In questi giorni si è concluso il primo round della trattativa tra governo greco ed Eurogruppo. Presentiamo qui una prima analisi dei risultati raggiunti, delle opportunità guadagnate e delle eventuali occasioni perse. L’intento è quello di problematizzare con lucidità l’attuale fase, importante e delicata, evitando di farsi cogliere dal disfattismo o viceversa dall’euforia. Il presente contributo si è avvalso di un fruttifero scambio di opinioni con Christian Marazzi.

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Si è chiusa la prima fase della trattativa tra il governo Tsipras e la troika (ora chiamata “le istituzioni”) per la ristrutturazione del debito greco e il possibile superamento delle politiche di austerity. Non sappiamo ancora come il processo avviato nel mese di febbraio si concluderà e quindi è prematuro tracciare un bilancio definitivo. Ma alcune considerazioni possono essere avanzate già da ora.

La successione degi eventi

Cominciamo con i fatti. Perché un minimo di informazione è necessaria, per capire di che stiamo parlando.

Il 4 febbraio 2015 la Bce decide di non accettare più come garanzia “collaterale” i titoli di stato greci per fornire la liquidità necessaria al sistema creditizio greco al fine di far fronte alle normali operazioni bancarie. Di fatto, un drastico taglio alla liquidità greca che incentiva la fuga di capitali all’estero. Di fatto, un atto di terrorismo economico per condizionare la trattativa che si sarebbe aperta da lì a poco. Il governo greco inizia così la trattativa con una pistola puntata alla tempia.

L’11 febbraio si svolge la riunione straordinaria dell’Eurogruppo sulla Grecia. Il governo Tsipras presenta la proposta di rinegoziazione del debito greco. Le proposte del ministro delle Finanze greco Veroufakis si basano principalmente su due punti:
a. riesame delle scadenze delle rate del debito, allungandole e chiedendo per i primi anni (si parla sino al 2020) una moratoria al pagamento degli interessi per consentire che i soldi risparmiati possano essere finalizzati alla crescita economica, intervenendo così sul denominatore del rapporto debito/pil.
b. scambiare gli attuali titoli di stato con due tipi di nuovi bond (di fatto degli swap): il primo indicizzato alla effettiva crescita economica greca, da scambiare con i crediti erogati dai paesi e dalle istituzioni europee. In questo caso il pagamento delle cedole o del capitale viene subordinato alla crescita del Pil o al calo della disoccupazione. Il secondo è invece costituito da titoli di stato di durata perpetua che servirebbero a sostituire quelli detenuti dalla Bce, con il passato piano anticrisi SMP (Securities Markets Programme). Si tratta di titoli che pagano una cedola all’anno e non vengono mai rimborsati avendo scadenza infinita.

Il 16 febbraio, nuova riunione dell’Eurogruppo. I ministri europei chiedono ad Atene di estendere il programma di salvataggio, ponendo di fatto un ultimatum in linea con i diktat precedenti. La Grecia non solo rifiuta ma rilancia, chiedendo una “proroga di 4 mesi per discutere un nuovo accordo”. Il livello di scontro si alza e i paesi europei, nessuno escluso (compresi Italia e Francia), ripropongono la validità della politica di austerità. La possibilità che la Grecia possa essere indotta a uscire dall’Euro si fa concreta.

19-20 febbraio: i ministri delle finanze dell’Eurogruppo raggiungono un accordo di fondo su un testo di compromesso per l’estensione del programma di aiuti alla Grecia per quattro mesi, chiedendo in cambio che la Grecia proponga una serie di misure concrete che la troika dovrà approvare.

23 febbraio: rispettando i tempi concessi, poco prima di mezzanotte il governo greco presenta alla Commissione Europea e al Fmi le misure che intende adottare nei prossimi 4 mesi. La reazione sembra essere positiva, con parere positivo dell’Eurogruppo ma qualche perplessità della Bce e del FMI.

Qualcosa di nuovo sotto il sole europeo?

