Bisogna finalmente prendere atto che, rispetto al recente passato, un mutamento radicale è avvenuto nelle condizioni che regolano lo scambio fra tempo di lavoro ceduto e denaro versato come corrispettivo; sono saltate tutte le regole legislative tradizionali e contemporaneamente sono venuti meno anche gli strumenti interpretativi. Il conflitto di classe permane e si è anzi acuito, ma sembra quasi svolgersi dentro una fitta nebbia che impedisce di cogliere i contorni esatti delle cose e delle persone. Sembrano i giorni di bonaccia descritti nelle pagine di Joseph Conrad; l’odio matura e cresce, lo si coglie in ogni occasione di contatto fra gli individui, eppure non esplode mai davvero collettivamente, si manifesta soltanto in singoli sporadici episodi di ringhioso oppure violento malessere.

E intanto, a colpi di decreto con voto per la fiducia, senza dibattito parlamentare, senza discussione con le rappresentanze sociali e tuttavia senza quasi incontrare ostacoli, tre successivi governi, apparentemente diversi per composizione e per maggioranza, hanno spazzato via ogni tutela, lasciando ormai totalmente isolati e indifesi i lavoratori, dentro il meccanismo produttivo (inteso in senso lato) e dentro la società (intesa come rete esistenziale). La cabina sovranazionale di regia allestita dal potere politico finanziario lo aveva preteso e imposto; successivamente ha approvato le decisioni degli stati, chiedendo anzi di completare l’opera di piena restaurazione del dominio e del controllo anche a mezzo di esemplari sanzioni a carico di qualsiasi potenziale dissidente.

Anche in Italia il parlamento si è piegato approvando il 12 aprile 2012 (legge n. 1/2012, in vigore dal 1 gennaio 2014, con un vero golpe parlamentare silenzioso) la modifica dell’art. 81 della Carta Costituzionale, con una maggioranza così ampia (oltre i 2/3) da impedire l’eventuale referendum popolare confermativo; il provvedimento fu votato all’unanimità dal Pd, dal Pdl, da Lega Nord e dal c.d. Terzo Polo, venne così introdotto nell’ordinamento italiano l’obbligo del pareggio di bilancio. Con legge 24 dicembre 2012 n. 243 l’opera di scasso fu portata a compimento (in vigore dal 30 gennaio 2013, di fatto modificando anche altre norme costituzionali) sostanzialmente tagliando la spesa pubblica nella parte dedicata alla solidarietà sociale.

Va chiarito, ad evitare equivoci, che la modifica costituzionale (approvata e promossa dall’attuale minoranza del Partito Democratico, Bersani compreso, in piena sintonia con Monti) non era connessa ad alcun trattato europeo (infatti l’Inghilterra non lo ha recepito), ma solo al cosiddetto patto Europlus (24-25 marzo 2011), un accordo, non vincolante giuridicamente, ma sottoscritto, senza alcun dibattito parlamentare e senza aperte discussioni, dall’Italia a larghe intese di un genio incompreso, il professor Monti. Il patto (imposto dalla finanza per rastrellare risorse a vantaggio esclusivo delle banche) si articola in numerosi passaggi di fondamentale importanza.

Tre esempi valgano per comprenderne la portata:

a) l’assistenza finanziaria agli stati viene decisa, in modo non sindacabile, quanto al se e quanto al come, dal consiglio dei governatori (composto dai ministri delle finanze);

b) allineare il sistema pensionistico non alla contribuzione versata ma alla situazione demografica, limitando espressamente i pensionamenti anticipati;

c) riformare il mercato del lavoro aumentando sia la flessibilità che la partecipazione (vita messa a valore e lavoro precario instabile a chiamata) con espressa previsione di un generale riesame degli accordi salariali, riconducendo anche il settore pubblico alla potenziale competitività del settore privato.

Europlus questo aveva programmato, con il silenzio complice delle organizzazioni politiche e sindacali del nostro paese (cito testualmente): i capi di stato e di governo eserciteranno il controllo politico sui progressi verso la realizzazione degli obiettivi comuni basandosi su una serie di indicatori inerenti a competitività, occupazione, sostenibilità di bilancio e stabilità finanziaria. Saranno individuati i paesi su cui incombono grandi sfide in questi settori, ed essi dovranno assumersi l’impegno di affrontarle secondo una tempistica precisa.

