Nello scorso marzo si è svolta la conferenza MoneyLab ad Amsterdam, organizzato dall’Institute of Network Cultures. Dopo il workshop svoltosi il 20 gennaio al Goldmiths College di Londra e l’incontro di metà febbraio nell’ambito del progetto D-Cent, sempre a Londra, è questo il terzo appuntamento europeo sul tema delle monete digitali. Riportiamo in anteprima in italiano (grazie alla traduzione di Lorenzo Fé) un articolo di Jerome Roos, animatore della Roar Magazine (qui nella versione originale), che descrive ciò di cui si è discusso ad Amsterdam. Ricordiamo che sul tema delle monete digitali e in particolare sulla proposta della Moneta del Comune e della creazione di una Istituzione finanziaria del Comune, Effimera sta organizzando un incontro internazionale a Milano il prossimo 21-22 giugno. Ringraziamo Jerome per la pubblicazione.

* * * * *

Oltre dio e lo stato, è il denaro che comanda. È ancora possibile immaginare delle alternative? E quale ruolo giocheranno in questa lotta le recenti innovazioni come il bitcoin? Non è necessario aderire al post-strutturalismo vagamente oscurantista di Gilles Deleuze per riconoscere che il filosofo francese fece almeno due osservazioni quanto mai profetiche. La prima è la sua ipotesi dei primi anni ’90 secondo cui la società disciplinare, con le scuole, le prigioni e i manicomi che la caratterizzavano, avrebbe cessato di essere la modalità paradigmatica della governamentalità nel periodo neoliberista per lasciare il posto a un nascente “stato del controllo”. La seconda è l’osservazione, correlata alla prima, secondo cui nella società del controllo emergente la forma-moneta assume una rinnovata centralità all’interno della riproduzione delle relazioni di potere del capitalismo. “Oltre lo stato,” ha scritto Deleuze “è il denaro che comanda, è il denaro che comunica. Ciò di cui abbiamo bisogno oggi non è una critica del marxismo ma una moderna teoria della moneta che sia all’altezza di quella di Marx e che parta da dove la sua riflessione si era interrotta.” È interessante notare che Deleuze collegava queste due osservazioni alle catene del debito, che considerava essere la “condizione universale” del controllo capitalista.

Nel suo citatissimo Poscritto del 1992, Deleuze ha affermato che “l’uomo non è più un uomo recluso ma un uomo in debito”. Queste parole profetiche mi sono state ricordate il fine settimana scorso, quando ho partecipato all’affascinante conferenza MoneyLab ad Amsterdam. L’evento, organizzato dall’Institute of Network Cultures, ha coinvolto diverse superstar del panorama intellettuale europeo come Saskia Sassen e Franco “Bifo” Berdardi, assieme a un gruppo variegato e internazionale di studiosi, artisti, attivisti, hacker ed economisti eterodossi, tra cui gli ex collaboratori di “ROAR” Max Haiven e Brett Scott. Lo scopo centrale del pioneristico incontro interdisciplinare era quello di esaminare “esperimenti di revenue models, sistemi di pagamento e valute sullo sfondo del corrente declino economico globale”.

Gli organizzatori hanno creato il contesto appropriato con dibattiti aventi per argomento “la monetizzazione di tutto”, “lo smantellamento della finanza globale”, “oltre il bitcoin”, “una critica del crowdfunding” e “la progettazione di alternative”. In un mondo dominato dalla finanza, un mondo indebitato fino ai capelli in cui la moneta ha a tutti gli effetti assunto la funzione di un significante universale che sta rapidamente sussumendo ogni aspetto della vita sociale e naturale, c’è un disperato bisogno di cominciare a esplorare alternative radicali alla forma-moneta capitalista – non perché le valute alternative possono essere una panacea ma perché chiaramente lo stato e le banche non svolgeranno mai questo compito al nostro posto. Nonostante i grandi progressi tecnologici degli ultimi anni, le invenzioni dei libertari di destra quali il bitcoin non risolveranno i nostri problemi. Per questo c’è un urgente bisogno di analizzare, discutere e scoprire nuovi modi di valorizzare il lavoro, il tempo, la natura e i frutti del nostro lavoro collettivo.

