Pubblichiamo una densa ma intrigante analisi di Mark Fisher, giornalista freelance,  ospite spesso sulle colonne del Guardian e autore del libro “Capitalist Realism and Ghosts Of My Life” (Zero Books, 2014), sull’esito delle recenti elezioni inglesi, che hanno visto il trionfo del Partito Conservatore. Originalmente pubblicato qui.

Traduzione di Francesca Coin.

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Quindi, dopotutto, doveva essere una riedizione del 1992. Sembra che anche le elezioni siano soggette alla retromania, adesso. Eccetto che questa volta è il 1992 senza Jungle. E’ Ed Sheeran and Rudimental piuttosto che Rufige Kru. Ignora sempre i sondaggi elettorali, ha scritto Jeremy Gilbert a tarda notte la sera delle elezioni. “E’ più facile capire quali saranno i risultati delle elezioni annusando il vento, rimanendo sensibili agli spostamenti affettivi, alle correnti molecolari, alle alterazioni nella struttura del sentire. Ascolta della musica, guarda la tv, entra in un pub o prendi la metro. Gli studi culturali battono la psefologia ogni volta.”

La cultura popolare inglese contemporanea, con il suo antiquato cameratismo post-moderno, la sua mascolinità furbesca (qualcuno vuole una birra con Nigel?

[Farage, ndt]), la sua pornografia della povertà, il suo vile culto degli affari, sono diventati come gigantesche simulazioni del Poundbury Village, in cui nulla di nuovo accade mai, per sempre… mentre ubiqui i cartelli Keep Calm, in modo ostentatamente eccentrico o ironico, funzionano di fatto come i comandi di They Live, contengono il panico e la disperazione.

L’Inghilterra è un paese in cui ogni minimo spazio di convivialità è stato colonizzato da un imperativo di mercato: le cassiere dei supermercati sono state sostituite da stupidi robot… c’è un oggetto non identificato vicino alle borse della spesa… ogni superficie è ingessata con immagini corporative e pretenziosi hashtag … nessun trucco è stato risparmiato per rubare anche l’ultimo penny dalle tasche di ciascuno… costi esorbitanti nei parcheggi degli ospedali pubblici (inserire solo l’ammontare esatto, non diamo il resto), in cui tutti i profitti vanno ai privati.

Tutto pare una deprimente nebbia… “per la maggior parte ti devi medicare da te”… cercare comfort nel cibo o annegare l’amarezza nell’alcol… qual è il tuo veleno?

“I suburbi sono allucinati, l’Inghilterra è allucinata. Monster Ripper e Smirnoff, Brandy Boost, coppe giganti di Chardonnay il lunedì sera al Weterspoons Club, valium guadagnato per poche sterline in un pub, l’odore dell’erba da monoblocchi in lamiera, occhi rossi e pettorine gialle.. L’industria farmaceutica è una delle storie inglesi di successo (insieme al traffico di armi e alle società che erogano prestiti) mentre le prescrizioni di anti-depressivi continuano a crescere” (Laura Oldfield Ford)

Hai tempo di berne un’altra, Nigel?
Tempo, signori, per favore ….
Non c’è tempo … Il tempo è dalla tua parte (si lo è) …

Ad ogni modo, dobbiamo fare le congratulazioni a Shaun Lawson – se congratulazioni è la parola giusta – per una previsione straordinariamente accurata di quali sarebbero stati i risultati elettorali. I miei tentativi di rifiutare i paralleli con il 1992 nel mio post precedente erano forse anzitutto desideri. A un certo punto credo di aver saputo, specie dopo il dibattito alla BBC del 16 aprile, come sarebbero andate le cose – che poi è la stessa ragione per cui guardare quel dibattito mi era sembrato così avvilente. (Un’altra rima con il passato: il modo in cui il laburista Ed Miliband è inciampato dopo quell’intervista piccolo borghese ricorda un pò il modo in cui Neil Kinnock è scivolato in mare in 1983…)

Non avere paura …

Mi sembra che ciò che ci dà speranza – la possibilità di un Partito Laborista che vacilla e viene tirato a sinistra da un’alleanza con il Partito Nazionale Scozzese – potrebbe essere ciò che ha motivato i Tory a votare con numeri tanto elevati in Inghilterra (un’altra eco del 1992: la paura come forza di iperstizione). La verità è quella che tanti di noi sospettavano: i laboristi hanno perso le elezioni cinque anni fa, quando non sono stati capaci di rispondere alle narrazioni dei conservatori.

