Pensare oggi l’ecologia politica significa assumere la trasformazione non come un evento eccezionale, ma come la condizione stessa del presente. Allo stesso modo, il superamento del paradigma antropocentrico mostra come non sia più concepibile un ambiente separato dai corpi che lo abitano, né una tecnica che intervenga dall’esterno su un’ipotetica natura originaria. Corpi, territori, tecnologie, affetti e forme di vita sono compresi all’interno di uno stesso campo di mutazioni, nel quale ogni elemento agisce sugli altri e ne viene continuamente modificato.

L’ecologia politica si situa precisamente all’interno di questa composizione instabile: non come sapere destinato a proteggere un ambiente pensato come altro rispetto alla vita sociale, ma come pratica capace di interrogare le condizioni materiali, tecniche e politiche attraverso cui la vita viene prodotta, organizzata, catturata e trasformata. Il suo oggetto non è dunque un ambiente esterno da preservare, ma l’insieme delle relazioni attraverso cui vengono continuamente costituiti territori, soggettività e forme di esistenza.

È su questo terreno che si impone la questione dell’intelligenza artificiale. L’IA non costituisce semplicemente una nuova tecnologia, né può essere compresa soltanto attraverso la moltiplicazione delle sue applicazioni. Essa introduce una soglia ulteriore nel rapporto tra tecnica e vivente, perché non si limita a intervenire sui corpi o a trasformare materialmente i territori: partecipa alla loro percezione, classificazione, rappresentazione e orientamento. La tecnica diventa progressivamente capace di occupare anche l’immaginario. Non si limita a trasformare il mondo, ma costruisce ambienti nei quali esso viene continuamente tradotto in dati, correlazioni, modelli e probabilità.

Dalla sorveglianza alla previsione

È questo passaggio a modificare la natura del potere. Se le “società di disciplina” avevano come oggetto il corpo da dominare, sorvegliare e assoggettare, e se le “società di controllo” avevano spostato l’accento verso la modulazione continua dei comportamenti, l’intelligenza artificiale introduce una dimensione ulteriore: la possibilità di intervenire sulla probabilità degli eventi, costruire modelli del comportamento e organizzare il presente a partire da ciò che si presume possa accadere.

Non si tratta più soltanto di vedere o sorvegliare ciò che è già accaduto. Il problema diventa anticipare, prefigurare, stabilire in anticipo quali possibilità debbano essere considerate rilevanti e quali possano essere escluse. Prima ancora che un evento si produca, il sistema può averne costruito un modello probabilistico; prima ancora che una decisione venga presa, può aver classificato rischi, priorità e possibilità.

Il problema dell’intelligenza artificiale non consiste dunque semplicemente nel fatto che una macchina possa arrivare a decidere al posto di un soggetto umano. Una simile formulazione rischia di mantenere intatta una concezione troppo semplice della decisione. La questione più profonda riguarda il modo in cui viene costruito il campo entro cui la decisione può avere luogo.

Il potere non si presenta necessariamente come comando. Può operare nella definizione preventiva delle condizioni di possibilità, nella selezione di ciò che merita attenzione, nella distribuzione delle priorità e nella costruzione di ambienti nei quali alcune azioni risultano più probabili di altre. La classificazione diventa così una pratica politica non perché ogni algoritmo possieda finalità politiche, ma perché ogni classificazione produce concatenamenti ed effetti nel campo delle possibilità.

La politica entra così in una posizione subalterna rispetto alla tecnica, attraverso meccanismi decisionali e di selezione che riguardano territori, relazioni e, in definitiva, le diverse articolazioni del vivente.

È questo uno dei passaggi attraverso cui l’ecologia politica è chiamata a riformulare i propri interrogativi. Il governo delle forme di vita non si esercita soltanto attraverso norme e istituzioni riconoscibili. Opera anche mediante la costruzione degli ambienti nei quali i comportamenti diventano possibili, attraverso dispositivi di visibilità, classificazione, accesso e circolazione. In questo senso, la “governamentalità” non riguarda unicamente il comando esercitato sui soggetti, ma la produzione delle condizioni entro le quali essi possono agire.¹

L’intelligenza artificiale intensifica questa dinamica perché rende l’ambiente stesso progressivamente sensibile, leggibile e reattivo. Il controllo non si trova necessariamente di fronte al soggetto: può essere incorporato nell’ambiente nel quale si muove, nelle piattaforme, nei sistemi di accesso, nelle infrastrutture logistiche, nei dispositivi di raccomandazione, nei sistemi di sorveglianza e nelle procedure di selezione automatizzata. L’ambiente contemporaneo tende così a diventare cognitivo e, proprio per questo, a richiedere una riconsiderazione della sua dimensione politica.

