Esistere, non sopravvivere
C’è un momento preciso, nella primavera di ogni studente dell’ultimo anno dei licei francesi, in cui il futuro smette di essere un orizzonte aperto e diventa un verdetto numerico. Quel momento ha il nome di una sorta di ghigliottina burocratica: Parcoursup. Nata per ordinare il caos delle iscrizioni universitarie, l’algoritmo di Stato si è trasformato nel guardiano inflessibile di un tempio cui non tutti hanno il diritto di accedere. Dietro lo schermo illuminato di un computer, migliaia di diciottenni francesi assistono, ogni anno, al medesimo rituale di rigetto. Quella parola, “En attente” – in attesa –, ripetuta come un mantra per settimane, non è solo una notifica digitale: è la sospensione del diritto ai sogni.
La Francia profonda, quella delle banlieue dimenticate e delle province lontane dalle luci di Parigi, ha capito l’inganno. Il “Projet de formation motive” – la lettera di motivazione richiesta dalla piattaforma che ogni studente o studentessa debbono redigere – e la famigerata Fiche Avenir, dove i consigli di classe esprimono un giudizio predittivo sul candidato, sono diventati i grimaldelli di una nuova e spietata selezione di classe. L’algoritmo premia i licei d’élite e penalizza la periferia, calcolando i destini umani su base geografica e sociale. È per questo che la rabbia dei giovani francesi è esplosa nelle piazze, coinvolgendo anche alcune università, in cortei che stanno sfilando da giorni e sfidando una repressione che non ha precedenti (alcuni media parlano di quasi 7000 gli studenti arrestati). La protesta è un’esplosione di vitalità ma anche un grido di disperazione: si scende in strada per rivendicare il diritto all’università pubblica per tutti, rifiutando l’idea che la propria vita sia decisa da un codice matematico opaco e classista. Del resto, il sistema scolastico francese è, strutturalmente, uno dei più meritocratici, selettivi ed escludenti d’Europa, basato su un dualismo ferreo che perpetua le disuguaglianze sociali.
Le scuole delle periferie si confrontano con un elevatissimo tasso di precarietà del corpo docente, addirittura mancata sostituzione degli insegnanti assenti. Perciò gli studenti rivendicano “il diritto a studiare”, all’opposto di ciò che vorrebbero le vulgate sui giovani sfaccendati. E in effetti, il Programma per la valutazione internazionale degli studenti (PISA 2025, promosso dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, pubblicato nel settembre 2026) mette in luce un crollo verticale degli alunni francesi: tra il 2015 e il 2025, gli studenti francesi hanno perso ben 40 punti sia in matematica che in comprensione del testo e grammatica. Gli analisti dell’OCSE hanno spiegato che una perdita del genere equivale a circa due anni di apprendimento scolastico (20 punti nei test di matematica, lettura o scienze corrispondono idealmente al progresso cognitivo e scolastico che uno studente compie in un anno intero di scuola). I risultati sono, chiaramente, difformi: esiti peggiori nelle scuole pubbliche delle periferie rispetto a quelle private o delle zone centrali.
Contro tutto questo, il cuore delle rivolte della gioventù francese pulsa di desiderio: rifiutare la morale destinica che la società contemporanea sembra volere imporre alle nuove generazioni. Continuare ad avere obiettivi e speranze. La protesta è l’antidoto alla paralisi emotiva coltivata da questi tempi bui. È il tentativo disperato di spezzare l’apatia con un grido collettivo, di trasformare il dolore dell’esclusione in azione politica.
Il progetto italiano: l’E-Portfolio e la trappola del merito
Se la Francia brucia di una rabbia visibile, l’Italia risponde con il silenzio di un apparente deserto emotivo. Non sto dimenticando che l’Italia è attraversata da molte discussioni preziosissime e da molti movimenti in tanti contesti, compreso quello della scuola. Ma la Francia e la Spagna, diciamocelo, sono lontane.
Anche qui, la burocrazia ha teso la sua rete invisibile con l’introduzione dell’“E-Portfolio” e del “Fascicolo dello studente”. Presentati sotto la bandiera accattivante della “personalizzazione” e della valorizzazione del merito, questi strumenti rischiano di trasformarsi nel registro contabile delle disuguaglianze.
Il Curriculum dello studente raccoglie non solo i voti, i crediti e i risultati delle prove Invalsi, ma anche le certificazioni linguistiche, i corsi di musica (Conservatorio o privati), i soggiorni all’estero, gli sport di un certo livello. Ma chi può permettersi di riempire tutte quelle caselle? Non certo il figlio dell’operaio di periferia o lo studente di un istituto tecnico di una provincia svantaggiata. L’E-Portfolio cristallizza il punto di partenza sociale e lo spaccia per valore individuale. Il “merito”, così declinato, diventa un’arma di esclusione di massa: chi nasce povero ha un portfolio vuoto o misero, e un portfolio vuoto sancisce una condanna precoce.