Questa incapacità non aveva niente a che fare con il leader sbagliato, con il fallimento della campagna comunicativa o quant’altro; dipendeva in ultima analisi dalla distanza dei Tories da tutti i movimenti più ampi, che a sua volta va ascritta all’emergere del capitalismo realista. Il Blairismo potrà aver vinto tre turni elettorali, ma il dispiegarsi della sua logica potrebbe ben guidare alla sua distruzione, in un futuro non troppo distante. Come ha riassunto acidamente Paul Mason, “I laboristi non sanno più che cosa ci stanno a fare, né come prendere il potere”. Con il Blairismo, sapevano come prendere il potere, ma mano a mano che hanno acquisito questa competenza, si sono dimenticati a quale scopo.

Quel dilemma esistenziale è amaramente ironico visto che c’è una larga proporzione della popolazione inglese – io credo ancora che sia la maggioranza – che crede che non ci sia alcun partito che la rappresenta. Io sostengo che lo spostamento verso UKIP sia in ultima analisi dovuto molto più a un senso di fallimento e disperazione prima ancora che a una tendenza nazionalista o razzista degli elettori. Tutti hanno un potenziale sciovinistico in sé che può essere attivato da una certa combinazione di forze. L’ultra-nazionalismo è un sintomo del fallimento della politica di classe; oppure potremmo dire che la politica di classe emerge attraverso le lenti dell’ultra-nazionalismo in una modalità distorta e mal-situata.

Come ha scritto Paul Mason, un ritorno al Blairismo certo non farà presa su quegli elettori laburisti che hanno deciso di votare UKIP. In Inghilterra come in Scozia: è stato il modo in cui il Blairismo ha dato per scontate e poi ha abbandonato le classi lavoratrici che ha prodotto quel senso di tradimento che ha condotto molti precedenti elettori del Partito Laburista a perdere la pazienza lo scorso Giovedì. In Scozia, la risposta al tradimento ha preso una forma progressista. In Inghilterra questa forma è stata reazionaria. Parzialmente, la ragione dipende dal fatto che non c’è alcuna opzione progressista al momento in Inghilterra.

Il ceti più bassi alienati dall’elite Oxbridge del Partito laburista potevano solo scegliere tra un UKIP che aveva esplicitamente rivolto il suo messaggio alle classi lavoratrici, oppure una lunga lista di piccoli partiti di sinistra al cui messaggio non erano stati esposti e che non avevano alcuna possibilità di vincere. L’UKIP è stato praticamente forzato su di loro da una comunicazione politica così decadente e così noiosa che Nigel Farage al confronto sembra un tocco di colore carismatico. Da qui ciò che Tim Burrows chiama

“l’entità curiosamente mediatica di Farage, un uomo le cui maniere, il cui tweed scozzese a colori e le cui birre ad alta fermentazione sembrano fatti per la politica dei me-me. UKIP è più popolare su Facebook che i laburisti e i Liberal Democratici messi insieme”.

Non disperare …

Sarebbe facile cadere nella disperazione dopo giovedì; sarebbe facile concludere che questo paese è pieno di individui egoisti, abbietti e stupidi. Eppure dobbiamo ricordare che il coinvolgimento delle persone con la politica è pressoché minimo. Pensare in termini politici, dare alla vita una forma politica è preoccupazione di una minoranza. Questo non va inteso come un fallimento da parte dell’elettorato: è la conseguenza di un’epoca neo-liberale che ha largamente avuto successo nel disabilitare i meccanismi con cui funzionava la democrazia di massa. Esausti per aver lavorato troppo e di fronte all’imperativo di lavorare ancora di più; completamente impegnati e ancora incapaci di portare tutto il lavoro a termine, molti sono troppo esausti per interessarsene. (Troppo esausto per pensare, dammi del tempo per tornare in qua… ) Quanti tra coloro che hanno votato Tory sono convinti conservatori, davvero? Per la maggior parte, sono spossati e distaccati, e votano per paura e per interesse privato (e l’interesse privato è spesso una forma di paura).

