1. Il 22 settembre 2026 l’Istat ha dovuto comunicare che il rapporto deficit/Pil italiano a fine 2025 è superiore al vincolo del 3%, posto dal neo patto di stabilità, firmato da Meloni nel 2023: 3,1% per la precisione. Ha dovuto, perché non poteva far altro, dal momento che il deficit in termini assoluti è aumentato di circa 355 milioni, attestando l’indebitamento netto a 69.381 miliardi di euro: un aumento che non è stato compensato da un’adeguata crescita del Pil che si ferma a +0,2% nell’ultimo trimestre e a + 0,6% nel 2025. Ne consegue che l’economia Italiana non può uscire dalla procedura Ue di infrazione per debito eccessivo e quindi rimane sottoposta al braccio correttivo del Patto di stabilità, pari a una riduzione del debito dello 0,5% annuo, ovvero un esborso di 11,3 miliardi di euro. Se si fosse raggiunto il limite del 3%, l’Italia avrebbe potuto non solo evitare di inserire a bilancio tale somma ma anche mettere in programma i 36 miliardi di deficit in deroga concessi in due anni dalle regole Ue per le spese in energia e difesa senza vedersi incluso il disavanzo aggiuntivo nei calcoli del Patto di stabilità.
Viene così rimesso in discussione l’intero impianto ipotizzato a inizio agosto dal governo Meloni, quando il ministro dell’Economia Giorgetti prospettò al Parlamento l’ipotesi di pianificare un deficit extra pluriennale da 14 miliardi per l’energia e 22 per la difesa (in ottemperanza all’accettazione dei nuovi obiettivi di crescita delle spese miliari voluta dalla Nato e da Trump) e le Camere approvarono le risoluzioni che incaricavano il Governo di avviare il negoziato con Bruxelles.
Un piano, quello di Giorgetti e della Meloni, che, se attuabile, avrebbe consentito di varare una finanziaria elettorale basata su promesse suntuose che si sarebbero aggiunte a provvedimenti di elargizione selettiva di denaro alla propria tradizionale base elettorale, come già lo steso governo ha cominciato a fare con l’eliminazione del bollo dell’auto per i veicoli di media e piccola cilindrata e l’annuncio del raddoppio da 500 euro a 1000 euro messi a disposizione per le famiglie in povertà assoluta con la carta per gli acquisti alimentari “dedicata a te” (ma riducendo la platea dei beneficiari di oltre la metà).
2. Il rigore del nuovo patto di stabilità europeo, ripetiamo, votato anche dal governo Meloni nel 2023, mette così a rischio la possibilità di varare una finanziaria espansiva per il 2027, anno elettorale. Un obiettivo, quest’ultimo, che era stato alla base della finanziaria dello scorso anno, di ammontare minimo, proprio per centrare l’obiettivo del 3% del rapporto deficit/Pil. Ma non c’è solo questo. Il mancato raggiungimento di questo obiettivo, può avare ripercussioni ben più pesanti, se consideriamo che l’Unione europea consente ai governi di scorporare dal calcolo del deficit fino all’1,5% del Pil di spesa militare aggiuntiva, ma solo per i paesi sotto la soglia del 3% di deficit.
L’Italia si è impegnata a raggiungere l’obiettivo del 5% del Pil in armi entro il 2035, come deciso al vertice Nato dell’Aja nel giugno 2025. Oggi, l’Italia spende circa 31 miliardi di euro per la difesa in senso stretto (dati del bilancio del ministero della difesa), che diventano circa 45 miliardi se si aggiungono le spese per la sicurezza delle telecomunicazioni e per altri corpi come Guardia costiera e Guardia di Finanza, per un totale di circa il 2% del Pil.
Secondo le stime tendenziali della Ragioneria generale dello Stato, l’Italia dovrà arrivare a spendere in difesa, sicurezza e riarmo, nel 2035, circa 145 miliardi su base annua. Ciò significa che ogni anno dovranno essere trovati almeno 10 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Si tratta di una cifra difficilmente ipotizzabile, in un contesto in cui il perdurare della procedura di infrazione per debito eccessivo non consentirà al governo di utilizzare quei 36 miliardi di euro concessi dalla Commissione Europea per la transizione energetica e per il riarmo, precedentemente ricordati.
Si tratta di cifre elevate, la cui copertura ricadrà pericolosamente sul paese, nella forma di pesanti tagli dall’istruzione alla sanità, dalle politiche per la transizione a quelle per la crescita. Al riguardo, si ricorda che il Documento di finanza pubblica 2026 ha già “congelato” la spesa sanitaria in rapporto al Pil fino al 2029.
