La settimana appena trascorsa verrà probabilmente definita storica per l’Europa. La decisione della BCE di finanziare, in modo diretto, alla faccia del Trattato di Maastricht, il debito pubblico dei paesi dell’Unione e la vittoria di Syriza alle elezioni greche, con la messa in discussione delle politiche di austerity finora pervicacemente perseguite dall’oligarchia economico-finanziaria, possono segnare un momento di svolta?
Non è facile, a caldo, rispondere. Ci proviamo, con tutte le cautele del caso, partendo dalle decisioni della BCE, non a caso varate a tre giorni prima delle elezioni greche.

Svolta della BCE?

Numerosi sono stati gli articoli che hanno presentato e commentato la svolta nella politica economica della BCE dopo la storica decisione dello scorso 22 gennaio di procedere all’acquisto di titoli finanziari (prevalentemente pubblici) per un ammontare di 60 miliardi di euro al mese, almeno sino a settembre 2016. In questa sede non entriamo nell’analisi dello scenario geo-economico globale in cui tale provvedimento si colloca. Lo ha già fatto egregiamente l’articolo di Raffaele Sciortino su queste stesse pagine. Ci limitiamo piuttosto a fare un’analisi critica dei commenti che lo hanno accompagnato, con particolare riferimento agli effetti e al caso italiano.
Tali commenti possono essere divisi in tre principali categorie: gli entusiasti, i denigratori, i favorevoli benché scettici.

Non prendiamo in considerazioni gli entusiasti, perché costoro fanno parte dei servitori del re: ci riferiamo a quei governi, esemplificati dall’Italiano Renzi o dal francese Hollande, che si guardano bene dal sottoporre a critica le politiche d’austerity o di appoggiare, anche timidamente, qualsiasi proposta di ristrutturazione del debito, ma sperano semplicemente in un moderato allentamento dei vincoli fiscali. È curioso notare al riguardo che tra gli entusiasti si collocano molti esponenti della sinistra riformista che vedono in Draghi un forte baluardo contro il potere dei mercati finanziari, in grado di tenere a bada i falchi del rigore ad ogni costo che si annidano numerosi tra le file tedesche e olandesi.

Tra quest’ultimi, si collocano i paladini del neoliberismo europeo e degli interessi dei creditori. Ma per dirla meglio più che di neo-liberismo, varrebbe la pena di parlare di ritorno di un ordo-liberismo in salsa tedesca.
Oliver Stock, editorialista del principale quotidiano economico-finanziario tedesco Handelsblatt (l’equivalente del Sole 24ore in Italia), commenta in questo modo la manovra della BCE: “La Banca centrale europea (BCE) e il suo presidente Mario Draghi inondano i paesi europei con una somma enorme di denaro. In questo modo si impediscono le riforme e si rende l’Europa più povera”. Paradossalmente, è uno dei pochi commenti che fa riferimento al tema della distribuzione del reddito, sostenendo che tali misure renderanno l’Europa più povera. Ma a quali poveri si riferisce Stock? Qui sta il punto. Ed è questo lo spettro che si aggira per l’Europa.

Oliver Stock interpreta il pensiero egemone dell’oligarchia europea. Un pensiero che fa perno su due pilastri di vecchia memoria che, nati dall’ordoliberismo tedesco, hanno definito le basi della costruzione dell’Europa di Maastricht, come ben ricostruito dal libro di Alessandro Somma (La dittatura dello spread)  (qui la recensione): uno Stato forte in grado di dettare e definire le regole di politica economica al fine di garantire la piena libertà d’azione delle gerarchie di mercato. Oppure, in altri termini: uno Stato autoritario in grado di garantire le oligarchie dominanti che garantiscono profitti per le multinazionali e rendite speculative per i mercati finanziari. Uno Stato autoritario che negli anni dopo la crisi di Weimar ha favorito l’ascesa del nazismo e che oggi giustifica, sul piano europeo sovranazionale, il commissariamento della politica economica non solo della Grecia ma anche di altri Stati europei (Italia inclusa, come l’ultima legge di stabilità ben evidenzia).
La povertà a cui fa riferimento Stock è dunque riferita ai creditori più che ai debitori a salvaguardia degli interessi dominanti.

Le posizioni oltranziste sono minoritarie, qui in Italia. Gli economisti accademici italici approvano, con qualche scetticismo sull’efficacia effettiva dei provvedimenti. Il think-thank de La.voce.info ne è testimone.

