Per il mio amico Alexey Ilyusha e per i suoi bellissimi figli

 

1. Che cosa possiamo essere? Potenzialità distruttive

Lo slogan di Barack Obama, “Yes We Can”, la versione inglese dello slogan degli United Farm Workers, “Sí, se puede”, è stato svuotato del suo vero significato a causa dell’incapacità di Obama di promuovere il senso di speranza di cui tanto gli piaceva parlare. Ma parlare costa poco, come si dice. Le promesse di Obama e e il suo “coraggio” si sono sciolti davanti al patetico e ridicolo riguardo per il suo predecessore, G.W. Bush, una specie di criminale di guerra. Obama ha deciso che era meglio guardare al futuro piuttosto che cercare di stabilire gradi di responsabilità per gli orribili crimini commessi dall’amministrazione Bush dopo l’11 settembre.

Ora vediamo bene cos’era quel futuro: il nostro disastroso presente, la nostra vulnerabilità, e un futuro soffocato, il nulla di un tempo (non) da venire – a meno che non sia spinto da un desiderio rivoluzionario. Ora, Bush sostiene di essere “angosciato”, lui e sua moglie lo sono. Ma se fosse davvero angosciato, andrebbe a chiedere perdono al popolo iracheno. Sì, possiamo distruggere, uccidere e conquistare. Possiamo anche, però, fare l’esatto contrario – o forse, in maniera spinoziana, nietzschiana e marxiana, non il contrario, ma ciò che è essenzialmente diverso – distruggere, sì, le vecchie menzogne, distruggere la stupidità, e costruire un mondo migliore.

Teniamo a mente le grandi indicazioni dell’Antigone di Sofocle, “Molte meraviglie, molti terrori, / Ma niente di più meraviglioso della razza umana / O di più pericoloso” (versi 332-334). Prima di passare al meraviglioso, continuiamo con il pericoloso e spaventoso, lo spregevole e – per dirlo alla maniera di James Baldwin – con la mostruosità morale. L’amministrazione Bush, prima delle vane promesse e speranze di Obama, è stata la continuazione di una storia di disprezzo per la vita, ciò che c’è di più importante nella vita, così come di disprezzo per l’intelligenza e la cura. Allo stesso tempo, Bush e la sua amministrazione ha intensificato la storia di violenza tipica di questo Paese, accentuando la mancanza di rispetto e la crudeltà (con i loro “interrogatori potenziati”, ad esempio, un eufemismo per le torture inflitte ai prigionieri di guerra che, contro la Convenzione di Ginevra, non ottennero lo status di prigionieri di guerra), e promuovendo una cultura di estrema violenza e di sterminio il cui strano frutto è ormai evidente ovunque.

Obama e la sua amministrazione non hanno invertito la rotta, ma hanno invece rafforzato e istituzionalizzato, anche se in modo apparentemente più elegante (più liberale e quindi più ipocrita), quel paradigma della violenza. La guerra contro l’intelligenza è continuata sotto Obama, con il maggior numero di accuse contro i whistleblower – anche se alla fine del suo secondo mandato ha fatto commutare, a suo merito, la pena detentiva di Chelsea Manning; il programma di morte attraverso i droni avviato da Bush è stato intensificato con Obama; il campo di Guantanamo non è stato chiuso, e la deportazione degli immigrati ha raggiunto nuove vette.

Tutti questi (e altri simili) elementi hanno spianato la strada all’“attuale occupante”, come alcuni definiscono quel bianco, e bianco-suprematista, attualmente alla Casa Bianca. Il punto non è negare l’importanza storica dell’elezione di Obama come primo presidente nero nella storia degli Stati Uniti. Piuttosto, è vedere la continuità dei “soliti affari” sotto la sua presidenza, e quindi notare il fatto che i suoi due mandati al potere hanno costituito in definitiva un utile collegamento tra ciò che è venuto prima e ciò che è successo dopo di lui, tra questi due tempi di grande pericolo e, soprattutto ora, con l’attuale occupante, soprattutto se viene rieletto (fatto assai  possibile), della fine incombente della civiltà in quanto tale, la fine della cura umana, dove la cura è da intendersi come il tempo tra la nascita e la morte, l’origine e la distruzione. Certo, questo stato di cose non è una novità assoluta, né un’eccezione, ma è la regola, che deve essere sovvertita e smantellata.

