Pubblichiamo l’introduzione del volume Lavoro, Natura, Valore. André Gorz tra marxismo e decrescita, di Emanuele Leonardi, appena uscito per i tipi di Orthotes.

Ancora fino a pochi anni fa un libro dedicato al rapporto tra scienze sociali e crisi ecologica, nonché alle implicazioni politiche di tale rapporto, avrebbe richiesto un’introduzione finalizzata a mostrare la rilevanza della questione ambientale per il dibattito pubblico e/o per quello scientifico. Mi pare si possa tranquillamente affermare che le cose stiano oggi in modo ben diverso, come dimostra per esempio la vastissima eco mediatica destata dalla firma dell’Accordo di Parigi al termine delle ventunesima Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite (Dicembre 2015). Ce ne fosse bisogno, una prova ulteriore potrebbero essere i profondi investimenti economico-diplomatici legati al recentissimo G7 Ambiente – tenutosi a Bologna nel Giugno del 2017 – che ha rappresentato un primo momento di teso confronto tra l’amministrazione americana guidata dal negazionista Donald Trump e i restanti governi delle nazioni più industrializzate del pianeta, impegnatissimi (a parole) nella lotta al riscaldamento globale.

Mi soffermo brevemente su questi due ‘eventi-prova’ perché mi danno la possibilità di chiarire l’oggetto polemico della riflessione che segue e di inquadrare le domande di ricerca che l’hanno guidata. Partiamo dall’Accordo di Parigi, il trattato internazionale che sostituisce il Protocollo di Kyoto (siglato nel 1997 e ratificato nel 2005 – d’ora in poi PK) e su cui è destinata a basarsi nel prossimo futuro la politica climatica globale. Un primo elemento da rilevare è che, differenza del PK, l’Accordo di Parigi non è davvero legalmente vincolante, dal momento che non prevede né procedure di controllo né meccanismi di sanzione. Nella condivisibile analisi di Marica Di Pierri il trattato viene descritto come un innegabile successo diplomatico (196 Paesi firmatari), dotato di obiettivi ambiziosi (incremento massimo di 2 gradi centigradi al 2100, con esplicita volontà di abbassare l’asticella a 1,5°), eppure azzoppato in partenza da impegni insufficienti (la somma dei contributi nazionali dei singoli Stati non è assolutamente sufficiente a raggiungere anche l’obiettivo minimo dei 2°) e da una strumentazione inadeguata alla radicalità degli scopi.[1]

A mio avviso tale inadeguatezza risiede nell’aver riproposto i meccanismi flessibili ideati a Kyoto,[2] basati sull’assunto che nel mercato stia la salvezza del pianeta, come architrave economico della politica climatica.[3] Si è cioè rilanciata la mercatizzazione della lotta al riscaldamento globale, a dispetto della comprovata insufficienza di tale strategia.[4] Sul punto il Segretario di Stato americano John Kerry, capo negoziatore alla COP 21, non lasciava spazio a fraintendimenti:

Qui a Parigi stiamo inviando ai mercati un messaggio straordinario – cioè che 196 paesi sono impegnati nella lotta ai cambiamenti climatici. Questo aiuterà il settore privato a investire in essa, perché ora è chiaro che esiste un futuro lungo questo cammino di sostenibilità.[5]

L’insistenza su questo Paris Consensus – cioè sul ruolo cruciale giocato dalla logica di mercato nell’arena climatica – tutto incentrato sulla promozione dell’efficienza come fattore simultaneo di riduzione dei costi e di preservazione ecologica – è stata recentemente confermata dalle dichiarazioni rilasciate dal Ministro Gian Luca Galletti in apertura del G7 Ambiente di Bologna (non a caso di fronte alla platea di Confindustria e della Global Business Coalition):

Intendiamo riaffermare il nostro impegno a promuovere su base volontaria ulteriori passi avanti per migliorare l’efficienza e la sostenibilità nell’uso delle risorse. Dobbiamo disaccoppiare la crescita dal consumo:[6] fare quindi ‘di più con meno’. L’efficienza nell’uso delle risorse è uno dei cardini su cui si basa la transizione da economia lineare a economia circolare, essenziale per uno sviluppo sostenibile e per il rispetto dell’Accordo di Parigi. Se sapremo agire insieme, mondo economico e politico, otterremo grandi risultati. Oggi le aziende sono più avanti dei governi in alcuni casi: hanno capito molto prima che nell’economia circolare c’è il futuro e stanno andando indipendentemente in quella direzione.[7]

Le élites globali fanno propri i dettami della cosiddetta green economy, secondo la quale il limite ambientale non deve essere percepito come vincolo allo sviluppo, bensì come inedita opportunità di business, motore di crescita, fondamento di un nuovo ciclo di accumulazione. È questa particolarissima modalità di intendere il rapporto tra natura e valore a rappresentare l’oggetto specifico su cui cercherò di concentrare la mia analisi critica. Come si vedrà, l’intento non è soltanto quello di falsificare le proposizioni attraverso cui questo nesso si presenta, bensì di metterne a punto la genealogia – mostrare cioè come siano emerse storicamente – in modo tale da problematizzarle scientificamente, da un lato, per poterne infine ribaltare l’uso politico, dall’altro. L’intero libro, in fin dei conti, non fa che avanzare ipotesi più o meno approfondite finalizzate ad affrontare due domande di ricerca:

  1. Quali trasformazioni storiche hanno creato le condizioni affinché una larga maggioranza di decisori politici trovasse ragionevole la green economy in quanto peculiare nesso tra natura e valore?[8]
  1. Posto che tale impostazione non ha conseguito risultati apprezzabili negli oltre dieci anni in cui è stata implementata a livello globale,[9] a quali condizioni si possono immaginare alternative politiche desiderabili ed efficaci?

