Effimera presenta la recensione di Cecilia Arcidiacono al libro di Mohammed El-Kurd Vittime perfette e la politica del gradimento (Fandango, Roma, 2025, trad. di Clara Nubile). Un libro potente di denuncia critica al modo con cui in Europa e negli Stati Uniti si guarda alle vittime del genocidio in Palestina e all’intensificarsi della repressione contro la solidarietà alla resistenza palestinese in Italia, repressione che colpisce in particolare le persone arabe, soprattutto se non godono dei diritti di cittadinanza. Tra queste, oltre al recente caso dell’Imam della moschea di Torino Mohamed Shahin che dal 24 novembre è rinchiuso nel CPR di Caltanissetta, va ricordato anche il caso di Ahmad Salem, 24 anni, che si trova, senza specifiche accuse, nella sezione di alta sicurezza del carcere di Rossano Calabro. Particolarmente degno di nota è anche il caso di Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh. Il pubblico ministero ha chiesto, rispettivamente, 12, 9 e 7  anni di reclusione, nell’ambito di un processo che vede, all’Aquila, i tre palestinesi imputati con accuse di attività di terrorismo internazionale, sulla base di un mandato di Israele. Il prossimo 19 dicembre si terrà l’udienza finale di un processo, che, come denunciato in questo articolo, presenta diverse irregolarità e conferma la complicità dell’Italia con la politica genocida dell’attuale governo israeliano.

Su queste ingiuste vicende, è necessaria una mobilitazione della coscienza critica italiana.

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Paese mio accorato
in un lampo
mi hai tramutato da poeta che scriveva versi d’amore
a poeta che scrive con il coltello.

Nizar Qabbani

Nel documentario My Neighbourhood (2012) un bambino di undici anni racconta di come i coloni israeliani sono piombati in casa sua, aggredendo sua nonna e buttando via i mobili della famiglia. Il bambino è un giovanissimo Mohammed El-Kurd, originario di Sheikh Jarrah, Gerusalemme Est, quartiere dal 2009 occupato da coloni israeliani che hanno espulso con forza gli abitanti, tra cui la sua famiglia, che per anni si è mobilitata contro lo sgombero. El-Kurd vive ora negli Stati Uniti, è corrispondente per The Nation, autore della raccolta di poesie Rifqa e, più recente, di Vittime perfette e la politica del gradimento, entrambi usciti per la casa editrice Fandango. El-Kurd è anche un poeta, un poeta “che scrive col coltello”. In Vittime perfette le parole sono lame pronte a fare a pezzi ogni rassicurante narrazione sui palestinesi, a tagliare le reti dei soliti recinti discorsivi. Il libro di El-Kurd ci interpella con una certa urgenza sull’intensificarsi della repressione contro la solidarietà alla resistenza palestinese in Italia, repressione che colpisce in particolare le persone arabe che non godono dei diritti di cittadinanza, come l’imam della moschea di Torino Mohamed Shahin che dal 24 novembre è rinchiuso nel CPR di Caltanissetta e che, dopo la revoca del permesso di soggiorno, rischia di essere deportato in Egitto, dove il regime dittatoriale di al-Sisi, da lui ripetutamente denunciato, lo esporrebbe a rischio concreto di arresto, tortura e detenzione a vita. Tutto questo per aver partecipato a una manifestazione contro il genocidio del popolo palestinese e per aver commentato gli attacchi del 7 ottobre 2023 durante un’altra manifestazione in solidarietà con la Palestina, a Torino. Come Shahin, molti uomini arabi, musulmani e palestinesi, soprattutto negli ultimi due anni, vengono sorvegliati, puniti e criminalizzati in modo sproporzionato per l’adesione alla solidarietà palestinese, accusati di “terrorismo” e di appartenere “a un’ideologia estremista”. Tra questi c’è Ahmad Salem, 24 anni, arrivato in Italia in cerca di protezione internazionale, e finito invece nella sezione di alta sicurezza del carcere di Rossano Calabro, perché durante la procedura di asilo gli è stato sequestrato il telefono e parti di suoi interventi pubblici – slogan, appelli alla mobilitazione civile per la Palestina, contenuti politici – sono stati etichettati come “terrorismo”. Nel frattempo anche Tarek, il ragazzo tunisino arrestato durante la manifestazione del 5 ottobre 2024 a Roma, continua a marcire in carcere, condannato in primo grado, con rito abbreviato, a 4 anni e 8 mesi (più di quanto avesse chiesto l’accusa), pena aggravata dalla sua condizione marginalizzata e dallo stigma di essere maghrebino. Nel frattempo il pubblico ministero ha chiesto 12 anni di reclusione per Anan Yaeesh , 9 per Ali Irar e 7 per Mansour Doghmosh nell’ambito del processo che vede all’Aquila i tre palestinesi imputati con accuse di attività di terrorismo internazionale, sulla base di un mandato di Israele.

