Da qualche tempo, sui social e poi sempre più spesso nello spazio fisico, si parla di aura (aura points, aura farming, fino alle aura battle): due persone al centro di un cerchio cercano di imporsi attraverso pose, gesti, sguardi, movimenti, mentre il pubblico decide chi possiede più aura. È facile sorriderne. È quasi inevitabile che chi è cresciuto prima dei social, o anche soltanto prima di TikTok, sia tentato di vedere in tutto questo una nuova forma di narcisismo o una gara di vanità o ancora il sintomo di una generazione costretta a trasformarsi continuamente in immagine.

Ma proprio qui comincia il problema, anche perché questa pratica sta dilagando come un virus in tutte le proteste studentesche che stanno attraversando la Francia in questi giorni.

Le prime domande da porsi, per affrontare la questione, sono forse queste: come parlare di queste pratiche senza assumere automaticamente lo sguardo paternalistico dell’adulto che spiega ai giovani che cosa stanno davvero facendo? e come osservarle senza trasformarle nell’ennesima prova della degenerazione della società o, al contrario, in una nuova forma di autenticità generazionale che noi adulti non sapremmo più comprendere?

Anch’io, inizialmente, ho guardato queste scene con una certa diffidenza. Poi, confrontandomi e osservandole, mi sono sempre più convinto che valesse la pena approfondire la questione senza fermarmi alla superficie. Così mi sono detto che forse bisogna partire da una cosa molto semplice: guardarli gioire. Non per idealizzare quella gioia, ma per non perderne la realtà. C’è anche, ed è evidente, qualcosa di piacevole, di liberatorio e perfino di esilarante in queste scene. Gli studenti si muovono, si espongono, si imitano e si sfidano mentre il pubblico ride, urla e, in qualche modo, partecipa. In mezzo alla produzione incessante di contenuti digitali compare una cosa sorprendentemente antica: un gruppo di persone che si raccoglie attorno a due corpi e attribuisce insieme un valore a ciò che accade. E lo fa dal vivo.

Ma forse dovremmo guardare a quello che succede quando si forma il cerchio e questa pratica si produce. Per qualche minuto, un cortile, una piazza, una strada, o un corteo, comincia a funzionare diversamente: c’è un centro in cui ci si espone, un bordo da cui si guarda, si ride, si incita; qualcuno entra, qualcun altro torna tra gli altri. Lo spazio non viene semplicemente occupato, ma nemmeno sottratto magicamente ai rapporti di potere che lo attraversano. Qualcosa però cambia: il modo di usarlo, le relazioni che vi si stabiliscono e le possibilità di apparire e di partecipare. E qui Lefebvre può essere d’aiuto: non perché il cerchio produca di per sé uno spazio liberato o differenziale, ma perché permette di interrogare la tensione fra l’organizzazione dello spazio e gli usi che le persone ne fanno. Sono usi che possono riprodurre le relazioni esistenti, ma anche modificarle, piegarle ed aprire possibilità impreviste. Gli utenti non sono semplicemente gli occupanti di uno spazio organizzato da altri: contribuiscono a produrlo, senza per questo controllarlo interamente. Lo spazio (sociale) è un prodotto (sociale)! E qui la questione dello spazio incontra quella della performance: il gesto non esprime soltanto una qualità individuale, ma acquista efficacia attraverso i corpi che lo guardano, lo riconoscono, lo deridono o lo rilanciano. Il cerchio non è soltanto il luogo in cui la scena avviene; è parte di ciò che la rende possibile.

Forse dovremmo stare attenti anche a non psicologizzare troppo rapidamente tutto questo. Se diciamo che questi ragazzi fanno questa pratica perché hanno bisogno di attenzione, di riconoscimento o di autostima, abbiamo già deciso che dietro c’è una mancanza che dobbiamo spiegare. Forse qui vediamo anche un’eccedenza: una quantità di energia, di gioco, di imitazione, di esposizione e di desiderio di stare insieme che cerca semplicemente un modo per comporsi. Non possiamo chiederci che cosa manca a questi ragazzi, senza domandarci che cosa sono capaci di fare insieme.

Il fatto però che una pratica produca gioia non significa che debba essere sottratta alla critica. Ho pensato che forse bisogna provare a tenere insieme entrambe le cose: la gioia e la contraddizione.