In buona sostanza la crisi viene affrontata ponendo i costi integralmente in carico ai subordinati dell’intero continente, sia contenendo i salari sia mediante strumenti di prelievo fiscale idonei, con lo scopo di contribuire alla sostenibilità di bilancio e alla competitività delle imprese. Il Regno Unito non ha firmato, a differenza dei paesi più poveri e ricattati; lo stesso Romano Prodi ebbe a definirlo un suicidio politico mentre risultano quasi patetiche le lacrime postume della sinistra PD che lo aveva invece gabellato come una gran trovata.

Il patto Europlus del 2011 lega la questione salariale e la questione fiscale tracciando il percorso di uscita dalla crisi mediante il prelievo delle risorse diretto al cuore della società, mediante l’esproprio del comune. La legge costituzionale che prevede il principio del cosiddetto pareggio di bilancio ha preparato la riforma Fornero, il Jobs Act, la svolta autoritaria del governo, l’incremento della pressione fiscale, il taglio alla spesa pubblica (in particolare nei settori di trasporto, scuola e sanità).

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Il tema del pareggio di bilancio è antico, la destra storica ne aveva fatto una bandiera, ma senza molta fortuna: il ministro Marco Minghetti annunciò di averlo finalmente raggiunto il 16 marzo 1876, ma due giorni dopo il governo conservatore cadde (era necessario statalizzare le ferrovie, il progetto era incompatibile con il pareggio e la regina Margherita si prese il ministro giubilato come insegnante personale di latino).

Per ottenere il pareggio di bilancio la destra storica aveva utilizzato appieno lo strumento fiscale, visto che quello del contenimento salariale non poteva portare grandi benefici, agli albori dell’industria. Quel che ci interessa sottolineare è lo stretto rapporto di causa/effetto che ritroviamo nell’esaminare i provvedimenti più odiosi di prelievo alla luce delle conseguenze provocate. Il piemontese Luigi Menabrea non era soltanto un esponente politico della conservazione, era anche un valente studioso di scienza ed economia; a lui si devono un teorema del minimo lavoro e soprattutto uno dei primi trattati sull’automazione, Notions sur la machine analitique de Charles Babbage (1842). E fu il Menabrea (sempre con l’idea fissa del pareggio di bilancio nella sua testa) ad escogitare il 7 luglio 1868 la diabolica tassa sul macinato, un balzello che conteneva con largo anticipo tutti i moderni principi di imposizione generalizzata e autoritaria. Un contatore meccanico registrava i giri effettuati dalla ruota dei mugnai e lo stato applicava la tassa (diversa secondo il prodotto: frumento, mais, castagne e così via) prelevandola alla fonte. Il mulino veniva costituito d’imperio come sostituto d’imposta, diventando insieme il bersaglio del malcontento popolare e la garanzia dei versamenti all’erario, da recuperare a valle, facendo il prezzo per il consumatore. Con una semplice operazione contabile il potere esecutivo era dunque in grado di alzare o diminuire la pressione fiscale, caricando sui ceti popolari ogni eventuale crisi di mercato nazionale ed internazionale.

Sembra scritto dal ministro Poletti il telegramma ai prefetti (24 dicembre 1868): attuazione legge macinato segna momento importantissimo nell’assetto finanziario del regno. Partiti estremi si sforzano di turbarlo, eccitando interessi passioni pregiudizi. Spetta ai signori prefetti rendere vana l’opera sovvertitrice con prevenire ogni disordine.