Dall’ecologia ambientale all’ecosofia

Félix Guattari aveva già mostrato come non fosse possibile separare l’ecologia ambientale da quella sociale e mentale. La crisi ecologica non riguarda soltanto la distruzione di un ambiente esterno, ma le forme attraverso cui vengono prodotti contemporaneamente territori, relazioni e soggettività. L’ecologia diventa allora una questione relativa alla produzione dei modi di esistenza.²

L’intelligenza artificiale interviene precisamente in questo spazio. Non produce soltanto un nuovo ambiente tecnico, ma partecipa alla costruzione di un ambiente cognitivo nel quale vengono trasformate le pratiche della percezione, della memoria, dell’apprendimento, della comunicazione e della decisione. La questione dell’IA non può quindi essere separata dalle modalità attraverso cui gli individui e le collettività producono attenzione, sapere, immaginazione e forme di relazione.

È questa la dimensione propriamente ecosofica dell’IA, che occorre percorrere in senso critico. Non esiste una questione ambientale dell’intelligenza artificiale separata da una questione sociale e mentale. L’IA ha una materialità: richiede energia, acqua, infrastrutture, dispositivi, minerali e lavoro. Possiede una dimensione sociale: modifica l’organizzazione del lavoro, la distribuzione delle risorse e le forme del potere. Ha infine una dimensione mentale: interviene sulle pratiche attraverso cui individui e collettività producono attenzione, memoria, sapere e immaginazione.

La sua ecologia deve essere dunque considerata nelle sue articolazioni.

Questa materialità è tanto più importante quanto più la retorica dominante continua a rappresentare il digitale come immateriale o virtuale nel senso più banale del termine. La velocità e la crescente accelerazione dei processi tecnici rendono tuttavia evidente quanto l’apparente immaterialità del digitale dipenda da infrastrutture, corpi e territori concreti.³ Dietro la superficie apparentemente incorporea del calcolo esiste una geografia fatta di estrazione, energia, infrastrutture, acqua, reti e lavoro. I dati non esistono senza corpi che li producono e dispositivi che li raccolgono. I modelli non esistono senza centri di calcolo nei quali vengono addestrati ed eseguiti. Le macchine non esistono senza materiali, minerali e catene produttive.

L’apparente leggerezza dell’intelligenza artificiale nasconde quindi una geografia materiale dell’estrazione. Infatti, l’intelligenza artificiale disegna corpi e territori.

Questa semplice considerazione contiene una conseguenza teorica importante. La questione ecologica dell’IA non può essere ridotta al problema dell’efficienza energetica dei sistemi o alla loro eventuale capacità di ridurre alcune forme di consumo. Occorre considerare la catena materiale che collega l’estrazione delle risorse alla produzione dei dispositivi, l’energia necessaria al calcolo alla costruzione delle infrastrutture, i territori nei quali queste infrastrutture vengono collocate ai corpi che lavorano affinché la “megamacchina” preconizzata da André Gorz possa funzionare.⁴

L’ecologia politica deve produrre una cartografia della tecnica, ma deve anche interrogare ciò che accade quando la tecnica produce una cartografia del vivente.

Il territorio come campo di trasformazione

Il territorio costituisce il piano fondamentale di questa dinamica. Non è mai soltanto una porzione di spazio delimitata: è una composizione di corpi, infrastrutture, memorie, affetti, conflitti, risorse, tecniche e relazioni. Ogni modificazione territoriale è dunque anche una trasformazione dei modi di vita.

Il territorio non può essere pensato come semplice supporto materiale di processi economici e politici, ma come una produzione continuamente attraversata da forze differenti, dispositivi di controllo e possibilità di appropriazione, uso e trasformazione.