Il capitalismo realista non ha a che fare con persone che si identificano positivamente con il neo-liberalismo. Ha a che fare con la naturalizzazione e dunque con la de-politicizzazione del mondo neo-liberale. Il discorso dei Tories è in linea con questa neo-liberalizzazione, con la sua enfasi sul discorso della scelta, sull’opportunità e sul lavoro, e anche sulla sua capacità di presa emotiva sulla solidarietà negativa. Per uscirne serve una ri-politicizzazione e questa richiede una mobilitazione, proprio come abbiamo visto con il Partito Nazionale Scozzese. Il successo dei Tories dipende da una generale disattivazione popolare (i giorni delle mobilitazioni contro la Thatcher sono andati da molto). Non c’era alcun entusiasmo per nessuno dei due principali partiti. L’unico partito che poteva stimolare un entusiasmo di massa nel Regno Unito era il Partito Nazionale Scozzese. L’entusiasmo popolare – un entusiasmo che il realismo capitalista deve prevenire – può venire solo dall’affluire di qualche cosa che, per lungo tempo, non ha avuto un barlume di vita in Inghilterra: il futuro.

Non essere depresso…

“Quale speranza serbare per un paese in cui le persone sono disposte a fare accampate lunghe tre giorni solo per dare uno sguardo fugace alla coppia reale? L’Inghilterra è come una bestia ferita troppo stupida per morire. Che affonda senza gloria nei suoi stessi detriti gli esiti e il cattivo karma di un impero” (William Burroughs, Strade Morte).

Quindi non dovremmo prendere la vittoria Tories come il sintomo di una nostra completa mancanza di sintonia con la maggioranza della popolazione inglese. Come mi diceva Jeremy Gilbert giovedì, non è come se avesse perso l’equivalente di Syriza o Podemos (anche se questo è parte di quanto è stato così devastante, le nostre aspettative erano basse, ma la realtà lo era di più). Data la seria debolezza di ciò che i laburisti avevano da offrire, data la ferocia dell’attacco sul lavoro dalla macchina mediatica della destra nel Regno Unito, dato il fallimento dei media cosiddetti neutrali come la BBC nel dare una spiegazione adeguata delle cause della crisi finanziaria e delle sue conseguenze, di fatto è sorprendente che la vittoria dei Tories non sia stata ancora più schiacciante.

Quelli che hanno votato Tory non sono necessariamente indifferenti alla sofferenza dei più vulnerabili – più semplicemente accettano (e perché non dovrebbero) la storia del capitalismo realista per cui “non ci sono soldi” e bisogna fare “scelte difficili”. Nessun dubbio, la loro accettazione di tutto questo è, in un certo senso, complice; non c’è dubbio, dipende dal desiderio di tenere quelli che soffrono lontani dalla vista in una sorta di periferia mentale.

Ma questo è anche fondamentalmente uno sguardo deprimente e depressivo. C’è una relazione tra il capitalismo realista e il realismo depressivo. L’idea che la vita sia essenzialmente fatica (e che pertanto nessuno deve averla facile) è un concetto depressivo di giustizia (se io devo vivere male, allora vivano male anche gli altri), che ha una particolare attrazione in un paese sfatto e di cultura post-protestante come l’Inghilterra (l’Inghilterra è il più antico paese capitalista, non dimenticatelo…).

Tutto ciò che Cameron ha offerto è ancora di più di questa depressione: l’immagine di un uomo che spazza il ghiaccio dal finestrino per andare a lavoro, a un lavoro che odia, e lo fa per sempre. Nel contempo i laburisti non solo hanno fallito nel tentativo di offrire un’altra narrazione sulle cause della crisi economica, hanno fallito nel tentativo di offrire alcuna visione positiva della società. Sono convinto che anche il minimo accenno a un discorso di questo tipo avrebbe ispirato a rifiutare il discorso dei Tories. Ma il fatto che i laburisti non avessero nulla da offrire non era un errore (un qualche focus group di più e ce l’avrebbero fatta). Era il sintomo del modo in cui il loro partito è stato interamente colonizzato al capitalismo realista.