Oltre al rafforzamento dell’emergente network internazionale di studiosi, hacker e attivisti che stanno lavorando a una critica della finanza e allo sviluppo di valute, sistemi di pagamento e revenue models alternativi, forse l’elemento più importante della conferenza MoneyLab è stata la sua stessa esistenza. Infatti, solo cinque anni fa, erano davvero pochi quelli che parlavano seriamente di moneta. Oggi sembra esserci una vera e propria impennata nella consapevolezza (per lo meno nei circoli degli intellettuali e degli attivisti, ma sempre più anche nella popolazione in generale) della natura e dell’importanza della moneta e del ruolo cruciale che le valute alternative e i sistemi di credito mutualistico potrebbero avere nella sovversione del nesso stato-finanza e nella liberazione dal controllo capitalista.

Grazie soprattutto alla critica della finanza globale portata avanti dal movimento Occupy, alla pubblicazione dell’influente libro Debito: i primi 5000 anni, a un rinnovato interesse per una lettura non dogmatica di Marx e all’infaticabile (anche se non molto rivoluzionario) impegno di gruppi per una riforma monetaria eterodossa come Positive Money e la New Economics Foundation, la questione monetaria sembra essersi liberata dal soffocante monopolio di complottisti antisemiti, metallisti libertari di destra e anarco-capitalisti. Finalmente sta prendendo forma un progetto internazionale per cercare e sperimentare alternative concrete, ponendo le basi per un mondo in cui i mezzi di produzione siano di proprietà comune e in cui la forma e la creazione della moneta siano soggette al potere del controllo democratico diretto delle comunità degli utenti.

Anche se è impossibile inserire tutti gli argomenti della conferenza degni di nota in un solo articolo, voglio portare l’attenzione su quelli che secondo me sono stati i punti più importanti, aggiungendovi delle idee da essi stimolate (mi scuso subito per le innumerevoli osservazioni interessanti che mancheranno). Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, spero che approfondiremo maggiormente la questione monetaria su “ROAR”. Come sempre, i vostri contributi sono benvenuti: editor@roarmag.org

1. La moneta è debito

Un punto di accordo tra i partecipanti alla conferenza MoneyLab è la loro adesione a una teoria eterodossa della creazione della moneta nota come “teoria creditizia della moneta”. Concepita a inizio XX secolo dall’economista britannico Alfred Mitchell-Innes e popolarizzata di recente dall’antropologo David Graeber e da think tank eterodossi come Positive Money, la teoria creditizia della moneta si basa su due affermazioni principali. In primo luogo, le origini storiche della moneta non rimandano a una sua funzione di mezzo di scambio in grado di rimediare all’inefficienza del baratto (come sostenevano invece Adam Smith e Karl Marx), ma a una sua funzione di unità di calcolo per varie obbligazioni sociali. In altri termini, la moneta ha creato il debito o, meglio, la relazione debitore-creditore. La moneta non dovrebbe quindi essere vista come una cosa, un oggetto o una merce ma come una relazione sociale. La moneta, infatti, è una relazione di potere tra ineguali, che mette sempre i debitori contro i creditori. In La fabbrica dell’uomo indebitato, Maurizio Lazzarato sostiene addirittura che la relazione debitore-creditore è la relazione di classe fondamentale e che il capitale è il “creditore universale”.

2. Le banche private creano la moneta

La seconda affermazione dei fautori della teoria creditizia della moneta – ripetuta da molti partecipanti alla conferenza MoneyLab e recentemente confermata da un articolo assai discusso della Bank of England – è quella secondo cui una banca crea moneta ogni volta che concede un prestito. La semplicità di tale proposizione provoca spesso incredulità. Le banche private non potranno mica creare soldi dal nulla? La moneta non è forse creata dalle banche centrali, che agiscono per conto dello stato? La risposta è sì: le banche centrali creano moneta, ma la moneta che creano è credito concesso alle banche private oppure è contante – e il contante oggi non costituisce che una piccolissima percentuale dell’offerta totale di moneta.

In America e nel Regno Unito, la moneta cartacea e metallica costituisce circa il 3% dell’aggregato monetario più ampio (nell’eurozona è invece di circa il 10%). La quantità rimanente è moneta-credito “virtuale” che esiste solo nella forma di numeri su uno schermo. La maggior parte di questo denaro compare tramite un trucco di contabilità per cui una banca fa credito a un cliente creando contemporaneamente il relativo deposito.

