In questi giorni è in atto la terza ristrutturazione di governo, sotto l’occhio vigile e complice di Napolitano, per trovare la quadra a una situazione politica che non sembra avere soluzioni, se non quella di ricorrere a: “un uomo solo al comando”: prima Berlusconi, oggi, dopo il fallimento dei “tecnici”, Renzi. Nel frattempo, nel più assordante dei silenzi, si ridefiniscono i piani di politica economica e si preparano i materiali per l’ennesima precarizzazione del lavoro.

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E’ ben chiaro a tutti che la mera critica, pur doverosa e necessaria, non è sufficiente. Intendiamoci. E’ ben vero che oggi, nel precariato come negli agglomerati di lavoro almeno formalmente stabile, prevalgono la paura, l’insicurezza, la preoccupazione legata ad un futuro percepito come incerto; ma è altrettanto vero che accanto alla paura fanno capolino, quasi ovunque e sempre più evidenti, i desideri, le speranze, le attese di una reale nuova emancipazione. Certamente non basta sperare e altrettanto certamente non ha senso attendere una sorta di rossa provvidenza che liberi i singoli soggetti dalle conseguenze dell’attacco violento alle condizioni di vita e del saccheggio continuo delle risorse comuni; i nuovi barbari del capitalismo finanziarizzato sono gente che pensa solo ai dollari (in God we trust e mai come in questo caso il nome di Dio appare nominato invano) e procede infaticabile all’esproprio delle esistenze, per metterle a valore.

Ma questa speranza, sopravvissuta alla violenza della Banca Centrale Europea, e questa accorata domanda di liberazione meritano un impegno e una risposta, anzi la esigono (viene da pensare: se non ora quando?); non sono solo segnali di disagio o di protesta, nella società della produzione immateriale e dello spettacolo finanziario sono anche sentiments, dunque fatti, elementi capaci di provocare e di determinare conseguenze reali, reazioni, mutamenti. Il sentiment è, nel linguaggio della borsa, il livello di umore e di aspettativa degli investitori in ordine alla evoluzione del mercato; viene, come è noto, utilizzato in appoggio e a complemento necessario dell’analisi tecnica al fine di prendere decisioni operative. La sua importanza non è in discussione.

Ricordiamoci del nostro buon vecchio Karl Marx: il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente. Ed allora possiamo affermare che la speranza di emancipazione, la domanda di liberazione e la rivendicazione del comune (l’attenzione per i cosiddetti beni comuni è un indice rivelatore), in quanto sentiments capaci di incidere sugli assetti di mercato e sui processi di valorizzazione, nel momento stesso in cui si manifestano producendo effetti, sono senza ombra di dubbio un movimento reale e dunque sono atomi di comunismo (comuneismo?).

Si scontrano all’interno di sciami precari timore e fiducia, depressione e ottimismo; sentiments contraddittori  che, come nelle borse, determinano sulla scena politica comportamenti assimilabili a quelli dei ribassisti (Hedgers) o degli speculatori. Quando il grafico delle lotte è in discesa i ribassisti acquistano ruolo e posizioni, quando il grafico riprende a salire  gli speculatori lasciano le posizioni di comando.

