In occasione della pubblicazione francese del saggio di Christian Marazzi “Finanza bruciata”, può essere utile analizzare il dibattito francese sulla crisi economico-finanziaria.  In questo saggio, Stefano Lucarelli ripercorre le diverse posizioni della corrente eterodossa (da André Orléan, François Chesnais,  Jacques Sapir al “Manifesto d’économistes atterrés” promosso in Francia da P. Askenazy, T. Coutrot, H. Sterdyniak e dallo stesso Orléan), mettendo in luce come il tema dell’instabilità connaturata nei mercati finanziari e la questione dei debiti illegittimi porti alle necessità di ridefinire la sovranità monetaria in Europa. In questa ottica, diventa impellente oggi avviare un dibattito sulla “moneta del comune”, ovvero la possibilità di istituire dei circuiti finanziari alternativi.

« Uno dei rischi peggiori di questa crisi è la chiusura su se stessi degli Stati-nazione, la corsa a svalutazioni competitive per riconquistare fette di mercato sottraendole agli altri con misure protezionistiche. È così che, di solito, scoppiano le guerre »[1].

Le parole su cui Christian Marazzi pone l’attenzione del lettore in conclusione del suo libro Finanza Bruciata – apparso nel 2009, poi tradotto in inglese e recentemente tradotto in francese – delineano un orizzonte nefasto. D’altro canto pensare a fondo la crisi europea conduce inevitabilmente a rendersi conto del pericolo che incombe.  Per scongiurare questo orizzonte Marazzi invita ad adottare un principio, che egli intravede a fondamento del Homeowner Affordability & Stability Plan voluto dall’amministrazione Obama (la cassa di rifinanziamento ipotecario su trent’anni per salvare dal pignoramento della propria casa quattro milioni dei famiglie americane in grado di ritrasmettere fiducia al settore del credito ben più degli interventi di salvataggio diretto): partire dal basso per riformare il sistema monetario.

Le tesi di Marazzi costituiscono, nel bene e nel male, il tentativo più coraggioso e rigoroso prodotto dall’area antagonista (talora definita neo-operaista) di riorganizzare le categorie necessarie  alle soggettività che vogliono ribellarsi allo stato di crisi. Categorie scivolose per cogliere l’insolito forgiato dal comando finanziario, comprenderlo, corromperlo, affinché una qualche relazione fra “lotta (di classe?)” e “sviluppo (capitalistico?)” possa essere innanzitutto immaginata e poi riproposta in modo vivo e vitale.   A ciò serve una teoria della finanziarizzazione che spiega perché essa non debba essere intesa unicamente come un tentativo parassitario di recuperare sui mercati finanziari ciò che il capitale non riesce più a realizzare nell’economia reale; a ciò servono gli inviti a fare inchiesta sul concreto “divenire rendita del profitto”[2], dunque volti a sostenere che la finanziarizzazione è la forma di accumulazione del capitale simmetrica ai nuovi processi di produzione di valore che caratterizzano il post-fordismo. Finanza Bruciata riletto oggi appare come un insieme di intuizioni formidabili sugli effetti destabilizzanti che la crisi americana ha poi in effetti avuto sugli assetti europei.

Tuttavia il motivo principale per cui questo libro è ancora importante è un altro. L’attualità delle riflessioni di Marazzi sta nel ricondurre l’analisi della crisi finanziaria e delle sue conseguenze geopolitiche a un problema di sovranità. Lungo le direzioni tracciate dall’autore si può inoltre sostenere che la sovranità monetaria si ripropone come problema, non solo per i difetti costitutivi dell’Eurozona, né solo come conseguenza del dollar standard stabilito nell’Agosto 1971, ma poiché la moneta in quanto istituzione viene a partecipare delle tendenze de-stituenti provocate dal nuovo capitalismo, in cui la finanziarizzazione accompagna una trasformazione delle logiche produttive.

Forse le grandi difficoltà che oggi incontra la politica europea tanto nei suoi vertici istituzionali, quanto nelle esperienze dei movimenti sociali, sono soprattutto una conseguenza della incapacità di affrontare la crisi sollevando la necessità di riformare il sistema monetario, partendo dal basso.

