Negli ultimi mesi, una bolla seculativa ha interessato il Bitcoin, la moneta digitale lanciata dalla galassia hacker alternativa nel 2009 come possibile nuovo strumento monetario per realizzare scambi privati, al di fuori del controllo dei potentati creditizi-finanziari. E’ stato scritto che il Bitcoin potrebbe rappresentare una minaccia al sistema della moneta “fiat”, quella emessa dalle Banche Centrali. Ma è proprio così? E’ possibile pensare a circuiti finanziari alternativi?

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Arricchimento, clamore, volatilità. Queste le parole associate, di recente, al fenomeno “Bitcoin” (BTC) e, in generale, delle monete virtuali o criptomonete, come vengono definite.

Molti, anche in Italia, soprattutto nell’ultimo mese, ne hanno sentito parlare. Pochi ancora sanno cosa sono. Tutti però le associano a possibilità di ricchezza improvvisa.

Il BTC e le altre circa 40 monete nate in sua emulazione, sono semplicemente file criptati ovvero sequenze alfanumeriche (numeri e lettere) generate da computer – a seguito della esecuzione e risoluzione di un determinato algoritmo –  collocati all’interno di una rete “peer to peer”.

L’algoritmo è specifico per ogni “moneta”.

Esistono anche “suite” per la creazione di monete “fai da te”: algoritimi che generano algoritmi, che generano stringhe.

L’idea di per se non è nuova; già le istituzioni governative e bancarie nazionali, da diverso tempo, hanno intrapreso la strada di attribuire valore monetario a sequenze di numeri create artificialmente sulla base delle dinamiche del debito/credito statale, aziendale e personale. L’algoritmo è ovviamente diverso; in questo contesto la sua funzione è assolta dalle percentuali di riserva delle banche, dai tassi di interesse e dalla semplice decisione (il… “fiat” non “lux” ma “currency”) di generare moneta. Il “quantitative easing” della Fed, (Banca Centrale USA) ad esempio, genera 85 miliardi di dollari al mese. L’Ltro della BCE, ne è un altro esempio, se pure con leggere differenze rispetto al primo.

Oggi, dopo la fine di Bretton Woods, assistiamo alla completa smaterializzazione della moneta. Il suo valore, convenzionalmente fissato nel 1944 a Bretton Woods dalla parità fissa con l’oro nel rapporto di 35 dollari US per oncia d’oro, è decaduto. Da moneta “merce” e moneta “oro” si passa alla moneta come “puro segno” (Marx), passaggio che, grazie al processo di finanziarizzazione, ha di fatto ridotto il peso dei diritti di signoraggio e anche la possibilità da parte delle Banche Centrali di controllare in toto la massa monetaria in circolazione e il moltiplicatore creditizio e finanziario che ne consegue.

La moneta, in questo modo, si smaterializza del tutto. Oggi la moneta non è più una merce o un bene. Non esiste più un’unità di misura del valore della moneta, come il metro per la lunghezza o il chilogrammo per il peso. A prescindere dal fatto che esistono ancora i monopoli di emissione e i diritti di signoraggio, a prescindere dalla struttura proprietaria, in quanto non più un bene, la moneta non può neanche essere definita bene comune. Con la fine degli accordi di Bretton Woods, il valore della moneta non è più determinato esclusivamente da chi la emette. La sovranità monetaria (nazionale o sovranazionale, che sia), la cui governance è il compito della Banca Centrale, tende a perdere sempre più significato.

Sino alla crisi del fordismo, l’istituto della Banca Centrale ha avuto il compito di esercitare un controllo puntuale e diretto sulla quantità di banconote e monete coniate dalla Zecca nazionale. Ma il 95% della moneta circolante è oggi erogato da banche private nella forma di prestiti o attività speculative; su questa quota della moneta circolante la Banca Centrale ha solo un controllo molto indiretto tramite l’imposizione della riserva obbligatoria sull’ammontare dei depositi. Ciò significa che, nonostante la Banca Centrale possa unilateralmente e autonomamente fissare i tassi d’interesse e imporre una riserva obbligatoria alle banche, la quantità di moneta in circolazione è sempre meno controllabile dalla stessa Banca Centrale. In un sistema capitalistico che si basa su un’economia finanziaria di produzione, la quantità di moneta esistente viene endogeneamente determinata dal livello di attività economica che si registra e dall’evoluzione delle convenzioni finanziarie che regolano il mercato internazionale della finanza e delle valute. La Banca Centrale può solo cercare di aumentare o di ridurre la massa monetaria circolante, ma nulla più. Tale possibilità viene oggi ulteriormente ridotta dal nuovo ruolo che hanno assunto i mercati finanziari, sia nel finanziare l’attività di investimento (tramite le plusvalenze generate), sia come creatori di titoli altamente liquidi (definita “near money”, “quasi moneta”).