Un primo elemento, allora, da inserire nello scontro, è quello della consapevolezza del ruolo che i comportamenti anche soggettivi possono assumere nell’ambito dell’equilibrio instabile di potere che caratterizza l’odierno biocapitalismo finanziarizzato; la comunicazione del dissenso è in grado di produrre scontro sociale, di determinare concrete variazioni. Un secondo elemento, connesso al primo, sta nel definitivo tramonto delle strutture tradizionali di rappresentanza, nella nuova e diversa forma che il collettivo va assumendo, con mille variabili non sempre coerenti, nel corso di svolgimento di ogni fiammata ribelle. Questo nuovo e particolare terreno di scontro è già ben percepito dall’assetto di potere, determinando una crisi delle strutture democratiche tradizionali che caratterizzavano il capitalismo industriale (o, che è lo stesso, la dialettica liberalismo-socialdemocrazia); la scelta autoritaria (con il controllo dei media e la repressione giudiziaria del dissenso) ha lo scopo di intervenire nel meccanismo di formazione dei sentiments all’interno di qualsiasi sciame precario, così da rendere ogni soggetto che lo compone  subalterno e soprattutto proficuo (generatore di profitto, ricondotto a valore in tutto il suo esistere). E le sedimentazioni del potere (organizzate quasi ovunque nella forma delle larghe intese) intendono accelerare la scelta autoritaria anche sul terreno della rappresentanza onde cancellare le residue sacche di resistenza alla precarizzazione da parte di qualche sciame che ha saputo conservare stabilità e diritti. Il terreno della rappresentanza, come quello dei sentiments, è campo di scontro, cui non è possibile sottrarsi; ma sarebbe un errore (questa davvero è utopia letale) considerarla una trincea (la trincea è chiusa, faremmo la fine dei topi e dei fanti, i nemici usano il gas, il tiotere del cloroetano, l’iprite). Si tratta, invece, fin da subito, di costituzionalizzare (ovvero di costruire qui e ora proposte concrete di legittimazione di un qualsiasi gruppo sociale in lotta per ambiente, salario, casa; rifiutando quelli sedimentati che costituiscono solo il doppione della governance) le forme concrete che ogni sciame dissenziente costruisce nel vivo della espressione dissenziente. Questa è una moderna lettura, l’unica possibile, del farsi stato gramsciano. Uscendo dunque dalla logica dell’esclusivo riferimento al salario tradizionale, alla rappresentazione monetaria della mera retribuzione connessa ad una prestazione lavorativa ritagliata dal contesto sociale in cui si è andata collocando; la retribuzione era inscindibilmente connessa al tempo e al luogo e alla struttura. Oggi la prestazione lavorativa è spesso senza tempo, senza luogo, senza assorbimento nella struttura, è astratta, globalizzata, dematerializzata; ed anche quando, come nella logistica o nell’agricoltura o nella chimica, la materia è visibile il carattere nomade e instabile del lavoro prevale, impedendo ai subordinati qualsiasi progetto e qualsiasi misurazione nel medio periodo.

Oggi la questione salariale è necessariamente anche questione fiscale, questione di accesso ed uso dei servizi, questione di ambiente, di casa da abitare, di salute psicofisica, di rapporti sociali (e di strumenti che li consentano, come il telefono, l’automobile, il trasporto, l’alimentazione, lo svago, la cultura, la musica, l’estetica). Non è dato affrontare la questione salariale indipendentemente dal resto: il lavoro ha invaso l’esistenza, dunque la contrattazione del corrispettivo deve a sua volta, necessariamente, invadere ogni aspetto dell’esistere.

L’avversario vuole evitarlo, per mantenere il comando. Infatti l’accordo  sulla rappresentanza del 10 gennaio 2014 (Testo unico sulle rappresentanze), sottoscritto da Cgil, Cisl e Uil, apre con una dichiarazione d’intenti, inequivocabile e confessata: prevenire e sanzionare eventuali azioni di contrasto di ogni natura, finalizzati a compromettere il regolare svolgimento dei processi negoziali. Loro (e solo loro) hanno il diritto di trattare e di stipulare, sulla base di maggioranze confederali; ed anche di inserire clausole di tregua sindacale. Sia ben chiaro. Le tre organizzazioni sindacali coprono, con i rispettivi iscritti, e tutte insieme, una percentuale modesta dei lavoratori complessivi (non esistono dati davvero attendibili, ma siamo molto al di sotto del 15/20%, se consideriamo chi in concreto presta attività sul campo). Le tre confederazioni hanno in mano le chiavi di controllo della contrattazione; e per chi avesse intenzione di operare in minoranza di base contro gli accordi sono previste sanzioni economiche, decise in tempi rapidi da un collegio di sette membri (tre datoriali, tre sindacali + uno di nomina condivisa) a carico non dei singoli, ma delle strutture organizzate che abbiano remato contro. Il povero Landini (che incautamente e ingenuamente aveva firmato il protocollo d’intesa del 31 maggio 2013) ha protestato. Camusso ha chiesto di aprire un procedimento disciplinare contro di lui. E siamo dunque alla resa dei conti, all’esplicita volontà di reprimere il dissenso (ne sa qualche cosa il povero Cremaschi, preso a legnate) ed imporre con la forza il riconoscimento delle tre organizzazioni tradizionali (con qualche associazione di ascari al loro seguito, ma con esclusione di ogni e qualsiasi struttura di base, di ogni possibilità di reale contrasto).

