semplicemente perché eravamo diffusori di Mondo Operaio nel periodo in cui è stato diretto da Raniero, poi questi è arrivato a Torino. In quel periodo si è formato un gruppo di studenti che svolgeva un lavoro di autoformazione politica che aveva come interlocutori principali da un lato i sindacalisti, da Garavini a Pugno, che venivano a spiegarci la fabbrica, la struttura contrattuale e via dicendo, e dall’altra invece politici studiosi prevalentemente anarchici, di ispirazione libertaria o comunista eretica. A Torino, infatti, c’erano alcuni anarchici (che ora sono quasi tutti morti) e poi venivano a tenerci delle relazioni Pier Carlo Masini, Luciano Raimondi, Giorgio Galli, che allora facevano una rivista che mi sembra si chiamasse Sinistra Comunista, una fronda da sinistra del PCI, il che era una cosa abbastanza rara all’epoca; c’era anche Cervetto in questo gruppo, il quale poi ha preso un altro filone. Quindi, avevo una formazione abbastanza eterodossa rispetto alle linee dominanti del Movimento Operaio, ma anche eterodossa rispetto ad una formazione marxiana. Io Marx l’ho conosciuto attraverso Panzieri, allora noi andavamo direttamente a queste varie fonti antistaliniste del movimento operaio ma senza avere una base teorica marxiana.

Panzieri è arrivato a Torino nel ’59 e, avendo già avuto prima contatti con lui, abbiamo subito cominciato a lavorare insieme. Nel frattempo qui c’era questo lavoro studenti-operai, a Milano invece abbiamo conosciuto Alquati, Gasparotto e gli altri; Panzieri aveva una serie di legami con intellettuali come Tronti e Asor Rosa già dall’epoca di Mondo Operaio. Tutto questo poi quaglia nel ’60 attorno a due cose: una è il progetto di una rivista, cioè Quaderni Rossi, che poi si realizzerà l’anno dopo; dall’altra parte c’è l’inchiesta alla Fiat, che inizia nell’estate ’60. Lì l’influenza di Panzieri è stata determinante, nel senso che noi lavoravamo in quel momento con il sindacato non sulla Fiat ma in altre fabbriche torinesi, sostanzialmente quelle dove c’erano già delle lotte, e dicevamo “continuiamo a fare il lavoro su queste cose, alla Fiat come si fa?”. Panzieri, invece, diceva: “no, dobbiamo affrontare la questione e il nodo della Fiat, e l’unico modo per farlo è lo strumento dell’inchiesta”. Quindi, a quel punto sull’inchiesta alla Fiat si coagularono tutti. Alquati e Gasparotto vengono qui, quindi il nucleo torinese dei Quaderni Rossi è nato sostanzialmente attraverso questo lavoro. All’inizio si è trattato di un lavoro fatto in collaborazione con il sindacato, anche con il PSI torinese che aveva una federazione di sinistra: fummo attivi alla Fiat ma anche alla Olivetti. Tanto è vero che il primo numero dei Quaderni Rossi ha una larga collaborazione di sindacalisti, a partire da Vittorio Foa che è una figura che prima avevo dimenticato di citare: si trattava di uno degli interlocutori principali, che era comune sia al gruppo torinese (perché lui aveva radici torinesi, in particolare io lo conoscevo personalmente fin da quando era uscito dal carcere), sia romane (perché Panzieri aveva ovviamente molti rapporti con lui). Quindi, sul primo numero metà degli articoli sono fatti da sindacalisti. Nel frattempo, però, quando è uscito il primo numero c’era appena stata la rottura con il sindacato a Torino, che probabilmente dal lato sindacale obbediva anche alla classica logica staliniana, per cui siccome il sindacato di Torino era sotto processo in quanto troppo di sinistra, doveva compiere un atto riparatore di rottura; dall’altra parte, era secondo me un nostro errore di infantilismo. L’episodio su cui nacque la rottura si riferiva ad uno sciopero d’estate alla manutenzione delle Ferriere Fiat, che venivano seguite da Gasparotto e Gobbi: ci fu un primo volantino che si decise di fare non come FIOM, anche se si era lì con loro, ma come gruppo di operai, invitando gli operai a organizzarsi. Fin qui la cosa non ebbe conseguenze, visto che poi il volantino fu avallato dall’unico funzionario FIOM presente. Un secondo volantino venne fatto dicendo: “bisogna organizzarsi autonomamente fuori dai sindacati”, fu ciclostilato clandestinamente in FIOM e distribuito da noi. Su questo, ovviamente, ci fu la rottura, aggravata dal fatto che noi introducemmo come base per l’incontro chiarificatore con il sindacato un documento in cui dicevamo che, siccome i partiti di sinistra erano opportunisti, il sindacato doveva farsi carico dei compiti politici e doveva essere l’embrione dell’organizzazione rivoluzionaria della classe operaia. Questo, secondo me, era una forma di anarcosindacalismo infantile. A quel punto ci fu la rottura, nell’autunno del ’61. Per combinazione il numero di Quaderni Rossi, che era pronto da mesi, per ragioni di lentezza tipografica uscì proprio subito dopo questa rottura, per cui si creò una situazione per i sindacalisti molto imbarazzante. Ci fu un’intera pagina de l’Unità con un articolo di Garavini che polemizzava con i Quaderni Rossi: il povero Garavini era preso in una tenaglia nella logica staliniana, in cui se avesse parlato dei Quaderni Rossi la gente sarebbe andata a comprarli e avrebbe detto “ma tu hai collaborato”. Quindi, c’era questo misterioso articolo molto duro, che però non nominava il nemico. La storia dei Quaderni Rossi la si conosce, è inutile raccontare cose che si sono già sentite da altri.