I Tories hanno rapidamente abbandonato la “Big Society” dopo la campagna del 2010, ma il concetto di fatto puntava esattamente a ciò che la cultura neo-liberale ha corroso, la distanza tra l’individuo, la famiglia e lo stato. Oltre a questo nome pesante e poco comunicativo – una specie di anti-me-me – il problema con la “Big Society” era che, nelle mani dei Tories, era un modo trasparente per smantellare il welfare. Per risocializzare una cultura che è stata individualizzata al punto che l’Inghilterra necessita di risorse massicce – necessita di tempo ed energia, le stesse risorse di cui il capitale, specie nella versione neo-liberale inglese – ci ha deprivato.

La vera ricchezza è la capacità collettiva di produrre, prendersi reciprocamente cura gli uni degli altri e di trarne piacere. Questo si intende per Red Plenty, abbondanza rossa. Noi, e loro, abbiamo capito male per un certo tempo: non si tratta di essere anti-capitalisti; il fatto è che il capitalismo, con tutti i suoi poliziotti e le sue maschere anti-gas, ha inteso impedire il godimento di questa ricchezza. L’attacco al capitale deve essere fondamentalmente basato sul fatto che, lungi dall’essere in grado di creare ricchezza, il capitale semplicemente impedisce che vi abbiamo accesso noi. Tutto per tutti. Noi per primi.

Il Partito Laborista ha combattuto elezione dopo elezione non tanto sul terreno della ri-socializzazione, ma sul terreno identitario, con le sue guardie ai confini (ne avremo tanti quanti nei hai tu!), i suoi fili spinati (saranno alti come i tuoi!). Il genio delle forze progressiste che hanno creato il Partito Nazionale Scozzese, nel frattempo, si muoveva dal terreno identitario – e il nazionalismo dei popoli colonizzati è molto differente dal nazionalismo dei colonizzatori – alla convivialità cosmopolita dell’internazionalismo Rosso.

L’appartenenza Rossa offre qualcosa di diverso alle forme tradizionaliste dell’appartenenza (fede, bandiera – le forme corrotte del comune, direbbero Hardt e Negri). Jodi Dean ha descritto il Partito Comunista negli Stati Uniti in modo toccante:

“ha dato a qualche americano l’impressione che il mondo fosse uno solo, che il loro lavoro avesse senso come il lavoro di una classe, che le loro lotte fossero significative perché parte di una lotta globale per liberare il lavoro da coloro che lo rivendicano per il proprio profitto privato. Per i disperatamente poveri e i migranti appena alfabetizzati, il comunismo è una fonte di sapere e potere – la conoscenza di come funziona il mondo e il potere di cambiarlo”. Il senso di appartenenza qui non può essere ridotto al piacere sciovinistico che deriva dall’essere all’interno di un gruppo qualsiasi; descrive un preciso coinvolgimento che permette di trasfigurare tutti gli aspetti della vita quotidiana in un modo che, precedentemente, solo la religione era riuscita a fare, cosicché anche la mansione più tediosa diventa imbevuta di significato. “Anche quelli coinvolti nel noioso, ripetitivo lavoro di distribuire volantini o reclutare nuovi membri, […] trovano la vita nel partito ricca di significato.

A differenza dell’immaginario conservatore – che suppone un’area circoscritta al cui interno sono persone ostili e sospettose verso chi rimane escluso – l’immaginario Rosso è temporale e dinamico. Significa appartenere a un movimento, un movimento che abolisce il presente stato di cose, e offre cura incondizionata senza comunità (non importa da dove vieni o chi sei, ci prenderemo cura di te comunque).

Ma non sperare nemmeno…

“Non è il caso né di piangere né di sperare, si tratta piuttosto di cercare nuove armi”, scriveva Deleuze nel “Poscritto sulle Società del Controllo”. Senza dubbio stava pensando alla rappresentazione della speranza e della paura nell’Etica di Spinoza. “Non c’è speranza senza paura né paura senza speranza”, scriveva Spinoza. Spinoza descrive la paura e la speranza così:

“La Speranza è una Gioia incostante, nata dall’idea di una cosa futura o passata, del cui esito in qualche misura dubitiamo.
La paura è una tristezza incostante, nata dall’idea di una cosa futura o passata, del cui esito in qualche misura dubitiamo”.

