“Un milione di persone in piazza non basta” cantavano gli Assalti Frontali già negli anni ’90. Ed è così ancora nel 2025. Porti, autostrade, stazioni, vie bloccate in oltre 100 città del paese. Uno sciopero generale del sindacalismo di base per Gaza dai contorni inediti, dai numeri inaspettatati, mosso da quella rabbia che l’impotenza genera. Sono anni che si chiede la fine dell’occupazione coloniale della Palestina, dal 7 ottobre si chiede la fine del genocidio, si manifesta in tutto il mondo, senza risultati tangibili. In Italia per di più il governo Meloni è il feudo europeo di Israele.
Blocchiamo tutto era il claim e chi è sceso in piazza aveva quell’idea.
Ed è così che sotto una pioggia battente anche a Milano decine di migliaia di persone hanno risposto alla chiamata. Un pezzo di città è stata bloccata dall’ennessima esondazione del Seveso. Nonostante allagamenti e pioggia la piazza è piena. Quando la testa è costretta a muoversi da Cadorna non si capisce quanto sia “grande” la manifestazione. Per raccontarla a Radio Onda d’Urto la risalgo pezzo pezzo. Ci vuole più di un ora dalla coda alla testa. Pazzesco.
Via Vittor Pisani è piena, si arriva in Centrale. Le cancellate che danno sull’ingresso principale sono chiuse, gli accessi ed uscite della metro invece no. Ed è in quello spazio che c’è chi vede l’opportunità di entrare in Centrale e bloccare i binari come stava succedendo in diverse città. Milano è una città in contesa. E’ in contesa per le future elezioni, ed è chiaro che la destra post-fascista sogna una spallata elettorale. E’ in contesa tra i poteri economici. Si è già visto attorno alla questione Leoncavallo. Difficile pensare che questa “contesa” sia esclusa dal 22 settembre. Questo per chi comanda, governa e gestisce l’ordine pubblico.
Per chi è in piazza è diverso. Le piazze moltitudinarie vanno dove le emozioni le portano ed è li che per 10 ore migliaia di persone hanno deciso di stare nonostante i lacrimogeni ed i manganelli della polizia. Arrivato in Centrale il corteo si è fermato ma c’è chi ha provato ad invadere la stazione. Un piccolo gruppo prima che poi è diventato moltitudine. Migliaia di persone, quelle migliaia che non hanno partecipato direttamente al tentativo di entrare in stazione, hanno supportato l’azione. Erano li, non indietreggiavano. Dopo il lancio di lacrimogeni ri-prendevano la posizione. Cantavano “tutto il mondo detesta la polizia”, oppure “Free Palestine”.
Se le cronache si concentrano su chi è entrato in contatto con la polizia la “stampa distratta” pare dimenticarsi di quella parte di Piazza Duca d’Aosta prima e poi Vittor Pisani che non ha partecipato attivamente ma è stata parte di supporto, emotivo, di quelle azioni. Lo dico con forza perché io sono stato in quella parte di piazza, volevo capire che succedeva, chi si fermava, chi arriva. Ero anche spaventato da interventi polizieschi alle spalle dei manifestanti e quando decine e decine di camionette hanno parcheggiato in zona Vittor Pisani ho temuto fosse venuto il momento di andarsene.
Ma non è stato così. Chi frequenta le piazze sa bene che alla prima carica, al primo lacrimogeno, al primo accenno di tensione quasi sempre c’è un fuggi fuggi, più raramente si arretra senza scappare, è difficile che la quasi totalità delle persone restino li. Il 22 settembre a Milano è successo questo, tanto che chi era in piazza non è neppure curato dei blindati che arrivavano e si ammassavano alle proprie spalle. La rabbia per la situazione a Gaza si era già vista qualche giorno prima quando una manifestazione partita da Palazzo Marino era stata caricata dalla polizia, polizia che ha dovuto desistere poi e far passare i manifestanti. Lunedì scorso quella dinamica si è ridata con numeri maggiori. Chi è stato in strada fino alle 21.00 non era, per lo più, ascrivibile ai militanti organizzati, per questo si può parlare, senza paura, di moltitudine.
Rabbia e frustrazione sono esplose, è saltato un tappo ed è stato tutto incontrollabile. È evidente che c’è chi teme “l’effetto banlieu”, ed è chiaro da tempo, da quando è nata tutta la stucchevole retorica “maranza”. È evidente che c’è chi sta utilizzando i fatti di Milano a scopo politico, certamente sulla città ma anche a livello più ampio. Mentre c’è chi stimola i movimenti sociali nel provare a cercare forme più fresche e meno stereotipate di “fare conflitto”, la politica mette in campo il solito film: condanne bipartisan contro la violenza. Un gioco che fa gioco alla destra.
La negazione del conflitto sociale e la corsa alla pacificazione che gran parte del centro sinistra agisce è il ponte migliore per determinare con sempre più durezza una cultura di destra e incapace di rompere gli argini facendo spazio alla lotta. La “legalità” è una di queste gabbie, non per nulla creata, da decenni, da “sindaci sceriffi” alla Cofferati.
Se si volesse un mondo diverso, davvero, non si avrebbe alcun dubbio, come hanno fatto centinaia di artiste e artisti, a ribaltare il discorso sulla violenza, riconoscere che silenzi, inazioni, e supporto allo stato di Israele hanno scavato un solco che si è fatto rabbia. La visibilizzazione di questa rabbia assieme alla sensazione, crescente, che gli squilibri sociali ed il razzismo diffuso stiano trasformando scintille in piccoli falò spaventa e molto. La contesa di Milano che è stata, probabilmente, tra i fattori in campo il 22 settembre è diventata la cartina di tornasole di una complessità sociale profondamente insostenibile, una situazione che il capitale chiede di gestire alle destre più reazionarie e violente, tanto violente da concepire il Decreto Caivano e la carcerazione preventiva di minorenni che partecipano ad una manifestazione.
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