Ciò dovrebbe condurre in primo luogo ad interrogarsi sul significato della sovranità monetaria in Europa. In secondo luogo, ciò dovrebbe comportare la comprensione di cosa significhi “partire dal basso” quando si deve istituire una moneta. È quello che ci proponiamo di fare nelle note che seguono dove ripercorreremo le tappe che dalla crisi finanziaria americana del 2007 conducono alla crisi europea. Lo faremo costruendo un dialogo fra le prospettive originali individuabili nel libro di Marazzi e le analisi più lucide ed incisive prodotte in questi anni da alcuni tra i migliori economisti eterodossi francesi.

Perché la Francia? Perché le fiammate francesi, per quanto momentanee, per quanto incapaci da tempo di incarnarsi in movimenti sociali di massa forti e durevoli, tendono a mettere in moto una dialettica istituzionale. Perché in Francia – per il peso politico che il Paese, insieme alla Germania, assume da sempre negli equilibri istituzionali europei, per la capacità di resistenza che, fra grandi difficoltà, la tradizione di pensiero regolazionista e marxista riesce a mantenere, e, non ultimo, per le specificità del mondo editoriale e culturale francese – sono apparsi dei testi che hanno avuto una buona diffusione, capaci anche di suscitare un inizio di dibattito politico dal basso, estremamente interessanti e capaci di smontare punto per punto i dogmi ai quali l’ordoliberalismo tedesco pretende di vincolare le politiche economiche oggi in atto all’interno dell’Unione Monetaria Europea (UME).

Siamo di fronte ad un fenomeno complesso per lo più mal raccontato dagli organi di informazione. Questi – sebbene con una stanchezza crescente – continuano a ripetere che le politiche di austerità, insieme ad una Banca Centrale Europea (BCE) che non deve intervenire direttamente sui mercati primari per acquistare i titoli di Stato dei paesi membri dell’Unione, rappresentano l’unico assetto istituzionale compatibile con un sistema economico e sociale in salute. Dinanzi al pessimo stato di salute in cui versano i Paesi europei è necessario innanzitutto raccontare gli eventi che si sono succeduti, senza assumere un approccio dogmatico. 

Dal panico finanziario alla trappola del debito

La prima fase della crisi, nonché le logiche autoreferenziali che spiegano l’emergere delle bolle speculative, è analizzata in modo esemplare in De l’euphorie à la panique di André Orléan[3] – un autore cui Marazzi rinvia per la comprensione delle logiche finanziarie. La crisi dei mutui subprime, dimostra l’autore ricorrendo ad uno schema analitico robusto e supportato dall’evidenza empirica, non è un incidente dovuto a comportamenti irrazionali, né a difetti istituzionali correggibili senza ricorrere ad un intervento regolatorio radicale e rivoluzionario. L’instabilità finanziaria, trasformatasi in incertezza radicale che ha colpito l’intero sistema del credito,  propagatasi poi su scala mondiale facendo della zona euro il suo sito nevralgico (come mostra François Chesnais[4]), è il risultato del libero gioco delle forze concorrenziali ogni qual volta queste si applicano alle attività finanziarie: : « Nella fase di euforia, quando il prezzo degli immobili continua ad aumentare, è prodotta una grande ricchezza, la quale favorisce fortemente la situazione degli acquirenti e dei prestatori. È un effetto esclusivamente meccanico. Per gli acquirenti, è evidente: sono più ricchi poiché il valore del loro capitale è cresciuto. Per i prestatori, si coniugano due effetti. Sono più ricchi per gli interessi che hanno percepito ma anche, in un modo più complesso ma non meno importante, per il fatto che il loro stock di crediti vede diminuire la sua probabilità di default potenziale, e ciò significa un incremento della sua valorizzazione. Questi effetti sono tanto più potenti quanto la ricchezza creata è stata grande. È qui la sorgente di quell’euforia che si spande per tutta l’economia. Se nuovi attori, in numero sufficiente, alimentano questa dinamica nella speranza che i prezzi continueranno a crescere, allora l’euforia si perpetua. Notiamo che la politica monetaria lassista condotta dalla Federal Reserve fino al 2004 ha favorito molto questa evoluzione fornendo al sistema finanziario la liquidità, abbondante e a buon mercato, di cui aveva bisogno per finanziare l’euforia. Del resto, la crescita del credito e la sottovalutazione del rischio non sono state affatto limitate al settore immobiliare. Si sono diffuse a tutti i settori »[5].

