1. Introduzione: la political economy delle piattaforme e i nodi del conflitto globale

Nel dibattito contemporaneo sulla ristrutturazione del capitalismo globale, l’analisi delle traiettorie tecnologiche richiede categorie interpretative capaci di superare il determinismo tecnologico e di ricondurre anche lo studio dei processi di innovazione all’interno di una analisi attenta alle relazioni di potere.

Il libro di Dario Guarascio, Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA (Laterza, 2026), è un utilissimo strumento analitico innanzitutto perché l’autore – studioso piuttosto noto fra gli economisti delle innovazioni che non disdegna le sfide della divulgazione – offre un’eccellente ricostruzione della saldatura tra i giganti oligopolistici dell’Information and Communication Technology e gli apparati statali, mostrando come l’accumulazione capitalistica fondata sull’estrazione dei dati si sia progressivamente consolidata determinando l’acuirsi di contraddizioni che hanno contribuito ad aprire una crisi geopolitica tutt’ora in corso. Una crisi che potrebbe essere anche studiata come una transizione egemonica nel senso di Nanni Arrighi.

Guarascio evidenzia con chiarezza il rischio di una torsione bellica e securitaria in un certo senso causata dalla necessità di trovare ambiti applicativi redditizi alle tecnologie di frontiera, in particolare all’Intelligenza Artificiale, sia nel blocco atlantico sia in quello BRICS+:

«In termini keyensiani, la spesa militare può compensare i problemi di ‘sottoconsumo’ – nel caso di compressione dei salari e conseguente riduzione dei consumi, la spesa militare può in parte sopperire al calo della domanda sostenendo i profitti delle imprese – o fornire un’alternativa in presenza di guerre commerciali che rendono più difficili le esportazioni, contribuendo alla stabilizzazione del ciclo economico. Può anche avere effetti positivi dal lato dell’offerta: dando impulso alla ricerca e all’innovazione delle imprese, come è avvenuto nel dopoguerra negli Stati Uniti » (Guarascio, 2026, p. 13).

Tuttavia, se si vuol dare rilevanza alle specificità dei modelli nazionali di innovazione emerge la necessità di problematizzare l’ipotesi di una perfetta simmetria tra la traiettoria del blocco di Paesi a guida statunitense e quella del blocco a guida cinese. Guarascio ne è consapevole, ma decide comunque di concentrare l’analisi del modello nazionale di innovazione su un suo sottosistema, il complesso militare-digitale, che può assumere dimensioni e funzioni diverse a seconda dei casi.

L’evidenza empirica convalida l’esistenza di un complesso militare-digitale statunitense che sta assumendo una centralità sconcertante anche come principale strumento politico volto a sostenere il modello di crescita occidentale centrato – sempre più faticosamente – sul primato politico degli Stati Uniti. Come scrive Guarascio, «[oltre] ad essere la patria di Internet e delle Big Tech, [gli Stati Uniti] sono il paese la cui traiettoria politica, economica e tecnologica è storicamente segnata dalla relazione tra grandi imprese e apparato militare» (Guarascio, 2026, p. 124).

Mi pare invece che l’esperienza della Repubblica Popolare Cinese riveli una matrice differente: un paradigma di sviluppo tecnologico fondamentalmente infrastrutturale e citizen-oriented, orientato cioè alla riproduzione sociale, alla pianificazione urbanistica e alla transizione ecologica interna, piuttosto che all’apparato militare. Con ciò non voglio sottovalutare le relazioni di potere esistente fra il Dragone e i suoi partner politici principali, né la questione dell’effettiva natura autoritaria del regime cinese. Va comunque riconosciuto che esistono rilevanti differenze fra Stati Uniti e Cina per ciò che concerne l’evoluzione istituzionale – quindi anche le concezioni di benessere sociale vigenti nei due Paesi – che accompagna le traiettorie di sviluppo tecnologico su cui Guarascio si sofferma.