Questa la mera cronaca. Si ridiscuterà tra quattro mesi. Ciò significa che nulla è cambiato? Niente affatto:

1. Per la prima volta da quando le politiche di austerity sono diventate insindacabili in Europa (“there is no alternative”), un paese si conquista il diritto a trattare. Non è una questione solo formale, a prescindere poi dal risultato che potrà ottenere. Si è messo in discussione il “principio di autorità” dell’oligarchia finanziaria di commissariare un paese ed imporgli una politica economica neoliberista: principio fino ad oggi indiscutibile. Non è certo autodeterminazione, come la trattativa ha ben evidenziato, ma viene rotto un tabù. Sul piano simbolico, è un risultato importante e non è un caso che, per evitare questa eventualità, nel corso della trattativa, l’Eurogruppo abbia cercato di impedire che tale primo obiettivo venisseraggiunto, mettendo la Grecia di fronte all’aut-aut di uscire o rimanere nell’Euro. In questo caso chi ha bleffato è stato proprio l’Eurogruppo, che non poteva permettersi il default della Grecia, pena notevoli perdite non solo per le banche tedesche e francesi (che detengono buona parte del debito greco) ma anche per la BCE, che avrebbe visto ridursi le proprie riserve di liquidità.

2. Al riguardo non stupisce affatto la reazione negativa e stizzita di Spagna, Portogallo e Irlanda, i cui governi negli ultimi anni hanno accettato, senza colpo ferire, le misure draconiane imposte dalla troika con tutti gli effetti di miseria sociale che hanno comportato. Come poter giustificare oggi quella subalternità e passività ai diktat europei che, oltre ogni ragionevole dubbio, hanno evidenziato la complicità e la collusione che tali governi hanno intrapreso con gli interessi delle oligarchie finanziarie europee?

3. Il rischio di un “effetto domino” diventa così uno spettro che si aggira negli uffici di Bruxelles e Francoforte. Un effetto domino che non è quello orchestrato dalla speculazione finanziaria ma, all’inverso, dalla possibilità che sia possibile mettere una zeppa agli ingranaggi della governance neoliberista dell’Europa. A patto, tuttavia, che l’esempio greco, venga seguito da altri paesi europei. Sappiamo tutti che a ottobre si svolgeranno le elezioni politiche in Spagna, precedute dal test delle elezioni amministrative. Abbiamo già sottolineato che il peso specifico della Spagna è ben superiore di quello della Grecia e per questo da qui a ottobre ne vedremo delle belle. E’ facile prevedere che si svilupperà una canea mediatica e un gioco di ricatti per impedire a tutti i costi che la Spagna possa seguire l’esempio della Grecia.

4. In questo gioco simbolico, in Italia, senza che nessuno se ne sia accorto, tale canea ha già cominciato ad attivarsi. Nell’ultimo mese, con un ritmo alquanto sospetto, sono stati dati in pasto all’opinione pubblica una serie di dati economici che portano ad un’unica conclusione: grazie all’operato del governo Renzi e alle sue “riforme” (sarebbe meglio chiamarle “controriforme”), la recessione economica è improvvisamente terminata. Il Centro Studi Confindustria (maggior sponsor del governo) ha solennemente predetto che nel 2015 il PIl crescera del 2,1% nel 2015 e del 2,5% nel 2016! Una stima tre volte superiore a quella del Fmi! La Confcommercio afferma che, dopo 5 anni, gli occupati (non i posti di lavoro) sono aumentati nell’ultimo trimestre di 59.000 unità (di cui due terzi nel settore della vendita ambulante!). La stessa Banca Centrale Italiana, pur in modo più moderato, corregge al rialzo le stime di crescita, un misero + 0,5% nel 2015 rispetto al + 0,4% di novembre 2014, ma un più rassicurante + 1,1% nel 2016. Viene spiegato che è la conseguenza degli effetti benefici del Job Act e del decreto sulla liberalizzazione dell’energia. Sulla base di queste previsioni euforiche (del tutto in contrasto con quelle dell’Eurostat e del Fmi – ma nessuno ne parla), proprio pochi giorni fa, l’Ocse ha affermato, per bocca del suo segretario generale Angel Gurrìa, che la riduzione della rigidità del lavoro, grazie al Job Act, può “determinare un incremento del Pil pari al 6% nei prossimi 10 anni”. Insomma, la situazione economica volge al bello, senza dover mettere in discussione le politiche d’austerity, anzi confermandone le validità. Le riforme attuate in questi mesi dal governo Renzi – occorre ricordarlo – ricalcano perfettamente quelle auspicate dalla famosa lettera segreta del 5 agosto 2011 di Trichet e Draghi al fu governo Berlusconi come condizione per la riduzione del debito pubblico. In altre parole: a parole, Renzi e Padoan si dicono solidali con la Grecia ma nei fatti sono i più fedeli alleati della Merkel e di Schauble.