Il resto di questa Introduzione è dedicato alla discussione e al chiarimento di queste domande di ricerca affinché possano essere adeguatamente contestualizzate e quindi sviluppate nei successivi capitoli del libro. Per semplificare, si potrebbe dire che laddove la prima domanda risponde a un’esigenza di comprensione del modo in cui ecologia ed economia si sono storicamente intrecciate, la seconda riguarda invece una volontà di trasformazione dell’esito contemporaneo di quello stesso intreccio. In parte questo schema ha funzionato anche nella mia esperienza di ricerca, all’interno della quale interagiscono una radice accademica, che nutre il primo interrogativo, e una radice politica, che dà consistenza al secondo. È bene tuttavia non dimenticare che si tratta di una distinzione euristica che non può in nessun caso essere portata fino alle estreme conseguenze: lo specifico posizionamento politico rispetto al tempo presente – cioè: da che parte si sta quando si guarda la realtà – influenza necessariamente le questioni che poniamo al mondo che ci circonda. Accanto a ciò, tuttavia, è buona pratica coltivare curiosità e apertura mentale in modo da concedere alle risposte che il mondo ci scaglia contro la possibilità di modificare le questioni di partenza. Se non del tutto, almeno un poco: per quanto difficile sia, occorre resistere tanto alle sirene dell’imparzialità distaccata – che nasconde l’ideologia più ripugnante di tutte, quella post-ideologica – sia alla convinzione che stare dalla parte ‘giusta’ ci esima, per così dire, dalla fatica del concetto – cioè da un lavoro analitico che sappia annodare il potenziale di una rivendicazione al processo che lo incide nel reale. All’approfondimento di questo approccio metodologico è dedicato il capitolo I.

Per inquadrare correttamente la prima domanda di ricerca può essere utile approfondire l’analisi di un’espressione utilizzata poco sopra: che cosa significa, precisamente, mercatizzazione della lotta al riscaldamento globale (per estensione: della crisi ecologica)? Per rispondere, credo possa essere utile considerare l’attuale stato dell’arte dei mercati globali di emissioni di CO2 strutturando l’analisi a partire dall’uragano Sandy dell’Ottobre 2012,[10] e in particolare dalla copertura mediatica a esso riservata dagli organi d’informazione americani. Il contesto è noto: Barack Obama si preparava a celebrare la sua rielezione a Presidente, a seguito di una campagna elettorale in cui né lui né il suo sfidante repubblicano, Mitt Romney, avevano sentito la necessità anche solo di nominare i cambiamenti climatici. Non accadeva dal lontano 1984 (Reagan vs. Mondale). A tale indifferenza va aggiunto il sorprendente rifiuto, da parte della quasi totalità dei media statunitensi, di collegare Sandy – e, più in generale, la crescente frequenza di eventi meteorologici estremi – all’aumento antropogenico delle emissioni in atmosfera di gas a effetto serra.

In questo scenario, il numero del primo Novembre dell’influente rivista economica Bloomberg Businessweek ha rappresentato una significativa eccezione. L’articolo di copertina, significativamente intitolato “It’s Global Warming, Stupid”, mostra infatti il doppio registro del dibattito sui cambiamenti climatici. Inizialmente, il giornalista Paul Barrett riporta una serie di dati scientifici che suffragano la tesi di una correlazione diretta tra attività umana e riscaldamento del pianeta. Questa prima modalità discorsiva si occupa essenzialmente di stabilire se esista o meno il riscaldamento globale di origine antropica. Mi pare giusto sottolineare immediatamente che il libro non si occupa di questo tema: sebbene la scienza climatica non debba concepirsi come il guardiano imparziale di una verità eterna e indiscutibile, le prove tanto scientifiche quanto esperienziali a favore della causa umana del cambiamento climatico sono a oggi talmente abbondanti che la schiacciante maggioranza delle controversie riguardano più la sua specifica configurazione che non la sua effettiva esistenza.[11]

Più rilevante per gli scopi di questo lavoro è il secondo registro del dibattito climatico, quello cioè che prende a tema le possibili soluzioni alle criticità prodotte dall’eccesso di emissioni di origine antropica. In questo senso, il modo in cui Barrett articola il passaggio tra i due registri è indicativo:

Se tutto questo [l’insieme dei dati scientifici passati in rassegna] ancora non vi convince, dimenticate gli scienziati surrettiziamente devoti all’avanzamento della conoscenza e alla salvaguardia di vite umane. Ascoltate invece la voce degli assicuratori finanziari il cui unico credo è la compilazione di statistiche da utilizzare a fini di lucro.[12]

Segue l’analisi di un rapporto pubblicato dalla compagnia di assicurazioni finanziarie Munich: Re, secondo la quale il cambiamento climatico sarebbe causa di un numero crescente di catastrofi naturali, specialmente in Nord America, che renderebbero gli investimenti nei pacchetti assicurativi a esse legati il corso d’azione più ragionevole per un operatore finanziario.