2. Che cosa possiamo essere? Potenzialità costruttive

In modo molto sommario e incompleto, ho cercato in precedenza di dare un senso del contesto in cui si situa (e non si ferma) l’ontologia dell’inquietudine espressa dal movimento Black Lives Matter. La triplice pandemia di Covid-19, il razzismo e il capitalismo dei disastri costituiscono ciò che Walter Benjamin chiama “il tempo-ora”, il tempo di un vero stato di emergenza, e quindi il tempo della rivoluzione. Nella sua Ottava Tesi sulla Filosofia della Storia, Benjamin dice: “La tradizione degli oppressi ci insegna che lo ‘stato di emergenza’ in cui viviamo non è l’eccezione ma la regola. Dobbiamo arrivare a una concezione della storia che sia in linea con questa intuizione. Allora ci renderemo chiaramente conto che è nostro compito realizzare un vero stato di emergenza, e questo migliorerà la nostra posizione nella lotta contro il fascismo” (257; corsivo dell’autore).

Ho evidenziato quello che è forse il momento più importante del passaggio di Benjamin. Tuttavia, il momento finale della lotta contro il fascismo è oggi di nuovo molto importante, soprattutto dopo il vile e odioso attacco contro Antifa e la stesso movimento Black Lives Matter da parte dell’attuale occupante.

Ma esaminiamo brevemente ogni aspetto di questa triplice pandemia.

a. La pandemia di Covid-19 è cominciata come un fenomeno naturale (tralasciamo tutte le teorie cospirazioniste e le posizioni negazioniste, tipiche per la maggior parte di mentalità molto reazionarie e di destra); è cominciata come una crisi sanitaria. Molto è ancora sconosciuto sul nuovo Coronavirus come dicono epidemiologi e virologi. Un virus muta. È nella natura dei virus farlo, e questa è, tra parentesi, una forma di perfezione nel senso di Spinoza, se volete: mutano per durare. Non c’è niente di male, si potrebbe dire. Tuttavia, contenere o non contenere la diffusione di un virus non fa più parte del ciclo del virus stesso. I virus, siano essi stessi forme di vita o meno (questo è ancora oggetto di dibattito in virologia e biologia), o forse forme alle soglie della vita, hanno un modello e seguono un ciclo come tutti i parassiti. In effetti, la parassitologia in generale è un argomento molto affascinante. Tuttavia, con una pandemia la mutazione non è semplicemente nell’ordine della biologia. C’è un’altra mutazione, forse più pericolosa (o almeno altrettanto pericolosa) della crisi sanitaria in sé, perché raggiunge l’ordine dell’economia e della società, della politica e della cultura, come abbiamo visto e continueremo a vedere con l’attuale pandemia. Così la risposta alla pandemia di Covid-19 ha rivelato tutte le possibili carenze e gli abusi nella cattiva gestione della governance e della società.