L’aura sembra essere anzitutto una proprietà individuale, poiché è qualcosa che uno possiede mentre l’altro no. È interessante, inoltre, che una parola come aura sia riemersa in un uso popolare, entrando nel linguaggio quotidiano attraverso i codici dei social e dei video brevi. La parola evoca qualcosa di impalpabile, una presenza, un alone di carisma che sembra distinguere una persona dalle altre. Eppure, nel gioco, questa qualità viene immediatamente profanata: diventa un punteggio, qualcosa che si può accumulare, perdere o attribuire a qualcun altro. Ma forse non perde del tutto il proprio carattere enigmatico. Anche quando viene tradotta in una misura, l’effetto di un gesto continua a dipendere da qualcosa che non si lascia misurare interamente. Il gioco desacralizza l’aura e, nello stesso momento, la rimette in circolazione. Il soggetto sembra così diventare una piccola impresa di se stesso: lavora e guadagna (punti) attraverso il corpo, la postura, la voce, il movimento e il modo di apparire. L’aura farming sembra la forma più ironica e compiuta di questo lavoro.

Ma c’è subito un paradosso: l’aura non può essere posseduta individualmente perché esiste solo attraverso gli altri. Non basta sentirsi carismatici: qualcuno deve riconoscerlo. Un po’ come avviene coi like sui social, o su altre piattaforme. Un gesto funziona soltanto se esiste un linguaggio comune capace di leggerlo. Una posa può produrre aura in una situazione e imbarazzo in un’altra. L’aura, così, non è una cosa che sta dentro il soggetto, ma ciò che emerge fra il soggetto, gli altri, lo spazio e i codici che si condividono.

Per questo la battle in sé è più interessante dell’aura farming. La gara rende visibile la relazione che normalmente resta nascosta, ma ci obbliga anche a chiederci come siano organizzate le condizioni del riconoscimento. Chi può occupare il centro del cerchio?, i protagonisti si propongono spontaneamente o vengono chiamati?, chi decide chi può partecipare e secondo quali regole?, quali gesti, quali immaginari, quali modi di esibirsi attirano più partecipazione degli altri?. Sono domande apparentemente semplici, ma non secondarie: il gioco non si svolge in uno spazio privo di regole, e anche quando le regole non vengono dichiarate apertamente qualcuno può imparare a usarle meglio di altri.

Chi riesce a sostenere lo sguardo?, chi riesce a trasformare il proprio gesto individuale in entusiasmo collettivo?, chi viene riconosciuto come portatore di forza? – tutte questioni che riguardano anche la politica nel senso più classico: chi può apparire, chi ha diritto a essere visto, chi riesce a far sì che un gesto individuale diventi un segno capace di muovere altri corpi? Per comprendere davvero il fenomeno, però, bisognerebbe osservare anche le differenze tra le diverse situazioni: non dare per scontato che tutte le battle funzionino nello stesso modo, che tutti i partecipanti siano mossi dalle stesse ragioni o che ogni forma di esibizione venga accolta allo stesso modo.

Alcune scene, in cui entrano nel cerchio un poliziotto o, in un’altra occasione, un preside, rendono questo problema ancora più interessante. Le figure normalmente collocate in una posizione di autorità, abituate a giudicare, sorvegliare o disciplinare, si espongono per un momento allo sguardo degli altri e accettano di essere valutate secondo le regole del loro gioco. Potrebbe esserci anche questo nella gioia dei ragazzi: il piacere di vedere l’autorità uscire dal proprio ruolo, esporsi al ridicolo e diventare parte di una scena che non controlla interamente. Non è detto che questo rovesci davvero il rapporto di potere, ma introduce, almeno, una sospensione, per quanto provvisoria, dei ruoli abituali.

Nelle mobilitazioni, del resto, gioco e conflitto non sono necessariamente due momenti separati.

Si può essere investiti dalle cariche e dalla violenza dei reparti antisommossa e, nel resistere, tenere la posizione, ricomporsi, rispondere agli attacchi, contribuire a far arretrare i reparti antisommossa, continuare a manifestare, per poi giocare alla battaglia dell’aura poco prima o poco dopo gli scontri, dentro gli stessi blocchi. Tutto questo appartiene alla medesima situazione complessa. Non c’è da una parte una lotta politica seria e dall’altra un gioco frivolo che la interrompe: ci sono corpi esposti alla violenza, tensione, paura, rabbia, desiderio di stare insieme e bisogno di allentare la pressione. La battle può attraversare questa situazione senza esserne né l’opposto né necessariamente la soluzione.

