Le riflessioni di Franco Bifo Berardi su connessione e congiunzione risultano indispensabili per comprendere come la tecnologia (prima elettronica, poi digitale) ha ristrutturato la mente umana e le nostre facoltà di empatizzare e di trarre significato da tutto quanto esonda dal linguaggio espresso. Questa ristrutturazione è funzionale a ridurre l’essere umano a un automa parlante connotato anzitutto dalle capacità di ragionare – cioè fare conti e calcoli –, di comprensione sintattica, di astrazione e logiche. Donne e uomini vengono così adattati al flusso comunicativo liscio e rapido del semiocapitale, cioè del linguaggio strumentale a produzione, consumo e accumulazione che imperversa nei media digitali, nelle fabbriche della produzione materiale e immateriale e ovunque si accenda il desiderio di merci o di carriera.
Congiunzione e connessione rappresentano due diversi modi di interazione sociale, tramite cui uomini e donne stabiliscono tra loro concatenazioni capaci di generare significato, un significato che verrà recepito ed elaborato dai corpi, dalle soggettività, dalle intelligenze artificiali, dagli enti o dalle istituzioni cui esso è destinato o che si ritrovino casualmente ad apprenderlo; le ripercussioni di tale significato sul mondo dipenderanno dalla specifica concatenazione posta in essere: così, una serie di operazioni di micro-trading condotte da una cricca di broker con l’ausilio di un software di intelligenza artificiale impatteranno sulla salute finanziaria delle società cui si riferiscono i titoli compravenduti e magari anche sulla sorte dei loro lavoratori, mentre un’esibizione canora nel mezzo di un parco influenzerà lo stato emotivo di chi si trovi a passeggiare in quel parco; una promessa d’amore scambiata sui social network riguarda solo gli amanti e più le loro proiezioni mentali che non le loro sensazioni corporee, mentre dei baci dati per strada possono coinvolgere non solo gli amanti nella loro totalità ma, almeno sul piano emozionale, anche i presenti.
Tanto la connessione quanto la congiunzione esigono di manifestarsi in uno spazio: la prima in quello elettronico-digitale, la seconda in quello organico-corporeo. Connessione e congiunzione presuppongono un ambiente e anzi concorrono a formarlo: l’essere umano si orienta e si muove in questi spazi, che stimolano i suoi sensi e la sua attenzione e così influenzano il suo stato psicofisico e le sue azioni e reazioni. Le tecnologie connettive (smartphone, schermi per videoconferenze, intelligenze artificiali ecc.) non costituiscono dunque semplici mezzi in vista di un fine (come l’acquisto, effettuato con carta di credito, sulla piattaforma online di un grande magazzino), ma processi innescati dall’interazione dell’essere umano con la macchina e suscettibili di immergere il primo in uno spazio in cui lascia giocoforza delle tracce. Così, ha ragione Boris Groys quando sostiene che, essendo il clic o il tocco sullo schermo necessari per vedere immagini, leggere messaggi e scrivere commenti, “il soggetto non può assumere una posizione esterna e trascendente verso internet perché vederlo significa cliccarlo e toccarlo” (Diventare un’opera d’arte, Timeo, 2026, p. 57).