La clausola antisciopero viene presentata per quel che appare e che invece non è ; ovvero per una sorta di garanzia a tutela dei contratti firmati, di certezza e di stabilità (viene contrabbandata come una difesa del salario). In realtà non è affatto così e questo per due ordini di ragioni: a) innanzitutto perché attualmente il meccanismo di contrattazione è controllato dalle strutture territoriali e la firma separata di Cisl-Uil è sufficiente ad imporre, di fatto e sul campo, i compromessi aziendali come i rinnovi nazionali, con una coda di lacrime affidate alla Cgil o alla Fiom; b) soprattutto perché non esiste un impegno speculare a quello della rinunzia allo sciopero che impegni la controparte datoriale. L’apparato di comando non ha preso alcun impegno di mantenere il valore concreto del corrispettivo; il lavoratore si è impegnato a tenere ferma la quantità formale di moneta indipendentemente dall’uso corrispondente che se ne potrà fare, lasciando a controparte anche il controllo delle tasse, dei cambi e dei prezzi. E sappiamo bene che le commissioni parlamentari rispondono solo alla Banca Centrale Europea, alle roccaforti del capitalismo finanziario.

E qui sta l’epicentro del problema, qui siamo coinvolti tutti e va elaborata la piattaforma salariale alternativa, nell’interesse dei precari e nell’interesse di chi è costretto a lavorare per vivere. Questo è il momento di uscire dalla trincea della contrattazione chiusa in settori merceologici obsoleti, di affrontare la sorte in campo aperto, ove è più facile sfuggire al nemico e portare l’attacco ai meccanismi repressivi del sistema finanziario; il lavoro è già uscito dai confini temporali e territoriali, ed anche il contrasto deve adeguarsi.

Mi spiego. L’allargamento costante della fascia precaria e non garantita modifica costantemente il rapporto di forza e la condizione economica dei lavoratori nel loro complesso; e, per aggiunta, l’aumento della pressione fiscale (diretta o indiretta), altera, di fatto, il valore della retribuzione (e diminuisce il netto percepito, l’unico dato quantitativo che interessa a chi ricava i mezzi per vivere esclusivamente dalla vendita del tempo utilizzato nel ciclo di produzione e accumulazione). L’accordo interconfederale vieta lo sciopero comunque, a prescindere dall’impoverimento di fatto delle condizioni dei lavoratori e dall’attuazione selvaggia (e diffusa) del processo di precarizzazione. Poco importa l’esito del procedimento disciplinare, ovvero il destino di Landini. Si tratta, ancora una volta, di una rappresentazione che ha uno scopo preciso, quello di incidere sui sentiments in funzione ribassista: aumentare la paura e generare il panico, per rendere effettivo il pieno controllo di una rabbia disperata che monta e che non riesce a trovare lo sbocco della ribellione aperta, lucida, consapevole. Le organizzazioni sindacali, indebolite e ridotte ormai ad una minoranza di iscritti, non vedono altra prospettiva che quella di limitare il danno, sottoscrivendo tutto quel che viene loro proposto pur di sopravvivere nella tempesta della crisi (anche la corruzione dei singoli funzionari sindacali gioca la sua parte, ma quel che davvero rileva è tuttavia l’oggettiva debolezza, la sensazione – nella base come nel vertice – di non avere altra scelta). Il processo a Landini (percepito, per ragioni mediatiche, anche oltre il suo ruolo nella Fiom, come il simbolo del dissenso, la bandiera degli oppositori) comunica urbi et orbi l’inevitabile castigo che tocca a chi non accetta l’ordine costituito europeo, a chi si pone in contrasto con le strutture di capitalismo finanziarizzato; il processo a Landini avverte i lavoratori (stabili e precari) che l’unica opzione possibile è quella di accettare la mediazione così come gestita dalle larghe intese politiche e sindacali.