«Ho sempre voluto essere umano. O, in tutta onestà, mi hanno sempre consigliato di voler diventare umano» scrive El-Kurd.

Cosa significa per un palestinese sentirsi umano quando nasci in un posto in cui ti viene ricordato di continuo, attraverso la politica e la burocrazia, che sei nato per non avere un futuro?

«La deumanizzazione ci ha situato, addirittura ci ha espulso, al di fuori della condizione umana fino al punto che la reazione naturale all’assoggettamento, nel nostro caso, è considerata un comportamento primitivo, incontrollato e incomprensibile». Il processo di deumanizzazione, continua El-Kurd, non è solo la strategia sionista di cancellazione e pulizia etnica dei palestinesi, ma è anche “il rifiuto dell’Occidente di guardarci negli occhi”.

«È la riluttanza o l’incapacità del mondo di considerare le nostre tragedie come tragedie e le nostre reazioni come reazioni, l’insistenza del mondo a categorizzare i nostri comportamenti normali come devianze. Gli istinti fondamentali – sopravvivenza e autodifesa – e la condotta essenziale intrinseca alla vita sulla Terra diventano lussi a cui soltanto loro possono indulgere». Cosa significa, allora, umanizzare i palestinesi?

Mentre scriveva i racconti su sua nonna Rifqa, sopravvissuta alla Nakba del 1948, racconta El-Kurd, gli è stato chiesto di “umanizzarla”: «Ho cercato nel suo personaggio stramberie e battute che potevano sporcare la sua umanità, poi le ho cancellate (…) Ho citato le lacrime, mai gli sputi rabbiosi». Bisogna soffrire in modo educato, bisogna essere “rispettabili” e “comprensibili”, bisogna essere vittime perfette agli occhi di chi può concederti il diritto di avere un tetto sulla testa: «Le dichiarazioni volgari sono dannose per le tue traversie, persino quando riguardano chi prima ti ha rubato la casa, poi ti ha razziato la tenda. La violenza inflitta alle nostre terre e ai nostri corpi, ci dicono, è secondaria alle macchie che infangano la nostra immagine, macchie che, a quanto pare, si frappongono tra noi e la giustizia. Viviamo per sfregarle via, quelle macchie».

L’umanizzazione, mette in guardia El-Kurd, è un altro risvolto di quella narrazione colonialista che infantilizza gli oppressi, che definisce umano quel che è leggibile e riconducibile nei termini di “civiltà”, che si avvicina all’innocenza: la pelle bianca, una buona educazione, il compromesso, la collaborazione, la non-violenza, la supplica. «Siamo stati derubati del diritto alla complessità, ai sentimenti contraddittori, del diritto di “contenere moltitudini”. La nostra tristezza non ha i denti».

Quello che fa l’umanizzazione, scrive El-Kurd, è distogliere lo sguardo critico dal colonizzatore, puntandolo sul colonizzato, oscurando l’ingiustizia intrinseca del colonialismo, proteggendo così il progetto coloniale. Nel deviare l’attenzione, i difensori insinuano che gli oppressi devono innanzitutto dimostrare di meritarsi la libertà e la dignità. E giustificano così l’espropriazione, la brutalità poliziesca, la sorveglianza e le esecuzioni extra-giudiziali, in quella dicotomia falsa e rigida che vede i palestinesi confinati all’eterno ruolo o di vittime o di terroristi.

«Chi di noi è considerato un terrorista non può essere pianto. D’altro canto, le vittime o coloro che rivestono il ruolo della vittima anche dopo non essere riusciti a morire, ogni tanto ricevono il microfono con la richiesta di parlare. Ma pagano a caro prezzo le dichiarazioni fatte a quel microfono. Innanzitutto devono soddisfare determinati prerequisiti. Le vittime palestinesi devono essere ferite e deboli: troppo ferite per combattere verbalmente e troppo deboli per corrucciare o aggrottare le sopracciglia».

Cosa succede allora quando il/la palestinese esce da questo ruolo e inizia ad aggrottare le soppracciglia, a reagire all’oppressione? Cosa succede quando la tristezza mostra i denti, quando la decolonizzazione abbandona la sfera concettuale e diventa materiale, cosa succede quando la violenza, per citare Fanon, diventa il gesto ultimo dell’uomo braccato? E come questa violenza interpella noi, che citiamo Fanon e appendiamo la bandiera palestinese sul balcone?