L’intelligenza artificiale produce oggi nuove geografie. Le città vengono percorse da reti di sensori e sistemi di gestione; i territori vengono osservati attraverso immagini satellitari; i flussi logistici vengono elaborati in tempo reale; le infrastrutture sono rese intelligenti; le popolazioni vengono rappresentate attraverso grandi insiemi di dati. Il territorio è dunque al contempo materiale e informazionale. La prima geografia è interconnessa con la seconda e la modifica. Una città può essere trasformata in un insieme di flussi; una popolazione in una distribuzione di probabilità; un comportamento in una sequenza di dati; un territorio di guerra in una molteplicità di immagini, coordinate, segnali e oggetti riconoscibili automaticamente.

Lo spazio materiale viene così accompagnato da una seconda cartografia, nella quale corpi e oggetti vengono tradotti in dati e messi in relazione attraverso sistemi capaci di elaborazione continua.

Questa seconda cartografia non è semplicemente una rappresentazione del territorio. È parte del dispositivo attraverso il quale il territorio stesso viene prodotto come spazio di intervento. Come indicavano Gilles Deleuze e Félix Guattari, i concetti di territorio, deterritorializzazione, riterritorializzazione, assemblaggio e linea di fuga permettono di pensare il mutamento senza ricadere nell’opposizione fra tecnica e vita.⁵

Quando però la cartografia viene incorporata in sistemi capaci di elaborare continuamente dati e produrre previsioni, la rappresentazione può diventare direttamente una tecnologia d’azione. Il territorio viene così preconizzato e ciò che viene anticipato può essere governato. È nella guerra che questo processo diventa particolarmente evidente.

Guerra e produzione del territorio

Se “la geografia serve a fare la guerra”, come insegnava Yves Lacoste,⁶ nell’oggi il sistema delle guerre diffuse e permanenti costituisce una forma estrema di produzione e riorganizzazione dello spazio. Non soltanto perché distrugge infrastrutture e modifica confini, ma perché altera radicalmente le condizioni di vita, di movimento e di permanenza.

La guerra produce zone protette e zone esposte, territori attraversabili e territori interdetti. Rende immediatamente visibile ciò che in altri contesti rimane più difficile da percepire: la continuità fra capacità di vedere, capacità di selezionare e capacità di agire.

L’intelligenza artificiale entra in questa dinamica attraverso sistemi di analisi delle immagini, sorveglianza, intelligence, logistica, comando e controllo, supporto alle decisioni e armamenti. Il punto decisivo, tuttavia, non consiste soltanto nel problema dell’autonomia dei sistemi d’arma rispetto all’azione umana, ma riguarda più radicalmente la trasformazione del processo decisionale.

Quando un sistema elabora grandi quantità di dati e produce indicazioni operative, l’IA entra nel processo attraverso cui un territorio viene reso leggibile e un bersaglio viene costruito come oggetto della decisione. La guerra rende evidente che il vedere è già una forma di agire.

Ancora una volta, con Virilio, nei suoi lavori dedicati alla “macchina che vede”,⁷ la produzione di un’immagine del territorio non è mai neutrale quando quell’immagine viene incorporata in un dispositivo capace di produrre conseguenze materiali. La rappresentazione diventa operativa.

Il territorio di guerra si trasforma così in una superficie computazionale: appare composto da edifici, strade, ponti, corpi, suoli e infrastrutture, ma contemporaneamente da immagini, coordinate, segnali, probabilità e modelli.

La guerra diventa allora anche una guerra di nuove geografie: non soltanto una lotta per il territorio, ma una lotta per la capacità di produrne una rappresentazione efficace.

Questo passaggio permette di comprendere in modo nuovo la questione del corpo.

Corpi mutanti e imprevedibilità

I corpi nel nostro tempo non sono soltanto sorvegliati: vengono profilati, previsti, comparati e selezionati.

È precisamente qui che la riflessione sui “corpi mutanti” acquista una nuova forza. Il corpo non è mai soltanto ciò che può essere riconosciuto, classificato o misurato. È una composizione variabile di affetti, desideri, relazioni, memorie, potenze e possibilità; è capacità di trasformazione, ossia ciò che eccede continuamente la forma nella quale viene rappresentato.

Gli algoritmi non coincidono con questa capacità. Ogni previsione stabilisce una soglia tra ciò che considera probabile e ciò che lascia ai margini. L’imprevedibile non è quindi soltanto ciò che il calcolo non riesce ancora a catturare: deve essere considerato come una dimensione costitutiva del vivente.

