Obiettivo critico di questa breve analisi è il diffuso riduzionismo ontologico, radicato tanto nelle discipline filosofiche quanto in quelle tecno-scientifiche. Tale riduzionismo può, a nostro parere, essere ricondotto a una matrice ‘sostanzialista’[1], permeante la metafisica occidentale moderna, ed essere ritenuto uno dei principali fattori di rischio dell’attuale catastrofe ecologica.

Preliminarmente, riassumendo tramite un esempio concreto, diremo che laddove il pensiero della sostanza individua un terreno adatto alla coltivazione – sottraendolo, quindi, ad altre possibili funzioni e relazioni ‒ è possibile (esercitando una certa ‘attenzione’) cogliere dense sovrapposizioni di strati e inviluppamenti di universi ‒ mondi batterici, micotici, vegetali, animali, esistenziali e meccanici. Nell’impossibilità di unificare e totalizzare questa pluralità di ‘dimensioni’, il campo coltivato si disperde in intricati labirinti, olisticamente irriducibili e spaziotemporalmente disomogenei; sciami di entità iper-connesse, distribuite in composizioni mobili. Proprio questi aspetti di multi-processualità e complicazione dei sistemi che, impropriamente e arbitrariamente, reifichiamo e delimitiamo, bypassano la comprensione moderna, dando luogo a cortocircuiti al limite della paradossalità: quale campo agricolo può sussistere al di fuori delle reti di fattori abiotici, piante, batteri, parassiti, predatori, erbivori, macchine e coltivatori che ne costituiscono la struttura stessa? Oppure, quanti fili d’erba potranno essere estirpati, prima che un prato in quanto prato (ossia in quanto ‘substrato’ rispetto, ad esempio, a piante e insetti) scompaia? Se il prato non sarà svanito ai primi dieci e nemmeno ai primi cento strappi, come potrà essere scomparso al milionesimo?

Evidenziate l’eterogeneità e la ‘moltitudinarietà’ degli elementi che costituiscono le reti ecosistemiche, messo in discussione il modello sostanzialista soggiacente alla modernità scientifica e filosofica, sosteniamo la necessità imprescindibile di una critica del concetto di autopoiesi. Sarà perciò necessario cominciare da una delle definizioni fornite da Maturana e Varela in Autopoiesi e cognizione:

una macchina autopoietica è una macchina organizzata (ossia definita come unità) come una rete di processi di produzione […] di componenti […] che: I) attraverso le loro interazioni e trasformazioni, continuamente rigenerano e realizzano la rete di processi che li producono; e II) la costituiscono (la macchina) come una unità concreta nello spazio nel quale essi (i componenti) esistono […] Ne segue che una macchina autopoietica continuamente genera e specifica la sua propria organizzazione mediante il suo operare come sistema di produzione dei suoi propri componenti, e lo fa in un turnover senza fine di componenti in condizioni di continue perturbazioni e di compensazione di perturbazioni. Perciò, una macchina autopoietica è un sistema omeostatico […] che ha la sua propria organizzazione come la variabile fondamentale che mantiene costante (Maturana e Varela, 1985: 130). Se [perciò] i sistemi viventi sono macchine, allora che essi siano macchine autopoietiche fisiche è banalmente ovvio: essi trasformano dentro se stessi materia in modo tale che il prodotto del loro operare è la loro propria organizzazione. Tuttavia crediamo che anche il contrario sia vero: un sistema fisico se è autopoietico, è vivente. In altre parole, asseriamo che la nozione di autopoiesi è necessaria e sufficiente per caratterizzare l’organizzazione dei sistemi viventi (Maturana e Varela, 1985: 135).

Nel prendere le distanze da questa prospettiva sul vivente, sosteniamo che, nel tentativo di approdare a un modello di oggettività scientifica, i due ricercatori abbiano elaborato un’asettica assimilazione della relazionalità al nastro trasportatore industriale: ciò che, dall’esterno, transita per il nastro verso l’interno, è ridotto a carburante utile a riprodurre l’organismo. A presiedere a questa catena produttiva organica vi sarebbe un soggetto sintetico a-priori, ovvero la sostanza (o la “variabile fondamentale costante”) del dispositivo di prelievo e filtraggio. Da una prospettiva critica, questa concettualizzazione non si limita a mettere in primo piano gli aspetti che riguardano una presunta stabilità degli organismi (sia dal punto di vista chimico-fisico che comportamentale), ma interdice soprattutto l’accesso a strutture di assemblaggio anche solo ambiguamente prossime alla definizione di autopoiesi – come linguaggi, città e, appunto, ecosistemi. Inoltre, postulando l’organizzazione, e dunque la stabilità come elemento antecedente la casualità, l’autopoiesi non è in grado di giustificare l’apparizione e lo sviluppo dei sistemi organizzati a partire da componenti disorganizzate (forme di vita incluse). Di fatto, nel respingere l’ipotesi teleonomica di Monod, Maturana e Varela si trovano ad affrontare il problema della discontinuità tra inorganico e organico, una trappola dalla quale la cibernetica può trarci d’impaccio.