«Quando un individuo palestinese si impegna concretamente nella lotta armata – scrive El-Kurd – la sua lotta, persino a livello discorsivo, resta individuale. Molti di noi nascondono la testa nella sabbia, fingendo di non vedere i palestinesi con i coltelli, i fucili o le molotov. Non scriviamo editoriali sui combattenti per la libertà come facciamo con i brutalizzati. Non manifestiamo per loro come facciamo con i disarmati, e per chi è stato “giustiziato extra-giudizialmente”: tutto ciò senza volerlo rinforza l’autoproclamata giurisdizione del colonizzatore sulla nostra terra rubata

La causa palestinese, allora, non è percepita come lotta di liberazione, ma come “crisi umanitaria”, in cui i rivoluzionari non sono soggetti politici motivati da sogni di emancipazione, ma banditi pericolosi, in una lettura completamente astorica che offusca lo squilibrio di potere tra l’occupante e l’occupato. E così, in questa narrazione, chi si ribella, chi resiste all’oppressione, chi alza la voce, chi esce dal ruolo di vittima perfetta diventa automaticamente un “terrorista”, come  Anan Yaeesh.

Ripercorrere la storia di Anan e del suo processo può aiutare a mettere a fuoco come la figura del “terrorista”, definizione che non poggia su una interpretazione unica, ma rimane nella zona grigia di convenzioni, risoluzioni e formule fumose del diritto internazionale, finisce per mettere sullo stesso piano chi si ribella a un regime di dominio e chi fa del terrore un metodo ordinario di governo. Chi dispone del monopolio dell’uso legittimo della violenza e chi reagisce alla violenza istituzionalizzata in quell’economia imperiale della violenza che, come nota la filosofa Elsa Dorlin qui, produce da una parte soggetti degni di essere difesi e, dall’altra, corpi pericolosi, indifendibili e, soprattutto, violentabili.

Anan Yaeesh, 37 anni, è originario della città di Tulkarem, in Cisgiordania. A Tulkarem, quando aveva quindici anni, vede cadere a terra l’amica che gli camminava a fianco, colpita da un proiettile che proveniva dal fucile di un cecchino dell’IDF. L’aveva confusa con un’attentatrice kamikaze, dirà il soldato in seguito. Da questo episodio tragico quanto ordinario per chi vive nella Palestina occupata, dove la morte e la violenza sono prospettive immanenti al quotidiano, Anan decide di reagire e di prendere parte attivamente alla seconda Intifada e così dal 2005 inizia la sua trafila nel tunnel della giustizia sionista: prima nel carcere di Gerico, da cui riesce a fuggire e tornare a Tulkarem, dove però subisce un’imboscata, in cui viene ferito al volto e alle gambe, e poi portato in una prigione israeliana, dove rimarrà tre anni e dieci mesi, con l’accusa di appartenere alle Brigate dei martiri di Al-Aqsa. Nel 2010, con ancora in corpo diversi frammenti di proiettili, esce di prigione. Lascia la Palestina nel 2013. Si reca prima in Norvegia, in Finlandia e in Svezia, ma, su pressione israeliana, trova il rifiuto da parte dei governi scandinavi della protezione internazionale. Nel 2017 arriva in Italia, a L’Aquila, dove ottiene un regolare titolo di soggiorno. A riconoscergli la Protezione speciale è la Commissione territoriale di Foggia, che ipotizza, in caso di una sua espulsione, un serio rischio di “ritorsioni e/o maltrattamenti aventi intensità persecutoria da parte di Israele”.  Nel 2023, infatti, quando Anan prova a tornare in Giordania, viene rapito dai servizi di sicurezza giordani con lo scopo di consegnarlo alle autorità israeliane, ma viene rilasciato dopo oltre sei mesi di detenzione.