Di fatto, in modo paradossale, i poteri discrezionali delle Banche Centrali sono tanto più diminuiti quanto più esse stesse sono diventate istituzioni politicamente indipendenti. Di conseguenza, i poteri gestionali del settore bancario e, tramite la regolazione dei tassi d’interesse, dell’intero sistema economico della Banca Centrale sono sempre più ancillari alle dinamiche che si svolgono sui mercati finanziari e quindi sempre più dipendenti dalle oligarchie che li dominano.

Ciò significa che nel bio-capitalismo cognitivo, la moneta e la determinazione del suo valore non è più sotto il controllo della Banca Centrale, cioè dell’istituto che, formalmente, la emette. Nel momento stesso in cui la moneta è pura moneta segno, essa sfugge a ogni controllo pubblico. La moneta perde lo stato di “bene di proprietà pubblica”. Il suo valore viene determinato, di volta in volta, dall’operare dell’attività speculativa dei mercati finanziari. Le sue funzioni di mezzo di pagamento e unità di conto (misura del valore), nonché di riserva di valore e di strumento di finanziamento dell’attività di accumulazione /valorizzazione, sfuggono a qualsiasi controllo. Nel momento in cui la sua quantità e le modalità di circolazione vengono determinate dalle convenzioni che si determinano sui mercati finanziari,sempre più concentrati, la moneta è ostaggio delle aspettative che le oligarchie (o meglio, la dittatura delle oligarchie) dei mercati finanziari di volta in volta è in grado di esercitare. Oggi, possiamo affermare che la creazione di moneta-finanza è esatta espressione del comunismo del capitale. Ne è riprova il fatto che le scelte statuali di politica monetaria sono in funzioni della dinamica finanziaria. Gli stessi tassi d’interessi non sono più controllabili in toto dalla politica monetaria.

La moneta contemporanea è, dunque, espressione del biopotere finanziario, in quanto il suo valore è determinato dalle convenzioni finanziarie che la governance dell’espropriazione del  comune è, di volta in volta, a secondo delle condizioni, in grado di imporre.

Nel caso delle cripotmonete, la novità principale risiede nella sostituzione nel soggetto decisionale: non più istituzioni deputate, (assai poco) democraticamente, alla gestione della politica monetaria e finanziaria, bensì la moltitudine dei singoli individui che decidono di produrre o “estrarre” le “stringhe” con i loro computer in rete e quella di singoli individui che decidono (fidandosi) di riconoscere valore monetario a quelle stringhe generate.

In un’epoca macchinico-algoritmica come quella in cui viviamo, non deve stupire che la moneta non si stampi più ma si generi e che la fiducia non sia più riposta nell’agire umano ma nella correttezza formale di un algoritmo eseguito da macchine e/o da decisioni di elite tecno-finanziarie.

Proprio la sfiducia nell’agire etico e politico è alla base della nascita delle criptomonete. Il dipendere delle monete tradizionali da soggetti istituzionali le cui decisioni non sono più ritenute tutelanti l’individuo e la sua libertà, ha spinto i creatori delle criptomonete e i loro principali fautori a cercare detta tutela nella azione imparziale delle macchine.

Per molti di essi anche il processo democratico potrebbe – anzi, dovrebbe – essere sostituito da decisioni algoritmizzate eseguite con imparzialità da computer.

La giustizia è imparzialità, e la politica, che non appare più in grado di attuarla, deve essere sostituita da macchine il cui comportamento non è condizionato da particolarismi di alcun genere.

Anche le esperienze politiche della cosiddetta “democrazia elettronica” vanno in questa direzione, pur non prevedendo la completa sostituzione – per ora – del “data processing” alla decisione collettiva.

Peccato, però, che la politica – nella sua accezione orientata all’equità sociale – sia, al contrario, proprio scelta di “parzialità” e che la giustizia sociale possa determinarsi solo dell’assunzione di decisioni di “parte” che privilegino cioè la riduzione delle condizioni di sfavore in cui i molti versano rispetto ai pochi (sempre più ricchi).

Invece di mutare la politica, la si elimina e ci si affida ad un “regolatore elettronico” nella soluzione dei problemi di convivenza collettiva, che vengono ricondotti alla sola maggiore o minore libertà dell’individuo.

In quest’ottica, la moneta creata da algoritmi rischia di essere concepita di fatto come neutrale al sistema di produzione e distribuzione della ricchezza.