È interessante notare che, mentre parliamo, gli Stati Uniti e il Brasile, governati dai due ‘leader’ più inetti e pericolosi tra i tanti ‘leader’ straordinariamente inutili (e veramente dannosi), hanno il maggior numero di casi di Covid-19 sia in termini di contagio che di morti. La mutazione, non del virus, ma della crisi virale, ha rafforzato la società di sorveglianza e controllo sotto la quale viviamo sempre più da quaranta o cinquant’anni, anche grazie alla nuova potenza della tecnologia digitale. Ha cambiato le abitudini e la routine delle persone, quindi l’etica delle persone, in un modo che sembra, ancora una volta, un’eccezione, ma che in realtà si normalizza e si istituzionalizza sempre più. Ha modificato le economie, ha impoverito persone che erano già ai margini o vicine ai margini delle economie e della società, e ha arricchito quei pochi che, come dice Marx, “hanno da tempo smesso di lavorare” (1977: 873). Ha esacerbato i problemi di disuguaglianza economica a livello locale e globale. In particolare negli Stati Uniti, dove le comunità nere e latine sono state maggiormente colpite dalla pandemia, ha anche esacerbato le strutture di oppressione e disuguaglianza che fanno la storia della violenza razzista di questo Paese. Questa situazione diventa particolarmente evidente e pericolosa quando si guarda ai campi di concentramento al confine tra Stati Uniti e Messico, dove i detenuti contraggono il virus ma non ricevono cure adeguate, o non ne hanno affatto, e al complesso industriale carcerario degli Usa, dove la situazione è simile a quella dei camp dove vengono tenuti i migranti e che proprio come questi ultimi deve essere smantellato e abolito, come sottolineano costantemente molte voci, in particolare quella di Angela Davis, all’interno del movimento per l’abolizione delle carceri.

 

b. Il razzismo è un altro aspetto di questa pandemia, o è una pandemia a sé stante. Certamente, con il linciaggio pubblico di George Floyd lo scorso maggio è successo qualcosa per cui il razzismo è diventato la maschera primordiale del volto di questo paese. Per qualche ragione, questo brutale omicidio della polizia ha reso più visibile la violenza razzista nelle sue forme istituzionali e comportamentali. Forse ciò è stato in parte dovuto al fatto che, nel bel mezzo della pandemia di Covid-19, la polizia non ha fermato o diminuito il suo atteggiamento di estrema violenza, ma lo ha aumentato.

Ciò che tutti hanno visto nell’uccisione di George Floyd da parte della polizia è stata la brutale e tragica concentrazione di secoli di violenza razzista: i pestaggi, i linciaggi, gli incendi di case e chiese, e così via. Naturalmente, i casi di brutalità della polizia sono all’ordine del giorno negli Stati Uniti. Proprio negli ultimi anni, possiamo ricordare i nomi di Eric Garner e Freddie Gray e nei mesi scorsi quelli di Breonna Taylor e George Floyd. In realtà, la brutalità della polizia è un’espressione ridondante, perché la polizia è brutale nella sua stessa essenza. Questo non solo in luoghi come l’Egitto o le Filippine, governati da dittatori più apertamente crudeli e spietati, ma anche nelle democrazie occidentali, con il notevole primato degli Stati Uniti. Infatti, come dice Walter Benjamin in un passo molto importante della sua Critica della violenza, “E anche se la polizia può, in particolare, apparire ovunque la stessa, non si può infine negare che il suo spirito sia meno devastante dove rappresenta, nella monarchia assoluta, il potere di un sovrano in cui la supremazia legislativa ed esecutiva sono unite, che nelle democrazie dove la sua esistenza, non elevata da tale relazione, testimonia la più grande degenerazione concepibile della violenza” (287). Forse la marea comincia a cambiare. Le richieste di togliere i finanziamenti alla polizia stanno crescendo in modo esponenziale dopo l’omicidio di George Floyd, e a Minneapolis  alcune settimane fa, il Consiglio comunale ha votato all’unanimità per sciogliere il dipartimento di polizia e sostituirlo con strutture comunitarie per la sicurezza e, immagino, l’assistenza.