La conclusione di Barrett è perentoria: se gli analisti finanziari credono all’esistenza dei cambiamenti climatici – cioè: se li ritengono capaci di generare profitti – allora non v’è ragione di dare ascolto agli scettici. Si tratta di un aspetto altamente significativo, poiché introduce una curiosa inversione rispetto alle categorie della razionalità moderna, centrata sulla distinzione tra fatti (scienza) e valori (politica e/o morale). Tra le righe dell’argomentazione di Barrett, al contrario, si può leggere quanto segue: “Diffidate della scienza? Legittimo, ci mancherebbe. Ma non provate nemmeno a non fidarvi dei mercati: sarebbe follia pura!”.[13] Abbiamo qui una perfetta esemplificazione di come il mercato funzioni – anche in riferimento alla questione ecologica – come luogo di veridizione, secondo la formula suggerita da Michel Foucault nei suoi corsi sulla biopolitica.[14] In questo senso, il secondo registro del climate change debate postula che solo laddove vi sia opportunità di profitto risiede un’effettiva soluzione alle problematiche del clima. Ogni alternativa risulta impensabile. Per questo definisco tale operazione concettuale come carbon trading dogma:[15] da un lato, esso si definisce per la sua natura di credenza esclusiva (aut-aut) e non basata sull’analisi razionale del materiale empirico a disposizione; dall’altro, esso enfatizza unicamente il ruolo salvifico del sistema dei prezzi, assumendo che, sebbene il cambiamento climatico si configuri come un fallimento del mercato (che in passato non ha saputo contabilizzare adeguatamente l’elemento ambientale, sostanzialmente relegandolo a esternalità), esso possa nondimeno essere efficacemente affrontato solo sulla base di un’ulteriore mercatizzazione. In parole povere: “date un prezzo alla natura e il problema svanirà!”. Con espressione più analitica: nuovi mercati esclusivamente dedicati implicano la produzione di nuove merci che, a loro volta, fanno da volano a una nuova ondata di accumulazione originaria – finalmente sostenibile (sulla carta). È come se a un paziente venisse prescritta una terapia a base di dosi maggiorate dell’agente patogeno riconosciuto come causa diretta della malattia: il mercato, infatti, agisce nei confronti del cambiamento climatico nel doppio, ambiguo ruolo di carnefice – in quanto colpevole di incuria teorica e pratica – e di redentore – in quanto finalmente capace di includerlo correttamente nel sistema dei prezzi.

Come emergerà chiaramente in seguito, si tratta di una postura dogmatica di estrema forza sociale, indifferente a ogni smentita pratica. Tuttavia, a prescindere dalle valutazioni sui risultati concreti di tale impostazione concettuale, vale la pena di notare fin da ora il carattere piuttosto contorto della formulazione. La quale tuttavia, a mio avviso, non è né falsa né irrazionale: essa si presenta piuttosto come adeguata all’attuale regime di accumulazione e al contempo come manipolatoria rispetto alla tipologia di lavoro che all’interno di tale regime produce valore. Quasi tutti – in larga maggioranza le popolazioni espropriate dei propri territori, nel Sud come nel Nord globale – ci perdono; pochi – perlopiù gli operatori finanziari – ci guadagnano; nessuno pare interessato a domandarsi che fine abbia fatto il lavoro all’interno del nesso valore-natura che sostiene la green economy. Per riprendere una felice espressione di Antonio Negri – applicandola però a un contesto diverso da quello in cui fu concepita – il carbon trading dogma si pone come “ragionevole ideologia”[16] della tendenza contemporanea dello sviluppo capitalistico, basata sulla compresenza di quote sempre più ampie di lavoro cognitivo e della nuova centralità dei mercati finanziari nel quadro della governance economica.

Ora, prima di addentrarsi nell’analisi dettagliata di questi aspetti, occorre sottolinearne con forza il carattere di assoluta novità. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta del XX secolo – cioè nel passaggio d’epoca in cui la crisi ecologica deflagra come questione propriamente politica – l’idea che il deperimento delle condizioni ecologiche potesse far da volano a un nuovo ciclo di accumulazione capitalistica era semplicemente impensabile. Certo, ci fu chi correttamente mise in guardia dal rischio di un uso anti-operaio dell’ecologia,[17] così come vennero avanzate ipotesi visionarie sulla plasticità del capitale e del suo rapporto con le risorse.[18] Si trattava tuttavia di un tentativo di non sottovalutare le capacità di adattamento mostrate dal capitalismo nel corso del suo sviluppo storico, non certo di prefigurazioni della green economy. Tutto questo non per mancanze analitiche o difetti teoretici, naturalmente, bensì per l’ottima ragione che le condizioni necessarie affinché i limiti biofisici potessero essere internalizzati nel processo di valorizzazione non si erano ancora manifestate in forma praticabile. Permaneva la struttura concettuale elaborata dall’economia politica classica e sostanzialmente recepita dalla scuola neoclassica, secondo la quale la natura funge da ‘bordo’ o ‘confine’ infinito e gratuito dell’attività produttiva di valore. Si tratta di un quadro concettuale che pone confini assai rigidi tra la sfera della riproduzione (composta da ambiente e lavoro non pagato – domestico e servile), che garantisce le condizioni della valorizzazione, e la sfera della produzione, che mobilita i fattori della valorizzazione (lavoro salariato e capitale).

Questo tipo di lavoro – incastonato in quella che potremmo definire teoria energetica del valore-lavoro, che nel tempo avrebbe assunto forma industrial-fordista e sarebbe confluita in una cornice istituzionale quantitativa come quella del salario[19] – è senza dubbio responsabile del degrado ecologico, si presenta cioè come lavoro entropico. In questo senso mi pare opportuno indicare nell’organizzazione capitalistica del lavoro la causa diretta della crisi ecologica, la quale si distingue dal ‘semplice’ degrado ambientale – di cui si possono trovare esempi in ogni epoca e società – proprio in ragione del suo dipendere dall’esigenza di accumulazione e crescita che caratterizza il ciclo del capitale. Il carattere entropico del lavoro salariato è dovuto al fatto che in questo rapporto tra natura e lavoro la prima funge da limite non contabilizzato sia all’inizio del processo (materie prime della produzione) sia alla fine del processo (smaltimento dei rifiuti della produzione). Insomma, in questo modello la natura è certamente internalizzata (appare sia come componente gratuita dell’input che come recipiente, altrettanto gratuito, per scarti dell’output), ma solo per definire i limiti del lavoro astratto propriamente produttivo, limiti che non la coinvolgono nell’attività trasformativa vera e propria.

