L’attacco sferrato dagli Stati Uniti contro il Venezuela, il 3 gennaio 2026, culminato nel sequestro di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, ha proiettato la rivoluzione bolivariana al centro della scena mondiale. Un’aggressione che, oltre alla capitale Caracas, ha colpito gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira, ha provocato un centinaio di vittime fra militari e civili (fra cui 32 cubani e cubane), e ha distrutto varie infrastrutture e case. Il luogo dove si trovavano Maduro e Flores, il Fuerte Tiuna, un complesso civico-militare simile a un piccolo distretto urbano, che copre un’area di circa 15 chilometri quadrati, ospita infatti anche numerosi edifici di case popolari, del programma Gran Misión Vivienda Venezuela.
Si è trattato di un attacco asimmetrico di proporzioni gigantesche, in cui sono state impiegate contemporaneamente 150 aeronavi, che ha scatenato una impressionante potenzia di fuoco e una vera e propria tempesta magnetica, mediante l’impiego di una tecnologia di ultimissima generazione, definita “impressionante” dagli esperti. Una gigantesca operazione di polizia globale che ha infranto tutti i codici del diritto.
Nonostante la situazione eccezionale, il paese non è però in stato d’assedio. Non c’è l’État de siège, non ci sono i carri armati per le strade, non ci sono stati saccheggi e rivolte, la vita produttiva è ripresa a un ritmo quasi normale. Il decreto che ha istituito lo “stato di shock esterno”, dichiarato in base alla Costituzione, è la legalizzazione della resistenza.
Si basa sulla dottrina della Guerra popolare prolungata. Autorizza la mobilitazione delle milizie bolivariane e il coordinamento diretto con le comunas, territori di autogoverno in cui si esercita il potere popolare diretto, e quello dei “corpi combattenti” che agiscono all’interno delle fabbriche con le milizie operaie.
Ogni territorio, ogni comuna, è una unità di difesa “integrale”, giacché la legge riconosce che la sovranità non è solo garantita dai soldati di professione, ma dalla “fusione” tra popolo e Forza armata nazionale bolivariana (Fanb). Il decreto venezuelano cita esplicitamente il Diritto alla legittima difesa, sancito dalla Carta delle Nazioni unite.
Lo “stato di shock esterno” si basa sul fatto che il sequestro di un capo di Stato, che gode di immunità come la deputata Flores, così come i bombardamenti a un paese pacifico e sovrano, sono atti di guerra che giustificano una risposta immediata e proporzionata.
Il decreto non è quindi solo una misura di sicurezza, ma il quadro giuridico che permette alle “casematte” bolivariane di operare legalmente come organi di difesa della nazione, e di portare le proprie istanze a livello internazionale.
D’altro canto, la nozione di sicurezza, in Venezuela – mettere risorse per i diritti basici e non per la repressione -, è molto lontana da quella, che in Europa, dagli anni ’70 a oggi ha attinto a logiche securitarie, che criminalizzano il conflitto, e che, facendo tristemente scuola, si sono estese ad altre parti del pianeta: confluendo, per esempio, nella “legislazione del nemico” applicata prima contro la guerriglia, e poi contro tutta l’opposizione politica di sinistra in Perù.
Il ministro degli Interni, giustizia e pace, Diosdado Cabello, da tempo ha fatto dipingere i veicoli della sicurezza con slogan e colori che invitano alla partecipazione collettiva. “Noi siamo così: con una mano ci diamo un abbraccio, con l’altra reggiamo il fucile”, aveva detto il capitano per spiegare il clima di festa che vigeva nel paese fino alla vigilia dell’attacco statunitense. Il giorno prima, il presidente aveva girato di notte per le strade guidando l’auto mentre si faceva intervistare dal giornalista Ignacio Ramonet.
E anche in queste ore drammatiche in cui il paese discute a fondo, ma senza cadere nei dubbi e nelle congetture, quel che fa premio è la volontà collettiva di andare avanti. Il presidente dell’Assemblea nazionale, Jorge Rodríguez, ha annunciato la liberazione di un numero importante di detenuti venezuelani e stranieri: una “decisione unilaterale – ha detto – per consolidare la pace e la convivenza”.
In un incontro per chiedere la solidarietà internazionale dei movimenti, il giovane deputato Nicolas Maduro Guerra, figlio del presidente, musicista e economista di scuola marxista, ha raccontato che nella residenza provvisoria del presidente “che aveva una semplice porta di legno e non una blindata”, c’era ancora, miracolosamente intatto, il bicchiere con il succo di frutta che stava bevendo quando le truppe speciali Usa l’hanno fatta saltare e hanno ferito lui e Cilia Flores.
Quest’ultima, pur non richiesta dagli Usa, ha fatto di tutto per essere portata via con il suo compagno di vita e di lotta. Entrambi, comparsi in una prima udienza davanti a un tribunale Usa hanno rifiutato il patteggiamento, e si sono dichiarati “prigionieri di guerra”. Barry Joel Pollack, ex avvocato del fondatore del sito Wikileaks, e Mark Donnelly, altro penalista sperimentato, difendono rispettivamente il presidente e la “prima combattente” Cilia Flores. E già hanno fatto cadere una prima accusa, quella secondo cui Maduro sarebbe a capo del fantomatico Cartello dei Soli. La prossima udienza è fissata per il 17 marzo.