2. Le asimmetrie dei sistemi nazionali di innovazione: War-oriented vs Citizen-oriented

C’è un dato statistico che risulta immediatamente significativo nella sua semplicità:

negli USA la spesa per la difesa supera i 900 miliardi di dollari (con picchi stimati oltre i 980 miliardi) a fronte di circa 334 milioni di abitanti, risultando in una spesa pro capite vicina a 2.690 USD all’anno;

in Cina il budget militare si attesta intorno ai 336 miliardi di dollari per una popolazione di circa 1,41 miliardi di persone, portando la spesa pro capite a circa 240 dollari annui.

Per comprendere meglio la divergenza fra i due modelli di innovazione, occorre andare oltre cercando di comprendere le determinanti della spesa in ricerca e sviluppo che ne hanno condizionato l’evoluzione.

Il modello statunitense, che Guarascio descrive molto bene nei capitoli centrali del suo libro, affonda le proprie radici storiche nelle commesse della difesa e nell’azione di agenzie governative come la DARPA, le cui ricadute civili sono state successivamente privatizzate e monopolizzate dalle Big Tech della Silicon Valley. Si tratta di un’innovazione guidata dal lato della domanda di armi a fini bellici, che oggi si consolida attraverso l’integrazione dei sistemi di IA nei dispositivi di difesa e sorveglianza globale.

Questa dinamica avviene in concomitanza con una profonda crisi delle democrazie occidentali. Lo mostrano diversi indicatori, ma in questa sede mi piace citare una riflessione che traggo da un bel libro di Robert Reich, professore di Politiche Pubbliche a Berkley:

«Se la democrazia funzionasse come dovrebbe, i funzionari governativi stabilirebbero le regole più o meno in linea con la volontà dei cittadini. Terrebbero anche conto degli interessi dei poveri e delle minoranze, dando anche a loro una buona opportunità di farcela. Il sistema funzionerebbe per tutti quanti. In un circolo vizioso, invece, le regole sono stabilite principalmente da chi ha potere e la ricchezza di comprare i politici, i capi degli organi di regolamentazione e persino le corti (e gli avvocati che compaiono davanti ad esse. Quando il reddito e la ricchezza si concentrano al vertice lo stesso succede con l’influenza politica» (Reich, 2021, p. 111).

Reich si riferisce all’oligarchia che si è andata consolidandosi negli Stati Uniti e che oggi – a distanza di sei anni dall’uscita di Il sistema, il libro che ho appena citato – appare caratterizzata ancor più da fenomeni di cattura del regolatore, come dicono gli economisti.

La strategia industriale cinese, d’altro canto, risponde a una logica di pianificazione centralizzata volta a governare le contraddizioni dello sviluppo interno (urbanizzazione accelerata, squilibri demografici, transizione energetica).

I dati disponibili sul comparto tecnologico cinese offrono un riscontro quantitativo che merita senz’altro di essere approfondito, ma che appare imponente: secondo il  Ministero dell’Industria e dell’Information Technology (MIIT), il valore dell’industria dell’IA in Cina ha superato i 1.200 miliardi di yuan (circa 173,9 miliardi di dollari). La platea di utenti che domandano  beni e servizi riconducibili al settore dell’IA sarebbero pari a 1,13 miliardi.

A differenza del mondo occidentale, dove l’offerta di IA è trainata dalle sue applicazioni belliche, l’enorme diffusione di nuovi beni e servizi prodotti a partire dall’impiego dell’IA non trova il suo asse portante nell’economia di guerra, ma nella modernizzazione dei sistemi industriali nazionali e dei servizi pubblici nelle città. Questo è un punto sostanziale per chi è interessato alle politiche pubbliche soprattutto su scala metropolitana.

Un primo esempio è rappresentato dall’adozione dei sistemi avanzati di assistenza alla guida (ADAS) e di automazione dei trasporti.

Più della metà delle auto vendute possiede sistemi di assistenza di livello 2 (sistemi che controllano contemporaneamente lo sterzo, l’accelerazione e la frenata del veicolo, ma richiedono sempre la supervisione attiva del conducente), mentre il parcheggio autonomo supera il 20% nei modelli medi e alti. Per il 54% dei consumatori cinesi la tecnologia intelligente è il fattore principale nella scelta dell’auto[1].