Il concetto di teleonomia cibernetica[2] prevede che, in un qualsiasi assembramento disorganizzato, si possa gradualmente e spontaneamente passare da una situazione ad alta variazione caotica, a forme di organizzazione corale e ricorsività processuale, cioè da un momento probabilistico, aleatorio, a un altro in cui ogni elemento si ricava dal precedente. In tale cornice “contingentista”, la legalità manifestata dalle cosiddette “leggi” naturali sarebbe perciò decifrabile in virtù di fenomeni di complicazione evolutiva ed emergenza (dal semplice al complesso). Sarebbe a dire che: l’invarianza precede[rebbe] necessariamente la teleonomia. Per essere più espliciti, si tratta dell’idea darwiniana che la comparsa, l’evoluzione e il progressivo affinamento di strutture sempre più fortemente teleonomiche siano dovuti al sopraggiungere di perturbazioni in una struttura già dotata della proprietà di invarianza, e quindi capace di “conservare il caso” e di subordinarne gli effetti al gioco della selezione naturale (Monod, 2016: 27-28). Solo a posteriori e in virtù del caso che le ha prodotte, l’invarianza e la ripetitività acquisite da un insieme teleonomico possono sviluppare meccanismi neghentropici[3] (omeostatico-replicativi[4]), inaugurando una parziale chiusura dell’organismo nei confronti dell’esterno. L’ordine, prodotto dal caso e affinato dall’evoluzione, non costituirebbe, dunque, un a-priori del vivente ma il tentativo sperimentale di una rete di istituire un cardine che ne impedisca, o quantomeno ne rallenti, la dispersione.

Come scrive Guattari in Caosmosi, giacché Maturana e Varela: “sviluppano il concetto di autopoiesi riservandolo alle macchine viventi (Guattari, 2007: 48-49), un simile concetto di autopoiesi definisce […] unicamente entità autonome, individuate, unitarie, sfuggenti a ogni rapporto di input ed output (Guattari 2007: 54). [Per questo motivo] l’autopoiesi, anziché restare chiusa in se stessa, meriterebbe di essere ripensata in funzione di entità evolutive e collettive che intrattengono reciprocamente diversi tipi di relazioni di alterità. (Guattari, 2007: 54) [e] potrebbe essere produttivamente estesa alle macchine sociali, alle macchine economiche e anche alle macchine incorporee della lingua, della teoria e della creazione estetica (Guattari, 2007: 102)”. Convinti della fruttuosità di questa proposta, riteniamo opportuno condurre il discorso di Maturana e Varela a un più alto livello di generalizzazione, assecondando la tendenza cibernetica all’integrazione di circuiti sempre più vasti. Parleremo perciò di autocatalisi[5] anziché di autopoiesi. Si dice autocatalitico un insieme di entità tra loro intrecciate, sovrapposte e interconnesse, all’interno del quale i prodotti o gli intermedi dei processi costituenti il gruppo si comportano da catalizzatori o inibitori di altre reazioni, delle quali solo alcune contribuirebbero alla replicazione dell’organizzazione dell’insieme. Ciò che, tuttavia, risulta teoreticamente più interessante è la quadridimensionalità della teoria: le complesse architetture di feedback positivi e negativi descritte dalla cibernetica restituiscono tutta la complessità temporale dei fenomeni termodinamici, cogliendo la contemporaneità dei fenomeni di chiusura e apertura nei confronti dell’esterno delle reti. L’organizzazione di un qualsiasi insieme di materiali tenderebbe a riprodursi e a disperdersi nel medesimo tempo, accelerando la propria scomparsa attraverso i processi di catalizzazione – diminuendo la propria capacità omeostatica a ogni circuitazione (sarebbe a dire invecchiando e  indebolendosi). Le realtà della morte, della disorganizzazione e della trasformazione acquistano qui uno spessore assente all’interno dell’ipotesi autopoietica, assurgendo al ruolo di attrattori[6] processuali in luogo dei fenomeni omeostatici. Contrariamente all’omeostasi, la perturbazione e l’esperienza dell’altro da sé si rivelano essere il motore ‘creativo’ delle reti, ciò che incessantemente ne stimola la riorganizzazione.

L’autocatalisi teleonomica è dunque in grado di rendere conto di una vastissima gamma di fenomeni (e della loro dissipazione), rendendo obsolete le metafisiche sostanzialiste ‒ che riteniamo dirette responsabili dell’odierno disastro ecologico antropico.