Il nascente movimento proletario organizzò i tumulti contro quella che un foglio volante uscito a Milano definiva imposta sulla fame, sulla miseria, sulla disperazione. Alla rivolta parteciparono parroci di campagna, mazziniani, socialisti, anarchici; una vera coalizione sociale. Nessuno aveva dubbi circa il nesso fra condizioni di vita/ lavoro e questione fiscale. La repressione fu terribile: 257 morti, 1099 feriti, 3788 arrestati; ma non si comprende la caduta del governo pochi anni dopo (e l’archiviazione del pareggio di bilancio) senza questi moti. Per chi avesse voglia di approfondire il tema consiglio un volume di Margherita Becchetti dedicato all’esperienza di Parma (DeriveApprodi, 2013, Fuochi oltre il ponte).

Nel 1898 si fecero sentire gli effetti della guerra ispano-americana e della sconfitta coloniale ad Adua; tornò la destra al governo e rincarò il prezzo del pane (da 35 a 60 centesimi) per fare cassa (l’imposta sul macinato era scomparsa, ma il metodo era rimasto quello). Il salario medio di un operaio milanese era di circa 18 centesimi. Scoppiò una nuova rivolta, sempre con la questione fiscale a far da miccia, ma con una differenza importante rispetto a trent’anni prima: nel 1868 si erano sollevate le campagne senza trovare appoggio in città, mentre nel 1898 ad erigere le barricate furono gli operai della Pirelli a Milano. I lavoratori venivano dai paesi vicini e usavano portarsi due pagnotte per mangiare; il peso superava 500 grammi e si pretese di tassare anche questo spartano intervallo pranzo! La rivolta si estese dunque alle fabbriche e quasi trentamila persone si riversarono sulla strada, protestando.

Esiste un video molto bello (Le parole incrociate), con testo del poeta bolognese Roberto Roversi e voce di Lucio Dalla. Anche questa volta registriamo una coalizione sociale (cattolici, socialisti, repubblicani, anarchici) e una feroce repressione: nessuno sa in quanti morirono sotto i colpi delle cannonate del generale Bava Beccaris (da 80 a 400). Quel che sappiamo è che nessuno aveva dubbi circa la stretta connessione fra questione sociale e questione fiscale.

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Abbiamo ricordato questi precedenti storici, ma sia ben chiaro che ogni paragone appare fuori luogo, essendo il quadro complessivo radicalmente mutato. Volevamo solo sottolineare come la questione fiscale sia parte delle lotte di movimento fin dalle origini ottocentesche e come dunque non possa essere lasciato alla canaglia di destra il monopolio del malessere e dell’opposizione sociale nei confronti dell’imposizione tributaria. La questione fiscale assume anzi un rilievo centrale nel rapporto conflittuale fra l’insieme dei soggetti presenti nel territorio e la struttura europea di comando.

Di nuovo la crisi viene posta in carico alla comunità colpendo il comune, e questo utilizzando, nella variante del terzo millennio, il mito del pareggio di bilancio, inserito a tradimento nella Carta Costituzionale come pilastro dei successivi provvedimenti autoritari, con una piena sintonia fra destra e sinistra (le larghe intese). La gestione finanziaria del debito (non solo quello pubblico, anche quello delle banche private o delle imprese indebitate) viene tenuta saldamente nelle mani di organismi politici autoritari (sottratti a qualsiasi vaglio anche soltanto elettorale) che si presentano con il travestimento di pretesi organismi tecnici, quasi che sia possibile concepire meccanismi di spesa con caratteristiche di oggettività. L’obbligo di mantenere il pareggio di bilancio nell’odierna economia (fondata sul ciclo finanziarizzato e sul debito) altro non significa che operare mediante tagli salariali e/o imposizioni fiscali il trasferimento degli oneri dall’impresa al precariato messo a valore per l’intero tempo/lavoro teorico (giornata di 24 ore, o tempo/vita) in attesa della chiamata ad una prestazione identificata o semplicemente permanendo nel territorio e collaborando all’estrazione di ricchezza con il semplice esistere (studio, comunicazione, collaborazione domestica, depressione ecc. ecc.).

La mutata natura del lavoro (e, ovviamente, della organizzazione del lavoro) rende in buona sostanza irrealizzabile un programma politico-rivendicativo che si fondi sulla restaurazione della stabilità occupazionale in un luogo fisico identificabile. L’occupazione stabile era già venuta meno anche prima della riforma Fornero e del Jobs Act; questo spiega (ma solo in parte, non dobbiamo nasconderci le sconfitte se vogliamo elaborarle e superarle) la mancata risposta di massa ai provvedimenti di cancellazione dei diritti acquisiti.