La misura del Quantitative Easing(QE) viene parzialmente criticata essenzialmente per due motivi:

1. il ritardo con cui è stata intrapresa. Tuttavia, si dimentica che buona parte di questi economisti sino a pochi tempo fa erano del tutto favorevoli al credo monetarista -seppur annacquato in salsa neo-keynesiana -, secondo il quale l’iniezione di liquidità poteva avere non tanto effetti inflazionistici ma favorire un ritardo di quelle riforme di sistema auspicate dalla Troika – smantellamento del welfare pubblico, deregulation del mercato del lavoro e riduzione della progressività fiscale.

2. la consapevolezza che l’effetto di tale manovre avrà effetti limitati sulla crescita economica. Tale opinione è giustificata dal fatto che una politica monetaria espansiva non è sufficiente per garantire una ripresa economica a meno che non sia accompagnata da adeguate interventi di natura fiscale, in grado di ridurre la tassazione sul lato dell’offerta (quindi a favore delle imprese) per far ripartire gli investimenti. Ancora una volta, viene ribadito il concetto che solo favorendo i profitti (detassazione dell’Irap e precarizzazione del mercato del lavoro, ridimensionamento della burocrazia statale e mantenimento degli obiettivi di riduzione del debito pubblico, lotta ai “fannulloni”) si possono creare le condizioni per far ripartire l’economia.

Diverse sono, invece, le valutazioni in merito alla mediazione che la BCE ha svolto con i paesi contrari, Germania in primo luogo. La mediazione con la Bundesbank e la banca olandese ha riguardato la gestionedelle eventuali perdite (ad esempio relative alla perditadi valore di un titolo di stato greco o italiano o spagnolo): si è deciso che l’80% di tali possibile perdite è a carico della Banca Centrale di quel paese e solo il 20% è acarico del fondo salva stati. È il contentino che la Germania ha ottenuto per far passare la manovra del QE e per assicurarsi che i soldi comuni europei non vengano usati per eventuali salvataggi. Da un lato, tali disposizioni salvaguardano i paesi più ricchi (e quindi confermano le gerarchie attuali) e rassicurano le oligarchie europee, ma dall’altro non escludono il rischio di default, con relative preoccupazione per le banche creditrici.

In tutti questi commenti, poca attenzione viene prestata non tanto alla necessità di aumentare la domanda aggregata ma al tema della distribuzione del reddito. Si preferisci, infatti, enfatizzare l’effetto della manovra della BCE a favore della svalutazione dell’Euro come volano di crescita di domanda estera, dimenticando che solo il 20% dell’interscambio commerciale europeo ha a che fare con i paesi extra-europei.

Si fa finta di non sapere che i mercati finanziari sono il motore della valorizzazione del capitalismo contemporaneo. Da questa semplice considerazione occorre partire. L’iniezione ufficiale di liquidità, che, ricordiamo, istituzionalizza ciò che già la BCE faceva in modo indiretto con l’acquisto di titoli di Stato sui mercati secondari o tramite le banche, grazie ai generosi prestiti a tassi d’interesse praticamente nulli, ha come primo beneficiario proprio il mercato finanziario. Non possiamo infatti dimenticare che nel corso del 2012 e del 2013 la BCE aveva distribuito a titolo gratuito più di 1000 miliardi al sistema bancario europeo, con l’obiettivo (raggiunto) non tanto di favorire il credito all’economia reale, ma di favorire l’acquisto di titoli di Stato e ridurre lo spread.

Ora, tale politica viene istituzionalizzata. E tale iniezione di liquidità è quindi manna per i mercati finanziari, che possono solo brindare (e infatti le borse hanno salutato la pseudo svolta con forti aumenti dei listini azionari).

È un film già visto. A partire dalla svolta in Giappone con l’Abeconomics nell’autunno 2013 e il Quantitative Easing della Federal Reserve, sui mercati finanziari sono stati iniettati miliardi di liquidità, che hanno consentito nel corso del 2014 un aumento medio delle plusvalenze di oltre il 20%, incremento oggi arrestatosi n seguito alle nuove instabilità globali legate alle guerre valutarie in corso tra Yen, valute dei Brics, Euro e Dollaro e al calo del prezzo del petrolio che mina, in primo luogo ma non solo, la stabilità dell’economia russa. La decisione della Bce, come ricordato da Raffaele Sciortino, ha anche ha che fare con queste dinamiche.