Ben diversa è però la situazione nel momento in cui dalla crisi energetica emerge uno scenario segnato fondamentalmente da due elementi: un lavoro che si fa sempre più cognitivo e un ruolo sempre più centrale dei mercati finanziari nella governance economica. In questo intreccio il lavoro-conoscenza/informazione trasforma la natura esterna e infinita in un fattore primario della produzione e, quindi, stravolge il nesso per così dire ‘classico’ tra valore e natura. Come mostrerò più dettagliatamente in seguito, le unità discrete di ‘natura-informazione’ che si scambiano nei carbon markets o negli schemi per il pagamento dei servizi eco-sistemici (PES – Payments for Ecosystem Services) hanno ben poco a che vedere con l’estrazione di materie prime o lo smaltimento dei rifiuti. Esse sono sottoposte a un processo di mercificazione molto diverso, e di conseguenza presentano sia forme inedite di sfruttamento – che si esercita su ciò che Marx chiamava general intellect[20] – sia potenziali ecologicamente positivi legati alla sottrazione al mercato della cura dei beni comuni socio-naturali. Qui il rapporto tra lavoro e natura non ha più nulla a che vedere con un certo dualismo cartesiano (polo attivo il primo, entità passiva la seconda); emerge piuttosto una forma di padronanza che, attraverso un nuovo approccio alla produzione di dati in ambienti segnati da costitutiva incertezza, s’installa su una natura che interagisce con il sistema economico più che semplicemente subirlo.[21] In particolare nel campo della cosiddetta bio-economia (dalla bio-imitazione alla biologia sintetica, fino alla nuova frontiera dei bio-sensori), l’estrazione di valore si dà come processo che combina lavoro cognitivo, innovazione tecnologica e capacità generative ed evolutive delle nature non umane.[22] L’analisi di questo tipo di lavoro – incastonato in una teoria informazionale del valore-lavoro[23] – è la chiave per svelare l’impianto manipolatorio della green economy, sottrarne al mercato il controllo e portare dunque alla luce le potenzialità neghentropiche della sfera della riproduzione sociale, che a partire dal passaggio d’epoca segnato dalla crisi energetica è divenuta sempre più direttamente produttiva.

En passant, vale la pena di notare che questa “nuova economia leggera” possa legittimamente essere letta come rinnovata possibilità per un riformismo ‘alto’, un compromesso sociale adeguato alle attuali coordinate produttive. A me pare che lo spazio di questa opzione sia davvero ridotto; la pensa diversamente Aldo Bonomi, che in tali coordinate intravede

[l]’ avvento di una nuova generazione di ICT [Information and Communication Technologies], la nuova centralità delle economie di riproduzione della vita e del territorio, di reinvenzione dello spazio e delle città stilizzato attraverso aggettivi ambigui, ma anche carichi di suggestioni, come smart, social e green. Che hanno come sottostante il mutamento qualitativo e di significato dei consumi, l’alta scolarizzazione di massa, l’assunzione della sostenibilità ecologica e sociale come criterio sempre meno emendabile, la crescente insofferenza verso il dumping delle dimensioni comuni del vivere, dell’abitare, del produrre.[24]

Per tirare le somme di questa prima parte del ragionamento: i capitoli II e III specificano e discutono criticamente il nesso lavoro-natura-valore emerso dall’accumulazione originaria e sintetizzato dall’economia politica classica; il capitolo IV ne situa la crisi, quantomeno in Occidente, nell’intervallo tra ciò che Bruno Trentin ha definito “secondo biennio rosso”[25] (1968-1969) e il primo shock petrolifero (1973); il capitolo V analizza il nesso lavoro-natura-valore che prende forma tra gli anni Ottanta del Novecento e i primi Duemila; il capitolo VI esemplifica tale nesso attraverso il Meccanismo di Sviluppo Pulito, cioè un particolare aspetto dei mercati globali di emissione di CO2. Si tratta, in estrema sintesi, di analizzare le trasformazioni del rapporto tra teoria del valore – intesa come agente storico, non come semplice strumento analitico – e ambiente naturale nella modernità. È bene tuttavia specificare fin da ora che il passaggio di cui si è detto non nomina una sostituzione completa quanto piuttosto l’emergere di un ambito ulteriore all’interno di un processo di valorizzazione che tende sempre più a differenziare le proprie logiche: se di ‘una’ tendenza si può parlare, essa punta dritta verso l’eterogeneità delle forme di produzione ed estrazione del valore.[26] In altri termini: la green economy non rimpiazza l’economia fossile tout court, bensì schiude al suo interno sia uno spazio di conflitto intra-capitalistico sia un orizzonte inedito per lo sviluppo post-capitalistico del rapporto tra società e natura.

L’ultimo capitolo del libro, il VII, prende le mosse dall’esigenza di affrontare il versante politico del nesso lavoro-natura-valore o, più specificamente, l’invisibilità del primo termine nelle arene in cui oggi si discute di politiche ambientali e climatiche. Se è vero che negli ultimi anni un settore minoritario ma non certo irrilevante del movimento sindacale ha cominciato a interessarsi della questione ecologica non solo in termini di ricatto occupazionale,[27] cioè di minaccia ai posti di lavoro, ma anche come potenziale argine alla disoccupazione,[28] rimane altrettanto vero che solo di rado il dibattito si è occupato di come il lavoro cognitivo-digitale – elemento fondamentale eppure rimosso della green economy – faccia emergere un terreno di conflitto inedito sul quale diviene possibile immaginare un nuovo rapporto tra società e natura. È su questo crinale che intendo impostare un dialogo tra marxismo e decrescita – e su come esso debba modificarsi sulla base delle trasformazioni del nesso lavoro-natura-valore – a partire dal contributo fondamentale di André Gorz.