Ma va chiarito che la restaurazione della stabilità è cosa ben diversa dal sistema sanzionatorio di un licenziamento illegittimo, inteso come elemento caratterizzante di un complessivo equilibrio nel rapporto contrattuale antagonistico fra capitale e lavoro, di una concreta attuazione della solidarietà sociale.

La stabilità, quando ancora la terra costituiva il legame oggettivo fra uomo luogo e lavoro, era la garanzia del cibo per il bracciante ma anche del raccolto per il proprietario del fondo; dunque era un valore che entrambi, per ragioni diverse, ponevano alla base dei rapporti sociali, familiari, politici, religiosi. La rottura del vincolo di stabilità era un castigo in re ipsa, significava l’esilio dalla comunità di appartenenza e l’espulsione dalla rete di affetti, era peggio della condanna a morte.

Quando la manifattura cominciò a svilupparsi, acquisendo un ruolo trainante in forma di metropoli, l’aggregazione urbana produsse una trasformazione dei rapporti sociali, ma, sia pure in forma diversa, la stabilità rimase un valore fondante, sedimentato intorno alla fabbrica. Nei pressi sorgono gli universi paralleli della Pirelli, dell’Alfa Romeo, della Falk, della Breda, della Fiat, della Carlo Erba e più recentemente dei modelli aggiornati di una Ignis oppure di una Olivetti. Sono le case degli operai e degli impiegati, il centro sportivo, lo spaccio aziendale, l’asilo nido, la scuola professionale di apprendistato e a volte perfino l’ospedale; ma non mancano le borse di studio per la prole che dimostri di essere laboriosa e meritevole, le colonie estive, la chiesa dedicata al santo patrono, l’assicurazione, il fondo di pensione integrativa. La rappresentanza sindacale sciopera, ma al tempo stesso contratta migliorie, partecipa attivamente alla costruzione delle tutele; le parti in conflitto di classe non escludono la stabilità, piuttosto la presuppongono e la danno per assodata, necessaria, fondante. Lo stabilimento è il centro dell’esistenza, si entra in organico aziendale con l’idea di non uscirne mai più; il sistema di produzione per assemblaggio impone quasi di evitare eccessive rotazioni. La stabilità premia l’operaio “bravo” e lo rassicura; d’altro canto la necessità di mantenere costante il flusso rispettando le consegne favorisce l’opera di fidelizzazione attuata dalle imprese. I capitalisti della grande manifattura si rubano gli operai migliori, la “fiducia” è il pilastro su cui si fonda ogni teoria giuslavoristica fino al 1970. La giusta causa di licenziamento è una elaborazione che nasce dal concetto di stabilità come valore ai confini del metagiuridico; è il venir meno del vincolo fiduciario che caratterizza il concetto di lavoro subordinato secondo la tradizione liberale italiana costituiva il criterio che conduceva al licenziamento. La valutazione di una causa (giusta o ingiusta) sembrerebbe condurci quasi nell’ambito di una filosofia del diritto; in realtà è l’esame di un fatto esattamente come lo è determinare la buona fede nell’esecuzione di un contratto. Dunque la legge della manifattura imponeva la prova di un ragionevole motivo che aveva determinato il venir meno della fiducia, dell’impossibilità di ricostituire un vincolo fiduciario; e il giudizio non poteva che essere delegato ad un soggetto terzo, al magistrato. Questo genere di valutazione è abbastanza simile in tutti i paesi capitalistici, mentre si sono sempre assai differenziate le conseguenze sanzionatorie di un comportamento imprenditoriale illegittimo. In Italia con il rivoluzionario decreto del 21 agosto 1945 n. 523 furono vietati tutti i licenziamenti senza giusta causa: a differenza di oggi l’esecutivo di allora ritenne che solo un salario certo poteva favorire la ripresa; e solo a ripresa iniziata fu revocata la proibizione. Per un lungo periodo le imprese ottennero di dover provvedere al solo pagamento di un preavviso, erano gli anni della guerra fredda, bisognava reprimere ogni presenza comunista; dal 1966 fu poi introdotta l’indennità (da 2,5 a 6 mensilità, ma senza riassunzione); nel 1970 si arrivò all’articolo 18 (peraltro non applicabile a tutti, ma solo ai subordinati con rapporto a tempo indeterminato nelle imprese medio grandi).