Ma il risultato è sempre lo stesso: un’ulteriore polarizzazione dei redditi che porterà, secondo i dati resi noti al World Economic Forum di Davos dall’Oxfam (un network di 17Ong che agiscono contro la povetà) a far sì che nel 2016, 1% della popolazione avrà un reddito superiore al restante 99%. La concentrazione della ricchezza aumenta così sia a livello planetario che all’interno delle singole realtà nazionali.

Lo spettro della peggioramento della distribuzione del reddito è il primo fattore di crisi, soprattutto in Europa, dove tale tendenza è acuita dalle politiche di austerity e dalla privatizzazione del welfare. Il QE della BCE, lungi dall’affrontare questo aspetto, lo peggiora. I primi a essere beneficiati saranno infatti proprio i mercati finanziari e solo poche briciole (se ce ne saranno) andranno ad appannaggio delle moltitudini europee. Ancora una volta, se le politiche monetarie espansive non saranno accompagnate dall’abbandono delle politiche di austerità e dall’adozione di politiche di redistribuzione del reddito, si riveleranno per quello che sono: arricchire i pochi per impoverire i molti.

2. Le elezioni greche: un’opportunità?

Come spesso succede nella storia, in questo complesso quadro si inserisce la variabile politica umana. Abbiamo già sottolineato come non sia un caso che la decisione della BCE sia stata presa a ridosso delle elezioni greche, quasi ad anticipare un esito che si prevedeva poco favorevole alle imposizioni economiche della Troika. Elezioni che presentano un forte carattere simbolico che va ben oltre all’esito elettorale di un pase che rappresenta poco più del 6% del Pil europeo.

Per la prima volta, un paese membro dell’Eurozona dà un segnale inequivocabile di rigetto delle politiche d’austerità fin qui dominanti e imposte con il ricatto e la paura dai poteri dell’oligarchia finanziaria. Non sappiamo ancora se la vittoria di Syriza consentirà l’installazione di un governo forte e stabile, ma di sicuro sappiamo che nulla sarà come prima.

Il programma di Syriza parla all’Europa intera e in particolare ai paesi mediterranei, quei Pigs che più di altri sono stati vessati dall’imposizione finanziaria negli ultimi anni nel perseguire politiche draconiane di rigore lacrime e angue.

Si aprono potenziali nuovi strade. Sta nell’intelligenza dei movimenti saperne cogliere le opportunità.  I punti cruciali di discussione li possiamo limitare a quattro:

1. Questione del debito pubblico: la richiesta di indire una conferenza europea sul debito pubblico europeo impone all’agenda economica di discutere una possibile ristrutturazione degli stessi debiti sovrani. Diversi sono le modalità che possono essere proposte. La meno indolore per le banche creditrici è quella relativa ad un allungamento dei tempi di pagamento degli interessi maturati o a una moratoria dei pagamenti per un periodi tempo limitato. In questo caso, i diritti dei creditori vengono salvaguardati e non corrono rischi, soprattutto se una scelta del genere potrà far lievitare i tassi d’interessi dei paesi indebitati. L’allungamento delle scadenze del rimborso viene così compensato dall’aumento dell’onere del debito e dalla possibilità di intraprendere attività speculative anticipando l’incremento atteso dei derivati (future) sugli stessi titoli pubblici, oggi fortemente concentrati nel portafoglio delle multinazionali della finanza. La più pericolosa modalità per le oligarchie finanziarie è invece l’attuazione di un congelamento temporaneo di quella quota di titoli di stato in loro possesso (salvaguardando quelli in possesso delle famiglie), concordando una svalutazione unilaterale del valore degli stessi titoli (dell’ordine del 40-50%) ma in presenza di tassi d’interessi più rigidi. In questo caso il QE della BCE potrebbe svolgere la funzione di calmiere delle spinte speculative al rialzo dei tassi d’interesse. Si tratta di una soluzione che non può trovare d’accordo l’establishment europeo rappresentato dalla Troika e porrebbe la BCE, questa volta sì, in netta opposizione alle oligarchie finanziari. Si tratta quindi di instaurare un rapporto di forza ed è evidente che lasola Grecia difficilmente sarebbe in grado di praticare tale alternativa a meno che non abbia un sostegno più ampio che abbraccia anche Spagna, Portogallo, Italia e Francia. Qui i nodi vengono alpettine.