Penso che a questo punto sia importante esplicitare le ragioni biografiche – quindi in larga misura casuali – che mi hanno spinto a mettere a fuoco questo dialogo e che sono legate in primo luogo all’incontro con il saggio di Gorz Sette tesi per cambiare la vita (titolo originale Écologie et liberté). Lo adocchiai fortuitamente tra gli scaffali di una piccola ma ricchissima biblioteca del varesotto, mentre scorrevo i vari titoli per rimandare il ritorno al lavoro, e ricordo la sua lettura come uno dei rari momenti appassionanti di quel periodo. Il libro affrontava tematiche molto vicine agli interessi di ricerca discussi poco sopra, ma non si limitava certo a proposizioni analitico-descrittive. Al contrario, si proponeva di aggredire con forza le contraddizioni del proprio tempo: fui contagiato dalla sua carica rivoluzionaria e dalla sua vitalità, dimostrata indirettamente da un dialogo che avrei avuto di lì a poco con Maurizio Pallante:[29] laddove io individuavo un contributo essenziale al rinnovamento del marxismo, lui scorgeva un esplicito congedo, un taglio netto con la tradizione del materialismo storico. Rimasi inizialmente stupefatto dalla distanza siderale delle nostre interpretazioni, ma finii presto per considerarla un elemento di ricchezza insito nel testo e pensai che una nuova edizione – quella Feltrinelli era fuori catalogo ormai da molti anni – avrebbe potuto rilanciare un dibattito non troppo diffuso in Italia, quello sull’ecologia politica.[30] Sondai questa possibilità all’inizio del 2011, mentre collaboravo con la nascente Editrice Orthotes alla traduzione di The Indivisible Remainder: an Essay on Schelling and Related Matters.[31] L’editore sposò l’iniziativa e mosse i primi passi, tuttavia per una serie di ragioni, perlopiù di scarso peso, il progetto non decollò. A posteriori, credo che il motivo principale di quell’inerzia stesse nel fatto che all’epoca riuscivo facilmente a riconoscere la rilevanza teorica del libro, mentre non percepivo l’urgenza politica di una sua re-immissione nel dibattito italiano sulla dimensione sociale della crisi ecologica globale. In quel particolare momento mi pareva facessero difetto sia una comunità allargata di potenziali lettori sia, soprattutto, un orizzonte di composizione tra diverse forme di attivismo, più o meno legate alla questione ambientale. In altri termini: mancava dal mio punto di vista uno spazio politico all’interno del quale soggettività differenti avrebbero potuto articolarsi (anche) attraverso un nuovo accesso alle analisi della ‘fase ecologica’ della ricerca gorziana.[32]

La situazione mutò radicalmente nel settembre del 2014, quando partecipai alla quarta conferenza internazionale sulla decrescita, a Lipsia. Anche in quella circostanza il caso giocò un ruolo non secondario. Avevo attraversato il movimento italiano per la decrescita nella sua fase originaria – tra il 2005 e il 2007 – e me ne ero allontanato per un duplice ordine di ragioni: da un lato quella che ritenevo un’enfasi eccessiva sul tema dei limiti fisici alla crescita (a scapito dei limiti sociali all’accumulazione); dall’altro una certa reticenza a incorporare nella critica ecologica un’analisi di classe del capitalismo contemporaneo. Avevo dunque assistito da lontano, e con una certa dose di scetticismo, alle prime tre conferenze internazionali (Parigi 2008, Barcellona 2010, Venezia 2012). Tuttavia, poco prima che scadesse il tempo utile per inviare una proposta di intervento alla quarta conferenza internazionale, un amico ‘decrescitista’ mi suggerì di partecipare perché aveva l’impressione che nel movimento stesse emergendo la volontà di esplorare una possibile dimensione ecologica della critica dell’economia politica. Mi incuriosì, spedii l’abstract con incerta convinzione e rimasi indeciso per un po’ se partecipare o meno anche dopo essere stato selezionato. Insomma, non nutrivo grandi aspettative.

E invece fu un’epifania: a fianco di una presenza accademica e giornalistica molto significativa (oltre 500 persone) stava un’enorme quantità di associazioni della società civile, gruppi politici e movimenti di base (oltre 3000 persone). Più che una conferenza fu un festival delle lotte socio-ecologiche, in cui diverse prospettive teoriche e politiche si confrontavano a partire da pratiche determinate – geograficamente e socialmente – che ponevano immediatamente la questione di una convergenza dal basso tra movimenti sociali fino a poco prima indifferenti gli uni agli altri. Cinque giorni di conflitto e discussione sui conflitti, un’effervescenza che non provavo da parecchi anni: avevo trovato lo spazio politico in cui incastonare Écologie et liberté nell’ottica di ‘facilitare’ il riconoscimento e un possibile orizzonte di coalizione tra marxismi e movimenti per la decrescita. Come risulterà più chiaro nell’ultimo capitolo, molto era cambiato rispetto allo scetticismo del 2007: certamente il mio punto di vista, fattosi più aperto e curioso; ma anche la composizione del campo della decrescita era mutata, in particolare con l’emergere di quella che definirei la sua via catalana,[33] cioè un gruppo di studiosi e militanti meno restii ad affrontare la dimensione sociale della crisi ecologica anche in connessione con le tradizioni rivoluzionarie della modernità – anarchismo e marxismo, soprattutto.