Questa architettura dell’esclusione si inserisce in un mosaico di riforme che tradisce profondamente lo spirito della Costituzione italiana. L’articolo 3 parla chiaro: è compito della Repubblica “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Eppure, le recenti riforme degli istituti tecnici e professionali (la sperimentazione del modello 4+2) sembrano concepite per creare binari morti: non per formare cittadini consapevoli e indipendenti, ma per consegnare precocemente manodopera a basso costo e specializzata al mercato del lavoro locale, bloccando ogni possibilità di emancipazione intellettuale e universitaria.
A questo si aggiunge la discussa misura del vincolo del 30 per cento di studenti senza cittadinanza italiana per classe. Una norma che, lungi dal favorire l’integrazione, rischia di ghettizzare ulteriormente le scuole dei quartieri più poveri, creando classi di serie A e di serie B, spezzando la funzione primaria della scuola pubblica: essere un laboratorio di uguaglianza e di cittadinanza universale.
Tuttavia, al momento, sempre secondo l’ultimo rapporto OCSE-PISA 2025, gli studenti della seconda superiore hanno ottenuto risultati migliori rispetto ai loro coetanei francesi, per esempio nella comprensione del testo, ambito in cui l’Italia si colloca al di sopra della media dei paesi OCSE. L’Italia non avanza ma neppure arretra, e in lettura (ma anche in matematica) e supera Paesi come Germania, Francia, Svezia e Paesi Bassi. Sfaccettate, anche qui, le articolazioni sul territorio, tra centro e periferie, tra Nord e Sud del Paese ma, in generale, il sistema scolastico italiano resiste non grazie alla sua gestione politica, ma nonostante essa.
Saranno gli insegnanti, le risorse umane del welfare in smantellamento che compensano le carenze strutturali, nonostante i salari bassi e le carte da compilare, con un enorme investimento umano e personale? Sarà che i programmi scolastici italiani (e l’impostazione liceale/umanistica radicata nel sistema) tendono a sviluppare il pensiero critico e la cultura generale e ciò vale, per il momento, per qualsiasi ordine di scuole?
Sto ipotizzando risposte, per cercare di spiegarmi il fatto che le scuole italiane non siano ancora arrivate alla rottura conclamata. Non hanno pochi problemi, ma presentano ancora molte differenze rispetto a quelle francesi. Forse, a queste latitudini, funziona un po’ come è stato per la famiglia: il welfare famigliare, per molto tempo, ha ottemperato a molte carenze dello Stato.
Trovo tutto questo una forma di “salvezza”? Chiaramente no. Sto cercando di decifrare differenze ed effetti. Uno dei problemi di fronte al quale ci troviamo sempre quando parliamo di lavoro nei servizi, o di compiti connessi alla cura e alla riproduzione sociale, è quello di un’enorme difficoltà di contabilizzazione e valorizzazione e perfino di percezione delle lavoratrici e e dei lavoratori. L’inserzione di linguaggi connessi alla “missione” e all’“affetto” provocano frequenti fraintendimenti. Comunque sia, la sensibilità, che pure viene immessa in determinate professioni, si manifesta sempre in un’attività pratica, è ancorata a eventi concreti, rende evidente le priorità umane e ha molta importanza nel creare un mondo comune. Di questo mondo messo in comune nel poco, che è la scuola, la politica si accorge?
La fretta di voler cambiare o riformare a tutti i costi il sistema scolastico, le poche risorse dedicate, gli aumenti di stipendio fantasma per il personale docente si spiegano tutti, secondo la mia ipotesi, con lo scopo di destrutturare un meccanismo che, pure con i suoi limiti, con grandi disuguaglianze di classe e di approccio, sia chiaro, ha aiutato, fino ad ora, proprio a calmierare le peggiori contraddizioni.
La tenuta culturale e critica del modello italiano viene spesso vista dai tecnocrati o dalle spinte neoliberiste non come un pregio, ma come un “anacronismo”. Si vuole cambiare il sistema proprio perché resiste alla completa mercatizzazione e standardizzazione. Inoltre, un sistema che produce teste pensanti e critiche è più difficile da incanalare in un mercato del lavoro precario e frammentato. Trasformare la scuola in un “addestramento alle competenze hard” (riducendo lo spazio per la storia, la filosofia, per le materie teoriche) serve a renderla funzionale a bisogni economici immediati, distruggendo però ciò che la faceva stare in piedi.
Paradossalmente, proprio perché la scuola resiste grazie al capitale umano (per usare un termine che piace “a loro”), la politica usa le classifiche internazionali sull’efficienza digitale o sulle competenze tecniche per giustificare riforme che in realtà tagliano l’estrema complessità della cultura e della formazione.
Nonostante tutto, insomma, pur tra limiti, con enclave di alto livello e viceversa contesti già estremamente degradati, l’istruzione italiana è ancora un sistema che “forma la persona” prima del “lavoratore”.
Il deserto dei ragazzi: perché l’Italia non protesta?
Ribadisco che sono pienamente consapevole dei limiti della scuola italiana (precarietà, edilizia scolastica, mancanza di risorse…) e che le riflessioni di cui sopra sono un’ipotesi di discussione e che, certamente, il progetto è quello di andare verso il modello francese – ma anche quello anglosassone – imperniato sulla domanda del mercato del lavoro e soprattutto sulla selezione di classe e di razza, che già non mancano anche qui.