Per questo non penso che la risposta consista semplicemente nel contrapporre ai cattivi immaginari delle piattaforme un immaginario progressista migliore. Da questo punto di vista, l’aura può essere letta non come capitale simbolico individuale, ma come effetto provvisorio di una composizione. L’aura non è mia: accade. E così arriva la dimensione quasi inquietante del fenomeno.

A volte, guardando una aura battle, ho quasi la sensazione di trovarmi dentro un episodio di Black Mirror. Non perché i ragazzi siano caricature di un futuro distopico, ma perché la scena sembra mettere in cortocircuito alcune delle contraddizioni del presente: il corpo come contenuto, il riconoscimento come punteggio, la presenza come performance, lo sguardo degli altri un dispositivo di valutazione permanente. Eppure il punto più strano è che ciò che appare inquietante, osservato da vicino, è anche divertente. Le persone giocano con il dispositivo, esagerandolo, facendone parodia e abitandolo con con ironia. Quasi come se non fossero semplicemente prigioniere di una macchina che le domina.

Una lettura soltanto critica rischia di diventare paternalista: se vediamo soltanto l’alienazione, rischiamo di non vedere il gioco; se vediamo soltanto il gioco, rischiamo di non vedere l’alienazione.

È da questa ambivalenza che bisogna partire. Nonostante le aura battle sembrino il compimento della cultura individualista, rompono almeno in parte i codici della visibilità ordinaria. Un adolescente in corteo occupa il centro dello spazio senza avere alcuna istituzione alle spalle, senza un titolo, senza un ruolo prestabilito e prova a produrre una forza che non gli è stata conferita da nessuno. Sembra assurdo, incomprensibile e ridicolo, ma anche una forma di sperimentazione.

Credo ci sia una rottura anche sul piano semiotico, ma forse appropriazione e riproduzione dei codici avvengono contemporaneamente. Un gesto preso da un anime, da un videogioco, da un meme, da una partita di calcio o da una sequenza vista online viene sottratto al proprio contesto e ricomposto altrove. Nel cerchio non resta soltanto un’immagine da imitare: diventa una sequenza corporea, eseguita davanti ad altri, che può essere deformata, esasperata e reinventata. Quello che circola nei media diventa materia di una relazione fra corpi e può trasformarsi in qualcosa di inatteso. Può diventare un materiale comune a partire dal quale produrre una differenza, oppure restare una ripetizione che riproduce i codici dominanti.

Ma il movimento non finisce nel cerchio. Quando la battle viene filmata e rilanciata online, quei gesti tornano a essere immagini e rientrano nei circuiti delle piattaforme, contribuendo a diffondere nuovamente i codici da cui erano stati prelevati. Per chi si gioca, allora? Per le persone presenti, per il pubblico futuro del video, o per entrambi? E quanto cambia il senso della scena quando passa dall’uno all’altro? La possibilità di essere ripresi e visti online può influenzare il gesto già nel momento in cui viene compiuto, prima ancora che il video circoli. La battle avviene così fra due pubblici che non necessariamente coincidono: quello presente, fatto di corpi che guardano, ridono, applaudono e reagiscono, e quello futuro, che incontrerà la scena attraverso uno schermo. Appropriazione corporea e riproduzione mediatica non sono due momenti separati: si condizionano reciprocamente.

Questo significa che la battle sia emancipatrice? Non credo che la cosa sia automatica. È una pratica che può benissimo rafforzare gerarchie estetiche, conformismo, sessismo, culto della prestazione, ansia di riconoscimento; può funzionare come una piccola macchina di esclusione (alcuni corpi occupano il centro, altri restano ai margini; alcuni possono parlare il linguaggio dell’aura, altri ne vengono dichiarati privi). La logica competitiva non sparisce affatto perché viene resa ironica, ma, proprio per questo, non voglio fare nemmeno l’errore di ridurre la questione a una domanda del tipo: sono rivoluzionarie o sono neoliberali?. Sarebbe troppo facile. Mi interessa piuttosto capire quali possibilità apra questa pratica e quali nuove gerarchie produca nello stesso momento, perché una pratica (diffusa in molte piazze conflittuali) può essere contraddittoria senza essere insignificante.