Nel nuovo villaggio globale tutto scorre senza sosta. Non c’è più posto per la stabilità e neppure si sente la necessità di costruire rapporti fiduciari.

La comunicazione è certamente fondata sul rapporto personale, individuale e diretto, dunque sull’aspettativa; ma non vi è amicizia affetto solidarietà o legame continuativo, l’affare l’ordine il rapporto contrattuale durano lo spazio temporale necessario per consentire alle informazioni, trasmesse elaborate recepite, di raggiungere lo scopo e di trasformarsi in denaro (anch’esso smaterializzato, mero simbolo contabile). La rete si presenta, contemporaneamente, atomizzata e collettiva. Non esiste un luogo fisico in cui possano radicarsi i rapporti personali; la parcellizzazione del lavoro rende inutile la fiducia, ove intesa come un valore inevitabilmente e obbligatoriamente connesso al ciclo di produzione della merce.

Ci troviamo di fronte ad un rivolgimento totale di quasi tutti i fondamenti tradizionali sui quali poggiava il contratto di lavoro: luogo, tempo, rapporto fiduciario, continuità, gerarchia. Mutando il contenuto questo terremoto si estende al corrispettivo, al salario. Lo scambio (o, per chi ama un linguaggio polemico, il furto legato allo scambio) rimane al centro del conflitto, ma sono mutate le regole dello scontro.

Dopo l’approvazione del Jobs Act i decreti attuativi vanno ridisegnando lo schema in cui le prestazioni di lavoro possano trovare una collocazione, senza più fiducia e senza più stabilità. La condizione precaria, un tempo considerata ostacolo da rimuovere (l’essere randagi per vocazione non era un elemento da inserire nel curriculum spedito alle imprese) è diventata ordinaria, è recepita dalla legge come un elemento positivo, è anzi ormai il presupposto ordinario che consente l’accesso ad una qualsiasi attività; la condizione precaria ha sostituito il vecchio obsoleto vincolo fiduciario ed è la radice fondante di quasi tutti i contratti di lavoro. Sembra un ossimoro: il rapporto di lavoro nel villaggio globale non può che essere stabilmente (definitivamente, ordinariamente) precario (incerto, unsicher).

La precarietà, come la stabilità, è dunque innanzitutto una condizione, uno stato; il dizionario del Battaglia (volume XIV) chiarisce che questo vale con particolare riferimento a un rapporto di lavoro. I contratti intermittenti (detti a chiamata) sono in costante espansione; comparvero per la prima volta nel 2003 (mediante la legge 30 e il decreto attuativo 276) ed ora nessuno li mette in discussione. L’impresa decide se, dove, come, quando utilizzare la prestazione e il precario può solo attendere speranzoso. Il vaucher aggiunge alla prestazione su chiamata l’indecifrabilità della retribuzione; un tagliando a costo fisso potrebbe corrispondere indifferentemente a un’ora o ad un giorno. Nel decreto ormai giunto al traguardo si consente questo metodo di ingaggio fino a settemila euro annui. Ma l’intermittenza torna ad invadere, con il Jobs Act, anche il campo dei lavoratori autonomi (i cocopro o le partite iva). Non vi è più alcun bisogno, in fondo, di comminare un formale licenziamento; basta semplicemente evitare la chiamata, o tagliare la concreta utilizzazione dentro il ciclo produttivo.

Il venir meno di un tempo e di un luogo certi recide anche le possibilità di procedere organizzati alla contrattazione del salario; gli addetti di un call center possono essere cancellati nello spazio di un mattino con il semplice trasferimento della struttura, magari all’estero, senza possibilità di bloccare l’ingranaggio ricostruito altrove.

