Lo sciopero totale che sta infiammando la Francia è arrivato anche in Italia. Le ragioni sono le stesse. Come scrive Frédéric Lordon in questo appassionato testo siamo giunti a questo punto perché i nodi della crisi neoliberista sono arrivati al pettine in tutta Europa, in Francia come in Italia e altrove. Stiamo assistendo a un movimento intra-europeo, sovranazionale, che non ha eguali e che si oppone all’autarchia politica di questa Europa dei pochi. In primo luogo la santificazione dei mercati finanziari sta sempre più producendo frutti avvelenati e creando le premesse per una totale mercificazione della vita a favore della dittatura della tecno-oligarchia. La legge di bilancio (in Italia, ma in Francia non è diverso) favorisce chi guadagna più di 80.000 euro se partita Iva, più o meno eterodiretta, e chi guadagna più di 50.000 euro l’anno (il 6% della popolazione italiana, secondo BdI) e nulla viene dato alle famiglie meno abbienti, in un paese con i redditi di lavoro tra i più bassi d’Europa e in inesorabile declino. Il debito pubblico aumenta per poter poi giustificare tagli ai servizi sociali, la loro finanziarizzazione e il loro smantellamento a vantaggio del capitale privato e del regime di guerra. E contemporaneamente, militarizzare i territori e criminalizzare e reprimere chiunque critichi il dispositivo autoritario di questo governo, imposto a suon di decreti. Le grandi manifestazioni del 30 settembre, che hanno visto la partecipazione di più di 1,5 milioni di persone, hanno sancito l’inizio di uno sciopero totale e la crisi globale di questi governi, in Francia come in Italia. Non ci resta che continuare e finire l’opera. Come scrive Lordon: “C’è la lotta, che è la vita, e la borghesia, che è la morte”.
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È come un incidente stradale: un incrocio fatale, una morte. Il macronismo sta morendo al crocevia a cui è sempre stato destinato: l’intersezione tra il capitale e il popolo. Qui, il capitale appare nella sua forma più pura – la forma del denaro che produce denaro, senza mediazione: il capitale finanziario. E di fronte a esso, il fuoco. Il Financial Times è uscito con uno dei primi titoli: «La Francia intrappolata tra il mercato obbligazionario e le barricate». Eccoci qua: dritti fino all’osso.
Quattro decenni di putrefazione neoliberista stanno ora giungendo al culmine in questo punto di crisi terminale – il punto in cui entrano in collisione due principi di sovranità incompatibili: la pretesa di sovranità dei mercati finanziari, che cercano di controllare tutte le politiche pubbliche, plasmarle secondo i propri desideri e stroncare sul nascere tutte quelle che non gradiscono; e la sovranità del popolo. Il macronismo è il partito dei primi contro il secondo: Choose France, compiacere i mercati – quanto al resto: polizia antisommossa, occhi cavati, mutilazioni.
Ci è voluto fino al 2017 perché il capitale riuscisse a far eleggere un uomo del capitale. In precedenza c’erano stati indugi prolungati, goffe timidezze, occasionali marce indietro. Ma con Macron tutto è diventato chiaro. Non è un caso che la crisi del debito sovrano sia esplosa nello stesso momento della crisi politica (smettiamola di parlare di crisi “sociale”): questi sono i tratti caratteristici di un ordine globale diretto verso la rovina, quando tutti i suoi processi interni si sincronizzano.
Tempo di crisi
Come siamo arrivati a questo punto?
1) Santificare i mercati finanziari, applaudire il loro controllo totale sull’economia e celebrare il loro ruolo di cani da guardia dell’ordine neoliberista: distanti, astratti, incomprensibili, fuori dalla portata di qualsiasi movimento di protesta.
2) Promulgare la legge fiscale: esentare dalle tasse sia i ricchi sia il capitale.
3) Guardare il deficit allargarsi inevitabilmente e il debito gonfiarsi a dismisura.
4) Invocare, poi, “il debito” (autoimposto) e “i mercati” (deliberatamente consacrati) per dare inizio alla furia devastatrice: tagliare, impoverire, privatizzare, mercificare.
5) Trasformare le persone che protestano in nemici e sottometterle con armi da guerra. Fino al giorno in cui: “no, ora basta!”. Allora, il bunker che i ricchi pensavano di aver costruito si ritorce contro di loro: l’esplosione finale di tutto ciò da cui tutto ha avuto origine.