Rientrai dunque in Italia, contattai l’editore per sincerarmi che l’interesse per Gorz non fosse scemato e, una volta rassicurato, mi misi al lavoro: nel giro di pochi mesi Ecologia e libertà era di nuovo in circolazione. La mia impressione è che, pur nella consapevolezza dei limiti dell’iniziativa, l’obiettivo della nuova edizione – cioè il riannodarsi del filo del dialogo tra alcuni marxismi interessati alle tematiche ecologiche e alcune aree del movimento per la decrescita – possa considerarsi raggiunto.[34] In questo quadro, lo scopo dell’ultimo capitolo è quello di intervenire in quello spazio dialogico con una formulazione autonoma: essa si riannoda alla trasformazione epocale del nesso lavoro-natura-valore analizzato nei capitoli precedenti e indica la necessità di ripensare la divisione politica del lavoro che aveva contraddistinto le prime prove di avvicinamento tra materialismo storico anti-determinista (Marx/Gorz) e proto-decrescita (Georgescu-Roegen). Tale divisione del lavoro si installava in ultima analisi sull’idea che lo shock petrolifero del 1973 avesse sprigionato una duplice crisi, contemporaneamente sociale (o di sovrapproduzione) e ambientale (o di riproduzione). In questa situazione, lo spazio di una coalizione possibile si dava per così dire immediatamente: benché permanessero differenze significative rispetto all’individuazione della causa prima della crisi (caduta tendenziale del saggio di profitto/lotte operaie oppure violazione dei limiti ecologici?), si trattava comunque di criticare il capitalismo da posizioni convergenti (per così dire da dentro e da fuori rispetto al rapporto di capitale).

La sconfitta ‘peculiare’ della cosiddetta ‘stagione dei movimenti’ (1968-1977) ha mostrato l’insufficienza di questa alleanza interamente ‘addizionale’ tra marxismo e proto-decrescita, ma a mio avviso non ne ha certificato il completo superamento.[35] Anzi: come si vedrà più avanti, il proliferare a ritmi sempre più sostenuti della violenza extra-economica del capitalismo contemporaneo – per un verso l’accumulazione per spoliazione proposta da David Harvey,[36] per l’altro l’accumulazione per contaminazione discussa da Giacomo D’Alisa e Federico Demaria[37] – ripropone con ancora più forza il problema della pressione del processo di valorizzazione sull’ecosistema. Accanto a tutto ciò, però, emerge la novità costituita da quell’ambito del nesso lavoro-natura-valore che vede l’ambiente entrare direttamente nella valorizzazione in quanto fattore (e non più condizione) della produzione, in quanto espressione del general intellect e della sfera della riproduzione, cioè del lavoro-informazione e della cura dei beni comuni. In altri termini, si pone il problema politico di come produrre conflitto finalizzato alla riduzione della pressione sulla biosfera (diminuzione del lavoro entropico, cioè riduzione o ‘snellimento’ del metabolismo sociale) e alla proliferazione delle attività di cura e produzione di conoscenza e società (moltiplicazione del lavoro neghentropico). Proprio sul lavoro neghentropico dovrebbe infatti basarsi ciò che Nina Power ha definito “de-capitalizzazione” [decapitalism],[38] vale a dire una strategia di lotta che aggredisca il capitalismo contemporaneo senza accettare l’aut-aut tra ottimismo accelerazionista e auto-castrazione antimoderna. Essendo fondamentalmente legato al general intellect, il lavoro neghentropico non può che installarsi su di un paradigma tecno-economico di stampo digitale: solo da quella prospettiva diviene possibile politicizzare la sostenibilità in modo tale che una conoscenza sociale non mercificata possa porsi al servizio della protezione ambientale. Non si tratta certo di pensare che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in quanto tali, possano ‘risolvere’ la questione ecologica: allo stato attuale delle cose i loro requisiti energetici non sono compatibili con un pianeta in salute. Resta tuttavia possibile lottare per un nesso lavoro-natura che si situi al di là della logica del valore, cioè per costruire rapporti di produzione che privilegino lo sviluppo autonomo del lavoro neghentropico rispetto agli imperativi dell’accumulazione capitalistica. Tali rapporti dovranno diventare il terreno su cui edificare un modo di produzione sempre più basato su reti gratuite peer-to-peer legate alla cura dei beni comuni e alla sostenibilità ambientale.

Un’ultima notazione riguardo al rapporto con l’opera di André Gorz: in questo libro non si troverà alcuna ricostruzione sistematica della sua traiettoria socio-filosofica – la biografia di Willy Gianinazzi e il libro di Françoise Gollain[39] soddisfano perfettamente la necessità di un solido quadro esegetico. Il mio tentativo è invece quello di utilizzare l’opera di Gorz come guida concettuale per riflettere su alcuni problemi strettamente legati all’attualità: i passaggi ‘gorziani’ di questo libro sono sempre mischiati a suggestioni provenienti da altre tradizioni politico-culturali, secondo una logica che si giustifica unicamente nel rapporto tra la questione affrontata e la volontà di comprenderla adeguatamente per aggredirla politicamente. Inoltre, sarei felice se riuscissi ad assumere la ‘postura’ di Gorz – quella del costruttore di ponti: provo un’ammirazione senza limiti per la sua capacità di promuovere dialogo e mutuo riconoscimento tra anime anche distanti dell’anti-capitalismo. È anche – forse sopratutto – questo suo stile di militanza che occorrerebbe riscoprire, a dieci anni dalla morte (sua e di Doreen, la compagna di tutta una vita).

 

Note

[1]M. Di Pierri, Scienza, Governance, Società, «Eco-Magazine»: http://www.eco-magazine.info/cambiamenti-climatici/5700/scienza-governance-e-societa.html. [2016]. Di Pierri segnala inoltre una serie di gravi mancanze nel testo dell’Accordo di Parigi, tra cui: nessun riferimento al petrolio o ai combustibili fossili, né alla necessità di ridurne l’estrazione e di eliminarne sussidi e incentivi; ritardo nell’entrata in vigore (2020); ritardo nel sistema di revisione (teoricamente migliorativo) dei contributi intenzionali programmati a livello nazionale (2023).

[2]Un’analisi dettagliata di tali meccanismi verrà proposta nel capitolo IV.

[3]A dire il vero l’Articolo 6, comma 8 dell’Accordo di Parigi prevede la presa in considerazione di “approcci non di mercato, integrati, olistici ed equilibrati”. Tuttavia, la vaghezza del riferimento e l’assenza di linee guida per l’implementazione autorizzano a ritenere una tale presa in carico puramente retorica.