Secondo Bifo, il modo connettivo di interazione ha preso piede “quando le interfacce di automazione della macchina informativa hanno cominciato a pervadere e innervare la sfera linguistica” (E: La congiunzione, Nero, 2021, p. 17), per affermarsi “[nel]la transizione in corso dall’infosfera alfabetica a quella digitale” (p. 16); con l’espressione “sfera linguistica” il filosofo intende quel campo in cui gli esseri umani interagiscono tramite il linguaggio, da intendersi in un’accezione molto ampia, cioè come quel complesso di enunciati che gli esseri umani si scambiano per ordinare pacificamente la convivenza ed eventualmente fondare istituzioni atte a regolare la vita sociale, senza ricorso alla violenza. La violenza si innesca quando il linguaggio entra in crisi, non riuscendo più ad assolvere tale funzione. Con il termine “infosfera” Bifo intende “l’universo delle trasmittenti” (p. 60), cioè delle fonti di enunciazione che sollecitano la nostra attenzione e stimolano le nostre facoltà cognitive di comprensione ed elaborazione del significato. Nell’infosfera alfabetica comunicazioni e informazioni, quando non sono orali, procedono su carta stampata (la stampa rappresenta la fetta più importante dell’infosfera alfabetica) o, più in generale, su supporti scritti, così che il cervello umano può decifrarle sequenzialmente, pezzo per pezzo, compiere lo sforzo immaginativo di raffigurarsi in mente gli eventi cui le parole scritte corrispondono e dunque svolgere autonomamente il processo di significazione, cioè di associazione del significante con il referente. Nell’infosfera digitale comunicazioni e informazioni impazzano sullo schermo sotto forma di stimoli audiovisivi che sollecitano lo spostamento della nostra attenzione su oggetti di volta in volta diversi: questi oggetti vengono così a circondarci, a formare la scenografia di un ambiente farraginoso e sovraffollato in cui non siamo in grado di esercitare con lucidità le nostre facoltà di comprensione intellettuale.
Il digitale consente un’accelerazione del flusso semiotico che sovraccarica la nostra capacità cognitiva, inducendo in noi il caos: quest’ultimo deve intendersi come uno stato mentale, l’impossibilità soggettiva di rintracciare un ordine e un senso che leghino cose, fatti ed eventi di cui veniamo messi al corrente. In Geografia del dominio (ombrecorte, 2018, pp. 11 s., 71) David Harvey scrive che gli sviluppi del capitalismo, e precisamente i progressi nel campo della comunicazione e dei trasporti, realizzano una compressione spazio-temporale, che consiste nell’“annientare lo spazio attraverso il tempo”: in pratica, di rimuovere le barriere spaziali facendo sì che le cose possano muoversi attraverso il globo nel tempo più rapido possibile; tra le cose il cui spostamento si realizza più velocemente vi sono senz’altro informazioni e comunicazioni che imperversano nello spazio digitale egemonizzato dalle grandi corporation. Harvey sottolinea come questo flusso ridetermina costantemente la nostra identità, situata in termini di spazio (cioè di appartenenza a un luogo) e di tempo (cioè di ricomprensione del vissuto in una biografia personale), così che sempre più frequentemente ci troviamo nel mezzo di crisi di identità: e cosa rappresentano queste crisi se non il tentativo della nostra psiche di venire a capo del caos provocato dall’infosfera digitale?
Mentre la congiunzione esige la presenza dei corpi e la loro disposizione in una determinata prossemica (assai ravvicinati nel corso di una manifestazione, leggermente più distanziati durante un’assemblea legislativa), nella connessione la macchina media il contatto fra gli esseri umani – come avviene nelle chat – o addirittura ascende al ruolo di interlocutore privilegiato, di interfaccia escludente l’Altro – questo è il panorama che gli sviluppi dei programmi di intelligenza artificiale generativa lasciano presagire.
