Recensione al libro di Elisa Bosisio, Maddalena Fragnito e Federica Timeto, Spermopolitica. Genocidio riproduttivo e resistenza in Palestina (Prospero Editore, 2025)
In memoria di Awdah Hathaleen, del suo attivismo, della sua lotta così piena di vita.
Ad Umm al-Kheir, nel Masafer Yatta, Awdah Hathaleen ha trentun anni, è padre di tre figli, insegna inglese, è un attivista di Youth of Sumud. Awdah è anche una delle anime del documentario premio Oscar No Other Land.
In un video ancora disponibile online, Awdah dice: «Qui è un’oppressione. È davvero un’oppressione. […] Non dovete arrendervi. I risultati richiederanno anni, anni e anni. Quindi dovete essere pazienti. E una volta ho detto: se volete vivere qui, dovete avere due cose. Prima di tutto, dovete essere pazienti. La seconda cosa che dovete avere è la speranza. Non si può vivere senza speranza. Senza queste due cose, non si può vivere qui. Noi, la gente di qui, non siamo contro nessuno. Non siamo contro i colori o le nazionalità o le religioni. No, guardiamo alle persone come esseri umani, e vogliamo lo stesso da loro. Vogliamo che anche loro facciano lo stesso».[1]
Il 28 luglio 2025, mentre si trova nel cortile del centro per i bambini del villaggio, Awdah è colpito al petto da un proiettile esploso a trentacinque metri di distanza dal colono israeliano Yinon Levi. Awdah muore poche ore dopo. Sono gli stessi coloni presenti a impedire per lunghi minuti ai soccorsi di raggiungerlo.
Awdah muore mentre tiene tra le mani la sua gola che sanguina: la voce, le mani e gli occhi di Awdah. E Awdah filma la sua stessa morte: il video si interrompe quando cade a terra e lo schermo diventa nero mentre il figlio di due anni grida Ya Rab, Ya Rab (Oh Dio, Oh Dio).
Prima di morire aveva scritto a Micol Meghnagi una frase che vale la pena custodire, non soltanto come premessa: «Ciò che ci permette di non rimanere bloccati nella paura, bloccati nel dolore, sono le relazioni tra noi. Scopriamo che questo dolore guarisce nel tempo attraverso le relazioni che intratteniamo».[2]
Conviene cominciare da questo video che si interrompe: poiché le rappresentazioni del genocidio e della pulizia etnica in corso rischiano tragicamente di scivolare nel tritacarne dell’astrazione mediatica, proviamo a rimanere ancorate ai corpi.
La vita di Awdah, spesa a filmare, raccontare, tessere relazioni: se dall’altra parte del filo spinato la macchina mortifera di Israele produce morte, lui ha prodotto, fino all’ultimo fotogramma, tentativi di vita condivisa. È quindi da altri corpiche riprende le mosse anche il resto di questo pezzo, che vorrei intessere con un celebre reportage di Robert Fisk ponendolo a sua volta in dialogo con un libro uscito quarantatré anni dopo.[3]
Il capitolo di Fisk si apre con la voce di un miliziano falangista interrogato il 17 settembre 1982 sulla strage in corso a Beirut Ovest: le donne incinte partoriranno terroristi, risponde; i bambini, crescendo, diventeranno terroristi. È la frase da cui muove anche questo pezzo, perché tra questa e altre due, pronunciate quarant’anni dopo, non c’è metafora ma una linea diritta.
La prima è di Walid Daqqah, prigioniero politico palestinese, scritta da dietro le sbarre in attesa della nascita di una figlia concepita con sperma fatto uscire clandestinamente dal carcere di Ayalon: «Loro producono morte, e io sono il lavoro della vita».[4] La seconda è di una poeta, Maya Abu Al-Hayyat, che in una poesia intitolata Children, «ogni volta che la mano di un bambino esce da un edificio crollato», scrive, lei conta «le dita delle mani e dei piedi» dei propri figli, li tocca «per sentirli vivi».[5]
Ed è una linea che si può seguire solo restando in relazione col terreno, per sguardi d’insieme e per tracce nascoste. Perché di questo, in fondo, si tratta: di cosa resta, materialmente, quando tutto il resto è fatto deliberatamente sparire o viene violentemente trasfigurato.
Fisk arriva a Shatila due giorni dopo il massacro e trova primi testimoni «milioni di mosche», che sono «l’unico legame fisico rimasto con le vittime» e che si cibano avidamente dei loro cadaveri mentre la stampa internazionale e la Croca Rossa restano fuori dal cancello del campo per tre giorni. Non ci sono metafore: è l’inevitabilità della prova materiale quando ogni altra prova è negata.
Spermopolitica. Genocidio riproduttivo e resistenza in Palestina (Prospero Editore, 2025), di Elisa Bosisio, Maddalena Fragnito e Federica Timeto, con un’introduzione del Palestinian Feminist Collective e un saggio di Layal Ftouni, lavora esattamente su questa scala: non il massacro inteso in numeri che oltrepassano i corpi, ma la vischiosità del campione biologico.