I mercati finanziari funzionano ontologicamente sulla base del comportamento gregario della massa degli investitori. Istituiscono uno spazio sovrano in cui milioni di investitori riconoscono simboli e segni come espressione legittima della ricchezza. Quando i titoli finanziari sono accettati dalla comunità finanziaria, essi divengono estremamente liquidi e immediatamente negoziabili, in modo da permettere di ottenere una ricchezza hic et nunc (principio della liquidità).

Finché i mercati finanziari, producendo plusvalenze, mantengono inalterato il grado di liquidità oppure lo aumentano, si crea un meccanismo di auto-alimentazione che a sua volta genera valore azionario in costante crescita e quindi nuove plusvalenze. Si tratta di un meccanismo di autoreferenzialità, che spiega la speculazione come frutto del funzionamento stesso dei mercati. Un’autoreferenzialità che induce una costrizione cognitiva riguardante tutti gli investitori, costrizione derivante dalla supremazia della “psicologia del mercato” (dell’opinione collettiva) sulle opinioni, o le credenze, individuali.

L’operatore finanziario reagisce a ciò che crede siano i comportamenti degli altri operatori finanziari. Ne consegue che ciò che emerge sui mercati finanziari è un valore autoreferenziale che si impone sulla realtà delle cose. Qui sta il rapporto fra fondamentali e valore finanziario : i titoli finanziari non riflettono i valori delle cose, men che meno il tempo di lavoro necessario affinché esse siano prodotte. Qui siamo dinanzi ad un movimento contrario, ad una forma di idealismo densa di conseguenze reali. Alla possibilità che tutto sia legittimo.

L’ultimo Nobel per l’economia assegnato la scorsa settimana a Eugene F. Fama, Robert J. Shiller e Lars Peter Hansen, ha in un certo senso sancito questa modalità del tutto precaria di legittimare il valore delle cose: Fama, l’economista mainstream che sostiene la capacità di autoregolazione dei mercati finanziari, sostenendo il rapporto fra valori finanziari e prezzi dei beni e servizi reali; Shiller, l’economista eclettico che cerca di fondare una scienza dell’irrazionalità che conduca a un nuovo ordine finanziario; Hansen, l’econometrico, il tutore dei processi statistici che possono confermare ogni piano interpretativo, ogni nesso causale, in presenza di una banca dati adeguata.

Ne emerge la realtà: il principio della concorrenza applicato alla finanza genera dunque l’impazzimento dei mercati secondo una logica del tutto ragionevole. A ben vedere l’impazzimento messo in luce da Orléan non consiste tanto nella follia di chi opera sul mercato: gli operatori finanziari seguono le convenzioni che per un certo tempo diventano legge, sia nelle fasi di euforia, che nelle fasi di panico.

La follia più profonda sta invece nel prodotto dell’interazione fra le istituzioni che operano sui mercati finanziari, tra queste vi sono anche gli istituti di credito tradizionali, le banche centrali e gli stessi Stati. Ciò che scaturisce da queste interazioni è uno stato di eccezione che conduce a riconoscere la necessità di un intervento pubblico. È significativo che la richiesta sia fatta da coloro che nel recente passato avevano più di ogni altro lavorato perché si affermasse il principio dello Stato minimo: ci si rivolge agli Stati affinché possano salvare le banche e i mercati, contribuendo a ridare, con la loro domanda, un prezzo alle attività finanziarie. Ciò affinché possano ripartire i mercati, e con essi anche la cartolarizzazione, cioè quell’operazione che consiste nel trasformare dei crediti bancari in titoli negoziabili su mercati secondari. Le politiche pubbliche vengono pert