2. Questione della politica fiscale: Aprire una discussione europea sulla ristrutturazione dei debiti sovrani implica anche aprire una discussione sulla costruzione di una politica fiscale comune europea, oggi inesistente. Si tratterebbe di proporre la trasformazione del Bilancio dell’Unione in un autonomo strumento di finanza pubblica funzionale all’implementazione nell’Eurozona di una politica economica finalizzata alla stabilizzazione, all’indirizzo e all’equilibrio dello sviluppo. Autonomia del Bilancio dell’Unione Europea significa progressivo affrancamento dai trasferimenti degli stati membri ed attivazione di entrate fiscali prevedibili, ricorrenti e non discrezionali. Su questo fronte si può pensare ad una quota dell’Imposta sul Valore Aggiunto, ma anche alla Tassa sulle Transazioni Finanziarie (TTF), meglio nota come TobinTax, ormai resa operativa, sebbene in modo non omogeneo, in molti paesi Europei, alla Carbon Tax e ad eventuali nuove imposte capaci di incidere sul fatturato delle grandi corporations che attivano pratiche iper-elusive (ad esempio, il dispositivo recentemente introdotto in Gran Bretagna e denominato Google Tax). Altrettanto improrogabile è la creazione degli Eurobond e la loro diretta emissione da parte delle istituzioni comunitarie e eventualmente acquistabili dalla BCE.
Nel complesso ciò che si prospetta è la definizione di una “road map” che nell’arco di pochi anni permetta un affiancamento ai bilanci nazionali di un vero bilancio Europeo destinato in prospettiva a sostituirli. Una prima tappa potrebbe essere quella di prevedere che tale bilancio Europeo raggiunga in termini di entrate il 10% del PIL dell’Eurozona entro il 2020. Tale passaggio implicherebbe, al di là del tema della realizzazione e del finanziamento degli investimenti necessari alla crescita, la concreta attivazione di una reale armonizzazione fiscale sul lato delle entrate e quantomeno, sul fronte della spesa, di una profonda omogeneizzazione degli schemi di sicurezza sociale (pensiamo in particolare ad un unico sistema di sussidio di disoccupazione europeo e ad un unico dispositivo relativo al basicincome, se necessario modulati a livello nazionale, in funzione del diverso livello dei prezzi).

3. Questione del welfare: diventa sempre più necessario ristrutturare il welfare europeo e dei singoli stati europei, a partire dai paesi mediterranei, verso forme di commonfare, ovvero welfare del comune, fondato sull’erogazione di un reddito di base e l’accesso ai servizi materiali e immateriali che oggi stanno alla base dello sviluppo del “comune” (al singolare) come base e input per la produzione di “beni comuni” (al plurale) in grado di allargare la base di un sistema di produzione dell’uomo per l’uomo, finalizzato ad aumentare la produzione di valori d’uso a scapito del valore di scambio, tramite esperienze di autogestione e autorganizzazione.

4. Questione della politica industriale e del lavoro: nel contesto contemporaneo, occorre una nuova visione della politica industriale, che non deve essere considerata ase stante, ma in sinergia con le politiche di welfare e del lavoro. Oggi nel capitalismo contemporaneo, una politica industriale è al tempo stesso politica di distribuzione del reddito e di welfare in grado di favorire lo sfruttamento di quelle economie di apprendimento e di rete che sono oggi alla base della crescita della produttività. L’introduzione di un salario minimo europeo, la riduzione delle tipologie contrattuali precarie, lasalvaguardiadei diritti fondamentali del lavoro, in altre parole una politica di secur-flexibility e non di flex-security (che diventa flex-insecurity) sono oggi i principali strumenti per l’avvio di una nuova politica industriale e del lavoro. Per il momento ci limitiamo a queste veloci considerazioni, pur essendo consci che le tematiche in gioco sono ben più ampie, a partire dalla necessità quasi obbligatoria di incentivare, anche con l’intervento pubblico, gli investimenti nella green economy in modo attivo e non passivo (come è avvenuto in Italia per quando riguarda le politiche della telecomunicazione o di incentivo all’energia eolica: 7 miliardi di sussidi, che in massima parte hanno finanziato la produzione di imprese estere).

I temi ora ricordati possono costituire la base programmatica per sviluppare una capacità propositiva dei movimenti sociali in grado di sviluppare un’autonomia di azione in grado di interloquire e confliggere con le forze istituzionali che non sia solo velleitaria o declamatoria. Una proposta politica e sociale in grado di declinarsi nel concreto e nella prassi per acquisire una propria forza contrattuale che solo successivamente può diventare contropotere politico, eventualmente da spendere, in un secondo tempo, una volta sedimentatosi sul piano culturale e sociale , a livello di scontro istituzionale, senza cadere nel tranello della delega.