Eppure, oltre alle forme più istituzionali della polizia, della prigione e dei campi, questo tipo di violenza razzista rimane sistemica a livello comportamentale, ideologico e, se posso usare questa parola proprio in questo contento, “privata”. Gli individui di destra e i bianchi-suprematisti praticano sistematicamente questo tipo di violenza con uno strano, e ovviamente falso, senso di legittimità. Ma il fatto che il loro senso di legittimità sia assurdo non significa che non sia reale allo stesso tempo, con conseguenze reali e tragiche nella vita degli altri. L’omicidio di Ahmaud Arbery in Georgia da parte di due uomini bianchi, padre e figlio (il padre, un ex poliziotto), avvenuto lo scorso febbraio, è solo uno degli ultimi esempi di questo tipo di violenza estrema. Ma dalla morte di George Floyd e dalle potenti proteste di Black Lives Matter e di altri movimenti e formazioni rivoluzionarie, abbiamo assistito a molti casi di violenza bianca, malata e nauseabonda, di persone che chiamano la polizia perché, per esempio, un nero o una persona di colore sta camminando nel loro quartiere o sta dicendo loro di mettere il cane al guinzaglio secondo la legge, come è successo qualche settimana fa a Central Park. Spesso coloro che praticano questo tipo di violenza sono sostenitori dell’occupante attuale. Ma è importante notare che non pensano e si comportano come fanno perché sono suoi sostenitori, ma il contrario, diventano suoi sostenitori perché pensano e si comportano così. L’attuale amministrazione ha dato rifugio e (un tipo di legittimazione odiosa e falsa) a tutte queste persone forviate. Qui sta uno dei pericoli più gravi tra i tanti che oggi ci troviamo ad affrontare. Allo stesso tempo, l’occupante attuale moltiplica e intensifica i suoi attacchi contro coloro che desiderano e lottano per un mondo migliore e per la possibilità di felicità e di una vita buona per tutti. Nel suo ultimo discorso ha attaccato gli attivisti di Black Lives Matter, ma anche i marxisti e gli anarchici, e così via. In realtà, il tutto si riduce a una questione di gioia e di tristezza, nel senso di Spinoza, di amore e di odio. Come dice Sigmund Freud, “in ultima istanza dobbiamo cominciare ad amare per non ammalarci, e dobbiamo ammalarci se, in conseguenza della frustrazione, non possiamo amare” (66). Si tratta essenzialmente di una questione di salute e di cura contro la malattia privata e pubblica e contro la patologia sociale. È la lotta eterna tra questi elementi: la cura contro la stupidità, l’amore contro l’odio, la gioia contro la tristezza.

Ma è una lotta che presenta tutti gli aspetti, i semi, di una guerra civile, esemplificata dalla risentita e spaventata stupidità di slogan come “All Lives Matter”, o “White Lives Matter”, cercando di contrastare il profondo significato storico e ontologico della Black Lives Matter (che naturalmente è una guida non solo per i neri e le persone di colore negli Stati Uniti, ma, ovunque, per tutti coloro che hanno un senso della storia, la capacità di pensare adeguatamente, il desiderio di amore, felicità e cura, così come il potere, inteso come potenza, di allontanarsi dalla servitù e dalla tristezza verso la libertà e la gioia. In altre parole, Black Lives Matter non ha nulla a che fare con la politica dell’identità).

Questa lotta è esemplificata anche dalla guerra intorno ai monumenti e alle statue. È iniziata con la giusta demolizione dei monumenti dedicati ai razzisti, come Cristoforo Colombo, e ha avuto un grande potere simbolico. Tuttavia, il 4 luglio, una statua del grande abolizionista Frederick Douglass è stata abbattuta a Rochester, N.Y., come ritorsione. Ma, precisamente, Cristoforo Colombo significa servitù e tristezza, la storia della conquista, della schiavitù, dell’omicidio e del brutale accumulo di capitale; Frederick Douglass significa libertà e gioia, realizzazione umana e amore. Così, tutto questo piagnucolare sui monumenti razzisti che vengono abbattuti – per non parlare della violenta reazione ad essi – non ha alcun senso. Sì, invece. Come dice Nietzsche in On the Genealogy of Morality, “Se un santuario deve essere eretto, un santuario deve essere distrutto” (65-66; enfasi originale).