Indignata, ma composta e massiccia è stata la reazione popolare, che prosegue ogni giorno. Prima sono scese in piazza le donne, poi le realtà di autogoverno delle comunas, poi gli operai e le operaie, i lavoratori e le lavoratrici delle istituzioni nazionali, ora tocca alla gioventù.
E si continua a oltranza con le quotidiane marce di sostegno al governo, alla cui guida c’è ora la vicepresidenta esecutiva, Delcy Rodriguez: come presidenta incaricata e non a interim, perché l’assenza del presidente viene considerata solo temporanea. Sia nella capitale che nelle altre città del Venezuela si ripetono gli incontri pubblici e le tribune a microfono aperto, in una dialettica permanente fra potere costituente e potere costituito, che si rinnova da quasi 27 anni.
È questa, infatti, la cifra principale del “processo bolivariano”, che si rivendica, appunto, come “processo”, in base alla pedagogia libertaria di Simon Rodriguez, maestro di Bolivar: “o inventamos o erramos”, o inventiamo o falliamo. Non solo un invito alla creatività, ma un imperativo categorico a non copiare servilmente i modelli europei o nordamericani, attingendo invece alla propria storia di resistenza secolare al colonialismo e al neocolonialismo.
“Non vogliamo, certamente, che il socialismo in America sia calco e copia. Deve essere creazione eroica. Dobbiamo dare vita, con la nostra propria realtà, nel nostro proprio linguaggio, al socialismo indo-americano”, scriverà un secolo dopo il marxista peruviano José Carlos Mariátegui, la cui lezione è oggi la bussola del socialismo bolivariano.
Un blocco sociale composito, che ha saputo attrarre e organizzare figure diverse, unendo territori distinti in una prospettiva inedita ma fortemente radicata nella storia delle rivoluzioni: dai “dannati della terra” ai contadini, dagli operai agli studenti, dagli indigeni e afrodiscendenti agli intellettuali, dalla piccola borghesia agli ufficiali educati alla “guerra di tutto il popolo”. Una direzione gramsciana, che scommette di “depotenziare dall’interno lo stato borghese”, assumendo una tensione permanente fra conflitto e consenso.
Contraddizioni, debolezze, azzardi e ritorni indietro vanno compresi in questo senso. Parlare di “laboratorio bolivariano” non è una suggestione, ma un esperimento concreto di iper-modernità e storia “insurgente”, che offre molti spunti, in termini di azione e reazione, persino ad altre latitudini. Uno su tutti la domanda su quali siano gli spazi possibili, nel sistema globale – concentrato, securitario e verticistico -, per un’alternativa strutturale che porti al governo, se non al potere, un blocco sociale anticapitalista, antimperialista e antipatriarcale.
Che tipo di militante servirebbe, che tipo di “attrezzatura” occorrerebbe per far fronte a un attacco multiforme delle forze avverse, che va dalla demolizione simbolica dei presidenti “scomodi” (vedi il Maduro quintessenza di tutti i mali costruito dai media), allo strangolamento finanziario (le “sanzioni”), alla criminalizzazione internazionale di chi prova a opporsi al modello dominante, alla balcanizzazione dei territori e dei cervelli, e fino all’aggressione militare, in spregio al diritto internazionale?
Oggi, per le comunas e per la presidenta incaricata Delcy Rodríguez, lo slogan “o inventamos o erramos” assume una rilevanza vitale: sia contro il modello neoliberista, sia nella “difesa integrale della nazione” di fronte all’attacco asimmetrico della “più grande potenza del pianeta”. Se non “inventiamo” un’economia basata sulla solidarietà, sull’interscambio e sulla gestione diretta delle risorse, capace di costruire nuove relazioni sociali – dice il processo bolivariano – falliremo, ricadendo nelle catene del colonialismo.
In un mondo dominato comunque dal modello capitalista, occorre per questo sfuggire sia la trappola del dottrinarismo che quella del realismo senza principi, aprendo brecce e costruendo casematte. E “inventare” nuove forme di resistenza civico-militare, assumendo l’asimmetria esistente a livello economico, militare, mediatico: con coraggio e fantasia.
Questo è un corpo sociale che brulica di tutti i colori, e che scompagina, che mostra sintomi di malattie, ma che produce anche gli anticorpi per combatterle. È, a suo modo, il manifesto dell’originalità rivoluzionaria: la convinzione che la salvezza dei dominati dipenda dalla capacità di creare istituzioni originali, avvertite dalla storia negletta e dalle sconfitte, e dalle necessità quotidiane.
I lavori del nuovo parlamento, che ha rinnovato i 285 seggi dell’Assemblea nazionale il 5 maggio del 2025 e che ha assunto funzioni il 6 gennaio di quest’anno, sono stati aperti dal deputato più anziano, Fernando Soto Rojas, ex guerrigliero che ha combattuto la “democrazia camuffata” della IV Repubblica e che ha perso un fratello in quella lotta. Delcy e il fratello Jorge, sono figli di un rivoluzionario in armi, morto sotto tortura per mano dei governi “democratici”.
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