La paura e la speranza sono essenzialmente intercambiabili, sono affetti passivi che nascono dalla nostra incapacità di agire. Come tutte le superstizioni, la speranza è qualcosa a cui ci appelliamo quando non abbiamo altro. E’ per questo che la “politica della speranza” di Obama ha finito con l’essere così deflazionata – non solo perché, inevitabilmente, l’amministrazione Obama rapidamente si è ascritta al capitalismo realista, ma anche perché la speranza è una condizione di passività. L’amministrazione Obama non voleva attivare la popolazione (eccetto durante le elezioni).

Non ci serve speranza; ciò di cui abbiamo bisogno è la sicurezza e la capacità di agire. “La Sicurezza”, scriveva Spinoza, “è Gioia nata dall’idea di una cosa futura o passata, rispetto alla quale è venuta meno la ragione di dubitare”. Eppure è molto difficile, anche nei momenti migliori, che i gruppi subordinati abbiano la sicurezza di agire, perché per loro / noi ci sono poche (se ci sono) questioni rispetto alle quali “è venuta meno la ragione di dubitare”.

“L’oppressione di classe è una sorta di ferita inflitta ad una persona alla nascita”, spiega David Smail. “L’andatura sicura stile mani in tasca con cui discetta il Ministro Etoniano parla non tanto dell’attuale suo potere (che in qualche misura può essere egualmente posseduto dal leader di un sindacato) quanto di una sicurezza che egli ha fatto propria già mentre succhiava il latte di sua madre” (anche se il latte con cui è stato svezzato probabilmente non era quello materno). Il welfare aveva come scopo esattamente questo, rimuovere parte di questi dubbi, mentre l’imposizione della precarietà come progetto politico è stata disegnata esattamente per rimuovere quella sicurezza che la classe lavoratrice aveva ottenuto con anni di lotta. (Vedi qui lo straziante testo di Jennifer M Silva, Coming Up Short: Working-Class Adulthood in an Age of Uncertainty – un libro su cui ritornerò sicuramente in futuro – per un assaggio dell’impatto devastante della precarietà sulle vite emotive delle giovani donne e degli giovani uomini negli Stati Uniti).

Mentre speranza e paura sono superstizioni, la sicurezza è essenzialmente iperstizione: aumenta immediatamente la capacità di agire, la capacità di agire aumenta la sicurezza, e così via, in una specie di profezia che si auto-avvera, una spirale virtuosa.

Dunque come possiamo ricostruire la nostra sicurezza? Mentre le condizioni sono difficili – e in Inghilterra stanno per diventarlo ancora di più – possiamo ancora agire, in modo imminente e immanente. Come?

La socializzazione oltre i social media

La risposta è che molti gruppi stanno già facendo quanto è necessario. Ma questi processi saranno molto più potenti e coordinati sul piano logistico (che non significa uniti, l’unità è una debolezza strategica, non una forza) e uniti da narrazioni comuni. Il saggio di Jason Read “The Order and Connection of Ideology Is the Same as the Order and Connection of Exploitation: Or, Towards a Bestiary of the Capitalist Imagination” spiega perché tale capacità di narrare è importante. Nel descrivere due pensatori neo-Spinozisti, Frédéric Lordon e Yves Citton, Read ci ricorda che “il nostro desiderio, i nostri odi e amori, sono già plasmati dalle narrazioni, da scritti ereditati da libri e televisione. Entriamo in un mondo già scritto e, come Spinoza sostiene nella sua definizione del primo tipo di sapere, la nostra vita è definita egualmente da immagini e segni quanto dalle esperienze fatte”. Questo significa:

“che gli scenari che immaginiamo, le storie e le narrazioni che consumiamo, informano la nostra comprensione della realtà, non in quanto confondiamo la realtà con la finzione, ma in quanto le relazioni di base che sottostanno a tali finzioni plasmano la nostra comprensione della realtà. [..] La finzione esiste in una relazione permanente di metalepsi con la realtà, in quanto figure e relazioni si informano continuamente l’un l’altra”.

È per questo che l’intensificazione e la proliferazione delle tecnologie capitalistiche del management della realtà e dell’ingegneria libidinale negli anni Ottanta non erano semplicemente una qualche felice coincidenza dell’epoca neoliberale: il successo del neoliberalismo sarebbe stato impensabile senza queste tecnologie. È anche la ragione per cui l’azione diretta, sebbene certamente cruciale, non sarà mai sufficiente: dobbiamo anche agire indirettamente, creando narrazioni figure e cornici concettuali.