E qui arriviamo al 7 ottobre, alle ripercussioni della vendetta di Israele anche sui combattenti palestinesi della diaspora, che tocca, ovviamente, anche la vita di Anan. Il 29 gennaio 2024 viene arrestato a l’Aquila, su richiesta di estradizione avanzata dalle autorità israeliane: ignorando la sentenza di non estradabilità emessa dal Tribunale di Foggia, il ministro della giustizia Nordio dà subito parere positivo e trasmette gli atti alla corte d’Appello dell’Aquila, che dispone la custodia cautelare, sulla base di indagini condotte dallo Shin Bet per reati di cui Anan era stato già condannato e aveva già scontato la pena. La prima fase del processo si conclude con il respingimento della richiesta di estradizione da parte della Corte d’Appello dell’Aquila, dal momento che, come aveva già sentenziato la Commissione territoriale di Foggia, il prigioniero, una volta consegnato alle autorità israeliane, verrebbe sottoposto a “trattamenti disumani e degradanti assimilabili alla tortura”. Ma non finisce qui: due giorni prima della scarcerazione, l’11 marzo 2024, la Procura dell’Aquila apre un fascicolo per terrorismo nei confronti di Anan e di due suoi amici palestinesi, Ali Irar e Mansour Doghmosh, estranei alla lotta armata e politica, ma necessari a garantire quel numero minimo richiesto dal reato associativo previsto dall’articolo 270 bis. Anan viene accusato di far parte e di finanziare l’associazione terroristica “Brigata di risposta rapida”, presente e operante a Tulkarem. L’inchiesta è firmata “Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo”, organismo che si è distinto negli ultimi anni nel contrasto alla dissidenza politica. L’intento dell’accusa è chiaro: derubricare la vicenda biografica e politica di Anan a una storia di terrorismo islamico, criminalizzando la resistenza palestinese e la sua solidarietà, nella totale mancanza di contesto geopolitico, di ciò che accade da anni in Palestina, quel contesto fatto di occupazione, pulizia etnica e morte senza il quale non si possono comprendere le azioni di resistenza.

E così, nel discorso dell’accusa, la figura del colono armato viene equiparata a quella del civile, mirando a provare che le azioni delle Brigate Tulkarem fossero dirette a obiettivi “civili” e non militari, facendo cadere l’ipotesi di legittima resistenza. (Il diritto internazionale e il diritto internazionale umanitario – dalla Risoluzione ONU 37/42 alla Carta delle Nazioni Unite, fino alla Convenzione di Ginevra – riconoscono infatti il diritto del popolo palestinese alla resistenza contro l’occupazione militare illegale, anche attraverso il ricorso alle armi, purché non vengano coinvolti civili estranei al conflitto). Un punto centrale del processo, in effetti, è stato il tentativo dell’accusa di presentare un insediamento illegale israeliano in Cisgiordania, Avnei Hefetz, che ospita anche una base militare, come una semplice cittadina civile israeliana. Per sostenere questa tesi, la Procura ha cercato di inserire nel fascicolo un documento proveniente dall’ambasciata israeliana a Roma, ma il giudice ne ha negato l’ammissione. In risposta, l’accusa ha richiesto di convocare l’ambasciatore israeliano come testimone all’udienza successiva.

C’è poi un’altra questione anomala nel processo: i materiali che la corte dell’Aquila ha usato sono in larghissima parte forniti dai servizi segreti israeliani, confessioni estorte a diciassette palestinesi, su torture fisiche e psicologiche. E qui la giustizia italiana inciampa nel paradosso: le torture che avrebbero atteso Anan nelle carceri sioniste e da cui una sentenza di non estradabilità lo aveva salvato, diventano ora metodi ammessi, elemento probante all’interno di un processo.

Con questo slittamento geografico e politico, la parola “occupazione” finisce ai margini della scena, mentre la risposta armata e violenta occupa l’inquadratura con tutto il suo immaginario, come si scrive qui.

Un’asimmetria radicale che riflette quella che subiscono i palestinesi nei Territori Occupati: nei casi di violenza attribuita ai palestinesi la condotta viene giudicata da tribunali militari israeliani, mentre per i coloni la giurisdizione resta sul piano civile, se e quando un procedimento viene effettivamente aperto. Quello che è in atto in questo processo, infatti, è che le dinamiche geopolitiche e gli accordi tra stati, in questo caso Italia e Israele, possono mettere alla prova il diritto internazionale in materia di diritto alla difesa e di principio di giurisdizione territoriale. L’Italia si ritrova a giudicare atti avvenuti nei territori palestinesi occupati, basandosi su elementi istruttori prodotti da uno stato straniero, Israele, con metodi che includono tortura e violenza, e ad assumere in proprio un impianto accusatorio costruito dentro un altro ordinamento giuridico e in un altro contesto politico. Anan, in una seduta di marzo 2025, ha enfatizzato proprio questo punto davanti al giudice, quello del doppio standard politico italiano:

considerate il palestinese terrorista non per la – legittima – resistenza che porta avanti contro uno stato occupante, ma perché riconoscete Israele come uno Stato amico. (…) Non mi state processando in base al diritto internazionale, ma in base ai vostri rapporti diplomatici, solo perché Israele è considerato un alleato del governo italiano, un partner commerciale, e ritenete legittime tutte le azioni che esso porta avanti. Tanto vale allora cambiare il nome delle corti internazionali e umanitarie in Corti degli amici”.

