In principio era la pista anarchica, poi il mondo cambiò (in peggio), con nuovi fascismi e neocolonialismi. Servivano nuovi mostri e paure da creare (perché come diceva Eco, quando il nemico non c’è, bisogna costruirlo). E pista maranza fu.

Per iniziare, lasciateci dire che siamo profondamente deluse. Prima di tutto, perché alla pista anarchica ci eravamo affezionate. Ci rassicurava trovarla sui giornali il giorno dopo, appena una qualsiasi forma di rabbia sociale veniva sminuita, liquidata e buttata nel cassetto della matrice anarchico-insurrezionalista, senza andare a indagare le ragioni che stanno dietro alla rabbia sociale. Era la nostra coperta di Linus, avevamo la riconferma che per gran parte del giornalismo italiano è più facile guardare il dito e non luna, ci facevamo una grassa risata e la vita riprendeva uguale a prima. Come avete potuto farci questo? Ci avete tolto la pista anarchica, e l’avete sostituita con la pista maranza.

Dice il proverbio cinese: “quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”

Secondo punto. Siamo furenti perché avete semplicemente sostituito il nemico, ma non l’architettura del discorso.

Lunedì a Milano c’è stata una tra le manifestazioni più partecipate (sia in termini numerici che emotivi) degli ultimi anni contro la VIOLENZA GENOCIDA (vedi anche alla voce “pulizia etnica”) dell’esercito israeliano ai danni della popolazione civile palestinese. È stata una mobilitazione di massa, che ha espresso la stanchezza, la frustrazione, e anche la rabbia sì (come non aspettarsi il contrario), di una società civile esasperata dal dover assistere impotente allo sterminio in diretta. Una società civile che ha usato lo strumento dello sciopero per richiamare un governo silente alle proprie responsabilità in termini di diritto umanitario e internazionale. “Blocchiamo tutto” era la parola d’ordine invocata da una moltitudine eterogenea, ma compatta che chiedeva misure concrete per mettere fine all’orrore: bebè nel passeggino e vecchie glorie, i soliti cani sciolti dei giornali e cani al guinzaglio, coppie mano nella mano, gruppi di amic*, student* di ogni ordine e grado, docenti di ogni ordine e grado, Arci e autonomi, gruppi di quartiere, collettivi, signore per bene con la kefiah come scialle e la Milano transnazionale delle periferie. Un corpo di 50.000 persone sotto una pioggia battente che indicava la luna.

Il giorno dopo al risveglio, però, gran parte della stampa italiana ci ha restituito la solita fotografia, con il solito dito in mezzo. E chi c’era sotto i riflettori di un’Italia che manifestava contro la violenza genocida? La violenza dei maranza! Con tanto di titoli fantascientifici da invasione degli ultracorpi per aumentare il sensazionalismo “Il ritorno dei maranza. Chi sono? Perché sono di moda? Cosa c’entra Tik Tok?” (dal Corriere). Già, infatti, cosa c’entra Tik Tok? Ci sarebbe più utile andare alla radice della rabbia sociale e avere chiavi di lettura più approfondite per interpretare la realtà della piazza. Ci sarebbe più utile, perché il modo in cui si sceglie di inquadrare una notizia ha un effetto a catena determinante nella creazione degli schemi cognitivi e percettivi di chi legge. Questi schemi, detti anche frame, hanno il potere di veicolare la nostra percezione della realtà, se non addirittura di manipolare i nostri schemi di pensiero. In questo senso i media hanno una responsabilità enorme, perché operano un processo di selezione sia dei contenuti, sia della semantica con cui i fatti sono raccontati. Un determinato frame può creare di conseguenza una determinata percezione distorta della realtà.

Non pensare al maranza!

Uno dei grandi teorici del framing è il linguista George Lakoff, che ha dedicato buona parte dei suoi studi a sviscerare i meccanismi reconditi con cui il linguaggio agisce sul pensiero, ripercuotendosi a sua volta sulla vita sociale e politica. L’uso di determinate metafore, strutture sintattiche, indicatori argomentativi è quello che di solito crea l’impalcatura di un frame. Esempio: “Negli scontri a Milano anche i “maranza” con anarchici e antagonisti” (Tgcom 24). Frame: può una persona di seconda o terza generazione, che va in giro col borsello e ascolta musica trap avere una coscienza politica e manifestare in solidarietà al popolo palestinese? Passi per gli anarchici e gli antagonisti che fanno sempre casino ai cortei, ora ci si mettono pure i maranza! Il corsivo è mio, e quell’ “anche” ci dice che non è uno spazio che dovrebbe essere di loro pertinenza.

