Les enfants, mettez le feu, mettez le feu!
Mettez le feu pour mettre de l’ordre
Mettez le feu, Mettez le désordre
Mettez le désordre pour mettre de l’ordre.
Collettivo femminista #Pébouchfini, Martinica, 2018
Se oggi puoi rivendicare una scuola pubblica laica e diritti sul lavoro, ringrazia le comunarde e i comunardi che nel 1871 insorsero a Parigi, eressero barricate sui boulevard, abbatterono la Colonna Vendôme e incendiarono il Palazzo delle Tuileries. Furono massacrati a migliaia, ma le loro idee sarebbero tornate a incrinare l’ordine dei padroni. Anche nella tua vita.
Ringrazia chi nel 1791 incendiò le piantagioni di Saint-Domingue e distrusse le proprietà dei coloni francesi. Chi insorse in Giamaica nel 1831, dando fuoco ai campi di canna da zucchero e contribuendo a rendere politicamente insostenibile la schiavitù nell’Impero britannico. L’abolizione non nacque dalla generosità dei proprietari bianchi: fu conquistata da persone schiavizzate che decisero di distruggere materialmente il mondo che le teneva in catene.
Se oggi le donne possono votare, ringrazia le suffragette come Emmeline Pankhurst che spaccavano le vetrine di Londra, incendiavano edifici, sabotavano le comunicazioni e collocavano bombe nei luoghi simbolici del potere. Ringrazia le donne che altrove continuarono a sfidare governi e polizie, anche quando il voto veniva riconosciuto soltanto ad alcune, lasciando fuori le altre. Il suffragio femminile non fu un gentile omaggio dei parlamenti, ma una conquista strappata a istituzioni che per secoli avevano negato a metà della popolazione il diritto di decidere del proprio destino.
Se oggi puoi appellarti alla Costituzione italiana, ringrazia le partigiane e i partigiani che imbracciarono i fucili, fecero saltare ponti e organizzarono insurrezioni contro il nazifascismo. Mentre una parte della borghesia italiana cercava di salvare proprietà e privilegi, c’era chi rischiava la vita per rovesciare il regime. La Repubblica nacque anche dalla lotta armata di chi decise che il fascismo doveva essere sconfitto, non semplicemente contestato.
Se hai diritto a una giornata lavorativa di otto ore, alle ferie pagate e a una settimana lavorativa ridotta, ringrazia le generazioni di operaie e operai che hanno occupato fabbriche e bloccato la produzione. Chi nel 1886 scioperò a Chicago per le otto ore e si trovò davanti ai fucili della polizia. Chi nel 1936 occupò migliaia di fabbriche francesi, conquistando ferie pagate e settimana di quaranta ore. Chi nell’Autunno caldo italiano del 1969 interruppe le catene di montaggio e strappò aumenti salariali e diritti sindacali. Nessun padrone ha mai regalato una sola ora di libertà dal lavoro: ognuna di queste gli è stata strappata.
Se oggi celebri il Pride, ringrazia chi nella notte del 28 giugno 1969, durante una retata della polizia allo Stonewall Inn di New York, decise che aveva preso abbastanza manganellate. Persone trans e queer scesero in strada, lanciarono bottiglie e pietre contro gli agenti: il Pride non nacque come una parata sponsorizzata dalle banche, ma come una sommossa contro la polizia.
Se oggi puoi rivendicare che un tetto, la luce e il cibo siano bisogni da soddisfare e non privilegi, ringrazia chi negli anni Settanta occupava le case. Le famiglie che nel 1974 a Torino autoridussero collettivamente le bollette elettriche. Le operaie, gli operai e gli abitanti dei quartieri che il 19 ottobre dello stesso anno entrarono nei supermercati di Milano, imposero prezzi ribassati alle casse e si portarono a casa la merce. Si chiamavano espropri proletari e non ci si aspettava che qualcuno riconoscesse il proprio diritto di vivere: ce lo si prendeva.