La possibilità di produrre differenza, deviare, inventare connessioni che non erano previste, aprirsi al molteplice costituisce una potenza che nessuna rappresentazione può esaurire completamente.

Qui il pensiero della trasformazione incontra quello delle “linee di fuga”. Le linee di fuga non sono una semplice disattivazione del dispositivo, poiché non è possibile sottrarsi definitivamente alla diffusione della tecnica né ritornare a un mondo precedente a essa. Significa piuttosto produrre una diversa composizione dentro le condizioni esistenti; significa saper “disattivare” nel tempo dell’accelerazione, come indica Ubaldo Fadini.⁸

Usare diversamente gli strumenti, modificare le relazioni, aprire spazi di indeterminazione, costruire nuove forme di cooperazione: la linea di fuga non coincide con la fuga dalla tecnica, ma con la possibilità di trasformare le relazioni nelle quali essa opera.

Questa ambivalenza è decisiva. Una politica ecologica che si limitasse a opporre natura e tecnica finirebbe infatti per riprodurre una separazione che la trasformazione contemporanea ha già reso impraticabile. I corpi sono tecnologicamente mediati, i territori tecnicamente organizzati, le soggettività attraversate da apparati e reti. Non esiste un punto esterno dal quale osservare questo processo. La questione è come abitarlo.

È qui che Donna Haraway diventa un punto di riferimento essenziale. Il problema non consiste nell’opporre l’umano alla macchina, il naturale all’artificiale, il corpo alla tecnologia. Il cyborg rende visibile precisamente l’impossibilità di queste separazioni, ma necessita di “nuove ibridazioni”, “di nuove alleanze” che si aprano anche all’animale, al sensibile, alla fantasia.⁹

Automazione, sapere e soggettivazione

La questione della tecnica conduce così a quella del sapere. Questa possibilità diventa particolarmente importante in un’epoca nella quale l’automazione tende a estendersi dal lavoro materiale a quello cognitivo. Stiegler ha mostrato come l’automazione possa produrre una proletarizzazione del sapere: non soltanto la sostituzione dell’attività umana, ma la perdita progressiva delle capacità che costituiscono il sapere e la possibilità di individuarsi attraverso di esso.¹⁰

L’intelligenza artificiale pone questa questione su un terreno ulteriore, poiché non si limita ad automatizzare il fare, ma investe le capacità di analisi, interpretazione e critica. I nuovi ambienti tecnologici scrivono, riassumono, traducono, classificano, ricercano, generano immagini, producono codici e organizzano informazioni. Il problema politico non consiste nell’affermare che queste attività non debbano essere automatizzate, ma nel chiedersi quali capacità debbano essere mantenute come pratiche di individuazione e di relazione.

Un’ecologia politica del sapere deve dunque interrogare la possibilità di non confondere efficienza con conoscenza, sapere con competenza. Sapere non significa soltanto ottenere una risposta. Significa poter attraversare un processo: sbagliare, modificare, ricordare, dimenticare, discutere, inventare. Significa trasformarsi.

L’automazione può incentivare enormemente le capacità operative, ma può anche ridurre lo spazio nel quale queste capacità diventano esperienza. Il problema dell’IA è dunque anche un problema di soggettivazione.

Non si tratta di difendere astrattamente un’attività umana contro ogni forma di automazione, ma di preservare le condizioni attraverso cui il sapere rimane esperienza, relazione e possibilità di trasformazione.

Il comune come pratica politica

Quali possibilità occorre allora mantenere aperte? L’interrogazione rimanda alle pratiche politiche ed è in questo contesto che la questione del “comune” acquista particolare rilevanza. Il comune non è semplicemente un campo di azione condiviso, ma una pratica di produzione delle condizioni di vita. Significa poter partecipare alla definizione degli usi, delle regole, delle relazioni e delle tecnologie che organizzano un contesto sociale.

Se il territorio diventa sempre più un ambiente mappato, il problema politico consiste nel poter intervenire sulla produzione delle regole attraverso cui questo ambiente viene costruito.

La possibilità di sottrazione e di immaginazione costituisce una componente essenziale dell’ecologia politica. Non tutto ciò che può essere catalogato deve essere catalogato, così come non tutto ciò che può essere previsto o automatizzato deve necessariamente esserlo. La libertà può assumere anche la forma di una zona di sospensione, non tanto intesa come rifiuto della conoscenza, quanto come diritto all’esplorazione della complessità. Non si tratta di assumere posture di assoluta negazione, ma di opporsi alla completa traduzione della vita in “cosa”.