La ripetizione ipnotica della parola che si ripete tra le varie testate ci racconta poi di un pattern ormai consolidato. I protagonisti indiscussi sono loro, sono loro il nuovo capro espiatorio usato, come ha giustamente scritto Il Domani, “per offuscare le piazze per la Palestina”: “I ‘maranza’, gli antagonisti e gli altri: come il corteo è degenerato” (Avvenire), “Incappucciati, maranza, cani sciolti: i violenti che hanno creato il caos al corteo di Milano” (La Repubblica), “Scontri a Milano: antagonisti, anarchici e maranza, ecco chi erano i Pro-Pal (Panorama).

Basta anche solo nominare qualcosa per evocarlo e richiamare di conseguenza un frame di accompagnamento. Per spiegare questo concetto, Lakoff nelle sue lezioni a Berkeley usava il famoso esempio dell’elefante. Urlando a chi assisteva al suo corso “non pensare all’elefante!” voleva dimostrare come, nonostante ci venga suggerito il contrario, solo per il fatto di essere evocato, l’elefante si materializzerà nella nostra mente. La morale? Ogni parola evoca inevitabilmente un frame, ed evocare un frame rinforza quello stesso frame. Il framing serve dunque come una strategia discorsiva in grado di circoscrivere l’ambito del dibattito, spostando l’attenzione su un tema X, spesso a discapito di argomenti più urgenti e verità scomode.

Prendiamo un esempio a caso: molte testate avrebbero potuto concentrarsi su altri significati semantici legati alla giornata emblematica di lunedì 22 settembre, ad esempio, analizzandone l’intero corpo sociale nel suo complesso, riflettendo sulla portata effettiva che lo sciopero ha avuto, o spostare l’attenzione sull’inaudita violenza repressiva della polizia che ha portato all’arresto di 8 persone, di cui due minorenni. Tuttavia, qualche seguace di Lakoff deve aver urlato a squarciagola nelle redazioni: “non pensare al maranza!” e i maranza sono spuntati come funghi sui titoli e al centro degli articoli. Ed è così che un elemento parziale all’interno di una narrazione più ricca e complessa è ciò che rimane impresso nella mente di chi legge, orientandone il giudizio.

Può anche esserci un elefante in una stanza, possiamo vederlo coi nostri occhi, ma se non viene nominato, per chi non era nella stanza, non esiste. E questo è anche uno dei grandi insegnamenti della linguistica femminista.

Per una resistenza discorsiva

Il framing della responsabilità, ovvero incolpare gruppi esterni, di solito stranieri o minoranze, alimentando il pregiudizio nei loro confronti e additandoli come colpevoli di una situazione nefasta, è vecchio come il cucco, ed è di solito quello che porta – e giustifica – la violenza di Stato. In genere si accompagna al framing della paura, quello che mette in guardia da un nemico pericoloso, da cui difendersi, ovvero attaccare.

Oltre a smascherare i meccanismi ricorsivi che limitano il dibattito pubblico, la teoria del frame ha l’enorme vantaggio di farci capire che possiamo decidere liberamente come raccontare il mondo e che in alcuni casi siamo direttamente chiamat* a intervenire con delle contronarrazioni. Abbiamo il potere di invertire le prospettive, di ribaltare gli schemi argomentativi e di creare altre forme di narrazione. E in questo momento, più che mai, è fondamentale creare una resistenza discorsiva che si opponga alla manipolazione argomentativa, alla semplificazione populista, alle fake news e alle post-verità da IA e rimetta al centro il logos, il ragionamento, l’empatia.

Pista maranza non ti temiamo, ci riprenderemo la luna.

Libere tutt*

 

Immagine in apertura: Le monde ou rien di Angelo Leonardo