Si tratta di un tema centrale, eppure troppo poco esplorato, percorso e difeso dalle cosiddette “opposizioni”: la scuola e ciò che rappresenta è un patrimonio troppo timidamente difeso dalle opposizioni e dai sindacati. Non mi aspetto sostegni dal governo in carica, ma credo che chi si contrappone alla destra sia d’obbligo osservare e preservare il buono che resta nel modello di istruzione italiano.
Aggiungo un altro elemento. Che, a mio parere, deve preoccupare, nell’atteggiamento degli student* italian* – e si sono avuti innumerevoli simposi, si moltiplicano le certificazioni, le osservazioni, le statistiche, gli psicologi, gli psichiatri, gli esperti che illustravano il problema – è la loro anedonia, mancanza di piacere, mancanza di motivazione.
Direi, infine, quella di “trovare un senso a ciò che un senso non ce l’ha”.
Se a Parigi questo stato si combatte alzando le barricate, in Italia spesso si traduce in un vuoto di reazioni, in una rassegnazione silenziosa che paralizza le scuole e le piazze. I giovani italiani non protestano perché sanno che nessuno li ascolta, perché sono stati privati, prima ancora che dei diritti, della capacità di immaginare che le cose possano andare diversamente.
Non sembri una contraddizione con ciò che ho detto sopra: i ragazzi e le ragazze avvertono l’aria, sono pochi da un punto di vista numerico, sanno che, comunque vada, dopo la scuola li aspetta un mercato del lavoro precario e un salario tra i più bassi d’Europa. E quand’anche la scuola tenti (disgraziatamente?) di funzionare da ultimo baluardo (e non ce la farà a reggere a lungo), il percorso del governo della destra, che rischia di farsi estremo; la repressione, là fuori, che vale per tutto (un elenco infinito di punizioni, dai rave nella più sperduta campagna a un sit in…); la famiglia dalla quale, se non parti, non ti libererai neppure a quarant’anni, rischiano di farti perdere la voglia. Voglia di tutto. Voglia di niente. Qualcuno si è dimenticato che durante la pandemia, per quasi due anni, quasi unico esempio nel continente europeo, la gioventù italiana, è stata costretta al coprifuoco? Si incontravano nei box, di nascosto.
I dati macroeconomici del Paese fotografano un’emergenza silenziosa. Secondo i dati Istat più recenti, l’Italia detiene uno dei tassi di povertà minorile e giovanile tra i più alti d’Europa, con oltre un milione di minori in povertà assoluta. Il tasso di disoccupazione giovanile sfiora costantemente il 20%, e la percentuale di NEET rimane un problema di larga portata (13,5 per cento dei giovani italiani, dati Eurostat). L’ascensore sociale in Italia non è semplicemente bloccato: i cavi si sono spezzati. Chi nasce nella fascia bassa della scala sociale è destinato a rimanervi nell’80 per cento dei casi.
La retorica secondo cui la scuola deve piegarsi alle aziende si basa su un presupposto falso: che i giovani siano NEET perché non hanno le competenze tecniche richieste. Il problema non è l’inadeguatezza della preparazione, ma il rifiuto o lo stallo esistenziale. Non serve un “dialogo” con l’impresa se il mercato offre contratti precari, stage gratuiti o quasi e ipersfruttamento che sterilizzano qualsiasi desiderio di futuro.
Il paradosso è generazionale e assume, infine, i contorni di una profonda ingiustizia storica. Il mondo degli adulti – quello gestito da classi dirigenti che hanno beneficiato del welfare del Novecento, dell’università di massa senza sbarramenti, di un mercato del lavoro tutelato e di una crescita economica che garantiva il benessere – pretende oggi di vincolare il futuro dei figli a paletti rigidi, algoritmi e percorsi d’accesso blindati. Le generazioni precedenti non hanno avuto questi vincoli; hanno potuto sbagliare, cambiare rotta, sperimentare. Ai giovani di oggi non è concesso l’errore. Ogni passo falso viene registrato dal sistema.
La linea d’ombra
Nessuno ascolta i giovani perché la politica e la società hanno smesso di considerarli come un investimento sul futuro, trattandoli invece come una variabile macroeconomica da contenere o come consumatori da profilare. La mancanza di ascolto istituzionale genera una solitudine profondissima.
L’effetto sul tessuto sociale è devastante: da un lato, l’emorragia dei talenti migliori che fuggono all’estero; dall’altro, una massa enorme di ragazzi che si ritira in un isolamento privato, spegnendo i propri desideri. Quando una società toglie ai propri giovani la possibilità della crescita sociale e del riscatto attraverso lo studio, non sta solo penalizzando i più poveri: sta programmando il proprio declino biologico e culturale. L’anedonia della gioventù italiana è il sintomo più doloroso di una nazione che ha deciso di consumare il presente, sbarrando la porta a chi quel presente dovrebbe ereditarlo.
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