In questi giorni siamo pervenuti al cambio della guardia nel palazzo presidenziale; Letta ha terminato il suo turno di ronda e lo sostituisce Renzi, con la medesima maggioranza e con il medesimo programma (ma con la promessa, per la verità un po’ scontata, di attuarlo meglio). Sul pronte del lavoro è comparso un misterioso programma (sprovvisto di un testo da esaminare, ma questa bizzarria è passata sotto silenzio e ad oltre un mese dall’annuncio nessuno ne conosce il contenuto) chiamato job act , con vaghe indicazioni (quali riduzione del costo del lavoro, della pressione fiscale che grava sui più deboli) e pirotecniche rivoluzioni (reddito minimo garantito senza accenni all’importo, posti di lavoro per giovani, naturalmente a fronte di garanzie progressive, e dunque senza garanzie iniziali; decollo della produzione; morte della burocrazia e chi più ne ha più ne metta) che, sempre senza aver letto il testo, i nostri giornalisti definiscono svolta epocale.

Il modello di Renzi contiene un esplicito rimando teorico all’inattuabile (qui da noi) modello danese, paese in cui la protezione sociale per i lavoratori è particolarmente elevata ed è presente un sussidio di disoccupazione generalizzato, insieme ad altre forme di sostegno diretto al reddito, intese sia come misura di assistenza sociale che come contributo per l’avviamento di una vita autonoma e impone al beneficiario di partecipare a corsi di formazione o altri programmi di incentivazione all’occupazione. E’ il modello della flexsecurity, termine noto in Italia per essere stato un cavallo di battaglia di Ichino ai suoi tempi d’oro, quando dettava la linea sul lavoro per il PD, prima di migrare nelle file di Monti. Di fronte alla situazione drammatica  del mercato del lavoro, persino ammessa dalla Confindustria (l’ipocrisia delle lacrime di coccodrillo), il nuovo segretario del PD ribadisce la politica dei due tempi, più volte denunciata da San Precario. Un primo tempo, che richiede ancora una volta la disponibilità a rinunciare ad alcuni diritti fondamentali, in vista di un secondo tempo che dovrebbe introdurre, in un futuro non meglio precisato, alcune garanzie di sicurezza sociale. Non stupisce quindi la proposta “rivoluzionaria” di Renzi (che ha subito ottenuto il plauso di Confindustria): i giovani neo assunti, ove assunti con il contratto a tempo indeterminato, devono rinunciare di fatto alla stabilità, ovvero alle già scarse (post riforma Fornero) tutele dell’art. 18 contro il licenziamento immotivato, almeno per i primi tre anni. In cambio, qualora liberamente licenziati, potranno accedere, se non hanno i requisiti per i tradizionali (iniqui, distorti selettivi) ammortizzatori sociali, a un sussidio di disoccupazione, limitato nel tempo, e condizionato dalla disponibilità ad accettare qualunque offerta di lavoro. Contemporaneamente, il contratto a tempo determinato diventa completamente a-causale, ampliando la discrezionalità del suo utilizzo oltre quanto già permesso dalla riforma Fornero (ci si domanda allora perché qualcuno possa mai avere interesse ad assumere a tempo indeterminato).