L’importanza del tempo

Sul piano sostanziale, possiamo aggiungere altre osservazioni:

a. Le misure che la Grecia, in piena autonomia e non sotto dettatura del memorandum, intende adottare nei prossimi 4 mesi per poter usufruire dell’allungamento dei tempi per ridiscutere il piano di risanamento del debito dovrebbero recuperare circa 7 miliardi di euro, così suddivisi : 2,5 miliardi dall’introduzione di una tassa patrimoniale per i ricchi; 2,3 miliardi dalla lotta all’evasione fiscale e alla corruzione, 2,2 miliardi dalla riduzione della burocrazia statale, dal contrabbando di benzina e sigarette e dal recupero crediti da parte dell’amministrazione pubblica. Le principali richieste dell’Eurogruppo, già precedentemente inserite nel memorandum, vengono rigettate: aumento dell’Iva, licenziamenti pubblici, riduzione delle pensioni. Seppur in modo limitato, alcuni punti del programma di Salonicco (il programma su cui Syriza aveva imbastito la vincente campagna elettorale) vengono confermati: tredicesima sulle pensione sotto i 700 euro, graduale introduzione di un salario minimo (invece che immediata), blocco dei licenziamenti, accesso gratuito per e famiglie povere a servizi di pubblica utilità, come luce e gas, l’introduzione di un voucher alimentare per chi è nullatenente. Riguardo il tema delle privatizzazioni – forse il più spinoso per gli interessi della troika -, ci si avvia a un compromesso: i piani di privatizzazione, già avviati (tramite bandi di vendita e di acquisizioni) non vengono toccati, quelli annunciati dal precedente governo ma non ancora avviati sono soggetti a ridiscussione.

b. Considerando gli stretti margini di manovra e il poco tempo a disposizione, si tratta di un compromesso che possiamo realisticamente definire ragionevole. E’ comprensibile che esso abbia lasciato l’amaro in bozza ad alcuni componenti della dirigenza di Syriza, a partire dalla presa di posizione di Manolis Glezos, icona della resistenza greca nonché, appunto, membro del comitato centrale del partito di Tsipras. Ma sappiamo anche che la politica è la scienza del possibile, non dei desiderata. Tuttavia, riteniamo che discutere esclusivamente il merito di questo compromesso sia fuorviante. Per due motivi. Il primo è che le misure proposte sono assai aleatorie. Occorrerà effettivamente verificare se il gettito ipotizzato si realizzerà effettivamente. Ma ciò conta poco. Ciò che conta – e questo è il secondo motivo – è che, come giustamente sottolineato da Sandro Mezzadra da un punto di vista politico, si guadagna “tempo”. Ed è proprio il “tempo” che finora è mancato alla Grecia. Si tratta di un aspetto nevralgico e allo stesso tempo sostanziale. Nel capitalismo biocognitivo, l’unità temporale che viene imposta dalla logica della valorizzazione finanziaria, anche quando ha a che fare con decisioni di politica economica, è quella del brevissimo termine: sono i tempi dettati della speculazione finanziaria e del divenire rendita del profitto. Riuscire a scardinare questa logica è condizione necessaria (anche se può non essere sufficiente) per imporre un’altra logica di azione economica, non supina alle esigenze delle oligarchie finanziarie. E’ un passaggio assai fastidioso, come implicitamente conferma l’infame titolo di La Repubblica del 23 febbraio scorso, non a caso fotocopia di quello de Il Giornale. Si vuole confermare, a tutti i costi, che non c’è alternativa all’austerity, come viene ribadito anche il 25 febbraio dal quotidiano “renziano” .

Le difficoltà geopolitiche dell’Europa

Ma c’è dell’altro, a dimostrazione di come la situazione sia allo stesso tempo complessa, delicata e in movimento, al punto da sconsigliare di prendere posizioni drastiche. Ci riferiamo, soprattutto, a due aspetti. Il primo ha che fare con i contatti che il nuovo ministro degli esteri greco ha avviato con la Russia e con la Cina. I viaggi fatti a Mosca e a Pechino– anche se poco sottolineati dalla servizievole stampa nostrana – hanno avuto a che fare con la possibilità di accedere a fonti di finanziamento extra-europei e extra-Fmi per evitare il default greco: una sorta di possibile piano B nel caso la trattativa con l’Eurogruppo fosse naufragata o possa fallire in futuro. Non sappiamo quale sia la possibile contropartita. Ma considerando le problematiche che sta vivendola Russia in seguito al calo del prezzo dei prodotti energetici, alle sanzioni europee per la questione ucraina e alla fuga di capitali verso gli Usa in seguito alla svalutazione del rublo e sapendo degli interessi cinesi per garantirsi una supremazia della logistica del trasporto marittimo nel Mediterraneo (la via meridionale della seta), possiamo ben immaginare quale sia la posta in gioco. E’ quindi sicuro che l’oligarchia europea (e men che meno quella Usa) non veda di buon occhio una possibile ingerenza di tal fatta nei propri affari interni.