Imponendo un certo tipo di narrazioni, di figure e di cornici concettuali che poi sono state naturalizzate, il capitalismo realista ha anzitutto trainato ciò che Jason Read definisce come un “potere particolare dell’umanità (e la chiave di volta della nostra emancipazione”: “la nostra capacità di riordinare in modo differente le immagini, i pensieri, gli affetti, i desideri e le credenze che sono associate nella nostra mente, le frasi che escono dalla nostra bocca, e i movimenti emanati dai nostri corpi.” Gli Studi Culturali erano basati su queste operazioni di riordino (che in parte derivavano da Spinoza passando per Althusser). Il riordino di immagini, pensieri, affetti, desideri, credenze e linguaggi ovviamente non può essere raggiunto dalla “politica” da sola – dipende dalla cultura nel suo senso più ampio.

Da questo punto di vista, la trasformazione della cultura popolare in una ripetizione – quanto descrivo in Ghosts Of My Life – e Simon Reynolds descrive in Retromania – è un problema molto serio. L’incapacità della cultura di produrre innovazione è un segnale ambientale persistente che nulla può cambiare. Alle volte può sembrare difficile capire cos’è avvenuto alla cultura popolare, ma la spiegazione della sua stasi e della sua sterilità è in ultima analisi piuttosto semplice.

L’innovazione nella cultura è sempre venuta dalle classi lavoratrici. Il neoliberalismo ha condotto un attacco sistematico e sostenuto alla vita di chi lavora – e i risultati sono tutti attorno a noi.

Oltretutto, l’incursione del cyberspazio capitalistico in ogni area della vita e della psiche ha intensificato il processo di de-socializzazione. Non è per dire che non ci sono potenziali progressisti nel web, ma questi sono stati certamente sopravvalutati, mentre l’impatto del cyberspazio nel de-socializzare la cultura e la socialità sono stati enormemente sottostimati. Qui mi limito a riprendere il lavoro di Bifo sul semiocapitalismo e la critica di Jodi Dean al capitalismo comunicativo, ed è importante rendere operativa questa critica.

Blog e social media ci hanno dato la possibilità di parlarci (anche se senza mai uscire dalla bolla della sinistra); hanno anche generato comportamenti patologici nella forma di soggettività che non solo generano miseria e rabbia – ma perdono tempo ed energia, le nostre risorse più preziose. Email e tablet, nel frattempo, hanno creato nuove forme di isolamento e solitudine: il fatto che riceviamo le comunicazioni lavorative ovunque a qualunque ora e in qualunque luogo significa che siamo esposti agli ordini lavorativi quando siamo da soli, senza possibilità di sostegno da parte di alcuno.

In breve, l’ossessione con il web, la sua capacità di monopolizzare ogni idea nuova ha servito il capitalismo più che minarlo. Che non significa, naturalmente, che dovremmo abbandonare il web ma che dovremmo trovare un modo per sviluppare una relazione più strumentale con lui. Per farla breve, dovremmo usarlo come strumento di disseminazione, di comunicazione e di distribuzione ma non vivere al suo interno. Il problema è che questo va contro le tendenze della tecnologia e dei tablet. Noi tutti riconosciamo il cliché dell’immagine di un vagone del treno pieno di persone ciascuna concentrata sul suo piccolo schermo, ma sappiamo anche quanto miserevole questo realmente sia e quanto frutti al capitale infiltrarsi in tutte le possibilità di socializzazione per impedirle?

Conoscere qualcuno in questa vita sembra disperato come me

C’è qualcuno in Plan C che ha parlato di aumentare la consapevolezza e per tante ragioni penso che sia cruciale oggi rinverdire questa pratica o insieme di pratiche. Aumentare la consapevolezza significa almeno in parte scoprire e riscoprire saperi soggiogati, e in parte significa produrre socializzazione immediata e forme di soggettività antitetiche rispetto all’individualità “sempre sotto/sempre solo” del capitalismo contemporaneo.

Aumentare la consapevolezza significa aprire alla possibilità di vivere, non semplicemente teorizzare, una prospettiva collettiva. Ci può dare risorse per comportarci, pensare e agire in modo differente a lavoro (qualora avesse ancora alcun senso oggi l’idea di essere “a” lavoro), dove il capitalismo realista assume una seconda natura. Le radici di una lotta efficace verranno da persone in grado di condividere i loro sentimenti, specie sentimenti di miseria e disperazione, e di attribuire l’origine di questi sentimenti a strutture impersonali, ancorché mediate da figure particolari alle quali dobbiamo associare sentimenti populisti di sdegno e disgusto.