La società del “problem solving”, dell’esistenza individuale, sta lentamente soppiantando la società del benessere collettivo di matrice otto-novecentesca. Dall’assunto che solo in un società giusta l’individuo può star bene, si passa all’assunto che solo se l’individuo sta bene si potrà avere una società migliore.

E’ chiaro che la tecnologia – in particolare quella sviluppatasi dagli anni ‘70 con il passaggio dall’era del transistor a quella del chip e, di lì a poco, della rete – ha effettivamente donato il fuoco prometeico all’individuo necessario per la sua liberazione dalle vecchie soggettivazioni e il suo assorgere ad assoluto ontologico, connotato dall’imperativo esistenziale della massimizzazione del piacere e del profitto, e che trova la propria traduzione nel dispositivo ideologico dell’individualismo proprietario.

La logica del linguaggio macchina con il suo procedere per soluzioni di algoritmi, finisce per influenzare anche la relazione dell’individuo con la realtà rappresentata, per l’appunto, come “problematica” e alla quale relazionarsi, quindi, in termini di ricerca di soluzioni piuttosto che come esperienza da vivere.

Anche l’ “altro”, gli “altri”, assumono connotato problematico in luogo di quello di incontro e opportunità di condivisione politica ed etica di relazioni umane volte alla liberazione del desiderio e la soddisfazione dei bisogni.

La promessa della tecnologia non si esaurisce in un fuoco istantaneo: quella donata da Prometeo è di origine divina, quindi inesauribile. Promette un futuro oltre ciò che mantiene nel presente, spingendo il desiderio dell’individuo oltre i limiti dell’uomo, oltre i suoi confini biologici verso l’ibridizzazione di una nuova specie. L’uomo “incorpora” (in senso letterale) la tecnologia, quanto la tecnologia stessa innesta l’uomo nelle sue meccaniche sistemiche.

Forse le biotecnologie, la bionica e, in generale, le interfacce neurali uomo/macchina rappresentano il confine attuale di questa mutazione. Forse sarà l’alba di una nuova fase dell’evoluzione dell’uomo al quale la tecnologia promette, in cambio, la soluzione del grande mistero della morte.

Ma, quando si guarda l’abisso anche l’abisso guarda dentro di noi …

Nel frattempo, nel presente, già profonde sono le mutazioni avvenute.

Non stupisce che, dagli anni ’90, finanza e tecnologia abbiano stretto un sodalizio nel reciproco sviluppo, al quale il diritto, in tutte le sue articolazioni, non ha fatto altro che fornire legittimazione alle nuove libertà dell’individuo tecnocratico votato al profitto e, dietro il cui imperativo e dispositivo libertario, vecchie e nuove elite di potere hanno riproposto, in chiave neoliberista, modalità di controllo e segregazione sociale.

Non stupisce neanche come, nel caso delle criptomonete, sia proprio la tanto agognata libertà dell’individuo a determinare l’attuale fase della loro evoluzione in una direzione alquanto diversa, forse, da quella inizialmente ipotizzata.

Il Bitcoin nasce come moneta – prodotta da reti “peer to peer” in modo decentrato e anonimo – da utilizzare per la funzione principale della moneta ovvero come mezzo di scambio. Sin dalla sua origine – circa 4 anni fa – tuttavia, il suo valore è stato definito dalla rapporto di conversione con il dollaro USA, al quale si sono poi aggiunte nel tempo altre valute quali Euro, Sterlina inglese, Rublo russo e Yuan cinese. Il BTC quindi rientra anch’esso nel sistema del dollar index anche se, non avendo valore legale, non è riconosciuto e attuato alcun cambio con le citate valute.

Circa la sua diffusione quale mezzo di pagamento, dalla sua nascita un numero sempre maggiore di esercizi commerciali – in gran parte del commercio elettronico ma non solo – lo ha accettato nelle transazioni, sempre ancorando il prezzo dei beni e servizi al loro valore in dollari, ancora oggi valuta internazionale di riferimento. Come noto il BTC è anche il mezzo di pagamento più diffuso in rete per le transazioni illegali che avvengono nel cosiddetto “deep web” ove sono considerate valore aggiunto l’anonimato e la (apparente) irrintracciabilità degli attori delle transazioni.

Fino a circa 3 anni fa, il valore del BTC era di 9 dollari USA, a mala pena sufficiente a coprire i costi necessari alla sua generazione da parte di coloro che con i loro computer decidevano di entrare nella rete “peer to peer” necessaria alla produzione o, come si dice, “estrazione” della stringa/moneta.

I costi erano relativi all’allestimento di un computer in grado di elevata capacità di calcolo e a