Ma anche nei luoghi che per loro natura costringono il capitale a concentrare la forza lavoro in spazi precisi (ad esempio lo stoccaggio delle merci nei depositi della logistica o una trafileria) la mobilità potenziale delle strutture produttive è tale da vanificare qualsiasi forma di sciopero e perfino di occupazione fisica degli edifici. Il cuore del moderno capitalismo finanziarizzato sfugge alle tradizionali forme di lotta, impone invece con altri mezzi il proprio comando. La condizione precaria, lungi dall’avere almeno il vantaggio di lasciare libero l’arco temporale di attesa della chiamata e della utilizzazione, comporta invece una sorta di moderna schiavitù estesa all’intera esistenza. La vita, messa a valore, risulta sostanzialmente espropriata nella sua complessività. Il venir meno del tempo/lavoro determina la caduta anche del corrispondente tempo/libero; il confine svanisce e non è più dato comprendere quale sia il prezzo della sosta e quale invece il costo dell’attività. Forse per questo la nuova frontiera degli accumulatori (in forma pubblica o privata non importa) sembra rivolta al lavoro gratuito.

La condizione precaria come pilastro e presupposto del contratto di lavoro subordinato e dell’odierno ciclo di produzione della ricchezza è necessariamente reciproca, è una componente del vincolo sinallagmatico. Lo stato di incertezza si radica e si impone, estendendosi in entrambi gli schieramenti, perfino in quelli transitori del costante flusso di transizione dall’uno all’altro. Non solo la precarietà è la condizione (una vera e propria condicio sine qua non) necessaria per poter lavorare, non solo il tradizionale rischio d’impresa si è acuito fino ad abbattere qualsiasi certezza, ma dentro la linea d’ombra che divide le vecchie classi sociali aumenta il numero di chi è costretto ad una sorta di doppia natura. Si pensi ad uno stabile impiegato part time che contemporaneamente abbia costruito una piccola impresa dell’edilizia che si avvale di 4/5 muratori: per un verso rivendica condizioni salariali migliori e per altro verso tenta di abbattere il costo dei suoi sottoposti. Nell’un caso e nell’altro è in balia delle banche e del potere finanziario, vive una condizione precaria duplice, accetta la contraddizione come un fatto esistenziale ordinario. E gli esempi sono mille, questa è una nuova frontiera delle nostre procedure d’inchiesta, non esorcizzabile.

Torniamo ora al nodo della legge costituzionale, quella che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio, rovesciando gli equilibri, mutando in quadro istituzionale, producendo a monte un nuovo assetto del comando e, a valle, una diversa filosofia del diritto del lavoro.

Il limite delle otto ore, dentro la giornata lavorativa, risale al 1923, fu introdotto (poco dopo la marcia su Roma) con il Regio Decreto n. 692, per controbilanciare l’attacco spietato alle strutture organizzative del movimento operaio e per acquisire consensi. Ebbene, circa 90 anni dopo, nel biennio 2012-2013, il governo delle larghe intese a guida PD, ha cancellato di fatto la soglia mediante l’estensione del contratto a chiamata, che (in assenza di vincoli) prevede la disponibilità (almeno astratta) per 24 or su 24. Con il contratto a chiamata (tecnicamente definito intermittente) l’intero tempo di vita viene ricondotto dalla norma giuridica vigente, per intero, a tempo di lavoro. Certo. Non sono 24 ore di prestazione continua effettiva; neppure il rapporto di schiavitù si concretava in una prestazione ininterrotta. Ma la previsione contrattuale (obbligatoria la si definisce nella dottrina giuslavoristica, ovvero tale da determinare validi, e leciti obblighi in capo al dipendente) è tale da consentire all’impresa una chiamata (a carattere discrezionale) cui un subordinato è tenuto a rispondere, pena il venir meno del contratto. Nell’intera giornata (dunque nell’intera vita) il soggetto che si trova in questa legificata condizione precaria deve garantire disponibilità, senza peraltro avere alcun diritto di esigere un preciso salario o di conoscere in modo certo il quando o il come della concreta attività. Cade dunque lo storico nesso logico-giuridico fra tempo e lavoro; e di conseguenza si è incrinato anche l’altrettanto tradizionale rapporto fra lavoro effettivo e retribuzione erogata.

