In Francia, in Spagna, in Italia, in Portogallo, in Belgio, in Albania (per quanto riguarda l’Europa). In India, in Brasile, negli Usa e in altre parti del mondo. Una nuova generazione (la gen Z) comincia a far sentire la propria voce, a reclamare il diritto di essere riconosciuta e uscire dall’invisibilità contro anni di politiche sicuritarie, razziste, di oppressione sociale, di deprivazione economica e politica. E lo fa con  rumore, con riot e tumulti. E come agire altrimenti, visto che la gerontocrazia politica che governa il mondo è impegnata nel farsi e nel far loro la guerra? Tutto, per troppo tempo, è stato troppo. Non si accusi soltanto, ci si chieda “perché”. Contro le tenebre dell’asfittico mondo che si vuole disegnare, i giovani pretendono la luce. Pubblichiamo, da qui in poi, alcuni commenti su ciò che sembra scuotere le piazze del pianeta in questo periodo, con l’intenzione di approfondire le specificità importanti dei singoli contesti. Sul piano politico è fondamentale evitare letture semplicistiche: siamo di fronte a scadenze complesse sul cui esito non esistono, al momento, certezze

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La Gen Z si organizza in modo nuovo. Arriva senza chiedere il permesso, in massa, nel cuore di Milano. Il suo messaggio è semplice: ci chiedete di pagare sempre di più e non ci state dando nulla. Paghiamo l’affitto, lo studio, i trasporti, perfino il diritto di incontrarci. Paghiamo una crisi che non abbiamo prodotto, mentre il futuro viene amministrato come un aperitivo all’apocalisse.

È una generazione cresciuta all’ombra del 2008, dentro le conseguenze di una crisi finanziaria diventata condizione permanente. Le primavere arabe e Occupy ne hanno concepito le vite. Le rivolte transfemministe, anticoloniali e per il clima hanno accompagnato gli anni dell’infanzia. Prima ancora di poter votare, ha visto le piazze riempirsi contro un genocidio appoggiato dai governi dei paesi in cui vive e le istituzioni rispondere che cambiare era impossibile, irresponsabile, troppo costoso. Ha imparato che al dissenso, le istituzioni hanno risposto con la censura. Ha imparato presto che i soldi mancano sempre quando si tratta della propria vita.

La preadolescenza l’ha passata con il Covid. Gli schermi sono diventati scuola, amicizia, intrattenimento, sorveglianza. Una parte decisiva dell’infanzia è trascorsa nel confinamento sanitario e digitale, con il corpo ridotto a un’immagine da tenere dentro il proprio cellulare. Oggi questa generazione diventa adulta con un desiderio di corpo, di piazza e di giustizia sociale.

Vuole esserci, occupare spazio, incontrarsi senza dover consumare. La sua coscienza di classe porta il borsello, la kefia e la tuta dell’Adidas. Parla attraverso i meme, trasforma la paura con l’ironia di un reel. La Pantera Rosa, Spider-Man, Pikachu e Dante Alighieri entrano nell’immaginario della rivolta: supereroi popolari immaginati mentre compiono espropri proletari da Foot Locker o prendono in giro la polizia. Nei reel di TikTok, davanti all’antisommossa schierata, si gioca a «un, due, tre, stella». La distanza fra il gioco e la carica diventa immaginazione radicale.

Chi pensa che sia l’ennesimo fenomeno virale si sbaglia. Dentro questa ironia circolano richieste materiali: casa, reddito, diritto allo studio. Il meme permette di riconoscersi, di dare una forma condivisa alla rabbia. Un modo per bucare ciò che il discorso amministrativo vuole invisibilizzare: vivere nella propria città è diventato un privilegio per pochissimi e lavorare non garantisce più di poterselo permettere.

Qui si apre una contraddizione per i techbro. Gli stessi ambienti che organizzano attenzione, consumo e assuefazione ospitano linguaggi che eccedono la funzione assegnata loro. Non diventano per questo spazi liberi: restano infrastrutture proprietarie, capaci di sorvegliare, selezionare e monetizzare. Eppure non riescono a esaurire ciò che vi accade. L’immaginario passa dallo schermo alla strada, incontra altri corpi e produce conseguenze che nessun algoritmo può programmare interamente. Il computabile non riesce a calcolare la voglia di corpo.

La sua è un’eccedenza gioiosa che prende forma dentro una rivolta di classe. Questa generazione usa il digitale come terreno di battaglia e forza i confini economici che organizzano la città: chi può abitarla, chi può studiarci, chi può attraversarla senza essere continuamente selezionato da quanto ha nel portafoglio. Guarda all’Europa perché riconosce condizioni comuni oltre le frontiere. Lo spazio europeo diventa l’orizzonte di una contesa su come vivere.

Contro cosa si ribella? Uno scenario internazionale coloniale, tecnologico e fascista, la gestione neoliberale della città e una politica locale sempre più autoritaria e razzista. Un ordine che restringe l’accesso alla casa e alle classi nelle scuole, svaluta il lavoro e presenta il riarmo come necessità indiscutibile. Alla precarietà offre controllo e competizione razziale. Alla domanda di redistribuzione risponde con la sicurezza. Il rischio tecnofascista prende corpo anche qui: nella convergenza fra concentrazione della ricchezza, infrastrutture di controllo e repressione del conflitto. Ma la GenZ si sta accorgendo che il fascismo ha un solo trattamento per i precari: il manganello.

Se l’alternativa a sinistra dei partiti democratici balbetta soltanto prese di distanza, sta confessando la propria inadeguatezza. La distinzione rituale fra manifestanti buoni e violenti rasenta la caricatura, la farsa: uno script prigioniero del buffering. L’unico modo per tenere in vita questo modello democratico, in un momento di evidente involuzione autoritaria, è dare spazio al dissenso, ai tumulti e alle rivolte. Dobbiamo prendere molto sul serio questa affermazione e inaugurare un periodo che non può che basarsi sul dialogo fra tumulto e invenzione istituzionale. Chi pretende di rappresentare questa generazione dovrebbe almeno ascoltare ciò che chiede. La sua gioia non cancella la rabbia: le dà un corpo. E quel corpo reclama il diritto di costruire un futuro.