L’approvazione dei sistemi di guida autonoma di livello 3 (sistemi che permettono al veicolo di gestire interamente la guida in condizioni specifiche, consentendo al conducente di distogliere lo sguardo dalla strada e dedicarsi ad altro) risponde alla necessità di razionalizzare la logistica delle mega-aree urbane, non alla logica dei teatri di guerra.

Ma se si guarda alle applicazioni dedicate alla trasformazione urbana diviene ancora più visibile la distanza fra il modello cinese citizen-oriented e l’imperialismo digitale in salsa statunitense. La trasformazione delle città cinesi configura un modello avanzato di Smart Urbanism non comparabile con le dinamiche di gentrificazione dei quartieri in cui le istituzioni pubbliche non possono essere volgarmente ridotte a un Grande Fratello orwelliano.

3. Le Knowledge Cities e la pianificazione algoritmica dell’urbanistica

La pianificazione del territorio in Cina si fonda oggi sulla codificazione dei Gemelli Digitali (Digital Twins) e sull’implementazione dei City Brain per la gestione in tempo reale dei flussi fisici ed energetici.

La Cina sta infatti mappando intere megalopoli con precisione millimetrica, inserendo nei modelli digitali edifici, strade, tubature sotterranee e persino interni di case e ponti. Questi modelli non sono semplici mappe 3D, ma sono collegati a migliaia di sensori reali, sistemi di intelligenza artificiale e flussi di dati costanti per monitorare traffico, reti idriche e consumo energetico. Vengono usati dai governi locali e dai nuovi ingegneri urbani per prevedere guasti, gestire emergenze in tempo reale e ottimizzare la gestione delle così città intelligenti.

Questo “cervello urbano” funziona come una sorta di sistema nervoso per le città metropolitane. È stato creato da grandi aziende tecnologiche cinesi (in primis Alibaba), a partire dal 2016, ma si è poi sviluppato anche attraverso una programmazione pubblica che ha coordinato l’operato delle aziende private.

I risultati empirici di questa forma di governance algoritmica applicata ai servizi pubblici sono stati studiati e diffusi in diverse riviste scientifiche dedicate all’urbanistica, all’economia delle innovazioni e al public management.

Nel caso studio della municipalità di Xi’an, la piattaforma di gestione integrata ha processato in un anno circa 5,8 milioni di istanze civiche, registrando un tasso di risoluzione delle problematiche urbane del 99,8%[2].

Questo orientamento civile trova la sua massima espressione geografica nelle così dette città della conoscenza. Poli come il distretto di Zhongguancun a Pechino (snodo del trasferimento tecnologico tra università e imprese), il cluster hardware di Shenzhen, e la fondazione ex-novo della Nuova Area di Xiong’an non hanno come obiettivo la produzione bellica.

Xiong’an, in particolare, è stata concepita dal decisore pubblico come un laboratorio vivente per l’applicazione delle tecnologie quantistiche, della blockchain e della logistica integrata a zero emissioni, con l’obiettivo di elevare il valore aggiunto delle industrie avanzate al 40% del PIL municipale[3].

L’incremento di benessere dei cittadini derivante da questo ecosistema integrato si manifesta in modo concreto attraverso diverse dimensioni socio-economiche e ambientali:

la Nuova Area di Xiong’an è progettata affinché ogni cittadino possa raggiungere servizi essenziali, parchi, scuole e presidi sanitari in un massimo di 15 minuti a piedi.

Decongestionando Pechino dalle sue funzioni non essenziali, Xiong’an riduce drasticamente l’inquinamento atmosferico, il traffico e i tempi di pendolarismo per i residenti di entrambe le aree.

Solo il 30% del territorio è destinato allo sviluppo urbano. Il restante 70% è composto da specchi d’acqua e foreste, garantendo un’aria pulita e una forte integrazione con la natura.

4. Il ruolo dei campioni nazionali nella divisione del lavoro tecnologico

Un ulteriore elemento di riflessione critica riguarda la natura delle imprese oligopolistiche cinesi. Esistono infatti delle differenze con le corporation transnazionali statunitensi. L’operatività di queste imprese è strettamente vincolata agli obiettivi macroeconomici dello Stato. Ed esiste una chiara divisione del lavoro all’interno del comparto tecnologico:

Baidu agisce come pivot della mobilità autonoma di massa attraverso la piattaforma open-source Apollo, finalizzata al trasporto pubblico locale.

