Milano, 18 ottobre. Sono molte le sfaccettature che occorrerebbe considerare e analizzare dinanzi all’impetuoso tumulto che si è riversato nelle piazze. D’altronde era da tempo che le contraddizioni sociali, culturali, politiche venivano ad accumularsi soprattutto all’interno di città che diventano sempre più difficili da vivere davvero, come Milano. Città che pretendono di regolare le relazioni sociali solo attraverso le logiche del consumo, dove i progetti di vita sono estremamente costosi e dove le distanze fra i quartieri e la qualità dei servizi presenti nei quartieri si fanno siderali.
Ma c’è una immagine eclatante che forse è più importante delle vetrine rotte, dei minori incappucciati, degli idranti, delle modalità repressive delle forze dell’ordine che non tentano alcuna mediazione. Eccola: un ragazzo scappa e mostra il dito medio. Urla parolacce a un sacerdote. Un prete di sessantacinque anni, sul sagrato di Sant’Alessandro, gli risponde con lo stesso dito. Il video dura pochi secondi. Basta.
Non è semplice cronaca, è una immagine che merita di essere analizzata come fosse una istallazione artistica giocata su una simmetria di emozioni. Ed è anche, a suo modo, una perfetta dichiarazione politica: due solitudini che si riconoscono solo nel gesto. Il resto — le parole, la mediazione, la storia — è venuto meno.
Un tempo, non tanto lontano, la Chiesa italiana sapeva stare sulla soglia. I preti operai in fabbrica negli anni Settanta. Poi quelli che andavano in carcere, negli anni Ottanta, a raccogliere i resti della lotta armata e dell’eroina. All’alba nel nuovo millennio, durante le mobilitazioni del movimento dei movimenti, la contaminazione era più viva che mai. In quell’occasione il ruolo delle comunità cristiane di base e della teologia della liberazione – radicate soprattutto nel Sud del mondo – era stato decisivo per offrire una grammatica etica alle mobilitazioni. Aveva contribuito a diffondere nell’Occidente secolarizzato una consapevolezza delle diseguaglianze globali.
Era un filo rosso, certo. Ma era soprattutto la possibilità di un dialogo intelligente: capire che il Vangelo, per restare Vangelo, doveva sporcarsi.
Oggi quel filo sembra tagliato. Da una parte c’è una gioventù — spesso di seconda o terza generazione, spesso di origine nordafricana, talora musulmana — che nella Chiesa non vede un interlocutore, ma un “altro” da provocare. Dall’altra c’è un sacerdote che, esasperato, risponde con un gesto inconsueto, inatteso, ma ostile nella sua immediatezza.
Milano, in fondo, è solo il laboratorio più nitido. La città vetrina per eccellenza, dove tutto si esibisce e quasi niente si concede. Dei quasi 400.000 musulmani residenti in Lombardia, 100-120.000 vivono nella sola area metropolitana milanese. Nelle aule scolastiche della regione si concentra un quarto di tutti gli studenti con background migratorio del Paese. Di questi, quasi il 46% da Paesi a maggioranza musulmana. Sono numeri. Ma i numeri, quando scendono in piazza, diventano corpi. E i corpi, quando non trovano luogo, diventano urto. Vediamo dei banditi in questi corpi che assaltano i templi del consumo di lusso – sono fuori dalle logiche riconoscibili delle mobilitazioni che la mia generazione ha conosciuto. Ed è anche un termine, etimologicamente, esatto: banditi, cioè messi al bando. Cacciati dai luoghi in cui vi sono le scuole più accoglienti, i negozi più belli, gli spazi pubblici più curati. Cacciati dai prezzi crescenti che rendono impossibile vivere la città; cacciati persino dai quartieri che un tempo erano definiti “popolari”, sotto il ritmo incalzante dei nuovi investimenti immobiliari. E banditi anche dalla sottocultura che diviene cultura dominante, ferisce la fantasia, i sogni, gli immaginari. Gran parte di loro, sin da bambini, ha scoperto che, sebbene nati nel nostro Paese, di questo Paese non sono cittadini. Non potranno beneficiare di borse di studio, non sanno precisamente quando potranno esercitare il proprio diritto di voto. Guardano la violenza che viene dai venti di guerra e si consolida nelle parole di chi giustifica l’eccidio che avviene al di là del Mediterraneo dove dal 7 ottobre 2023 sono morti 21000 bambini.
L’assalto alla vetrina non è solo teppismo – sarebbe consolatorio pensarlo. È il tentativo violento e goffo di accedere a ciò che la narrazione urbana promette a tutti e garantisce a pochi. Ma è insieme riscatto, frustrazione …
La Chiesa, in quel fotogramma, è provocata. Ma a quella provocazione non riesce a rispondere davvero.
Forse è questo il punto. Non il dito in sé – un gesto volgare, certo, ma un gesto – bensì la perdita della parola. Quando chi dovrebbe parlare altrimenti parla come tutti, la frattura è compiuta.
Non si tratta di assolvere o condannare. Si tratta di constatare: una istituzione che non sa più nominare l’esclusione finisce per subirla, e per riprodurla.
Resterebbe una possibilità, antica e scomoda: tornare dove fa male. Dove i ragazzi diventano “banditi” perché sono stati banditi prima. Lì dove si può avvertire la forza di una mano protesa a stringerne un’altra.
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