3. Ma le brutte notizie per il governo non si fermano qui. L’Istat ha certificato la crescita dello 0,6% del Pil nel 2025, una cifra ben al di sotto della media europea (1,4%) e ben lontano dal 3,9% con cui l’esecutivo Meloni si era insediato nel 2022. Si tratta di un dato che non stupisce, alla luce di quanto rilevava l’Istat a dicembre 2025 nel suo report annuale sulla produttività. Con il governo Meloni, infatti la produttività del lavoro è crollata del 2,7% nel 2023 e di un ulteriore 1,9% nel 2024, per una perdita cumulata di oltre 4 punti percentuali in due anni. Ricordiamo che nei 5 anni precedenti, la produttività del lavoro era cresciuta, seppur lievemente ma al di sotto della media europea.
Si tratta dell’ovvia conseguenza di una politica industriale inesistente, se non nel garantire sussidi a pioggia alle imprese (come la tanto millantata Transizione 4.0 e 5.0, nata come credito d’imposta selettivo e finita nel 2026 in un generico iper-ammortamento). Altrettanto si può dire sul lato del lavoro: il decreto “Primo maggio” è, infatti, tutto concentrato su sgravi contributivi e detassazioni che lasciano intatta la struttura dei salari e della produzione.
Il paradosso tutto italiano è che l’occupazione cresce, seppur sempre meno, mantenendosi comunque lontano dai parametri europei, ma a scapito della produttività e del Pil. È l’effetto perverso del lavoro povero, ovvero bassi salari e elevata precarietà, che lungi dal creare competitività, rappresentano sempre più una palla al piede per l’economia italiana. Le aspettative future sono inoltre negativamente influenzate dal fatto che a fine anno verranno a mancare i soldi del PNRR.
4. Vogliamo comunque proporre al governo Meloni una via d’uscita per non rimanere incastrato nel collo di bottiglia in cui si è cacciato. C’è infatti un modo assai semplice per reperire la liquidità necessaria per fare una finanziaria espansiva e nello stesso tempo far quadrare i conti del bilancio pubblico: seguire l’esempio della Polonia (sicuramente non più uno stato comunista) che ha deciso di tassare gli extraprofitti delle compagnie energetiche dopo gli enormi rincari, un provvedimento che comunque può garantire un gettito nel breve periodo ma non strutturale. Oppure, meglio ancora, introdurre in modo permanente una tassazione dell’1% sui grandi patrimoni oltre i 2 milioni di euro al netto della prima casa (qualunque essa sia, tugurio o castello), come prevede la legge di iniziativa popolare promossa dal comitato “unpercentoequo” e da Rifondazione Comunista.
Contro tale proposta, sì è costituito un vasto fronte che va dalla destra più becera ai benpensanti dei grandi giornali (De Bortoli in testa) sino a parte del centro-sinistra, da Renzi a Prodi. La motivazione si fonda su una serie di fake news, tra le quali quella più gettonata è che tale imposizione colpirebbe il ceto medio. In realtà, la platea interessata è costituita da una ristrettissima élite (l’1% della popolazione), con un impatto assai insignificante sulle fortune possedute ma rilevante per le casse dello Stato. Per questa ristretta élite, inoltre, l’eventuale introduzione di tale tassa non ridurrebbe la ricchezza posseduta ma ne diminuisce solo la crescita. Considerando, infatti, che la crescita patrimoniale negli ultimi anni è stata mediamente tra il 3 e il 5% (maggiore del Pil), il top 1% continua ad arricchirsi ma più lentamente.
Secondo i dati della Banca d’Italia, recentemente pubblicati, nel quarto trimestre del 2025, la ricchezza netta (che comprende immobili e attività finanziarie, al netto dei debiti) delle famiglie italiane ammontava a 453 mila euro per famiglia, in lieve aumento rispetto al 2024 (431 mila euro per famiglia).
La distribuzione della ricchezza si conferma concentrata: il dieci per cento più ricco delle famiglie detiene il 60,6 per cento della ricchezza netta totale, mentre la metà meno abbiente delle famiglie solo il 7,2 per cento. La disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza (misurata dall’indice di Gini) è lievemente aumentata rispetto al 2024 (da 71,5 a 72,2): un valore tra i più alti a livello Ocse.
La composizione del portafoglio varia sensibilmente in base alla ricchezza: per le famiglie nella metà meno abbiente, oltre il 90 per cento delle attività detenute è costituito da abitazioni (73,6 per cento) e depositi (17,5 per cento); le famiglie nelle fasce più alte presentano invece un portafoglio più diversificato, con una quota rilevante di strumenti finanziari diversi dai depositi.
Questa diversa composizione del portafoglio finanziario tra famiglie più abbiente e famiglie più povere sta alla base di una distorsione del peso fiscale che porta il sistema tributario italiano ad essere tra i più iniqui del mondo occidentale.