L’ultima variabile di aggiustamento – quella su cui i ricchi avevano puntato tutto, la variabile della servitù volontaria – è appena crollata. Il quotidiano della borghesia, Le Monde, è “sgomento” per l'”accumularsi delle crisi”. Si capisce perché questa gente sia scoraggiata, situata com’è all’intersezione tra la blablocrazia (il governo dei ciarlatani) e la morocrazia (il governo degli idioti). Non riescono a capire nulla a meno che non stiano distruggendo qualcosa. La loro impasse è totale. La loro equazione non ha soluzione; non c’è via d’uscita. Il popolo si è liberato dalla camicia di forza e ha costretto il Primo Ministro Lecornu a indossarla. Questo sventurato ha l’ordine di annunciare un piano di risanamento fiscale proprio mentre l’intero Paese insorge per dirgli: No, non questa volta.
Una nemesi formidabile: non si tratta nemmeno più di Parcoursup [la piattaforma di accesso all’università, ndt], o della de-indicizzazione delle pensioni, o dei sussidi per l’alloggio; si tratta di tutto. Nessuna autorità può riaffermarsi quando tutto viene messo in discussione; vale a dire, quando la sovranità originaria del popolo – negata dalla sovranità usurpatrice del capitale e dei mercati – si solleva. Questa gigantomachia era destinata ad accadere, prima o poi. Ora è giunto il suo momento.
La Totale (La crisi totale, lo sciopero totale)
Ma il povero Lecornu non ha ancora visto niente. Come i morocrati dei media, non si rende conto che il vero ciclone finanziario – quello che coinvolge il debito privato, l’IA, il credito privato e il private equity, così come il debito delle famiglie – non ha ancora colpito; sta ancora accumulando forza. Devasterà il sistema finanziario statunitense e, di conseguenza, l’intero sistema mondiale neoliberista. Banche e compagnie assicurative falliranno e dovranno essere salvate. Ancora una volta. Con denaro pubblico. La recessione che ne seguirà sarà devastante. I deficit schizzeranno alle stelle. Perché? Perché questa è una crisi di tutto: “La Totale”.
“La Totale” è anche un’apertura storica. Sotto le spoglie della gioventù – stupefacente sotto ogni aspetto – la sovranità popolare sta avanzando con impeto. Conosciamo l’unica risposta dell’ordine borghese: terrorizzare. Ma queste “soluzioni” sono solo temporanee. La loro portata è limitata. La somma totale di tutto ciò che è insopportabile – licei, università, gasolio, cibo, salari, vigili del fuoco, sanità, servizi pubblici, pensioni – si è scontrata con la somma totale di tutti coloro che non possono più sopportare l’insopportabile. Dietro gli studenti delle superiori che guidano il movimento, i battaglioni più grandi cominciano a dare segni di irrequietezza. L’errore fatale del macronismo: poiché corrompe tutto, tutto può contribuire al suo rovesciamento.
Quando tutto entra in gioco, gli equilibri si spostano. La rivolta per Nahel Merzouk (un ragazzo franco-algerino di 17 anni ucciso dalla polizia a Nanterre il 27 giugno 2023, ndt) — da cui il movimento attuale trae gran parte della sua eredità — aveva visto la polizia vacillare sull’orlo del collasso: troppe spie rosse lampeggianti sul “grande tabellone” nella sala crisi del Ministero dell’Interno, troppi focolai in troppi luoghi in tutto il Paese, impossibili da monitorare — e così sono entrate in azione le brigate di polizia, il RAID, la BRI, la follia di un regime già alle corde. Ora non aspettiamo altro che la classe operaia si sollevi dalle sue roccaforti ed entri in scena: lavoratori delle raffinerie, dei trasporti, della nettezza urbana. Picchetti ovunque, blocchi ovunque: lo Sciopero Totale — ma il nostro. Da uno Sciopero Totale all’altro: lo Sciopero Totale dell’insurrezione contro lo Sciopero Totale della crisi borghese. La polizia è sopraffatta e ricorre a estremi che alimenteranno l’odio contro di essa fino a livelli in cui la paura si trasforma in desiderio di vendetta.