La presenza della macchina, che prescinde da quella dell’Altro o quantomeno del suo corpo, produce “un effetto generalizzato di desensibilizzazione al contatto” (p. 10). Ecco perché la connessione assurge a “modo dominante dell’interazione sociale” (p. 17) nel semiocapitalismo, che rappresenta il culmine dell’astrazione del capitalismo; quest’ultimo rende astratto il lavoro in quanto sotto il regime del suo modo di produzione l’essere umano non lavora più per realizzare un prodotto particolare rispondente ai bisogni particolari dei suoi simili, dunque per produrre specifici valori d’uso, ma allo scopo di realizzare valore di scambio, cioè ricchezza tradotta in denaro, sua forma generale. In questa cornice i tratti qualitativi di uno specifico lavoro (per esempio, la sua natura creativa, scientifica o manuale) e le caratteristiche professionali del singolo lavoratore (per esempio, le sue conoscenze specialistiche e le sue soft skills) perdono rilevanza e ciò che conta è la riduzione del lavoro a grandezza quantitativa misurabile: i diversi lavori vengono comparati gli uni con gli altri in base al valore di scambio della merce materiale o immateriale che riescono a generare nella medesima unità di tempo e ridotti così a pura quantità, la cui unità di misura è il denaro. Il semiocapitale, da parte sua, rende astratto il linguaggio e quanto lo precede nella nostra sfera psichica, cioè le nostre proiezioni mentali, come desideri, ambizioni e speranze. La nostra dimensione psico-linguistica diviene fonte di valore commensurabile sulla base dell’equivalente universale del denaro, che, assegnando a tutte le merci un prezzo, consente di confrontarle in termini quantitativi: come il complesso dei nostri dati assume valore per le grandi corporation dello spazio digitale, così le nostre ambizioni di carriera ne hanno per enti di formazione, agenzie interinali e head-hunters, e le strategie comunicative che mettiamo in campo nel lavoro di squadra rispondono all’interesse economico del capoufficio e, a cascata, del management e dei soci. L’astrazione del linguaggio, la sua riduzione a valore misurabile, implica lo scioglimento del linguaggio dai corpi che lo proferiscono e la perdita del potere di cura e aggregazione, in altre parole di congiunzione, che linguaggio e corpi detengono nelle loro combinazioni. Separare il linguaggio dal corpo significa eliminare sensibilità ed empatia dalla sfera linguistica, e questa eliminazione sancisce il predominio della comprensione logico-sintattica e della ragione calcolatrice sulla solidarietà che gli umani sanno sviluppare in condizioni di prossimità e di contatto degli uni con gli altri. Nell’ambiente tecno-connettivo innervato dal semiocapitale la comprensione empatica, che ci permette di sentire il corpo dell’Altro come prosecuzione del nostro e dunque di stabilire veri contatti, mostra la corda al cospetto del rapido scambio di segni e simboli produttivo di valore.
Nella congiunzione la presenza ineludibile dei corpi stimola facoltà che oltrepassano quelle di astrazione e computazionali, consentendoci di “trovare un sentiero dove non c’è ancora un sentiero, un legame tra cose che non hanno implicazione logica” (p. 18). La congiunzione si pone così come un atto creativo che non è prescritto da alcun programma o codice, né presuppone un disegno o modello preesistente, né tantomeno segue le linee di una struttura prestabilita. Nulla ci chiede di congiungerci se non il piacere, che percepiamo in virtù della corrispondenza estetica tra le forme cui la nostra concatenazione dà vita e le nostre attese di mondo, tra il significato singolare dell’evento congiuntivo che siamo riusciti a mettere in piedi e quello che, su più larga scala, vorremmo si materializzasse nelle strutture della società. Come nient’altro che il piacere induce i nonni, per quanto le loro forze glielo permettono, a giocare con i nipoti all’aria aperta, così è per il piacere che alcuni tra i partecipanti alle proteste no global costruiscono giganteschi pupazzi di cartapesta che rappresentano sotto sembianze caricaturali leader politici, suscitando l’accanita ostilità delle forze dell’ordine. Secondo Bifo, il terminale destinato a recepire la concatenazione congiuntiva, a riceverne ed elaborarne il senso e il significato, è, ancor prima del cervello, la pelle, la quale costituisce “linea di congiunzione e interfaccia sensibile” (p. 20): senza di essa infatti non si danno né sensibilità né sensitività ed è dunque impossibile esperire quel piacere fondante la congiunzione. Bifo parla in diversi luoghi del suo testo di queste due attitudini inerenti la pelle; la sensibilità può essere intesa come la capacità di cogliere significati nel non detto – gesti, accenni e inflessioni corporee –, dunque “di decodificare l’intensità, cioè quell’area della semiosi che non si traduce nel linguaggio verbale” (p. 72); mentre la sensitività si riferisce alla capacità di cogliere implicazioni che nascono dalla prossimità e dal contatto e dunque tanto alla capacità di recepire significati attraverso le percezioni tattili e gli stimoli epidermici quanto a quella di avvertire la pelle dell’altro come fonte di piacere o fastidio, dolore o indifferenza.