Il secondo aspetto, correlato al primo, riguarda la definizione degli assetti geopolitici dell’Europa: da un lato, impegnata nelle trattive per definire l’accordo Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), agognato dagli Usa per ricostituire un’area di egemonia economica “occidentale” in grado di sottrarre l’Europa (ed in primis la Germania) alle chimere orientali (Russia, ma soprattutto Cina) , dall’altro, la necessità di ribadire , tramite il ruolo della Nato, una coesione interna in funzione di controllo dell’espansionismo del fondamentalismo islamico, non tanto dal punto religioso ma piuttosto come elemento di destabilizzazione nel medio-oriente, già fortemente minato dalle primavere arabe (seppur con gli esiti che conosciamo).

Non è un caso che nella prima fase della trattativa dell’Eurogruppo con la Grecia (l’ultimatum posto nella riunione del 16 febbraio) si sanciva come punto centrale il divieto per la Grecia di intraprendere “iniziative unilaterali”, Avvertimento rientrato – almeno finora – in seguito alle assicurazioni della Grecia di non uscire dalla Nato, ma in futuro non del tutto scongiurato.

E allora?

Stiamo vivendo – lo ripetiamo – un momento molto delicato per i futuri assetti europei. L’oligarchia europea conferma ancora una volta di avere il fiato corto. La decisione della Bce di “istituzionalizzare” il Quantitive Easing rischia di essere il classico “pannicello caldo”, incapace di risolvere le questioni aperte.

E’ doveroso quindi porsi la domanda se le oligarchie europee oggi dominanti siano più un elemento di destabilizzazione che di equilibrio, seppur di stampo neoliberista. E’ evidente che una simile situazione non può continuare. Le politiche di austerity hanno mostrato tutta la loro inefficacia nel ridurre “ufficialmente” i debiti pubblici. Hanno avuto, invece, pieno successo, nel favorire un enorme trasferimento di reddito e di ricchezza dalle fasce più povere a un élite di poco più dell’1% della popolazione.

Paradossalmente, è la stessa speculazione finanziaria a indicarlo. Nelle ultime settimane, nonostante la fuga di capitali dalla Grecia ma grazie all’incremento dei tassi d’interesse a valori oltre il 20%, gli hedge fund hanno compiuto massicci investimenti sui titoli greci e non a caso gli indici di borsa principali sono saliti dopo l’accordo con l’Eurogruppo. A nessuno conviene il default greco, perché non ha senso strozzare la gallina dalla uova d’oro. Varoufakis lo sa.

Oltre a ciò occorre considerare la possibilità concreta di sperimentare una moneta complementare in Grecia, in grado di attutire la possibile crisi di liquidità, anche se la Bce, dopo aver aumentato le risorse del fondo di ultima istanza: Emergency Liquidity Assistance (ELA), ha anche dichiarato che se le trattative con l’Eurogruppo vanno in porto, è disposta a ritornare sui suoi passi e a accettare come garanzia “collaterale” i titoli di stato greci per fornire la liquidità necessaria al sistema creditizio greco. E sono proprio queste considerazione che stimolano l’idea di immaginare l’istituzione di un circuito finanziario alternativo, in grado di essere autonomo dai diktat dell’oligarchia finanziaria: una sorta di istituzione finanziaria del comune. Ma questa è un’altra storia, su cui ritorneremo a partire dalla prossima pubblicazione degli atti del convegno sulla “Moneta del comune”, che si è svolto nello scorso giugno a Milano.

Finito il primo round, vi è ora il tempo per provare ad attuare la “rottamazione” dell’attuale governance europea e la destrutturazione dei governi nazionali neoliberisti (a partire da quello italiano). Compito sicuramente arduo ma non emendabile ma soprattutto ineludibile se vogliamo ancora sperare in un futuro umano, a partire dal prossimo appuntamento del 18 marzo a Francoforte sotto le finestre della nuova Eurotower. Un primo punto di partenza a cui ne devono seguire altri. Abbiamo tempo, stavolta!

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