Dopo un presidio di solidarietà molto partecipato il 21 settembre scorso, Anan è stato trasferito nel penitenziario di Melfi, sezione di Alta Sicurezza, con l’accusa di terrorismo internazionale. Qui ha iniziato uno sciopero della fame ed è arrivato a provocarsi atti di autolesionismo per chiedere il rispetto dei diritti basilari in carcere. All’udienza del 29 novembre al tribunale dell’Aquila, l’accusa ha chiesto 12 anni di reclusione per Anan, 7 anni per Mansour e 9 per Ali. Il 19 dicembre è prevista l’udienza conclusiva del processo. La criminalizzazione della solidarietà che colpisce le persone arabe e palestinesi della diaspora in Italia agisce anche attraverso quelle procedure amministrative che regolano ingressi, deportazioni e centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) per colpire e intimorire chi non gode del privilegio della piena cittadinanza, con il fine di indebolire la solidarietà alla Palestina, derubricandola a propaganda “islamista” o a terrorismo, come è successo all’imam di Torino Mohamed Shahin, a cui è stato revocato il permesso di soggiorno di lunga durata e trasferito nel CPR di Pian del Lago a Caltanisetta in attesa di deportazione verso l’Egitto. Questa criminalizzazione agisce ovviamente anche attraverso l’applicazione del “DL Sicurezza” (ex DDL 1660), che introduce il reato di “terrorismo della parola” di cui è accusato Ahmad Salem. Originario del campo profughi palestinese di al-Baddawi, Ahmed è arrivato in Italia in cerca di protezione internazionale, ma si ritrova da più di sei mesi nel regime di Alta Sicurezza nel carcere di Rossano Calabro perché durante l’audizione per la richiesta di asilo il suo telefono è stato sequestrato e perquisito ed è stato trovato un video che la Digos di Campobasso ha ritenuto di “propaganda jihadista” per un paio di frasi decontestualizzate in cui Ahmed invitava alla mobilitazione contro il genocidio a Gaza, condannando il silenzio e l’immobilismo del mondo arabo e musulmano.

Per un palestinese e per un musulmano, insomma, prendere parola contro quel regime che gli toglie la vita e il respiro significa in automatico abbandonare il ruolo di vittima per vedersi cucito addosso quello di terrorista. E l’Italia, come mostra il caso di Anan, si adegua al sistema di apartheid israeliano, continuando a usare le procedure amministrative in materia di espulsione e l’odio verso i musulmani per allontanare le persone che non godono dei diritti di cittadinanza, quindi più esposte e più ricattabili, derubricando la solidarietà a terrorismo. Vale la pena notare che nelle sezioni di Alta sicurezza 2 (AS2) vengono rinchiuse, oltre alle persone accusate di “terrorismo internazionale di matrice islamica”, gli anarchici e i militanti della sinistra radicale, altri “soggetti pericolosi”. Un impianto di criminalizzazione della solidarietà ben oliato dal nuovo DL sicurezza, che introduce un inasprimento delle pene per chi si oppone alla complicità dell’industria e dell’università nell’economia del genocidio, per chi solidarizza con i reclusi nei CPR, per chi blocca per qualche ora quelle infrastrutture che dovrebbero servire a scopi civili, come porti, aeroporti, autostrade, e che diventano invece le rotte attraverso cui transitano armi e componenti per macchine da guerra. Ed è qui che Gaza, come spesso si dice, è un paradigma che interpella la capacità di agire nei territori, la capacità di spostare la solidarietà dal piano del simbolico a quello politico, come hanno dimostrato gli scioperi e le manifestazioni che hanno avuto luogo in tutta Italia dopo il blocco della Freedom Flottilla. «All’interno di alcune nicchie progressiste nei media e nella politica – scrive El-Kurd nelle note – la “Palestina” emerge come una sorta di moneta sociale per determinati individui. In questo caso, è nostra responsabilità, ed è comunque il minimo che chiunque possa fare, alzare il limite di ciò che è consentito».

E qui l’invito si estende anche al ruolo della produzione culturale, della stampa, dell’informazione: uscire dai confini delle rassicuranti narrazioni, rifiutare l’impianto razzista che considera la testimonianza israeliana più autorevole di quella palestinese, spezzare la dicotomia vittima-terrorista, non raccontare un’unica sola storia, ma rispettare il diritto alla complessità, a contenere moltitudini.

Anche se è difficile immaginare cosa può fare la cultura di fronte a un genocidio, cosa può fare una poesia nella canna di una pistola.