 

c. Il terzo aspetto di questa pandemia – e, ancora una volta, una pandemia a sé stante – è fornito dal capitalismo, e dal capitalismo dei disastri. Nel capitolo 26 del Volume I del Capitale, Marx dice che “i metodi di accumulazione primitiva sono tutt’altro che idilliaci” (874). La storia del capitalismo è, infatti, “scritta negli annali dell’umanità in lettere di sangue e fuoco” (875). L’estrema violenza – e l’estrema violenza razzista, in questo caso – è stata una costante dello sviluppo del capitalismo fin dal suo inizio; è il motore del suo processo di individuazione, la sua più intima caratteristica, e il sinistro bagliore del capitale come “illuminazione generale” (Marx 1973, 107). Dice Marx: “Nella storia attuale, è un fatto noto che la conquista, la rapina in schiavitù, l’omicidio, in breve, la forza, giocano il ruolo maggiore” nel creare le precondizioni del capitale, la sua primitiva accumulazione (Marx 1977: 874). Infatti, come ho detto, oltre a costituire le sue precondizioni, questa forma di violenza estrema, oltre a costituire le sue precondizioni, continua nei secoli, e continua ancora oggi. È in questo senso che David Harvey preferisce parlare di accumulazione per espropriazione (Harvey 2003), un concetto vicino a quello del capitalismo catastrofico, definito da Naomi Klein (2007). Tuttavia, l’estrema violenza insita nell’accumulazione e nell’espropriazione capitalistica, il suo modus operandi, si basa sempre su una logica di distruzione e di disastro, e in questo senso costituisce una terribile pandemia a sé stante. Nel Manifesto del partito comunista, Marx ed Engels, toccando in modo interessante “l’epidemia della sovrapproduzione” (163; corsivo aggiunto), sottolineano che le crisi attraverso le quali il capitale procede sono sempre situate all’interno del paradigma della violenza, della conquista, dello sfruttamento e della distruzione che abbiamo visto sopra. Marx ed Engels dicono: “E come fa la borghesia a superare queste crisi? Da un lato con la distruzione forzata di una massa di forze produttive; dall’altro, con la conquista di nuovi mercati, e con lo sfruttamento più profondo di quelli vecchi. Vale a dire, aprendo la strada a crisi più estese e più distruttive, e diminuendo i mezzi per prevenire le crisi” (164). Questo è un capitalismo dei disastri, che porta alla propria fine, alla propria morte, perché non può resistere per sempre – o anche solo a lungo – alle lotte politiche che lo metteranno a tacere. Come dicono Marx ed Engels, la classe capitalista e razzista è “incapace di governare perché incompetente” (168). Infatti, “la sua esistenza non è più compatibile con la società” (169).