[4]Si veda J. Gupta, The History of Global Climate Governance, Cambridge, Cambridge University Press 2014.

[5]J. McMahon, John Kerry Calls For Climate Agreement with ‘Legally Binding Transparency System’ , «Forbes»: http://www.forbes.com/sites/jeffmcmahon/2015/12/09/john-kerry-cop-21-paris-climate-conference-legally-binding-agreement/. [2015]

[6]È assai probabile che il ministro intendesse consumo di risorse, cioè quei flussi di materia ed energia che attraversano il sistema produttivo (metabolismo sociale o throughput). Nessuna critica al consumismo, dunque: solo un’ulteriore adesione alla ‘crescita verde’ propugnata dalla modernizzazione ecologica, cioè l’idea secondo la quale sarebbe possibile il cosiddetto disaccoppiamento: aumento dell’accumulazione di capitale (con annessa crescita del PIL) e contemporanea diminuzione dell’impatto antropico sulla biosfera.

[7]Ministero dell’Ambiente, G7 Ambiente, Galletti: ‘Ci sarà una “Bologna Road Map” per l’efficienza’: http://www.minambiente.it/comunicati/g7-ambiente-galletti-ci-sara-una-bologna-road-map-lefficienza. [2017]. Enfasi aggiunta.

[8]Benché sia innegabile che oggi questo Paris Consensus abbia trovato un critico di indubbio peso specifico nella persona di Donald Trump, occorre non dimenticare che il nesso lavoro-natura-valore a cui si riferisce il presidente degli Stati Uniti è precisamente quello che, come argomenterò più avanti, ha ‘prodotto’ la crisi ecologica in quanto problema propriamente politico. Insomma: Trump critica la green economy per le ragioni sbagliate e una generalizzazione della sua linea d’azione ambientale sarebbe nientemeno che disastrosa. Sul trumpismo, si veda l’ottima riflessione di F. Mengali, Di cosa parliamo quando parliamo di Trump, Catania, Villaggio Maori Edizioni 2017.

[9]A partire dalla ratifica del PK nel 2005.

[10]L’uragano (comunemente definito superstorm Sandy) ha provocato oltre cento vittime tra i paesi caraibici e la costa est degli Stati Uniti. Nei soli USA, i danni sono stati calcolati nell’ordine di $ 65 miliardi.

[11]Si veda N. Oreskes – E. M. Conway, Merchants of Doubt, Bloomsbury Press, London 2010.

[12]P. Barrett, It’s Global Warming, Stupid, «Bloomsberg Businessweek»: https://www.bloomberg.com/news/articles/2012-11-01/its-global-warming-stupid. [2012]

[13]Questa dinamica si affianca e non sostituisce la percezione diffusa che gli analisti assicurativi dispongano di informazioni più accurate rispetto a quelle pubblicamente note. Tale percezione rivela che dietro la forza politica del mercato non sta soltanto la capacità di produrre verità, ma anche il profitto in quanto motore e criterio di valutazione della ricerca scientifica considerata attendibile.

[14]Si vedano M. Foucault, Sicurezza, Territorio, Popolazione: Corso al Collège de France (1977-1978) [2004], Milano, Feltrinelli 2005; Nascita della biopolitica: Corso al Collège de France (1978-1979) [2004], Milano, Feltrinelli 2005.

[15]Per un approfindimento, si veda E. Leonardi, Carbon Trading Dogma: Theoretical Assumptions and Practical Implications of Global Carbon Markets, «Ephemera», 17(1), 2017, pp. 61-87.

[16]Negri elabora questo concetto nel 1970, in relazione al pensiero di Cartesio: “Si trattava per lui, da un lato, di confermare, dal punto di vista metafisico, la potenza nascente della borghesia, il potenziale rivoluzionario della sua azione, la decisione dell’autonomia della ragione borghese […] Se la borghesia si presentava come classe egemone, capace della costruzione di una nuova civiltà, era perché essa aveva riconosciuto, alla base di questa, una nuova forza produttiva – quella del lavoro […] La filosofia di Descartes può essere letta in questa chiave: come ideologia (ideologia in senso proprio, rappresentazione ‘di parte’ della realtà, cioè affermazione della verità di classe della borghesia egemonica) e come ragionevole ideologia, piantata nella consapevolezza dei rapporti di forza attuali e delle possibilità progressive, eventualmente aperte a quel nuovo corpo sociale e a quella verità. A. Negri, Descartes politico: metafisica e biopolitica, «Scienza e Politica», 31, 2004, p. 25. Si veda inoltre A. Negri, Descartes politico [1970], Manifestolibri, Roma 2007.

[17]Si veda D. Paccino, L’imbroglio ecologico, Einaudi, Torino 1972.

[18]Si veda M. Bosquet/A. Gorz, Critica al capitalismo quotidiano [1972], Jaca Book, Milano 1978.

[19]Si veda F. Chicchi – E. Leonardi – S. Lucarelli, Logiche dello sfruttamento, ombre corte, Verona 2016.

[20]Si veda K. Marx, Lineamenti fondamentali dell’economia politica [1857-1858], Manifestolibri, Roma 2012.

[21]Si veda L. Pellizzoni, Ontological Politics in a Disposable World: The New Mastery of Nature, Ashgate, Farnham 2015.

[22]Si veda E. Johnson, At the Limits of Species Being: Sensing the Anthropocene, “South Atlantic Quarterly”, 116(2): 275-292.

[23]Si veda M. Pasquinelli, The Automaton of the Anthropocene: On Carbosilicon Machines and Cyberfossil Capital, «South Atlantic Quarterly», 116(2), 2017, pp. 311-326.

[24]A. Bonomi – F. Della Puppa – R. Masiero, La società circolare. Fordismo, capitalismo molecolare, sharing economy, DeriveApprodi, Roma 2016, p. 35.