Mi si permetta ora una digressione, per sorridere un po’. Il misterioso job act sarebbe opera informale (perché senza il testo) di una giovanissima studiosa, specialista in economia/diritto del lavoro, deputata al parlamento, la dottoressa Marianna Madia. Veltroni, nel 2008, la presentò a Roma, capolista (blindata, per via della legge elettorale), affermando che era stata scelta, per marcare la discontinuità, una precaria, donna nuova, senza passato (puella vicesimo aetatis anno direbbe Tacito).  La candidatura altro non era che una rappresentazione, indipendente dalla realtà, una straordinaria falsificazione spettacolare. Il bisnonno di Marianna Madia era un celebre avvocato calabrese (Giovanni Battista, detto Titta, 1874-1976), parlamentare fascista durante il regime e dopo la guerra deputato eletto nelle file del Movimento Sociale Italiano; il nonno, Nicola, lo affiancò e poi sostituì nella direzione della rivista Gli oratori del giorno, ricoprendo la carica di consigliere dell’ordine forense a Roma. Lo zio paterno (chiamiamolo Titta junior anche se ormai anziano) è uno dei penalisti più affermati di Roma, ha difeso, fra i politici, Mastella; il padre, Stefano (1954-2004) era nel 2004 consigliere comunale a Roma (con Veltroni, sindaco), ottimo attore (La vita è bella), collaboratore di Bruno Vespa ed inviato per la trasmissione Porta a porta. Altro che sconosciuta precaria! Marianna Madia (dopo aver frequentato il Lycee Chateaubriand, come del resto altri noti precari quali i fratelli Vanzina o Suso Cecchi D’Amico)  si è laureata (non in giurisprudenza ma) in scienze politiche a Roma (subito ingaggiata, con assegno, da Enrico Letta presso l’Arel nel 2004; e Minoli vi ha aggiunto un contestuale piccolo incarico in Rai) trasferendosi per il dottorato (ma non in diritto del lavoro) a Lucca nell’appena costituito Institute for Avanced Studies (un milione e mezzo di euro assegnato dalla legge finanziaria 2005 per l’avvio; presidente il saggio del nuovo centro destra, Gaetano Quagliarello). Interessante anche il curriculum sentimentale: prima fidanzata di Giulio Napolitano (figlio del presidente, of course, pure lui in cattedra stabile, sotto i 40, nella Università della Tuscia), poi sposata con il produttore cinematografico  Mario Gianani (socio del figlio di Maurizio Costanzo); ed oculata anche la scelta politica, sempre in maggioranza (seguire: Veltroni, Bersani e infine Renzi).

E ora torniamo a noi.  Abbiamo discusso tutti quanti dei forconi in rivolta, durante la fiammata che li vide (for fifteen days) al centro della cronaca. La ragione dell’interesse ampio suscitato non stava, a parer mio, nella logica di appartenenza all’uno o all’altro ceto sociale  (e lasciamo dunque stare la sociologia della loro composizione), e neppure nel rifiuto della cosiddetta politica (rifiuto quanto mai confuso e inquinato), ma piuttosto nella centralità che, specie in apertura, aveva assunto la questione delle tasse (in senso lato: imposte, multe, cartelle esattoriali, trattenute alla fonte, balzelli, in una parola tagli al reddito). Il sentiment che spiega l’improvvisa attenzione sta tutto nel tema della rivolta fiscale, delle cartelle esattoriali di Equitalia, dell’impoverimento crescente. E qui sta il tema centrale cui non possiamo e non dobbiamo più sfuggire.

E’ giunto il momento, se davvero vogliamo una via virtuosa verso l’apertura del conflitto e dell’emancipazione, di costruire un punto di vista precario ed una lettura ribelle della questione fiscale.  Solo così possiamo affrontare il problema della lotta salariale, dell’opposizione al Job Act.