La questione della guerra ritorna allora sotto una luce diversa. La guerra tende a trasformare il territorio in spazio di previsione e il corpo in oggetto di selezione. L’ecologia politica deve invece riaprire il territorio alla molteplicità e il corpo alla capacità di mutamento.

Da una parte il dispositivo come comando; dall’altra, non una vita che gli si oppone dall’esterno, ma la potenza del vivente di produrre nuove connessioni, nuove alleanze, nuove disposizioni. L’ecologia politica non è allora soltanto una critica della devastazione e delle catastrofi in corso, ma una pratica di reinvenzione delle esistenze e dei modi di vita. Non si limita a denunciare la devastazione dei territori: deve anche interrogare e costruire nuove forme di relazione con essi.

La cattura e il controllo dei corpi costituiscono certamente una dimensione da considerare; al contempo, occorre produrre condizioni nelle quali essi possano inventare altri modi di esistere.

Il rifiuto della tecnica, in questo senso, non può che risentire di uno sfinito romanticismo. Più utile appare sperimentare altri rapporti tra tecnica, autonomia e comune.

Una politica dell’apertura

In questo senso, l’intelligenza artificiale costituisce una posta in gioco ecologica perché costringe a decidere quale rapporto si voglia stabilire tra previsione e possibilità, tra calcolo e divenire, tra automazione e sapere, tra controllo e autonomia.

L’ecologia politica che interroga il ruolo dell’intelligenza artificiale può essere pensata come una politica dell’apertura, attraverso quelle fratture, crepe e soglie che attraversano il nostro tempo. Accoglimento del “divenire”, dell’imprevisto, di “ciò che ci accade”. Per questo l’ecologia politica non può limitarsi a chiedere una tecnologia più sostenibile. Deve piuttosto interrogarsi sulla possibilità di un mondo diversamente abitabile, su una tecnica capace di sostenere la vita senza pretendere di esaurirla nella sua rappresentazione.

Una tecnica capace di moltiplicare le possibilità senza trasformarle immediatamente in variabili da governare. Una tecnica capace di produrre condivisione di esperienze e saperi.

È in questa prospettiva che la trasformazione contemporanea può essere assunta non soltanto come minaccia, ma come campo di possibilità. Non perché ogni trasformazione sia necessariamente evolutiva, ma perché nessun dispositivo conchiude compiutamente il divenire del vivente. Vi è sempre una capacità di deviazione, invenzione e sottrazione. È questa eccedenza che l’ecologia politica deve saper riconoscere.

Nuove cartografie del vivente

Il problema dell’intelligenza artificiale non è dunque soltanto ciò che le macchine potranno fare del mondo che conoscevamo e che ora stentiamo a comprendere. Si tratta invece di comprendere quale mondo verrà prodotto attraverso il rapporto tra macchine, corpi e territori e, soprattutto, chi avrà la possibilità di partecipare e decidere della sua produzione.

È qui che l’ecologia politica torna a essere, nel senso più forte, una politica del vivente, capace di mettere al centro le interdipendenze fra le diverse forme organiche e inorganiche.

La politica è anche produzione dell’imprevisto, dell’inattuale. Ed è precisamente qui che il pensiero ecologico incontra la “potenza di vita”: nella possibilità di produrre ciò che non era previsto, di aprire connessioni che non erano state calcolate, di inventare forme di cooperazione che eccedono i dispositivi esistenti.¹¹

La questione dell’intelligenza artificiale diventa allora una questione delle cartografie e delle geofilosofie.¹² Non cartografie definitive, capaci di rappresentare una volta per tutte il territorio, ma cartografie mobili, capaci di seguire i mutamenti, riconoscere le catture, individuare le fratture, rendere visibili le relazioni, le prospettive e i desideri.

Le nuove cartografie del vivente significano precisamente questo: non la sostituzione di una mappa a un’altra, ma l’interrogazione continua di ciò che ogni mappa rende visibile e di ciò che esclude.

La rappresentazione non coincide con il vivente, ma può trasformarne concretamente le condizioni di esistenza. Ogni mappa, ogni classificazione, ogni modello produce un campo di visibilità e, nello stesso tempo, un campo di esclusione. La questione politica consiste allora nel rendere discutibili queste operazioni, impedendo che la loro apparente neutralità si trasformi in una forma invisibile di governo.