Anche in questo caso, non bisogna confondere causa con effetto. Senza una contaminazione delle e nelle pratiche di movimento reale (dalle lotte per la casa, al superamento della condizione precaria, all’organizzazione dello sciopero sociale) non si può sviluppare un’istanza che agisce esclusivamente e si definisce sul piano elettorale politica (come per la lista Tsipras alle scorse elezioni politiche). Non ci sono scorciatoie politiche, pena la corruzione di ogni istanza di cambiamento sociale. Siryza in Grecia non è sorta dal nulla. Il risultato che oggi ha ottenuto è il frutto di una sedimentazione sociale che dura da più di un decennio, oltre che dal coinvolgimento di una fascia giovanile di nuova generazione.

3. Che lezione per l’Italia?

Siamo consapevoli che un’esperienza come quella di Syriza non è riproducibile in Italia. Non solo perché il potere italiano è in primo luogo un potere gerontocratico anche all’interno della sinistra radicale, non solo perché le forze anticapitalistiche ereditate dal ‘900 fanno da tappo sia a livello sindacale che di azione politica a qualsiasi istanza di innovazione radicale. Pensiamo all’esperienza dei Forum Sociali di Genova 2001, alla loro istituzionalizzazione partitica, alla fugace esperienza di Alba, alle eterne difficoltà de Il Manifesto, alle diverse esperienze del sindacalismo di base: tutte storie che possiamo considerare più o meno gloriose ma incapaci di cogliere le istanze e i bisogni di cambiamento e di svecchiamento della sinistra italiana, al punto che una forza politica come il Movimento 5S, in grado di usare sapientemente le nuove modalità di comunicazione, riesce a diventare espressione di quella insoddisfazione e voglia di cambiamento raggiungendo il 25% dei voti.
La parabola dei 5S oggi rischia di costituire un ulteriore tappo: l’incapacità di dare uno sbocco socio-politico radicale alla radicalità che da sempre,seppur in modo certe volte ondivago e ambiguo, innerva questo paese: una radicalità che riesce forse a esprimersi sul piano dell’analisi teorica ma incapace di tradursi in azione politica concreta.

Ma anche Renzi e i volti nuovi dei potentati economici si trovano ora ad un bivio e rischiano di dover gettare la mascher (come è già successo con il Job act). E’ assai sintomatico la reazione governativa all’esito elettorale della Grecia: da un lato un malcelato fastidio condito da frase di circostanza (“guardiamo con favore alla vittoria di Siryza che ci diceche bisogna revisionare le politiche d’austerity), dall’altro un assordante silenzio, soprattutto di Renzi (che di solito non perde occasione per cinguettare su qualunque cosa), che si limita a mandare avanti un oscuro sottosegretario – Sandro Gozi – per dire: “Non siamo né soddisfatti ne insoddisfatti: aspettiamo di conoscere le proposte di Tsipras”).

La preoccupazione di Renzi è soprattutto evitare che in qualche modo si coaguli alla sua sinistra una nuova forza politica esattamene come il Pci ha fatto di tutto negli anni Settanta perché non si sedimentasse un’opposizione di sinistra alla sua politica concertativa. Ma è anche quella di dover gettare la maschera nel momento in cui rischia di trovarsi costretto a prendere posizione sulla necessità di ristrutturare il debito, di rigettare le politiche di austerity e di favorire la costruzione di una politica comune fiscale. Ed è facile prevedere da che parte si collocherà: sicuramente non dalla nostra parte.

Un cambio in Europa?

Ritorniamo all’interrogativo iniziale dunque. Stiamo assistendo ad una cambio nella conduzione economica e politica dell’Europa? Se ci limitiamo alla svolta della BCE con il QE, direi proprio di no. Se ci riferiamo all’esito del voto in Grecia, per il momento mi limito a registrare che un possibile e potenziale cambiamento può mettersi in moto. Un’altra Europa è possibile. Dipende anche da noi e soprattutto dalla nostra capacità, in Italia come in Spagna e altrove, di superare stupide e vecchie autoreferenzialità, di liberare nuove risorse intellettuali e di azione, di essere capaci di mantenere un’autonomia dalle sirene della rappresentanza a tutti i costi, almeno sino a quando  non si è maturata una progettualità politica e sociale radicale e adeguata ai tempi, non compromissoria. Perché se c’è una cosa che ci insegna la Grecia è che il riformismo di breve periodo è veramente morto e sepolto.

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