Alibaba fornisce l’infrastruttura Cloud e gli algoritmi del City Brain per l’ottimizzazione energetica e del traffico delle amministrazioni locali.

Tencent, mediante l’ecosistema integrato di WeChat, funge da vera e propria interfaccia digitale di ciò che inizia ad apparire come un embrione di welfare state, digitalizzando i pagamenti e l’accesso ai servizi pubblici per oltre un miliardo di cittadini.

Huawei ha assunto una funzione strategica nello sviluppo degli acceleratori hardware per l’IA (linea Ascend) e delle reti 5G e 6G.

L’obiettivo principale è innanzitutto la garanzia della sovranità tecnologica e della resilienza delle infrastrutture di IA nazionali. In un contesto internazionale in cui il decoupling e il friendshoring promossi dagli Stati Uniti stanno cercando di destabilizzare il modello di crescita cinese trainato soprattutto dalle esportazioni sembrerebbe venuto il tempo di una crescita sorretta da una domanda interna connessa allo sviluppo territoriale.

5. Alcune note sul mondo del lavoro

Cosa è successo ai salari cinesi via via che questo nuovo paradigma tecnologico tendeva a consolidarsi?

Tornano utili a tal riguardo le pagine che Raffaele Sciortino ha scritto nel suo Stati Uniti e Cina allo scontro globale:

«L’ondata di lotte nelle regioni costiere che ha avuto il suo picco nel 2014-15 ha prodotto tra i lavoratori migranti una accresciuta contrattualità e una maggiore consapevolezza non solo dei propri diritti, per lo più dati solo sulla carta, ma anche delle proprie possibilità. Il che si è riversato su un aumento dei salari medi di un sorprendente 11% annuale tra il 2009 e il 2014, e dei benefici sociali, nelle città come nelle campagne. » (Sciortino, 2022, p. 192).

Stando agli ultimi dati disponibili il salari medi sono cresciuti ancora dal 2020 al 2025, con un tasso di crescita medio annuale che, sebbene lontano dai valori sorprendenti del periodo precedente, supera comunque il 6%.

È pur vero che l’adozione dell’Intelligenza Artificiale in vari comparti della produzione e dei servizi sta scavando un solco di classe sempre più profondo, soprattutto nelle aree più tecnologicamente avanzate. A Pechino, Shanghai e Shenzhen assistiamo a una vera e propria divaricazione salariale:  da un lato, una ristretta aristocrazia tecnica di scienziati dei dati e ingegneri dei modelli linguistici, corteggiata dai campioni tecnologici con stipendi che superano di sedici volte la media nazionale; dall’altro, la stragrande maggioranza dei lavoratori che si concentrano nelle città. La manodopera esecutiva, i programmatori junior e i grafici vengono progressivamente messi alla porta dall’IA generativa, che ne azzera il potere contrattuale e ne congela i salari.

Per visualizzare chiaramente la polarizzazione salariale nelle aree urbane cinesi spinta dal boom tecnologico e dall’integrazione dell’IA, il grafico sottostante mette a confronto l’evoluzione dei compensi annuali della ristretta élite tecnologica rispetto a quella dei lavoratori esecutivi (come i programmatori junior, gli impiegati del customer care o altri lavoratori del comparto amministrativo) tra il 2019 e il 2026.

Va comunque segnalato che il governo di Pechino ha posto in essere una strategia quinquennale di contrattazione collettiva, per arginare una polarizzazione sociale che rischia di trasformare le città del futuro in giganteschi incubatori di disuguaglianza.

In questo contesto – come sottolinea lo stesso Guarascio (2026, p. 270) – i conflitti sociali hanno anche indotto il Partito Comunista Cinese a promuovere una campagna volta a ridurre il ricorso agli straordinari e ai turni di fine settimana.

