Il processo di messa a valore della vita procede in modo sempre più veloce. Oltre alla cattura e all’espropriazione quotidiana del general intellect, elementi sempre più sofisticati della cooperazione sociale costituiscono ambiti di sfruttamento e di accumulazione biocapitalistica. In particolar modo, i social network con i nuovi algoritmi recentemente inseriti, sono in grado di personalizzare le nostre  relazioni sociali, creando enormi riserve di “big data” funzionali alla creazione di banche dati  per la diffusione di nuove forme di bio-marketing e  di potenti strumenti di sussunzione della vita. Ma tali algoritmi possono essere utilizzati anche per fini alternativi. Nel workshop “Algorithm and Capital”, che si è tenuto al Goldsmith College di Londra, lo scorso 21 gennaio, si è discusso anche di moneta digitale, delle  sue potenzialità e limiti. Qui presentiamo l’intervento di Giorgio Griziotti.

* * * * *

Non si tratta più di decidere  se bisogna arrivare o meno, alle pratiche dell’ingegneria biologica, ma di cosa fare con queste tecniche. La lotta è ormai portata sulle alternative paradigmatiche del bios e la moltitudine è chiamata a scontrarsi sull’idea e la  realtà, modello, linguaggio di corpo che vuol destinare al General Intellect.

Toni Negri “Desiderio del mostro: dal circo al laboratorio alla politica” 2001[1]

L’uso delle  tecnologie è l’asse portante della metamorfosi indotta dalla fusione di vita e lavoro caratteristica del capitalismo cognitivo. Una metamorfosi che investe la coppia  innato/acquisito, dove quest’ultimo nel darwinista nature vs nurture[2] è il “nutrimento”  dell’ambiente, dalla terra madre alla parola.

Per più di un secolo il dibattito speculativo sul binomio alimenta filosofia, psicologia, ricerca medica e scienze umane e fonda l’organizzazione disciplinare della società compresa quella del regime nazista che ne fa il perno della sua ontologia distruttrice.

La società di controllo organizzata dal capitalismo cognitivo si fonda invece direttamente sulla manipolazione di questi due elementi. Secondo il dogma neoliberale essi prendono importanza in quanto componenti fondamentali del capitale umano o, meglio, di un umano che diventando capitale deve guadagnarsi il tempo di vita. Per imporre questa razionalità economica, l’oligarchia finanziaria che detiene il potere globale è quindi ormai alle prese dirette con i processi di misura del bios e d’alterazione comportamentale e genetica.  L’innato e l’acquisito sono investiti dallo tsunami tecnologico mentre entrano in gioco neuroscienza, ingegneria genetica, nanotecnologie, intelligenza artificiale, robotica etc.

In Europa una classe politica, mercenaria, complice e sottomessa all’élite finanziaria che la obbliga a privatizzare il welfare, non ha più margini per esercitare la vecchia mediazione socialdemocratica; una nuova strategia di controllo della vita e della società, basata sull’assoggettamento   tecnologico e la generazione del debito,  la rimpiazza.  

 Per quanto riguarda la nurture, sono le tecnologie informazionali e bioipermediali, associate fra l’altro alle scoperte delle neuroscienze, che intervengono sui modi di sentire, di percepire e di comprendere.  Esse sono utilizzate in modo sempre più fine e articolato nelle strategie d’influenza di framing, di business e di governance.

All’interno delle grandi tendenze del capitalismo, e talvolta in apparente opposizione alla dominante oligarchica, la corrente libertaria prende uno slancio nuovo a Silicon Valley e partecipa comunque in modo attivo a questa strategia, facilitando l’adozione volontaria degli strumenti di controllo in cambio di un’illusione di libertà individuale.

Il caso delle monete digitali, in cui la creazione è basata su software, algoritmi e tecnologie di rete in modo a prima vista autonomo dalle istituzioni finanziare mondiali e dalle banche centrali e private, mette in evidenza certe ambiguità e il miscuglio di generi.