Per esempio, durante la mobilitazione studentesca a Parigi dell’8 ottobre, a Place de la Bastille, dei ragazzi si sono messi in cerchio davanti a un cordone di CRS (Compagnies républicaines de sécurité, reparti, spesso antisommossa, della Polizia nazionale francese specializzati, tra le altre funzioni, nel mantenimento dell’ordine pubblico durante manifestazioni e proteste), all’imbocco di una delle strade che sboccano sulla piazza. Al centro, due manifestanti, uno con un cappello da coniglio e l’altro con un ventaglio, si si sono affrontati in un’aura battle, mentre gli altri assistevano e reagivano ai loro gesti. Giocavano a pochi metri dagli agenti, e alcuni di loro faticavano a trattenere un sorriso. La scena si è svolta durante una delle mobilitazioni contro le carenze della scuola pubblica e dopo giorni di tensioni e denunce di violenze poliziesche. La cosa è interessante perché i manifestanti non hanno soltanto sfidato intenzionalmente la polizia, ma hanno anche messo su una scena, un centro e una forma di riconoscimento e di gioia collettiva proprio dentro uno spazio presidiato e controllato dalle forze dell’ordine.

Per capire che cosa questa pratica produca nelle mobilitazioni, però, bisogna osservare anche ciò che accade prima e dopo il momento spettacolare del cerchio: chi si avvicina, chi resta ai margini, chi partecipa come spettatore, chi comincia a parlare con chi, quali relazioni si formano e se continuano al di fuori del gioco. La battle può contribuire a rendere abitabile l’attesa, ad allentare la tensione e ad avvicinare persone che magari non prenderebbero la parola in un’assemblea. Può offrire una forma elementare di partecipazione a chi non ha ancora trovato altri modi per prendere parte alla situazione. Mi interessa anche perché questo gioco, come mi è stato fatto notare, ricorda la morra: non soltanto perché una pratica apparentemente antica riappare dentro una cultura digitale, ma perché il piacere di stare insieme può essere una delle condizioni che permettono a un gruppo di continuare a esistere e a mobilitarsi. Naturalmente, non basta osservare che le persone giocano insieme per concludere che ne nascano legami politici. Bisognerebbe capire quali legami si formino, chi ne rimanga escluso e se quella socialità permetta di fare altro insieme.

Non ho le idee chiare e mi sembra contemporaneamente catturata e inventiva, individualizzante e comune, spettacolare e relazionale.

E quindi mi viene da chiedermi che cosa accada quando il problema di chi occupa il centro del cerchio diventa il problema di chi occupa il centro di un movimento. Chi parla per gli altri?, chi diventa il volto?, chi concentra la visibilità e attribuisce la legittimità, come evitare che l’aura di alcuni venga trasformata nel capitale politico di pochi?, e come moltiplicare i modi di entrare nel centro e renderlo attraversabile, evitando che la capacità di produrre entusiasmo venga separata da quella degli altri di partecipare alla sua produzione?

Forse è questo che questa generazione, con i propri strumenti, ci obbliga a vedere: non soltanto una generazione ossessionata dall’immagine o il capitalismo della reputazione portato all’assurdo, né tantomeno una spontanea insurrezione della gioventù. Ci troviamo davanti ad una pratica ambivalente, dentro la quale il capitalismo delle piattaforme e una forma elementare di socialità si incontrano e si scontrano. E trovo la cosa estremamente inquietante, perché trasforma la presenza in prestazione. Ma mi sembra anche vitale, perché trasforma la prestazione in gioco. Ha tutta l’aria di essere individualista perché mette qualcuno/ciascuno, di volta in volta, al centro, ma è anche collettiva perché nessuno può produrre aura senza gli altri. È conformista perché utilizza codici già disponibili ed è persino dirompente perché, mettendo insieme quei codici in modi inattesi, produce nuove forme di presenza.

L’aura è allora una proprietà o una relazione? Entrambe le cose, perché può essere catturata, gerarchizzata, monetizzata, ma anche essere trasformata.

Un ultimo sforzo. Proviamo a spostare la domanda: cosa siamo capaci di fare insieme con la forza che circola fra noi?