Quali sono stati, secondo te, i limiti e le ricchezze dell’esperienza dei Quaderni Rossi?

Ovviamente quella che faccio è una selezione molto soggettiva. Le ricchezze sono state tre. Innanzitutto un elemento teorico, cioè un ritorno a Marx non attraverso i vari marxismi più o meno dogmatici, ma un attingere direttamente a Marx come strumento molto più attuale per l’analisi del capitalismo di allora che non la vulgata del marxismo che si era tramandata nei partiti comunisti. In questo Panzieri è stato decisivo, i suoi articoli esprimevano questa cosa. Legato a ciò, c’era un’analisi del capitalismo come formazione dinamica: teniamo conto che allora nel Movimento Operaio era ancora presente, anche se non più in modo esclusivo, la visione del capitalismo italiano straccione, arretrato. Già a quel tempo, però, ciò si scontrava con altre posizioni, soprattutto nel sindacato ma non solo. Nello schema vecchio del PCI c’era il fatto che la lotta di classe è prodotta dalle arretratezze del capitalismo, mentre noi dicevamo che la lotta di classe può e deve essere prodotta proprio ai livelli più avanzati. Quindi, terzo elemento, c’era il rifiuto dello schema dell’integrazione della classe operaia, cioè che “è là dove il capitalismo è più avanzato che la classe operaia si integra”: su questo non ci siamo mai cascati. La lettura di Marx era una peculiarità dei Quaderni Rossi, questi altri aspetti erano condivisi da pezzi consistenti di Movimento Operaio. L’idea che la classe operaia alla Fiat non fosse integrata era un’ipotesi di lavoro di tutto il sindacato torinese: tuttavia, il fatto di aver tradotto questo in lavoro di inchiesta era importante. Fu uno dei casi in cui l’inchiesta non si è limitata a confermare ipotesi già date; da essa, in anticipo sull’esplodere delle lotte alla Fiat, venne fuori che la tensione e il livello di conflittualità latente era enorme. Tra l’altro confrontammo ciò anche con situazioni come l’Olivetti, dove c’era lo stesso una conflittualità ma che fin da allora aveva un’espressione sindacale e quindi era più “normale”.

I limiti. Intanto, in questa stessa impostazione c’era un primo limite: proprio in polemica contro le visioni tutte arretrate del capitalismo, noi tendevamo a prendere per buone le formulazioni più avanzate dal lato capitalistico borghese, ritenendole reali e non contando sul loro aspetto e sulla loro dimensione ideologica. Che fossero ideologiche nel senso dell’essere fatte per ingabbiare la classe operaia era chiaro, ma le abbiamo spesso prese per espressioni di un programma concreto quando invece non lo erano. Io ero un chiosatore di Carli, Mario Tronti era un chiosatore di Moro, e l’uno come l’altro prendevamo questi come ideologia che però rivelava una tendenza, ma tra l’ideologia e la tendenza reale c’era un vasto spazio in cui poi giocavano mille contraddizioni interne. Quindi, per noi il capitalismo italiano era quello che Aldo Moro, Pasquale Saraceno, Guido Carli indicavano, mentre la cosa era un po’ più complicata. Poi c’era una contraddizione che probabilmente non poteva essere risolta: la forza culturale e teorica dei Quaderni Rossi nasceva proprio dal fatto di non essere un semplice gruppo di intellettuali ma di essere fortemente legato a una pratica politica; nel momento in cui c’è stata la rottura con il sindacato si doveva autorganizzare come gruppo politico, ma c’era una sproporzione enorme tra la tematica che noi affrontavamo e l’esiguità della nostra pratica politica. Quindi, da allora in poi ci si è mossi affrontando grandi temi e attingendo a una pratica politica nostra che era limitata: serviva quel tanto ad evitare che facessimo gli intellettuali di sinistra nel senso deteriore, ma provocava anche dei grossi abbagli. I nostri riferimenti operai poi divennero più importanti nel caso di Porto Marghera, però lì il rapporto con i Quaderni Rossi fu molto breve, perché poi ci fu la rottura del ’63. A Torino, dopo la rottura con il sindacato, avevamo sì contatti operai: c’era, per esempio, un operaio molto bravo che veniva scherzosamente definito il nostro “operaio collettivo”. Poi cercavamo di avere altri elementi, ma non era facile.

 Inchiesta e conricerca: quali sono, secondo te, le differenze e le analogie, le ricchezze e i limiti dell’una e dell’altra?

Ci furono delle dispute tremende fin dall’inizio su questo. In un seminario a Meina (a cui tra l’altro Panzieri non venne perché era fuori dall’Italia) ci fu uno scontro tra quelle che venivano chiamate l’inchiesta dall’alto e l’inchiesta dal basso, che era sostenuta da Romano e da altri. In realtà, secondo me anche quella era una disputa abbastanza astratta, tra due metodi sociologici. La conricerca è il metodo fondamentale, ma vuol dire disporre di una forza organizzata, va bene se la fai con degli operai che stai organizzando o che sono organizzati e quindi si lega strettamente a una pratica di lotta; noi non eravamo in condizioni di fare questo, tanto meno quando poi eravamo da soli, ma anche il sindacato era in una fase in cui alla Fiat non era in grado di organizzare la lotta. Fra l’altro, noi giustamente (e questa è stata una scelta comune) abbiamo fatto l’inchiesta non solo con i pochi operai legati alla FIOM, ma attraverso canali vari si trattava di raggiungere operai ordinari: con quelli non potevi fare conricerca perché non avevi un progetto comune. Eravamo in una situazione in cui poi di fatto venne adottato un metodo di ricerca tradizionale, il che non significa che quello sia il metodo migliore. E’ per questo che dico che la disputa era astratta, perché quando hai la