Il libro chiama genocidio riproduttivo la strategia che non si accontenta di sterminare una popolazione ma lavora a «cancellare ogni sua possibilità di rigenerazione»; e lo rintraccia, con precisione forense, in due dispositivi opposti.[6]
Da un lato la PAR, la procreazione assistita postuma con cui lo Stato israeliano preleva lo sperma dai corpi dei soldati caduti per prolungarne la genealogia oltre la morte: i casi di Keivan Cohen e di Barel Shmueli, le cui madri hanno cercato sui social una donna disposta a dare alla luce il figlio del soldato morto, mostrano come Israele si costruisca sulla riproduzione della morte ad libitum. Anzi in nome di una nazione che innesta la propria legittimità sul riconoscere nel popolo palestinese l’ennesima incarnazione di Amalek, il popolo che la Bibbia ordina di sterminare «senza risparmiare nessuno, uomini, donne, bambini e lattanti» (1 Samuele 15).
Non è una lettura: è quanto Netanyahu ha dichiarato apertamente il 28 ottobre 2023, tre settimane dopo l’attacco di Hamas: «Dovete ricordare cosa Amalek vi ha fatto, dice la nostra Sacra Bibbia»; [7]una frase che il Sudafrica ha inserito, insieme ad altre, nel ricorso alla Corte internazionale di giustizia, nella sezione dedicata alle dichiarazioni di intento genocidario di funzionari dello Stato israeliano. La studiosa Atalia Omer ha proposto di leggere questo richiamo biblico non come un’uscita estemporanea ma come un dispositivo teologico-politico che trasforma la Palestina in una terra nullius, uno spazio dichiarato vuoto perché sia lecito occuparlo.[8] Anche se già nei primi decenni dell’insediamento coloniale, ricorda Ella Shohat, quel lessico si organizzava intorno a immagini di fertilità: ‘far fiorire il deserto’, ‘fecondare la terra selvaggia’, ‘illuminare i nativi’; una grammatica che investe la terra stessa di un corpo da ingravidare, e che rende Spermopolitica meno un’anomalia terminologica che l’ultimo capitolo di un vocabolario riproduttivo lungo più di un secolo.[9]
C’è un rovescio non voluto dell’immagine del cadavere del soldato morto da cui viene estratto lo sperma: un corpo da cui la vita continua a ‘gettare’, in una poesia di Fatena Al Ghorra, poeta nata a Gaza nel 1977: «Giovani foglie sono spuntate / sulla mia mano morta», scrive, mentre «larve (…) diventano crisalidi». Quella mano, a differenza dello sperma del soldato, non ha un nemico da onorare con altre morti, anche «senza indirizzo raggiunge casa».
Mi piace pensare che sia la mano della ragazza beduina di cui scrive Adania Shibli in Un dettaglio minore,[10] violentata e uccisa nel deserto del Negev nel 1949, sepolta senza nome, a cui anche Federica Sossi ha provato a restituire voce nel titolo del suo Se la ragazza beduina potesse parlare: un’altra mano senza nome, che la letteratura ha dovuto immaginare perché nessun archivio l’aveva mai registrata.[11] È il rovescio esatto della PAR: lì la nazione celebra e rivivifica l’ossessione traumatica della Shoah facendo proseguire tecnologicamente il seme di chi compie un genocidio in suo nome; qui un corpo anonimo, di cui la stessa teologia di Stato vorrebbe non restasse nemmeno il ricordo, continua comunque a produrre vita — non per volontà di nessuno, ma perché la vita, a quanto pare, non ha ancora imparato a obbedire ad Amalek.
Dall’altro lato di Spermopolitica, il contrabbando di sperma dei prigionieri politici palestinesi: un campione «nascosto in una penna, in un involucro di caramella», scrive Ftouni, «non identificabile dagli obiettivi delle telecamere di sicurezza», che attraversa muri, checkpoint e corpi complici per arrivare a una clinica della fertilità. Il libro si connette a una domanda che la poesia palestinese si poneva già negli anni Settanta, nella voce di Fadwa Tuqan che, in Labour Pains, scrive che «il parto è una forza che [il conquistatore] non conosce», e che è «la terra ferita» a «inaugurare la vita».[12]
C’è una terza traccia: è passata anche da Bologna tra novembre e dicembre, nel Sottospazio di Palazzo Bentivoglio, dentro la Biennale Foto/Industria del MAST. Looking for Palestine, la mostra del collettivo Forensic Architecture, apre con le mappe della memoria: ricostruzioni cartografiche dei villaggi palestinesi disegnate dagli abitanti sfollati dal 1948, un tentativo di rispondere a ciò che resta senza archivio quando l’archivio dei vincitori non è mai neutro, e talvolta non è nemmeno accessibile.[13] Per ricostruire il villaggio di al-Dawayima, raso al suolo il 29 ottobre 1948, teatro di una strage che Israele non ha mai voluto fotografare, Forensic Architecture ha dovuto aggirare la pratica archivistica selettiva dello Stato di Israele: ha usato le foto scattate durante una campagna di vaccinazione britannica del 1922. Un altro dettaglio sanitario, amministrativo, diventato, un secolo dopo, l’unica prova visiva di un luogo che l’archivio ufficiale ha deciso non essere mai esistito.