Infine, ringrazia chiunque abbia infranto la legge quando la legge opprimeva anche te.
Nella memoria ripulita delle nostre belle democrazie questi gesti di rivolta scompaiono. Ogni conquista civile è raccontata come il risultato della maturazione morale delle istituzioni, mentre i conflitti che l’hanno resa possibile vengono archiviati tra gli eccessi. Rimangono le fotografie delle rivolte, possibilmente senza incendi, vetrine rotte né fioriere scompigliate. Rimangono i diritti, separati dai corpi che li hanno conquistati. Ieri barbari, incivili, vandali, canaglie, pirati; oggi black bloc, racaille, terroristi e maranza. Quelli e quelle a cui neghi persino la possibilità di avere una ragione politica.
Se celebri i diritti e condanni chi li ha strappati, se ti piace la rivoluzione quando è abbastanza morta da non rompere più niente, è inutile girarci attorno: anche tu sei parte del problema.
Il disordine non è il caos, ma la messa in discussione di quello che i potenti chiamano l’ordine del mondo, un mondo che hanno costruito e non smettono di consolidare, un mondo che vorrebbero rimanesse immutabile nonostante la sua organizzazione e il suo funzionamento siano continuamente contestati.
Françoise Vergès, 2023
Da giorni, nei salotti televisivi e governativi, sui giornali e nel tribunale morale dei social network, va in scena il solito spettacolo della rispettabilità democratica. Per prendere parola bisogna pronunciare la formula: condanno la violenza senza se e senza ma. Prima di poter parlare, bisogna dimostrare di non voler ricostruire la storia della violenza, di non domandarsi da dove venga, chi la eserciti e quali rapporti di potere la rendano possibile. Chi insiste a fare queste domande viene espulso dal dibattito civile. Ma di quale civiltà stiamo parlando?
Della civiltà degli sfratti, delle liste d’attesa della sanità, dei salari che non bastano a pagare una stanza, delle scuole senza risorse, del ricatto dei permessi di soggiorno? Forse di quella che ha spalancato le porte alla speculazione immobiliare, espulso gli abitanti dalle proprie case e chiamato tutto questo: riqualificazione urbana, sviluppo sostenibile, transizione verde, futuro? Parliamo della civiltà dei centri di detenzione, delle pattuglie che fermano le persone in base al colore della pelle, dei decreti di sicurezza e dei soldati mandati nelle città a ristabilire l’ordine?
Stiamo forse parlando della civiltà che pretende una condanna per una vetrina rotta mentre assistiamo dai nostri telefonini all’annientamento di Gaza da tre anni? Quella che vorrebbe convincerci che ospedali distrutti, bambini amputati, università rase al suolo e intere generazioni cancellate siano “danni collaterali”? O quella che invoca il diritto internazionale a parole mentre lo prende a calci, piegandolo alle proprie alleanze militari ed economiche?
A quanto pare, sì. Si parla della stessa civiltà che ci ha insegnato a chiamare la distruzione sistematica delle condizioni di vita in molti modi: sicurezza, difesa, TINA, guerra al terrorismo, whatever it takes, austerità, flessibilità. E poi: ce lo chiede l’Europa, ce lo chiede la crisi e oggi ce lo chiede persino la guerra. Un vocabolario sufficientemente vasto da consentire a governi e amministrazioni di distruggere vite intere senza dover mai pronunciare la parola violenza.
In questa operazione linguistica, i salottini dove si discute civilmente hanno svolto un lavoro prezioso, recitando il galateo del “buon senso” fino allo sfinimento e predicando moderazione a chi viene privato della vita, mentre nei parlamenti e nei ministeri si continua ad accogliere con tutti gli onori chi dispone degli strumenti per distruggerla. Spazi di discussione in cui si è talmente estranei al mondo da scambiare la propria incapacità di comprenderlo per superiorità morale.