Troviamo vari esempi che confermano la mutazione in corso:

  1. il meccanismo del vaucher (attualmente all’esame delle due camere e ormai prossimo alla definitiva approvazione per decreto), ovvero una sorta di gettone preconfezionato che può compensare indifferentemente un minuto, un’ora, un giorno o un risultato, per trattativa individuale sottratta a qualsiasi giudizio di legittimità;
  2. il meccanismo di stage ovvero uno scambio composto di attività svolta immediatamente e speranza di essere successivamente riutilizzati a condizioni migliori, con un compenso individuato calcolando (ma con assoluta discrezionalità e senza alcun diritto minimo di legge) la rappresentazione monetaria del valore-lavoro (plusvalore compreso) e sottraendo a tale ipotetico conto iniziale il prezzo (pure rappresentato in libertà) attribuito alla speranza di un futuro maggior compenso o alla promessa (non vincolante) di nuove possibilità di accedere al denaro;
  3. il lavoro gratuito ovvero la variante recentemente introdotta mediante la quale il prezzo della speranza (ormai una vera e propria lotteria) copre per intero il minor costo dell’ipotetico salario. Come noto l’istituto ha trovato uso assai esteso nell’ambito di Expo, con l’introduzione anche di una figura come l’immigrato gratuito e successivamente nel programma surrealista di accoglienza profughi ideato dal ministro Alfano;
  4. l’attuale apprendistato nella sua disciplina codificata mediante contratti collettivi, con il pieno assenso delle organizzazioni sindacali, in quattro anni per acquisire la qualifica di commessa nei grandi magazzini o in tre anni per diventare operatori di call center. Con una evidente alterazione della realtà e mediante una consapevole simulazione (figura giuridica che dovrebbe condurre peraltro alla nullità del contratto, ove disponessimo ancora di magistrati con la schiena diritta) si è allestita nei luoghi d’esercizio delle imprese una farsa nella quale si rappresenta l’apprendimento di nozioni in realtà così parcellizzate e così semplici da rendere ridicolmente inutile ogni istruzione superiore alle 20/30 ore complessive. Ma la simulazione consente (in cambio di un insegnamento inesistente) di ridurre il costo delle prestazioni, di limitare le tutele normative (malattia, infortunio, licenziamenti, maternità). Il lavoratore paga una sorta di biglietto d’ingresso per entrare nel mondo del lavoro precario;
  5. i lavori a progetto o tramite partita iva hanno, con la modifica del D. Lgs. 276/2003, ricevuto una regolamentazione sempre più simile a quella del contratto a chiamata, ed al termine del percorso (che si preannunzia agevolato per i datori) si colloca il precariato istituzionale del contratto a tutele crescenti;
  6. il lavoro subordinato a tempo indeterminato, infine, viene aggredito con attacco all’ultima trincea e ricondotto anch’esso a condizione precaria. Non solo con l’abrogazione della norma che imponeva la riassunzione in caso di licenziamento illegittimo, ma, e soprattutto, per mezzo dei decreti in arrivo: cadono, insieme, i divieti di riduzione dello stipendio, di dequalificare, di controllare a distanza, di trasferire. E al primo cambio d’appalto viene già ora meno la stabilità, sostituita dalle norme nuove che consentono l’espulsione anche immotivata dal ciclo di produzione (conseguentemente rimuovendo anche il salario).

L’obbligo di assicurare un pareggio di bilancio si lega all’abrogazione, definitiva, delle statuizioni collettive di tutela del tempo/lavoro connesso al luogo e al contenuto professionale della prestazione. Il prezzo, nell’epoca caratterizzata dalla condizione precaria imposta ai subordinati, viene sottratto ai meccanismi collettivi di rappresentanza (ormai obsoleti), si atomizza, si disperde, si individualizza, si lega al rapporto di forza fra un singolo soggetto-lavoratore da un lato e il potere finanziario (unità di banche, stati, imprese, polizie, criminalità). La crisi, intesa come strumento permanente, abbatte il costo del lavoro rastrellando le risorse a vantaggio di chi domina. Il Jobs Act altro non è che la codificazione di questo attacco quotidiano, la consacrazione in legge (accompagnata da severe sanzioni) del debito pubblico esclusivamente in capo ai dipendenti, che debbono saldarlo pur non avendolo determinato.