Nelle dure condizioni del capitalismo del cyberspazio, condizioni che, come dimostra Jennifer M Silva, hanno prodotto un “indurimento del sé”, specialmente nei più giovani, lavorare sulla consapevolezza significa tentare di produrre una nuova compassione per gli altri e per noi stessi. Il capitalismo nevrotico-edipizzante responsabilizza, e lo fa colpevolizzandoci duramente, mentre – nella sua modalità terapeutica – ci dice che abbiamo la possibilità come individui di trasformare tutto ed ogni cosa: se siamo infelici sta a noi cambiarlo. Aumentare la consapevolezza, in questo senso, significa operare una depersonalizzazione positiva: non è colpa tua, è il capitalismo. Nessun individuo può cambiare tutto, nemmeno se stesso; ma l’azione collettiva è già, in modo immanente, un tentativo di superare l’immiserimento individuale.

Ciò che presento qui è dunque un certo numero di pratiche e orientamenti, che iniziano dalle più immediate (ciò che possiamo fare qui e ora) sino alle più remote. La lista naturalmente non è esaustiva, né io rivendico alcun credito per averla compilata. Il punto è condividerla, allungarla, elaborarla ulteriormente.

La principale difficoltà in tutti questi passaggi è ciò che, in un’analisi chiara e trenchant, Ewa Jasiewicz chiama “povertà del tempo”:

“Il nostro tempo è sotto attacco. Il lavoro sarà intensificato, pagato peggio, più precario – se non l’abbiamo, dovremo lavorare per averlo; lavoro obbligatorio, ricerca di lavoro obbligatoria e workfare obbligheranno tutti a spendere il loro tempo chiusi nella loro stazione computer obbligatoriamente distratti. È indispensabile che un reale, diverso movimento di lavoratori in grado di auto-rappresentarsi includa persone che affrontano e vivono queste esperienze, ma come fare se siamo sempre a lavoro?
Accesso al tempo e al nostro lavoro sono cose cruciali e determineranno la partecipazione e l’abilità di organizzarci. Se non abbiamo tempo per organizzarci, non possiamo incontrarci, non possiamo trovarci insieme. Il lavoro e le forme di assistenza a questo connesse sono i luoghi principali dela lotta. La solidarietà dovrà fare uno sforzo in più se vogliamo vincere dispute lavorative e scioperi, rifiuti del workfare e supportare gli individui che ricevono sanzioni, affinché ciascuno abbia un maggior controllo per il proprio lavoro e il proprio tempo.
Tutti i beni comuni sono sotto attacco. Le condizioni di povertà di tempo e le sue radici – intensificazione del lavoro, repressione del welfare, criminalizzazione e incarcerazione – devono essere riconosciute come maggiori ostacoli al movimento alla diversità e alla potenza. Questi ostacoli devono essere disinnescati se vogliamo superare l’ideologia del lavoro salariato come determinante del valore umano a un livello popolare”

Il problema è che, per lottare contro la povertà del tempo, ciò che ci serve è tempo – un orrendo circolo vizioso che il capitale, con il suo genio malefico, ha creato. Il problema è assolutamente immanente – scrivere questo ed altri post questa settimana significa che sarò in enorme ritardo con altre scadenze, il che significa aggiungere allo stress delle prossime settimane.

La prima cosa che dobbiamo fare per trasformare tutto questo in una pratica è anzitutto smetterla di incolpare noi stessi. #it’snotyourfault, #nonècolpatua. Dobbiamo provare tutte le strade possibili per politicizzare la mancanza di tempo piuttosto che accettare di colpevolizzare gli individui per non farcela a completare il proprio lavoro. La ragione per cui ci sentiamo sotto pressione è che siamo sotto pressione – non è un fallimento individuale il nostro, non è perché non abbiamo utilizzato il tempo adeguatamente. Però, possiamo usare le risorse scarse che abbiamo in modo più efficace se lavoriamo insieme con pratiche collettive di riabilitazione (creare nuove regole nel nostro lavoro nei social media e nel cyberspazio capitalistico in generale).<