3. Che cosa possiamo essere: Malcolm X e i giovani della classe operaia

In una pagina importante della sua Autobiografia, Malcolm X racconta l’esperienza che ha avuto con il suo insegnante di inglese, un uomo bianco, quando era molto giovane. Scrive: “So che probabilmente aveva buone intenzioni in quello che mi ha consigliato quel giorno. Dubito che volesse fare del male. Era proprio nella sua natura di uomo bianco americano. Ero uno dei suoi studenti migliori, uno dei migliori studenti della scuola, ma tutto quello che vedeva per me era un  tipo di futuro del “stai al tuo posto”, quello che quasi tutti i bianchi vedono per i neri (36). L’insegnante chiese a Malcolm cosa voleva fare da grande, e Malcolm rispose che voleva fare l’avvocato. L’insegnante disse che bisognava essere realistici. Disse a Malcolm che tutti lo apprezzavano, a scuola, eppure, disse, “bisogna essere realistici nell’essere un negro” (ibidem). Aggiunse: “Devi pensare a qualcosa che puoi essere” (ibidem; enfasi nell’originale). E consigliò a Malcolm di considerare l’idea di diventare un falegname. Malcolm X racconta che più ci pensava, più si sentiva a disagio. Ripensava al fatto che era tra i migliori studenti della scuola, eppure “apparentemente non ero ancora abbastanza intelligente, ai loro occhi, per diventare quello che Io volevo essere” (37). Il momento più importante di tutto il passaggio è quando spiega: “Fu allora che cominciai a cambiare dentro” (ibidem). È questo cambiamento, un termine ontologico, un termine di inquietudine, che è intimamente legato all’ontologia delle potenzialità, del “poter fare” (I can). Che cosa può essere? In effetti, dalla storia sappiamo ora cosa Malcolm X era in grado di fare. La negazione produce trasformazione, e come dice Langston Hughes nella sua poesia, il sogno rinviato esploderà (A dream deferred). Hughes dice: “Cosa succede a un sogno rinviato? / Si asciuga / come un’uvetta al sole / O marcisce come una piaga – / E poi fugge? / Puzza come carne marcia? / O da sopra una crosta di zucchero – / come un dolce sciropposo? / Forse si affloscia / come un carico pesante. / Oppure esplode?”.

È l’esplosione a cui assistiamo e a cui partecipiamo in questo momento, l’ora della convergenza di negazione e trasformazione, necessità e potenzialità. Nel bel mezzo della pandemia sanitaria globale, quando tutto ciò che sembrava certo e incrollabile viene scosso e si sgretola, ciò che è stato a lungo rimandato, impedito, ritorna con la potenza del possibile, con il “Sì, può essere“. Ho notato sopra che il movimento Black Lives Matter non ha nulla a che fare con la politica dell’identità, ma ha tutto a che vedere con l’emancipazione umana, a tutti i livelli della vita: lo smantellamento del capitalismo e di tutti i sistemi di oppressione. Il compito dell’attuale rivolta è quello di rimodellare il mondo e di mettere a disposizione di tutti una vita buona, gioia e felicità. Ciò che è obsoleto e odioso dovrà essere sostituito e abbandonato.

La storia raccontata da Malcolm X può essere applicata a molte altre situazioni di oppressione e di esclusione, di negazione e di conseguente trasformazione. Per fare solo un esempio, citerò il titolo di un grande libro che affronta molta parte della stessa problematica, dove il momento centrale, però, non è la razza ma la classe. Mi riferisco al libro di Paul Willis: How Working Class Kids Get Working Class Jobs, che mette in evidenza la “cultura anti-scuola” (52), l’anti-intellettualismo e l’attacco aperto all’intelligenza, oggi così diffuso. È molto simile a quello che abbiamo letto nel brano di Malcolm X. È giunto il momento che i destini della negazione, della servitù, della cattura, diventino linee di fuga verso la poesia (come poiesis) del futuro.

BIBLIOGRAFIA

Benjamin, Walter. 1968. “Theses on the Philosophy of History.” In Illuminations, trans.

Harry Zohn. New York: Shocken Books.

– 1978, “Critique of Violence.” In Reflections, trans. Edmund Jephcott.

New York: Shocken Books.

Freud, Sigmund.1991. “A Note on the Unconscious in Psychoanalysis” (1912). In General

            Psychological Theory, edited by Philip Rieff. Simon & Schuster.

Harvey, David. 2003. The New Imperialism. Oxford and New York: Oxford University

Press.

Hughes, Langston. 1995. The Collected Poems of Langston Hughes. New York: Vintage.

Klein, Naomi. 2007. The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism. New York:

Picador.

Malcolm X. 1964. The Autobiography as Told to Alex Haley. New York: Ballantine Books.

Marx, Karl. 1973. Grundrisse: Foundations of the Critique of Political Economy, trans. Martin    Nicolaus. New York: Vintage Books.