Secondo Bifo,
“[l]a pelle si interpone tra il mondo e noi e agisce come un elaboratore sensitivo dell’esperienza mondana (…) rifornisce il cervello di percezioni del mondo, ma per parte sua il cervello fornisce alla pelle la sensibilità, le inclinazioni estetiche ed erotiche: il desiderio” (p. 39).
La pelle assume un ruolo fondamentale sia nel processo cognitivo e di comprensione della realtà che nella formazione della volontà dell’io e delle sue proiezioni sul mondo. Escludere la pelle, il contatto sensibile e il corpo dell’Altro significa rendere l’essere umano anaffettivo ed efficiente come un automa, perfettamente compatibile con le istanze del semiocapitale. L’ambiente tecno-connettivo, prima ancora che un facilitatore delle interazioni sociali, è un dispositivo di riformattazione dell’essere umano.
Il piacere che proviamo quando ci congiungiamo con gli Altri deriva dall’empatia, la quale
“consiste di due distinti momenti collegati causalmente: il primo è l’interpretazione dei segni che provengono dall’altro e quindi l’estrapolazione dei sentimenti desideri ed emozioni altrui; il secondo è la capacità di rispondere in maniera adeguata” (p. 23).
L’empatia è dunque un atto di comprensione di natura affettiva e fisica (in particolare neurologica) prima che intellettuale: noi comprendiamo intenti ed emozioni dell’Altro perché, guardandolo, attiviamo il Mirror Neuron System, in altre parole i neuroni specchio, che ci permettono di comprendere le azioni, le intenzioni e le emozioni dell’Altro, e quindi di condividerne intenzione ed emozioni, di empatizzare con lei o lui. I neuroni specchio abbattono così “le barriere ontologiche tra neurobiologia e socialità, tra natura e cultura e permettono il passaggio easy dalla “materia della mente” all’empatia e alla socialità”, come scrivono Alberto Oliverio e Alessandra Attanasio (Una lettura darwiniana del sistema specchio, Numero Cromatico, 2025, p. 19), i quali sottolineano l’importanza di questo sistema neuronale ai fini della salvaguardia e della sopravvivenza di specie e individuale. Anche nello spazio digitale possiamo avvistare il corpo dell’Altro e riconoscerne le emozioni e il dolore o il piacere che lo attraversano, e possiamo anche praticare forme di solidarietà aderenti a modalità connettive, cioè prescritte e regolamentate dalle piattaforme (per esempio, la raccolta fondi online per le popolazioni di una regione remota colpite da un’alluvione), ma non possiamo esperire congiunzione alcuna con l’Altro e forse questa impossibilità è il meta-orrore dello spazio digital-connettivo, più terrificante di qualsiasi altro orrore rappresentato sull’infosfera.