Senza voler entrare in un’analisi dettagliata[3], il progetto bitcoin (BTC) è basato su  una produzione di moneta  “peer to peer” anonima e resa relativamente sicura tramite una crittografia basata su specifici algoritmi pubblici[4], il suo codice è sotto licenza open source e  utilizza il principio di calcolo distribuito in rete (clustering o network computing). Aspetti che lo posizionano nella categoria  dei  grandi progetti di cooperazione e d’innovazione socio-tecnologica  collettiva in provenienza dalla comunità hacker, quale quello di Linux.

Proprio per le sue caratteristiche open il BTC apre la strada ai fork , derivazioni che permettono l’implementazione di altre valute digitali, una quarantina per ora.  E’ probabile che all’origine l’obiettivo principale del BTC fosse di prosperare come strumento di scambio al di fuori del controllo delle istituzioni oligarchiche e liberando le transazioni da commissioni, esazioni e gabelle a patto d’essere estensivamente utilizzato in questo senso.

Purtroppo non è esattamente quello che sta succedendo in questa fase dove invece la valuta digitale è impiegata soprattutto come strumento di accumulo e speculazione. La convertibilità con le monete classiche (yuan e dollaro in testa) e una produzione algoritmicamente limitata[5] nella quantità e nel tempo riproducono in qualche modo  il ruolo dell’oro come moneta di riserva.  La metafora si estende anche alla terminologia utilizzata e a una certa mitologia del gold rush che si fonde  con quella dei videogiochi. Come nell’estrazione dell’oro in quella delle criptomonete (non a caso definita mining) devono essere messe in gioco grandi quantità di energia elettrica e di calcolo, che vengono rispettivamente consumate e prodotte facendo lavorare a massimo regime dei potenti PC derivati da quelli dedicati ai videogame.

Il criterio chiave del BTC e consimili sta nel principio di un’estrazione di valuta proporzionale a una particolare potenza di calcolo ma senza possedere invece alcuno dei principi che dovrebbero essere iscritti nel codice sociale dell’algoritmo d’una moneta del comune. Proprio per questa ragione l’esperimento non si emancipa da un innato capitalista immutabilmente basato sul ruolo guida del profitto nella distribuzione del lavoro e nell’organizzazione sociale. Ne sposta solo il registro. Facendo leva sulle tecnologie, prende forza all’interno dei movimenti hacker e P2P. Per il momento sembra piuttosto attirarli nel sancta sanctorum della finanza addestrandoli massicciamente al trading, ponendoli in una corsa speculativa tramite una produzione algoritmica di moneta “autonoma” in cui oggi le competenze tecniche hacker costituiscono un elemento di vantaggio ma la potenza di calcolo, e quindi l’investimento diventa vieppiù preponderante. E già il caso del BTC che è ormai estraibile solo con computer speciali e dedicati che costano (decine di) migliaia di dollari. Senza contare che nuove o vecchie Corporation digitali o no, possono ormai “ispirarsi” al processo e lanciare le loro monete.

E’ possibile che questi esperimenti siano “disrupting”, ma per il momento sembrano entrare a far parte del vasto settore delle cooperazioni che vengono sussunte  dal capitale secondo l’immutabile principio del: Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi[6].

Nonostante ciò l’esperienza ha comunque il merito di aver aperto la strada e il dibattito sulla possibilità di una creazione digitale veramente autonoma del denaro con vocazione a creare una moneta del comune che prenda in conto, secondo l’economista Carlo Vercellone, tre elementi essenziali iscritti nei suoi algoritmi e nella sua implementazione:

·      1. Essere non accumulabile e non diventare oggetto di speculazione. In conseguenza essa deve perdere una parte del suo valore nel corso del tempo. Si tratta quindi di una moneta che fonde o ” monnaie fondante”.

·     2. Attenuare la dipendenza dei lavoratori dal vincolo economico alla vendita della loro forza lavoro e quindi al rapporto salariale, riducendo la precarietà.

·      3. Permettere, su queste basi, di liberare tempo e risorse per sviluppare forme di cooperazione alternative fondate sulla messa in comune dei saperi, dei risultati della p