Il potere finanziario si trova tuttavia di fronte ad una contraddizione. La parcellizzazione del ciclo di produzione delle merci immateriali (ma anche dei prodotti tradizionali) rende meno affidabile il ruolo dell’imprenditore come sostituto d’imposta. Al tempo della tassa sul macinato i mugnai baravano per sottrarsi alla tassa anticipata e per poter piazzare a prezzo maggiormente competitivo la farina al popolo che disponeva di poche risorse; nel terzo millennio la rete di piccole imprese si rifugia nel nero, lavora moonlighting per acquisire i margini sottratti dalla crisi ai subordinati, trattenendoli e conseguentemente sottraendoli alle strutture statuali. Questa è la spiegazione del 28% complessivo di economia sommersa, dentro al quale operano ricchi e poveri, operai e padroni, multinazionali e artigiani, disputandosi il malloppo nascosto alle strutture fiscali. Come abbiamo ricordato la percentuale del 28% deve essere letta come un dato globale: non rappresenta numericamente i lavoratori in nero, ma il volume dello scambio dentro il ciclo produttivo (legale e illegale insieme) legato alle attività lavorative nel loro complesso.

La macchina finanziaria, come è ovvio, non accetta di essere aggirata; tuttavia, e ancora contraddittoriamente, ha difficoltà oggettiva di reazione. E qui si inserisce, dentro la questione sociale (e coinvolgendo ogni possibile contrapposta coalizione sociale), la questione fiscale come elemento qualificante dello scontro in atto.

La doppia natura di una moltitudine di soggetti dentro la frammentazione dei segmenti produttivi comporta che nel tempo di vita/lavoro si possa essere, al tempo stesso, controllori e controllati, vittime e carnefici, padroni ed operai; il passaggio da uno schieramento all’altro sembra quasi essere una caratteristica del meccanismo flessibile imposto dal potere finanziario, sempre all’interno di una complessiva condizione precaria. Mettere a valore la vita precaria di tutti indifferentemente comporta notevoli difficoltà di conteggio e questa difficoltà è accresciuta dalla assenza di materialità di gran parte del prodotto. Non è rinunciabile, ai fini della governabilità, la funzione di controllo esercitata dall’impresa (lecita e/o criminale non importa) per sedare o prevenire le lotte, le rivendicazioni, l’opposizione. Non è quindi, politicamente, consentito aggredire l’apparato di controllo/impresa mediante ulteriore pressione sul già stratosferico costo del lavoro. Ricordiamo la violentissima reazione di Confindustria alla ventilata ipotesi governativa di caricare sull’impresa l’errore di calcolo riscontrata nella spesa connessa alla nuova Naspi; l’ipotesi è sparita, sarebbe caduto il governo. Non potendosi applicare l’intervento sui listini retributivi (e a fronte di un livello salariale netto già fra i più bassi d’Europa) non resta che estendere l’uso massiccio del prelievo di massa, puntando a colpire l’area del 28% moonlighting e del residuo risparmio familiare con manovre fiscali a strascico dirette contro i lavoratori in condizione precaria.

L’obbligo del pareggio di bilancio si presenta come il movente, il mandante; il governo delle larghe intese come l’esecutore, il nemico. La manovra fiscale ha come obiettivo proprio l’aggressione al salario effettivo, a partire dal territorio, dai comuni, dalle province, dalle regioni. Non a caso l’ultimo bollettino dell’Agenzia delle Entrate segnala un forte incremento delle addizionali in sede locale (fino al 6,7% in Piemonte), a seguito dei tagli legati all’impegno di pareggiare i bilanci. L’attacco fiscale al salario si articola tagliando la spesa medico-scolastica, aumentando il costo della casa, gravando sull’alimenta