La vera ingiustizia è, infatti, che i diversi cespiti di capitale (da mobiliare, a immobiliare, da successione, quote azionarie, ecc.) sono tassati meno di un reddito medio di un lavoratore/trice (35.000 euro l’anno). E poiché per il 95% le grandi fortune derivano da queste forme di reddito da capitale, il risultato paradossale è che, come hanno dimostrato i più recenti studi, il sistema tributario italiano, in contrasto con il principio di progressività sancito dall’articolo 53 della Costituzione, è solo leggermente progressivo fino al 95° percentile della distribuzione del reddito, e regressivo per il 5% più ricco. Inoltre, è regressivo lungo l’intera distribuzione quando gli individui sono classificati in base alla loro ricchezza netta.
C’è anche la possibilità, paventata soprattutto dai denigratori della proposta, che, seppur eticamente corretta, il gettito potrebbe essere inferiore a causa del fatto che tale imposta farebbe scappare all’estero parte degli ultramiliardari e milionari. In realtà su questo punto, come ricordato da Andrea Roventini dell’Università di Pisa “non ci sono degli studi empirici che mostrano concretamente questa fuga”. Un esempio in tal senso è quello di New York, dove il nuovo sindaco Zohran Mamdani ha introdotto una sovrattassa del 2% sui redditi sopra il milione di dollari (che comunque già pagavano aliquote più alte di quelle italiane). Ebbene, al momento attuale non esiste una fuga di capitali, se non in minima parte, per il semplice motivo che le relazioni economiche e sociali e di lobby che caratterizzano i grandi patrimoni sono molto più restie ad essere abbandonate per un paio di punti percentuali in più di tassazione. Inoltre, si potrebbero prevedere delle misure antifuga. Zucman, ad esempio, propone che chi sposta la sua residenza all’estero debba continuare a pagare le imposte nel paese di provenienza per un numero fisso di anni che può essere da 5 a 10 anni. La motivazione è che il patrimonio di chi se ne va è derivato anche dai servizi e dalle istituzioni del paese natale e quindi è giusto restituire una parte di quello che si è ricevuto. È utile anche ricordare che negli Stati Uniti, che non sono certo un paese comunista, i cittadini devono pagare le tasse anche se si trasferiscono all’estero.
Tale proposta tuttavia non si limita a un intervento di redistribuzione fiscale dei redditi a vantaggio del ceto medio e meno abbiente. Al riguardo, occorre ricordare che la legge di iniziativa popolare impone anche dei vincoli sulla spesa del gettito fiscale che ne deriva. Si tratta cioè di una tassa di scopo, finalizzata a potenziare il welfare pubblico, che negli ultimi anni ha subito un vero e proprio saccheggio da parte delle politiche del “New Public Management” (liberalizzazioni e privatizzazioni).
Dice, infatti, l’art. 4 della proposta di legge: “Una quota del gettito, determinata in misura non inferiore alle seguenti percentuali, è destinata: a) in misura non inferiore al 35 per cento, al finanziamento del Servizio sanitario nazionale (…); b) in misura non inferiore al 35 per cento, al finanziamento del sistema di istruzione pubblica (…); c) in misura non inferiore al 10 per cento, al finanziamento delle politiche abitative (…); d) in misura non inferiore al 4 per cento, al finanziamento delle politiche ambientali, alla prevenzione del dissesto idrogeologico e alla transizione energetica; e) in misura non inferiore al 4 per cento, al finanziamento degli interventi in materia di sicurezza sul lavoro (…); f) in misura non inferiore al 4 per cento, al finanziamento delle politiche in favore delle persone con disabilità; g) in misura non inferiore al 4 per cento, al finanziamento delle misure di sostegno al reddito”.
Inoltre, si afferma che “La quota residua del gettito è destinata a interventi di riduzione della pressione fiscale sui redditi da lavoro, mediante misure di attenuazione del cosiddetto fiscal drag nell’ambito dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF)”. Un intervento, quest’ultimo, che appare quanto mai necessario, dal momento che l’Istat proprio in questi giorni ha certificato un aumento della pressione fiscale al 42,9% proprio a causa dell’effetto del fiscal drag. In questo contesto, una misura del genere non porta ad un aumento della pressione fiscale ma a una sua più equa redistribuzione.
Le stime relative al gettito potenziale di tale misura si attestano in una forchetta che va da 22 a 35 miliardi di euro, a seconda della grandezza stimata della platea di riferimento, una cifra che consentirebbe maggior gradi di libertà per l’azione governativa.
Il governo Meloni avrebbe così il necessario carburante per finanziare una finanziaria sociale che può fare solo bene all’Italia. Ma dubitiamo che voglia accogliere questo consiglio. Il suo protettorato economico non lo consentirebbe.
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