L’ecologia politica dell’intelligenza artificiale può essere pensata precisamente come una lotta intorno alla possibilità di non lasciare che la trasformazione del vivente venga interamente tradotta nella lingua della previsione, della selezione e del controllo.

La costruzione di un’ecosofia nel tempo della crisi e delle guerre diffuse deve aprirsi a uno spazio di attivazione di relazioni capaci di sottrarsi e reinventarsi, in direzione di uno spazio politico molteplice che l’omologazione rischia di consegnare alla violenza come strumento sempre più intensivo di controllo.

Il problema, in definitiva, non è scegliere tra tecnica e vita, tra artificiale e naturale, tra previsione e imprevedibilità. È costruire le condizioni affinché la tecnica non diventi l’orizzonte che pretende di esaurire il possibile. L’ecologia politica dell’IA deve quindi interrogare la possibilità di una tecnica capace di abitare il divenire senza volerlo chiudere, di conoscere senza trasformare ogni conoscenza in controllo, di produrre connessioni senza ridurle immediatamente a dati, di sostenere la vita senza pretendere di rappresentarla interamente.

È in questa apertura che la trasformazione può diventare una possibilità politica: non il superamento del conflitto, ma la capacità di produrre nuovi rapporti; non l’abolizione dell’incertezza, ma la possibilità di abitarla; non la previsione integrale del vivente, ma la salvaguardia della sua potenza di eccedere ogni previsione.

L’ecologia politica diventa così una politica delle possibilità: una pratica capace di riconoscere nelle fratture dei dispositivi, nei corpi mutanti, nei territori contesi, nei saperi condivisi e nelle linee di fuga la possibilità di produrre nuove forme di vita.

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NOTE

  1. Foucault M., Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collège de France (1977-1978), Feltrinelli, Milano, 2004; M. Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), Feltrinelli, Milano, 2005.
  2. Guattari F., Le tre ecologie, (1989) Sonda, Torino, 1991. La prospettiva ecosofica articola ecologia ambientale, ecologia sociale ed ecologia mentale, sottraendo la questione ecologica a una concezione esclusivamente ambientalistica.
  3. Virilio P., Velocità e politica. Saggio di dromologia, (1977) trad. it. di Luigi Sardi Luisi, Multhipla, Milano, 1981. Il concetto di dromologia è il concetto centrale che anima tutta la ricerca di Virilio.
  4. Gorz A., Ecologica, (2008) trad. it., Jaca Book, Milano, 2009.
  5. Deleuze G. – Guattari F., Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, (1980) trad. it. di G. Passerone, Orthotes, Napoli, 2017. I concetti di territorio, deterritorializzazione, riterritorializzazione, assemblaggio e linea di fuga costituiscono strumenti essenziali per pensare la trasformazione senza ricadere nell’opposizione fra tecnica e vita.
  6. Lacoste Y., La geografia serve, anzitutto, a fare la guerra, (1976) trad. it., Franco Angeli, Milano, 1980.
  7. Virilio P., La macchina che vede, (1988) trad. it., SugarCo, Milano, 1989.
  8. Fadini U., Disattivare. Tecnica, individuo e vita, Ombre Corte, Verona, 2013.
  9. Haraway D. J., Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli, Milano, 1995. La figura del cyborg consente di mettere in discussione le opposizioni rigide fra umano e macchina, naturale e artificiale, corpo e tecnologia. Soprattutto riguardo all’ibridazione in direzione dell’animale, vedi Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, Nero, Roma, 2019.
  10. B. Stiegler, La tecnica e il tempo. 1. La colpa di Epimeteo, (1994) trad. it., Galápagos, 2010.
  11. La nozione di “potenza di vita” va qui intesa non come semplice vitalismo, ma come capacità del vivente di produrre differenza, relazione e trasformazione. In questa direzione, il concetto si situa nella continuità fra la riflessione di Nietzsche, l’ecosofia guattariana e la riflessione deleuziana della potenza e del divenire.
  12. Il concetto di geofilosofia è il capitolo 4 contenuto in Deleuze G. – Guattari F., Che cos’è la filosofia?, (1991) trad. it. di Angela De Lorenzis, a cura di Carlo Arcuri, Einaudi, Torino, 1996.