[25]Si veda B. Trentin – G. Liguori, Il secondo biennio rosso (1968-1969), Editori Riuniti, Roma 1999.

[26]Si veda S. Mezzadra – B. Neilson, Confini e frontiere [2013], Il Mulino, Bologna 2014.

[27]Con l’espressione ‘ricatto occupazionale’ mi riferisco a ciò che Marco Revelli, descrivendo il dramma dell’ILVA di Taranto, ha opportunamente bollato come “mostruoso diktat”, vale a dire il violento aut-aut sbattuto in faccia alla comunità operaia della città jonica: o morire di fame (per assenza di lavoro) o morire di tumore (per quella forma specifica di eccesso di lavoro che è la produzione di nocività); M. Revelli, Introduzione a G. De Marzo, Anatomia di una rivoluzione: giustizia, ambiente e lavoro per invertire la rotta e battere la crisi,, Castelvecchi, Roma, 2012, p. 10. Per un’analisi approfondita della ‘ricatto occupazionale’ si vedano S. Barca, Labouing the Earth: Transnational Reflections on the Environmental History of Work, «Environmental History», 19(1), 2014, pp. 3-27; S. Barca – E. Leonardi, Working Class Communities and Ecology: Reframing Environmental Justice around the ILVA Steel Plant, in M. Mayo – M. Shae (cur.), Class, Inequality and Community Development, Polity Press, Brighton 2017.

[28]Si vedano in particolare il dibattito sulla ‘Giusta Transizione’ [Just Transition] e le analisi sulle campagne per la creazione di posti di lavoro climatici nel Regno Unito, in Sud Africa e, più recentemente, in Portogallo: S. Barca, Greening the Jobs: Trade Unions, Climate Change and the Political Ecology of Labour, in R. Bryant (cur.), The International Handbook of Political Ecology, Elgar, London 2015; D. Stevis – R. Felli, Global Labour Unions and Just Transition to a Green Economy, «International Environmental Agreements: Politics, Law and Economics», 15(1), 2015, pp. 29-43; E. Leonardi, Finanza climatica e resistenze del lavoro: la critica del potere di definizione nella campagna sudafricana ‘One Million Climate Jobs’, «Sociologia del lavoro», 138, 2015, pp. 240-254.

[29]Nell’Aprile del 2011 partecipai come relatore a un dibattito sulle questioni legate alla decrescita organizzato dalla Fondazione Matteo Bagnaresi alla presenza di Maurizio Pallante, nel corso del quale il saggio di Gorz fu ampiamente discusso. Di questo autore, si veda M. Pallante, La felicità sostenibile, Rizzoli, Milano 2009.

[30]Non mancano tuttavia illustri eccezioni. Limitandoci al caso italiano, tra le figure più significative a questo proposito occorre menzionare Laura Conti e Giovanni Berlinguer (per quanto riguarda il PCI), Virginio Bettini, Sergio Bologna, Giorgio Nebbia e Dario Paccino. Per una panoramica, si vedano S. Barca, Lavoro, corpo e ambiente. Laura Conti e le origini dell’ecologia politica in Italia, «Ricerche storiche» 3, 2011, pp. 541-550; M. Citoni – C. Papa, Marxismo ed ecologia : prove di avvicinamento nella ‘stagione dei movimenti’, in M. Boyer (cur.), Karl Marx (in pillole), Ediesse, Roma 2010; E. Leonardi, L’ecologia come frontiera mobile della questione operaia, «La società degli individui» 45(1), 2013, pp. 15-26. Per una riflessione a più ampio raggio, si veda S. Barca, Labour and the ecological crisis: The eco-modernist dilemma in western Marxism(s) (1970s-2000s), «Geoforum» 83, 2017, pp. 91-100.

[31]Si veda S. Žižek, Il resto indivisibile: su Schelling e questioni correlate [1996], Orthotes, Napoli-Salerno 2012.

[32]Ho proposto una suddivisione delle ‘fasi’ del pensiero di André Gorz nella mia introduzione L’ecologia politica di André Gorz, in A. Gorz, Ecologia e libertà [1977], Orthotes, Napoli-Salerno 2015.

Una struttura sostanzialmente analoga, ma ben più meticolosa e dettagliata, è proposta nella fondamentale biografia messa a punto da W. Gianinazzi, André Gorz: une vie, La Découverte, Paris 2016.

[33]Si vedano G. D’Alisa – F. Demaria – G. Kallis (cur.), Degrowth: A Vocabulary for a New Era, Routledge, London 2015; M. Deriu (cur.), La civiltà della decrescita, Marotta e Cafiero, Napoli 2016 ; G. Kallis, In Defense of Degrowth, Open Commons: https://indefenseofdegrowth.com. [2017]

[34]Mi riferisco in particolare al dibattito ospitato dal box Ecologia politica del sito di ricerca militante Effimera: http://effimera.org/categoria/effimera/ecologia-politica/. [2015-2017]

[35]Si veda P. Poggio, Pensare il 68, «Altronovecento», 31, 2017: http://www.fondazionemicheletti.it/altronovecento/articolo.aspx?id_articolo=31&tipo_articolo=d_saggi&id=339.

[36]Si veda D. Harvey, La guerra perpetua. Analisi del nuovo imperialismo [2003], Il Saggiatore, Milano 2006.

[37]Si veda G. D’Alisa – F. Demaria, Alle frontiere del capitale, «Zapruder», 30, 2013, 38-51.

[38]Si veda N. Power, Decapitalism, Left Scarcity and the State, «Fillip», 20: https://fillip.ca/content/decapitalism-left-scarcity-and-the-state. [2015]

[39]Si veda F. Gollain, André Gorz, une philosophie de l’émancipation, (in corso di pubblicazione).

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