Il buon senso, ci ripetono in coro: il buon senso! Il loro buon senso, si intende: quello che negli ultimi decenni ha accompagnato senza particolari turbamenti la devastazione dello stato sociale e dell’ambiente e che ora grida alla barbarie davanti alle vetrine infrante di qualche negozio di lusso. Quello fatto di condanne ineludibili per la violenza sugli oggetti e omissioni sistematiche sulla violenza contro la vita.
A questo punto mi permetto di ricordarti che dovresti ringraziare, in anticipo e prima che la storia storicizzi, chi di noi non ha alcun buon senso. Chi rifiuta il galateo “democratico” e non si accomoda nell’amministrazione ordinaria della violenza. Chi non riconosce alla proprietà il diritto di stabilire dove comincia la civiltà e dove finiscono le nostre possibilità di r-esistere. Chi non sente alcun bisogno di esibire una presa di distanza dai “maranza”, quelle ragazzine e quei ragazzini considerati troppo giovani per avere una ragione politica o mai abbastanza italiani per essere ascoltati. E infine chi non mette il furto di una borsetta di Gucci a marcare il proprio confine etico mentre il mondo è in fiamme.
Non ci rappresenta nessuno. Ci rappresentiamo da soli.
M1710, 2026
Milano è stata saccheggiata e devastata da anni. Dai fondi immobiliari, dalla rendita finanziaria, dalle amministrazioni che hanno venduto la città un metro quadrato alla volta e chiamato sviluppo l’espulsione dei suoi abitanti e di chi la tiene in piedi. Una città dove chi pulisce le case, insegna a scuola, serve ai tavoli, cura in corsia, consegna il cibo e assiste gli anziani non guadagna abbastanza per viverci. Eppure questa violenza ha le autorizzazioni in regola, i rendering verdi e il patrocinio delle istituzioni. Nessun reparto antisommossa a fermarla.
Ora gli stessi amministratori progressisti che hanno governato questo svuotamento invocano la coesione sociale. Una coesione che considera la povertà un problema di decoro e la concentrazione della ricchezza un successo urbanistico. E quando i figli e le figlie delle persone lasciate ai margini rompono una vetrina, scoprono con orrore che esiste una questione sociale da risolvere con più polizia. Nel frattempo, il governo – quello sì, di destra! – annuncia l’invio di cinquecento militari e approva l’ennesimo decreto sicurezza, che estende il fermo preventivo ai minorenni dai sedici anni, introduce il nuovo reato di partecipazione violenta a una manifestazione e prevede fino a dodici anni di reclusione per chi organizza o promuove, anche attraverso i social network, manifestazioni “violente”. «Chi rompe paga», annuncia Meloni dal salotto dei salotti. Del resto, dopo Gaza, persino l’idea di ricorrere all’esercito per contenere delle persone minorenni sembra aver perso qualcosa della sua oscenità.
L’irruzione della rabbia di ragazzi e ragazze nelle nostre civilissime città interrompe, anche solo per qualche ora, il potere di decidere chi può attraversare una soglia, toccare una merce, abitare una strada. Rompe materialmente la separazione sociale che la città pretendeva naturale e finalmente incrina il vicolo cieco tra fine-mondo e perbenismo in cui siamo tutte e tutti confinati da decenni: tra chi distrugge la vita e chi pretende che ci si opponga alla sua distruzione con le buone maniere.
Vestiti da Spider-Man e Dante Alighieri, con urli di gioia e ghigni di rabbia, i corpi che hanno invaso le strade del centro di Milano ci mostrano che in fondo a quel vicolo cieco non c’era un muro, ma una vetrina. E che si può tornare a spaccarla.
Dovevano arrivare i ragazzini a salvare il mondo, per dirla con Elsa Morante, o almeno a riportare il conflitto di classe dentro una sinistra che lo ha espulso dal proprio vocabolario.
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Immagine di apertura: Suffragette: donne che spaccano le vetrine a Londra, marzo 1912
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