In fondo torniamo al giovane Karl Marx delle origini (Neue Rheinische Zeitung, n. 232, 27 febbraio 1849) che scriveva sul giornale del movimento, commentando il processo in corso a Colonia contro il comitato renano dei democratici:  “il rifiuto del bilancio è quindi un rifiuto delle tasse in forma parlamentare ….. e badate bene signori! In Inghilterra non era stato il parlamento a decidere il rifiuto delle tasse, fu il popolo a proclamarlo e ad attuarlo di propria volontà. Ma l’Inghilterra è il paese storico del costituzionalismo ….ma non fu John Hampden a portare al patibolo Carlo I, fu soltanto la sua ostinazione …di voler reprimere con la forza le rivendicazioni irrecusabili della nuova società nascente. Il rifiuto delle tasse è soltanto un sintomo della scissione fra Stato e popolo, è soltanto una prova che il conflitto fra governo e popolo ha raggiunto un grado alto e minaccioso”.

Maurizio Lazzarato ci ha descritto la condizione del soggetto indebitato e mostra di aver compreso l’uso dello strumento fiscale, in chiave repressiva e di conquista della ricchezza prodotta, nell’ambito dell’attuale fase capitalista. Le manovre all’interno della crisi si caratterizzano sempre più apertamente come prelievo da parte del governo e in danno dei governati, dunque in danno dei precari e dei lavoratori in genere. Eppure le manovre fiscali sfuggono completamente alla struttura di contrattazione collettiva e sindacale; ogni singolo soggetto è solo di fronte ai decreti che lo colpiscono, li subisce fra una campagna elettorale e l’altra.

Il rifiuto delle tasse, delle multe, delle angherie e dei continui prelievi che si susseguono per decreto governativo deve essere assunto come programma precario di opposizione, creando strutture di coalizione che sappiano comunicare e diffondere questa presa di posizione, trasformandola prima in sentiment poi in realtà operativa, in norma vincolante, in diritto costituzionalmente garantito a non soccombere prigionieri della tagliola del debito. Ed oltre alle tasse ci sono beni di consumo ormai primari e legati ai rapporti sociali, dunque irrinunciabili. L’auto o il trasporto per muoversi, il telefono per comunicare, la casa per abitare, il cibo sano per nutrirsi, l’energia necessaria, l’acqua da bere, l’ambiente per respirare e vivere.

Tutti (o quasi tutti) usiamo infatti il carburante per l’automobile, l’elettricità, il gas, il telefono. Sono beni di sussistenza, ma il loro costo varia dentro la crisi senza che i destinatari abbiano la possibilità di interloquire (per esempio sulla destinazione delle somme rastrellate, sulle alternative, sulle modalità, sulla opportunità).

Prendiamo la benzina. La benzina per uso agricolo, senza piombo, costa alle aziende euro 1,22. Ma al precario viene chiesto di pagare almeno 50 centesimi in più per litro. E ogni manovra economica aggredisce il prezzo e rastrella contanti sottraendoli ai più deboli (che la usano per lavoro o per vivere, ma ne hanno bisogno, non hanno difese). Il prezzo è fatto di tasse inique.

Ancora oggi viene trattenuta una piccola quota (0,001 euro per litro venduto) allo scopo di finanziare la guerra d’invasione dell’Etiopia; ma fra le varie voci compaiono la crisi di Suez, il terremoto del Belice, l’alluvione di Firenze, le missioni in Libano e in Bosnia. Considerando l’Iva il cumulo delle tasse sul carburante arriva ad euro 1,364 per litro. Ogni centesimo di aumento porta nelle casse erariali circa 20 milioni di euro al mese!

Proviamo ad immaginare strutture che consentano l’uso (attualmente vietato) di benzina al costo agricolo: 50 centesimi al litro portano a ciascun precario con auto un beneficio superiore a quello dell’aumento contrattuale ottenuto nel settore dei metalmeccanici stabili. Proviamo a pensare, come piattaforma rivendicativa, di ottenere l’uso del prezzo di benzina agricola, prima per vie di fatto e poi per diritto.

Va costruita una linea di studi militanti che sappia intercettare il sentiment diffuso della rivolta fiscale, elaborando schemi operativi e proposte di legge o di regolamento, e creando così il nostro Job Act alternativo a quello del palazzo.

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