6. Conclusioni: per una ridefinizione delle politiche industriali tecnologiche

Il mio discorso vuole essere un invito ad andare oltre le riflessioni sull’imperialismo digitale, documentate e stimolanti, che Dario Guarascio ha sviluppato.  La saldatura tra potere monopolistico digitale e dinamiche geopolitiche è un tema cruciale per chi ha a cuore le relazioni internazionali, il dibattito di politica economica e la critica dell’economia politica. L’estensione della categoria di imperialismo digitale al caso cinese rischia di oscurare la specificità di un modello che dimostra come le innovazioni tecnologiche, e l’IA in particolare, possano essere declinate principalmente come variabili di politica infrastrutturale e civile.

La lezione che proviene dalle città della conoscenza cinesi e dallo sviluppo algoritmico citizen-oriented suggerisce che la traiettoria della tecnologia non è univoca: essa dipende dalla natura delle istituzioni che la governano e dalle finalità sociali a cui viene orientata.

Su questo punto riprendo alcune considerazioni sollevate in un’altra recensione al libro di Guarascio:

«In Cina, l’inclusione degli imprenditori negli organi statali, spesso più consultivi e formali che propriamente legislativi, non sembra rimandare tanto a una cattura dello Stato da parte del capitale, quanto piuttosto a iscriversi nella traiettoria inaugurata da Jiang Zemin [l’ex presidente della Repubblica Popolare Cinese morto nel 2022] con la teoria delle ‘Tre rappresentanze’. Con essa, il Partito ha ridefinito la propria base sociale, superando l’auto-rappresentazione come avanguardia esclusiva di operai e contadini per includere le ‘forze produttive avanzate’, la cultura moderna e gli interessi fondamentali della maggioranza della popolazione»[4].

L’ottimo libro di Guarascio, e il discorso che ho cercato di sviluppare in questa sede, in un ideale dialogo con l’autore, solleva un monito per tutti noi che viviamo nel Vecchio Continente: per l’Europa, che appare sempre più legata alle piattaforme statunitensi,  subalterna alle logiche di sicurezza atlantiche, e incapace di costruire relazioni davvero cooperative con la Repubblica Popolare Cinese, la asimmetria fra sistema innovativo nazionale war-oriented e citizen-oriented dovrebbe costituire uno dei problemi più rilevanti da analizzare e dibattere pubblicamente.

È quanto mai urgente la riappropriazione di spazi in cui sviluppare ragionamenti che vadano oltre l’orizzonte dell’imperialismo digitale per immaginare un futuro alternativo dove l’accesso alla conoscenza e alle nuove tecnologie non si traduca in isolamento esistenziale, privazione dei diritti di libertà e guerre. Come scrive lo stesso Guarascio: «è dunque al conflitto e al connesso ampliamento degli spazi di democrazia che è necessario guardare se si intende recidere il legame perverso che tiene insieme la guerra (e il crescente rischio che questa dilaghi) e i monopoli digitali.» (Guarascio, 2026, p. 271)

NOTE

[1] Cfr. il Rapporto di McKinsey diffuso nel Settembre del 2023, scaricabile  qui

[2] Si veda quanto riportato da Asia News Network. Si veda anche Wen Zhang & Bin Guo & Wei Zhao & Yutong He & Xinyu Wang. “Making Smart Cities Human-Centric: A Framework for Dynamic Resident Demand Identification and Forecasting”, Sustainability, vol. 17(21),  article numebr 9423, 2025. Ma si veda anche il lavoro Yuying Luo & Juanfeng Zhang & Rui Han & Jun Xv, Smart city strategy, China’s urban innovation and policy effectiveness, “Humanities and Social Sciences Communications”, vol. 13, article number 315, 2026. Questa ricerca mostra come le attività di innovazione nelle città pilota influenzino positivamente le città limitrofe attraverso le reti regionali.

[3] Su questo caso studio si veda Weikai Wang & Fulong Wu & Fangzhu Zhang & Tao Yang, 2025. “State-led smart city with Chinese characteristics: the case of Xiong’an New Area, China”, International Journal of Urban Sciences, vol. 29(S1), 2025: 115-135,  .

[4] Si veda Dario Di Conzo, “Imperialismo digitale: la tecnologia si intreccia alla guerra”, Scienzainrete, 5 marzo 2026, .