La mosca di Fisk, il seme che sfugge alle telecamere di sicurezza, la fotografia di una vaccinazione coloniale usata come prova forense: sono tracce (biologiche, molecolari, quasi accidentali) che si trovano a portare non da sole ma in relazione allo sguardo, alla voce e alle mani di chi cerca contatto, il ruolo di testimonianze che quasi nessun archivio ufficiale ha voluto o potuto conservare. Non è un caso che debbano essere così piccole. La scala è minima perché a lei appartiene ciò sfugge al controllo del potere coloniale su strade cancelli telecamere archivi mappe corpi: relazioni.
Il metodo del collettivo diretto da Eyal Weizman non punta a produrre una rappresentazione, ma a innescare memoria. È lo stesso movimento che compiono Bosisio, Fragnito e Timeto: mettere in relazione tracce minime per ricostruire una trama ampia di pratiche e legittimazioni politiche dove i nessi restano ancorati a un campione, un documento, un corpo: un materialismo, nel senso politico del termine, che è stato storicamente un argine alle mitologie del fascismo.
Se ne trae una conferma di un metodo che ha un nome preciso: Michael Rothberg lo ha chiamato memoria multidirezionale, per descrivere una circolazione del ricordo che non è competizione a somma zero ma traffico, prossimità, responsabilità condivisa tra storie.[14]
È la stessa cornice a cui ricorre Micol Meghnagi in All’ombra della Shoah per pensare e ricollocare Shoah e Nakba senza strumentalizzazioni politiche e colonizzatrici — ed è la stessa logica per cui, davanti a un progetto di cancellazione totale, l’unica controforensica possibile parte dal collettivo e dalla trama dei frammenti e dei rapporti che il potere non è riuscito a far sparire.
NOTE
[1] New Internationalist (@newinternationalist), YouTube Shorts, 4 agosto 2025 (video: International Solidarity Movement Palestine): youtube.com/shorts/GKJ35UDeKkE (mia la traduzione)
[2] Micol Meghnagi, Nota a margine dell’autrice, in All’ombra della Shoah. Decolonizzazione e politiche della memoria, Fandango Libri, Roma, 2026, pp.?
[3] Robert Fisk, Terroristi. Il massacro dei palestinesi a Sabra e Shatila (16-18 settembre 1982), cap. 11, in Il martirio di una nazione. Il Libano in guerra, ed. or. Pity the Nation: Lebanon at War (1990), trad. it. di A. Maestrini e B. Tortorella, Il Saggiatore, Milano, 2010.
[4] Walid Daqqah, cit. in Layal Ftouni, “Loro producono morte, e io sono il lavoro della vita”, trad. it. di Elisa Bosisio, in Elisa Bosisio, Maddalena Fragnito, Federica Timeto, Spermopolitica. Genocidio riproduttivo e resistenza in Palestina, Prospero Editore, Novate Milanese (MI), 2025, p. 91.
[5] Maya Abu Al-Hayyat, Children, trad. ingl. di Graham Fulton, in A Map of Absence. 75 Years of Palestinian Literature, a cura di Atef Alshaer, Saqi Books, Londra, 2019, (mia traduzione italiana dei versi).
[6] Palestinian Feminist Collective, Introduzione, trad. it. di Elisa Bosisio, in Spermopolitica, cit., p. 10.
[7] Dichiarazione di Benjamin Netanyahu in conferenza stampa, Tel Aviv, 28 ottobre 2023: “You must remember what Amalek has done to you, says our Holy Bible. And we do remember.” Citata in South Africa, Application Instituting Proceedings, International Court of Justice, 29 dicembre 2023, sez. “Expressions of Genocidal Intent against the Palestinian People by Israeli State Officials and Others”.
[8] Atalia Omer, “Turning Palestine into a Terra Nullius: On Amalek and ‘Miracles'”, Journal of Genocide Research, vol. 28, n. 2, 2026, pp. 272-93.
[9] Ella Shohat, On the Arab-Jew, Palestine and Other Displacements, Pluto Press, Londra 2017, p. 158.
[10] Adania Shibli, Un dettaglio minore, trad. it. di Barbara Benini, La Nave di Teseo, Milano, 2023.
[11] Federica Sossi, Se la ragazza beduina potesse parlare, Ombrecorte, Roma, 2025.
[12] Fadwa Tuqan, “Labour Pains”, trad. ingl. di Tania Tamari Nasir e Christopher Millis, in A Map of Absence, cit.
[13] Forensic Architecture, Looking for Palestine, a cura di Elizabeth Breiner, Sottospazio di Palazzo Bentivoglio, Bologna, nell’ambito di Foto/Industria 2025 — Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro, Fondazione MAST, 7 novembre 2025 – 11 gennaio 2026.
[14] Michael Rothberg, Multidirectional Memory: Remembering the Holocaust in the Age of Decolonization, Stanford University Press, Stanford 2009.
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