La neghentropia autopoietica, identificata come una tra le tante modalità processuali dei sistemi autocatalitici, non esaurisce, perciò, la definizione del vivente (né la sua potenza reale), descrivendone un meccanismo di difesa, ossia una mera funzione. Nel quadro di una più vasta ‘economia generale’, l’organizzazione consisterebbe in un rallentamento e un addensamento, ossia in una cattura di flussi disorganizzati all’interno di un campo di forze. Il conseguente aumento di ordine e ricorsività determinerebbe l’apparente unità delle moltitudini in una macchina ‒ permettendo l’emergere alla presenza della ‘cosa’ empiricamente individuata.

Gli habits (le ridondanze operative) rappresenterebbero, dunque, più un prodotto della spontaneità evolutiva che di codifiche strutturali o “leggi” di natura. Come ipotizzato da Samuel Butler in Erewhon, tale spontaneità generativa si sta rivelando la medesima per i batteri, le piante, gli animali e le macchine: una “zoe” impersonale, ibrida e (in)organica. Astrazione che non comporterebbe alcun tipo di dualismo o di metafisica vitalista. Zoe è da noi intesa come pluralità di processi evolutivi, termodinamicamente dissipativi: un movimento di assemblaggio creativo che abbraccia ogni piano del reale e che, da un punto di vista prettamente filosofico, rinvia a un livello ontologico più ampio rispetto al bios – la dimensione della vita individuata. È evidente come la pressione esercitata da tecnici e ricercatori selezioni progetti, componenti, rivestimenti e software, confermando attivamente la portata delle teorie evoluzioniste, riproducendo sinteticamente e acceleratamente l’evoluzione stessa. In laboratori sparsi su tutto il pianeta (e, più banalmente, attraverso le nostre apparecchiature), le intelligenze artificiali apprendono performativamente, interagendo con l’ambiente, autocalibrandosi attraverso processi di condizionamento e rinforzo – meccanismi ritenuti, fino a poco tempo fa, appannaggio esclusivo di alcuni animali. Macchine di plastica e metallo e macchine di calcolo (sempre più spesso unite in un abbraccio ironicamente post-cartesiano) sono realmente in grado di mettere in crisi il paradigma umanista, precipitando ogni distinzione tra organico e inorganico, natura e cultura, alludendo a un “macchinismo” più antico e inglobante. A nostro parere, la sfida contemporanea consisterà proprio nel concettualizzare questa macchina di composizione e decomposizione, questo moto impersonale, elegantemente descritto da Jacob come un’attività di bricolage, ossia di perpetua dislocazione creativa.

Estratto dal testo Eterogenesi: contagio e autocatalisi, presentato in occasione del Retreat Guattari tenutosi a fine settembre all’agriturismo Testalepre. Un sentito ringraziamento a Effimera, Andrea Ghelfi, Tiziana Villani e Ubaldo Fadini.

 

Note

[1] Ci riferiamo a quelle concezioni di matrice aristotelica che riconducono fenomeni e qualità a una sola sostanza (o substrato), identica e statica, dalla quale promanerebbero, come l’oro e il luccichio o il frastuono e il martello pneumatico.

[2] La teleonomia, ossia l’ipotesi teorica per cui dal disordine si passerebbe spontaneamente all’ordine, nasce all’interno della cornice della cibernetica, nel tentativo di motivare l’elevata regolarità dei fenomeni naturali e antropici. Il termine ha origine all’interno del saggio di Jacques Monod “Il caso e la necessità”, nel quale è impiegato per descrivere le variazioni casuali del DNA.

[3] Ossia la salvaguardia dell’organismo sul duplice versante della difesa dall’esterno e del contenimento dei danni dovuti all’entropia. In particolare sul tema della negazione dell’entropia rimandiamo a “Che cos’è la vita?” di Erwin Schrödinger.

[4] Per omeostasi si intende la tendenza spontanea degli organismi al raggiungimento di una certa stabilità psico-somatica, in opposizione alle variazioni dell’ambiente esterno. Si tratterebbe, dunque, di un sistema di difesa e auto-replicazione dell’individuo come sistema ordinato.

[5] Termine mutuato dalla chimica, in cui definisce legami a velocità e articolazione crescente, alimentati dai prodotti o dagli intermedi della reazione stessa. In tempi recenti è stato impiegato anche per descrivere il fenomeno di deplezione dello strato di ozono e la serie di reazioni chimiche che avrebbero consentito la comparsa delle prime forme di vita.

[6] Ovvero la meta  verso il quale un determinato processo o sistema dinamico tende automaticamente.

Immagine: Rick Stevens – Sacred Ecology | oil on canvas | 33 x 32″ | 2014.

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