Immagini per la Storia
Qualunque cosa accada d’ora in avanti, questo regime ha perso. In dieci anni, il macronismo ha letteralmente distrutto il Paese, prima di sprofondare nella vergogna e nel disgusto. Abbiamo atteso a lungo il momento di presentargli il conto. Ed eccolo qui. Il macronismo non è solo delegittimato moralmente, ma anche sconfitto simbolicamente. Nessun movimento in Francia dal Maggio ’68 ha prodotto una tale ricchezza di immagini. TikTok è diventato il canale della vitalità, dell’invenzione e della creatività: quando non tremiamo di rabbia davanti ai video della violenza poliziesca, piangiamo dal ridere — o semplicemente piangiamo perché è così bello. Chi l’avrebbe mai detto: TikTok, il ritorno della “gioia pura” di Simone Weil.
Un regime tirannico non può batterlo. Qui, gli studenti delle superiori cantano “Emmenez-moi” di Aznavour sotto la luce del sole; là, eruzioni di energia proprio sotto il naso dei bulli. Non sappiamo dove guardare. Arriva una trasmissione radiofonica dal blocco di nientemeno che l’École Alsacienne, la celebre scuola privata d’élite, dove a una “signora in pelliccia” viene chiesto cosa pensi degli studenti. La signora in pelliccia dice: «Li sostengo». In sottofondo, sentiamo i manifestanti cantare a squarciagola le strofe finali dell’Internazionale. Solo i tempi di crisi estrema producono scene così assurde, così gioiose. Il disastro simbolico è totale. Non c’è modo di riprendersi da questa convergenza di immagini.
La Totale segna il culmine di uno Stato borghese che si profilava all’orizzonte già da parecchio tempo: uno Stato ridotto a due ministeri — il Ministero del Bilancio e il Ministero dell’Interno. O, per dirla in altro modo: il Ministero degli Amici (i mercati) e il Ministero dei Nemici (il popolo). Quando il primo si scontra con l’impasse economica del neoliberismo, il secondo finisce per detenere tutto il potere. Non è altro che un’accozzaglia di picchiatori sadici a ogni livello; questa è davvero la novità del macronismo.
Persino Pasqua, persino Pandraud, persino Sarkozy, persino Hortefeux sapevano quando fermarsi. I nuovi governanti no. Provano piacere nel picchiare la gente, cavare gli occhi, mutilare, strangolare giovani donne o palpeggiarle. I livelli di violenza sessuale in custodia di polizia sono sbalorditivi. La polizia non è altro che una forza degenerata, composta da degenerati. Viviamo in un’epoca in cui la polizia ora ispeziona i cartelli di protesta. Quale campanellino tintinna nella testa di un agente quando decide quali sono permessi e quali no? Chi dà simili istruzioni? È vero, come ci viene spesso detto, che ci sono zone franche senza legge nel Paese: si chiamano “il Ministero dell’Interno” e “i commissariati di polizia”.
Tale è l’orribile spasmo dei poteri in declino. Macron, un finto governante e un burattino di forze storiche che lo travolgono da ogni parte, è salito al potere per realizzare il neoliberismo — vale a dire, per portarlo al capolinea. Ora è stato rovesciato, e da chi? Da dei ragazzini. Una vergogna abietta che si aggiunge a un fallimento storico. Una giovane ragazza che protesta riassume la situazione: «Non capisco perché ci dicano di non ribellarci», dice, «quando il nostro programma scolastico è letteralmente pieno di persone che si ribellano — Arthur Rimbaud, La Boétie, Olympe de Gouges». Improvvisamente, i morocrati dei canali all-news 24 ore su 24 — vecchi, bianchi, borghesi — si ritrovano ridicolizzati. L’insondabile ipocrisia della cultura borghese, a cui non importa nulla di ciò che legge, di ciò che vede, di ciò che sostiene di venerare — che celebra solo per imbalsamare e neutralizzare — viene smascherata. Solo i giovani, dal profondo della loro integrità, possono riscoprirla.
Tra la valanga di foto destinate a passare alla storia, una spiccherà senza dubbio. Mostra un bambino, seduto a terra contro una camionetta della polizia, ammanettato, sotto i due sgherri che lo hanno arrestato. Tutto nell’inquadratura è buio: la strada, il veicolo della polizia, specialmente gli agenti coi caschi. Ma una chiazza di luce si irradia, balzando fuori dall’immagine: il volto di questo bambino che guarda dritto nell’obiettivo. È bello come un Rembrandt.
L’intero periodo è diventato lirico, passionale, pieno di nette polarità — da Rembrandt a Hugo, per così dire. Ma una le riassume tutte. C’è la lotta, che è la vita, e la borghesia, che è la morte.
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Frédéric Lordon è un economista e scrive per Le Monde Diplomatique.
Versione originale pubblicata in inglese sulla rivista Tribune
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