La decisione assunta il 27 luglio dalla Corte d’Appello di Milano modifica profondamente lo scenario dell’ex Ilva. Dopo il rigetto dell’11 settembre della prima richiesta di sospensione, Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia hanno presentato una nuova istanza per rinviare lo stop dell’area a caldo. La Corte d’Appello la esaminerà il 30 settembre, mentre il 20 ottobre le Sezioni Unite della Cassazione discuteranno i ricorsi contro il provvedimento. La partita giudiziaria resta quindi aperta e potrebbe non concludersi neppure con la decisione della Cassazione.

Le Sezioni Unite potrebbero infatti respingere i ricorsi e lasciare fermo il provvedimento della Corte d’Appello, oppure accoglierli. In quest’ultimo caso, a seconda delle ragioni dell’accoglimento, potrebbe aprirsi anche un giudizio di rinvio, con un nuovo esame davanti al giudice individuato dalla Cassazione. I tempi potrebbero quindi allungarsi ancora.

Ma proprio questa incertezza rende ancora più evidente un punto: non si può aspettare che l’intero percorso giudiziario si concluda per affrontare il problema politico e sociale di Taranto.

Il provvedimento della Corte d’Appello stabilisce un principio fondamentale: quando l’attività d’impresa entra in conflitto con la tutela della salute, quest’ultima deve prevalere. Ma un tribunale può imporre un limite alla produzione, non decidere quale economia debba nascere dopo, quale futuro debbano avere i lavoratori e dove debbano essere investite le risorse pubbliche.

Ed è qui che ritorna il ricatto che Taranto conosce da decenni: la paura della disoccupazione utilizzata per rendere inevitabile un modello di sviluppo deciso altrove.

I 2.500 licenziamenti annunciati dalle imprese dell’indotto sono stati per il momento sospesi, in attesa degli sviluppi giudiziari e delle misure promesse dal Governo. Nell’area Confapi restano migliaia i lavoratori coinvolti tra crisi delle imprese e ricorso agli ammortizzatori sociali. A Taranto, inoltre, circa 3.000 dipendenti diretti sono già in cassa integrazione straordinaria.

La protesta dei lavoratori che ha bloccato Taranto dimostra che la crisi non è più qualcosa che appartiene al futuro: è già cominciata.

Ed è proprio qui che si ripropone il ricatto di sempre: far credere ai lavoratori che l’alternativa sia tra siderurgia e disoccupazione. Si continua a indicare nei forni elettrici e nel Dri una futura prospettiva produttiva, mentre nel presente aumentano cassa integrazione, misure straordinarie per l’indotto e strumenti di accompagnamento. La distanza tra le promesse sul futuro e ciò che sta accadendo oggi ai lavoratori diventa sempre più evidente. Non si sta preparando una ripartenza immediata: si sta gestendo una crisi industriale e occupazionale che dura da decenni e che oggi sta semplicemente mostrando tutta la sua gravità.

Lo dimostra anche il decreto-legge sull’ex Ilva annunciato dal Governo, con misure per gli ammortizzatori sociali, l’indotto e la reindustrializzazione, il cui varo è stato rinviato in attesa delle decisioni giudiziarie. Le misure annunciate riguardano ammortizzatori sociali, tutela dei lavoratori dell’indotto e interventi di reindustrializzazione. Qualunque sarà l’esito davanti ai giudici, quindi, il problema di come affrontare le conseguenze occupazionali e sociali della crisi è già sul tavolo.

Diverso è il discorso sull’area a freddo. Resta aperta l’ipotesi della cordata promossa da Federacciai: alla manifestazione d’interesse, sottoscritta insieme a quattordici imprese, sono seguiti sopralluoghi negli stabilimenti, con l’attenzione concentrata sulle lavorazioni a valle del ciclo primario. Ma non esiste ancora alcuna certezza sull’effettiva presentazione di un’offerta, sulle attività che potrebbero rimanere, sul numero di lavoratori coinvolti e sul progetto complessivo.