1977, Capital, Vol. I, trans. Ben Fowkes. New York: Vintage.

Marx and Engels. 1994c. “The Communist Manifesto.” In Selected Writings, ed. Lawrence H.     Simon. Indianapolis: Hackett.

Nietzsche, Friedrich. 1997. On the Genealogy of Morality, trans. Carol Diethe. Cambridge, UK:

Cambridge University Press.

Willis, Paul. 1977. Learning to Labor: How Working Class Kids Get Working Class       

            Jobs. New York: Columbia University Press.

 

(traduzione di Cristina Morini e Andrea Fumagalli)

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ORIGINAL ENGLISH VERSION

 

The Roots of the Present Uprising: The Threefold Pandemic of Racism, Covid-19, and Disaster Capitalism

For my friend Alexey Ilyusha and his beautiful children

  1. What Can We Be? Destructive Potentialities

Barack Obama’s slogan, “Yes We Can,” the English version of the United Farm Workers’ slogan, “Sí, se puede,” was emptied of its real meaning by Obama’s failure to promote the sense of hope he so much liked to talk about. But talk is cheap, as they say. Obama’s promises and his ‘audacity’ melted before the very pathetic and ridiculous regard for his predecessor, G.W. Bush, possibly a war criminal. Obama decided that it was better to look at the future rather than try to establish degrees of accountability for the horrific crimes committed by the Bush administration after 9/11. Now we see what that future was: our present of disaster, vulnerability, and a stifled future, the nothingness of a time (not) to come—unless it is brought about by revolutionary desire. Now, Bush says he’s “anguished,” he and his wife are. But if he really were anguished, he would go and ask forgiveness from the people of Iraq. Yes, we can destroy, kill, and conquer. We can also, however, do the exact opposite –or perhaps, in a Spinozian, Nietzschean and Marxian fashion, not the opposite, but what is essentially different— destroy, yes, the old lies, destroy stupidity, and build a better world. We bear in mind the great lines from Sophocles’ Antigone, “Many wonders, many terrors, / But nothing more wonderful than the human race / Or more dangerous” (lines 332-334). Before we turn to the wonderful, let us continue with the dangerous and frightening, the despicable and –to say it in the manner of James Baldwin—the moral monstrosity. The Bush administration, before the vain promises and hopes of Obama, was the continuation of a history of contempt for life, what is dear in life, as well as contempt for intelligence and care. At the same time, Bush and his administration intensified the history of violence typical of this country, they enhanced disrespect and cruelty (with their “enhanced interrogations,” for instance, an idiotic euphemism for the torture inflicted on prisoners of war who, against the Geneva Convention, were not given the status of prisoners of war), and they promoted a culture of extreme violence and exterminism whose strange fruit is now apparent everywhere. Obama and his administration did not reverse course, but they instead strengthened and institutionalized, though in an apparently gentler (more liberal and thus more hypocritical) manner, that paradigm of violence. The war against intelligence continued under Obama as we saw the greatest ever number of prosecuted whistleblowers –though at the end of his second term, he did commute, to his credit, Chelsea Manning’s prison sentence; the drone assassination program initiated by Bush was escalated with Obama; the Guantanamo camp was not closed, and deportation of immigrants reached new heights. All these (and other similar) elements paved the way to the ‘current occupant,’ as some refer to the white and white-supremacist guy currently in the White House. (We even find mentioning his name offensive and odious.) The point is not to deny the historical importance of the election of Obama as the first Black president in U.S. history. Rather, the point is to see the continuation of business as usual under him, and thus the fact that his two terms in power ultimately constituted a useful link between what came before and after him, between these two times of great danger and, especially now, with the current occupant, especially if he is reelected (a very possible thing), of the looming end of civilization as such, the end of human care, where care is to be understood as the time between birth and death, origin and destruction. To be sure, this state of affair is not an absolute novelty, nor is it an exception; rather, it is the rule, which must be subverted and dismantled.