Mentre nella congiunzione lo scambio fra gli agenti si basa sul piacere ed è permesso da una “forma di comprensione empatica” (p. 23), nella connessione lo scambio fra gli agenti è “fondato sul formato sintattico dei segni e delle interazioni” (p. 23) e reso possibile dalla loro compatibilità. Secondo Bifo, la separazione del linguaggio dal corpo fa confluire le interazioni fra esseri umani in un ordine sintattico, costruito da regole convenzionali che aprono e chiudono l’accesso alla produzione di significato e alla sua comprensione, sottraendo spazio all’immediatezza dell’empatia. È evidente che nella sfera della connessione ai partecipanti è comune almeno una conoscenza relativa agli standard e ai formati che la rendono possibile (per esempio, le parole di accesso alle piattaforme informatiche o la possibilità di inviare, oltre messaggi scritti, anche file audio o ancora le limitazioni imposte, tramite la vigilanza di un algoritmo, alla pubblicazione di contenuti sessuali o politici). Così, negli spazi connettivi si realizza la più o meno stringente “sottomissione del linguaggio alle regole tecniche di compatibilità” (p. 249): queste ultime danno il lasciapassare solo a quegli enunciati che vengono ritenuti compatibili con l’ambiente nel quale vengono a inserirsi dal codice e dai protocolli decisi dai capitalisti che hanno finanziato e fatto costruire quell’ambiente. Quando ci interfacciamo con la nostra banca tramite l’app sullo smartphone, non possiamo comunicare di essere in ritardo con i pagamenti a causa di una condizione fisica o psichica che ci costringe a letto e ci impedisce di lavorare. Potremmo però rivelare questa circostanza a un impiegato della banca e, anche se ciò probabilmente non sortirebbe alcun effetto giuridico nel mondo economico, potremmo ottenere una comprensione empatica consistente nel condividere assieme ad altri il senso di ingiustizia che alberga nel sistema della finanza e del debito. Questa condivisione potrebbe, chissà, dar luogo a forme di solidarietà, edite o inedite (tramite reti formali di assistenza, volontariato, rapporti di vicinato, fortunati incontri imprevisti). Ancora, quando ci connettiamo con qualcuno lontano da noi tramite i servizi di messaggistica dei social network, possiamo rappresentare le nostre emozioni per mezzo delle emoticon, ma queste non sono la nostra faccia e perciò non attivano i neuroni specchio di chi è dall’altra parte dello schermo; essendo uguali per tutti gli utenti, la loro efficacia estetica non si discosta da quella delle parole “triste”, “contento”, “contrariato” o “entusiasta”. Di nuovo, se contattiamo il 187, numero verde di TIM, ci risponde un’intelligenza artificiale di nome Sofia, una compassata e forbita operatrice: se le domandiamo perché quegli stronzi dei suoi capi hanno deciso di abbattere il costo del lavoro e costringere gli utenti a parlare con un bot, ci risponde che capisce la nostra frustrazione; un lavoratore in carne e ossa, a prescindere dalle sue opinioni politiche e convinzioni economiche, non ci direbbe le medesime parole e non userebbe quel tono sommesso e fermo che si avverte nella voce di Sofia.
Possiamo pensare l’ambiente connettivo come uno spazio fortificato dove è vietato l’accesso ai corpi e alle vibrazioni emotive che li attraversano; questo divieto riguarda le ambiguità, i tentennamenti e i balbettii che interferiscono nello scambio semiotico, ma anche le emozioni, i sentimenti, i desideri e tutto quanto, promanando dalla sensitività dei corpi e dalla loro attitudine a vibrare di piacere e contorcersi per il dolore, fa dell’interazione umana una dimensione irriducibile alla sintassi e alla comprensione lessicale, cioè ai criteri strutturanti lo stesso ambiente connettivo. Rimuovendo i corpi e con ciò la possibilità di sentire il corpo dell’Altro come prosecuzione del proprio, l’ambiente connettivo ci nega il piacere e la reciproca comprensione empatica.
La congiunzione è invece un campo aperto, in cui la facoltà di determinazione dell’umano – e dunque la sua libertà – non si riduce al calcolo tra dati e cose misurabili e comparabili, essendo nutrita dalla percezione estetica che coinvolge tutti i sensi e, sopra di essi, il senso tramite cui percepiamo la loro attività e la riferiamo a un attore unitario, cioè la coscienza. La coscienza ci permette di scegliere tra alternative indecidibili, e dunque di trovare un’alternativa alle strade prospettate dalla computazione e dalla logica, così integrando l’intelligenza con la sensibilità, la comprensione intellettuale con l’empatia.