Soprattutto, l’eventuale permanenza di queste lavorazioni non può diventare il pretesto per mantenere sospese vaste parti dello stabilimento o rinviare bonifiche e risanamento delle aree che non serviranno più. Quelle aree devono essere recuperate e restituite alla città.

Il punto è affrontare questa trasformazione senza scaricarne il costo sui lavoratori.

È qui che devono essere utilizzate le risorse pubbliche: per garantire reddito e lavoro, realizzare bonifiche e risanamento ambientale e costruire attività economiche diverse, ecologicamente compatibili e utili al territorio.

Quelle risorse devono accompagnare i lavoratori fuori dalla dipendenza dalla grande fabbrica e servire alla riconversione economica, sociale e ambientale di Taranto.

La condizione della città indica già da dove partire. Taranto continua a perdere abitanti, registra bassi livelli di occupazione e un’elevata disoccupazione giovanile, mentre porta ancora le conseguenze di decenni di inquinamento industriale.

Gli studi epidemiologici hanno documentato eccessi di mortalità e di diverse patologie tumorali, cardiovascolari e respiratorie. Lavoro, salute, ambiente e qualità della vita devono quindi diventare un’unica questione.

È su questa realtà che dovrebbe misurarsi qualsiasi progetto per il futuro della città. Una realtà segnata da precarietà, disoccupazione, spopolamento e dalle conseguenze dell’inquinamento non può continuare a ricevere risposte frammentarie e interventi occasionali.

La questione diventa allora inevitabilmente politica: chi stabilisce le priorità di questa città e nell’interesse di chi viene deciso il suo futuro?Anche le istituzioni locali troppo spesso finiscono per muoversi dentro lo stesso perimetro anziché costruire una reale autonomia del territorio. La gestione del consenso continua a poggiare su dipendenze economiche, promesse e reti consolidate di potere, mentre le decisioni fondamentali sul futuro della città continuano a essere prese altrove.

È dentro questa realtà che va collocata la decisione della Corte d’Appello di Milano. Il provvedimento pone un limite giuridico alla produzione, ma non può restituire da solo a Taranto ciò che decenni di grande industria le hanno sottratto. Da quel limite bisogna partire, perché il futuro della città non può essere deciso ancora una volta dalle esigenze della fabbrica.

Ed è per questo che attendere semplicemente la conclusione dei procedimenti giudiziari sarebbe un errore. Il 30 settembre rappresenta un passaggio importante e il 20 ottobre un altro ancora, ma nessuna decisione giudiziaria potrà risolvere da sola la questione fondamentale: cosa accadrà ai lavoratori e quale economia dovrà sostituire la dipendenza dalla grande fabbrica.

Il problema che rimane aperto è politico e sociale: garantire i lavoratori mentre si chiude la stagione della grande siderurgia e costruire un’economia capace di vivere senza dipendere dalla grande fabbrica.

È su questo terreno che i lavoratori possono diventare protagonisti reali del cambiamento, costruendo intorno a loro una convergenza della cittadinanza, delle sensibilità ecologiche e delle forze sociali realmente indipendenti.

La mobilitazione degli operai in atto dimostra che questo conflitto è già aperto. Ma proprio per questo diventa decisivo stabilire dove deve portare: non alla difesa dell’esistente, ma alla garanzia del lavoro e del reddito durante la chiusura e alla costruzione di un futuro occupazionale fuori dalla dipendenza siderurgica.

Ed è necessario che questa mobilitazione dovrà mantenere la propria autonomia, evitando che esperienze nate nell’associazionismo, nell’ambientalismo e nella contestazione vengano nuovamente assorbite, come in passato, dentro equilibri istituzionali, candidature e rappresentanze personali.

Per troppo tempo Taranto è stata costretta ad adattarsi alle esigenze della grande industria. Ora bisogna rovesciare questa logica: sono le scelte economiche che devono partire dai bisogni della città, dalla salute, dall’ambiente e dal lavoro.

Non si tratta più di salvare la fabbrica, ma di impedire che la sua fine venga pagata dai lavoratori e dalla città. Taranto deve liberarsi da un modello produttivo estraneo ai bisogni e alle caratteristiche del territorio e tornare a decidere su quali basi costruire il proprio futuro.