Forse la differenza più rilevante, anche sotto il profilo politico, tra congiunzione e connessione riguarda la loro teleologia, cioè le finalità che consentono di raggiungere. Questo tema è strettamente connesso alle preclusioni tipiche degli ambienti connettivi e alla libertarietà propria della congiunzione. Nell’ambiente connettivo ciò che rileva è l’efficienza della funzionalità espressa dalla concatenazione, dunque la sua idoneità a raggiungere lo scopo prefissato da finanziatori e ideatori dello specifico spazio connettivo: per esempio, rimediare appuntamenti su Tinder, individuare obiettivi militari tramite i sistemi di intelligenza artificiale come l’israeliano Lavender, fare networking e promuovere i propri servizi freelance su LinkedIn. Quando ci congiungiamo, invece, non lo facciamo per un fine prestabilito, ma per il piacere dell’incontro e del contatto con l’Altro e per la reciproca comprensione empatica che si stabilisce tra noi, condizioni che ci consentono di “generare significato senza riconoscere e ripetere un disegno preordinato, senza rispettare una sintassi” (p. 25); la finalità della congiunzione emergerà dallo scambio semiotico e dall’affiatamento fra gli agenti. Così la congiunzione è una potenza tramite cui dare alla luce l’imprevedibile.
“Quando scambiamo messaggi nella sfera congiuntiva stiamo cercando di definire cosa sia rilevante per coloro che partecipano alla conversazione. Non sappiamo in anticipo in modo definito quale sia l’oggetto comune di attenzione e di interesse. La comunicazione riguarda proprio questo punto: «Di cosa stiamo parlando? Dove vogliamo arrivare?»” (p. 28).
La risposta a questo interrogativo sarà determinata in larga parte dalle emozioni che sapremo riconoscere sui corpi dei presenti, dai bisogni di cui questi corpi, insieme alle loro voci, ci parleranno. Negli accampamenti di Occupy Wall Street gli attivisti definivano obiettivi e strategie di azione nel corso di interminabili Assemblee Generali, nel corso delle quali si era costretti ad “ascoltare proposte incoerenti spiegate nei minimi dettagli, chiarimenti e inquietudini (a volte importanti, altre volte triviali o irrazionali), modifiche e controproposte”, come racconta l’attivista Stephanie McMillan (Occupy Wall Street, BeccoGiallo, 2013, p. 22). All’alba della Rivoluzione francese il Terzo Stato, rigettata il 6 maggio dagli altri due ordini – nobiltà e clero – la sua proposta del voto per teste, riuscì a dar vita all’Assemblea nazionale costituente solo il successivo 17 giugno, dopo un’impasse di oltre un mese, il raggiungimento di un’intesa con alcuni deputati del clero e riunioni tanto tumultuose che nel corso di una di esse il presidente Bailly dovette mettersi in disparte con le braccia conserte, ad attendere che la bolgia si risolvesse in un clima più disteso e propizio alla discussione.
Nell’ambiente tecno-connettivo la predefinizione delle finalità e le regole tecniche che fissano standard di ammissione e compatibilità vincolanti gli enunciati linguistici permettono il raggiungimento di una decisione in un tempo sensibilmente inferiore, eppure determinano “una mutazione nel campo della sensibilità, dell’emozione e dell’affettività” (p. 29): l’astrazione della comprensione intellettuale dalla sfera corporea riduce l’interazione umana a una serie di procedimenti logici e di calcolo e il processo decisionale all’innesco di un automatismo determinato da detti procedimenti. La congiunzione resta il solo ambiente in cui è possibile tenere insieme intelligenza e sensibilità, linguaggio e corpo: unicamente associando queste facoltà e combinando sfera linguistica e sfera corporea l’essere umano può esercitare la propria libertà e, concatenandosi con gli Altri, generare significati nuovi, inediti e inopinati, in altre parole l’imprevedibile.
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