Gli scettici ortodossi di solito replicano che questa moneta è in ogni caso tecnicamente creata dalle banche centrali, che concedono credito alle banche private le quali “moltiplicano” i loro depositi generando così altra moneta. Secondo questa classica teoria keynesiana della creazione della moneta, difesa strenuamente da Paul Krugman, le banche centrali sono ancora in grado di controllare l’offerta totale di moneta. Tuttavia dati recenti hanno messo in difficoltà questa posizione e l’articolo della Bank of England (BoE) – per quanto non neghi che le banche centrali abbiano tuttora un ruolo importante – afferma chiaramente che “in pratica la creazione di moneta è diversa dalle rappresentazioni erronee in circolazione – le banche non sono semplici intermediari che prestano i depositi affidatigli dai risparmiatori e non si limitano nemmeno a ‘moltiplicare’ i soldi della banca centrale per creare nuovi prestiti e depositi”. Accade invece il contrario: le banche private prendono l’iniziativa concedendo credito e cercano di attrarre nuovi depositi solo in un secondo momento. Per dirla con la BoE: “Ogni volta che una banca concede un prestito, crea un corrispondente deposito nel conto bancario del debitore, creando così nuova moneta”.

3. La finanza non è solo una questione di moneta

Il resoconto appena fatto dimostra chiaramente che la finanza non è solo una questione di moneta – o per lo meno di moneta in quanto cosa. Le banche non sono semplici intermediari che collegano risparmi e investimenti redistribuendo efficientemente il capitale nel sistema economico e perseguendo i rendimenti più alti. Anche se la finanza ha permesso la monetizzazione di ogni cosa, Saskia Sassen ha correttamente precisato che “chi riduce la finanza alla moneta ignora un aspetto fondamentale della faccenda”. Sassen definisce invece la finanza come una possibilità, non necessariamente benigna. La finanza è la possibilità di vendere qualcosa senza averla o, per tornare a quanto detto sopra, di creare moneta e concedere credito senza possederla realmente prima. Ciò conferisce alla finanza un grande potere strutturale e un potenziale enormemente distruttivo: basti pensare al 44% di famiglie greche che oggi vivono al di sotto della soglia di povertà o ai 9 milioni di famiglie americane e al quasi mezzo milione di proprietari di case spagnoli che sono stati sfrattati dalla propria casa dall’inizio della crisi del 2008. Secondo Sassen, la finanza moderna, con i suoi strumenti di debito, i suoi derivati over-the-counter e le sue infinite innovazioni, è fatta di “complicazioni enormi che producono semplice brutalità”.

4. Bisogna cominciare ad “hackerare” la moneta

Da quanto detto, risulta chiaro che per liberarci dalla schiavitù del debito, per democratizzare davvero la società e per creare lo spazio politico e fiscale per alternative di emancipazione radicale, è urgente demolire il duopolio pubblico-privato della creazione di moneta, quel che David Harvey ha chiamato il nesso stato-finanza. L’idea che ciò sia possibile senza attaccare il capitalismo è una pericolosa illusione. Non esiste una economia produttiva “reale” in qualche modo isolata dall’economia finanziaria “virtuale”. Il capitalismo contemporaneo è completamente finanziarizzato in quasi ogni suo aspetto. Prendersela con la finanza significa prendersela con il capitalismo e prendersela con il capitalismo significa prendersela con lo stato capitalista. Chiaramente al momento non abbiamo né gli strumenti né la forza per minare alla base il nesso stato-finanza, per non parlare di distruggerlo e rimpiazzarlo con qualcos’altro. Ma alcuni dei più privilegiati tra noi hanno l’opportunità di cominciare a sovvertire la finanza globale in nuovi modi ludici e creativi.

Questo era l’argomento dell’intervento di Brett Scott, intitolato “Hacking the Future of Money”, in cui l’attivista sudafricano ha sostenuto la necessità di applicare l’etica hacker alle modalità con cui interagiamo con la finanza: cominciare smontando le parti più piccole, studiare il loro funzionamento interno e la loro relazione con le altre componenti e tentare infine di manomettere le componenti centrali allo scopo di esplorare gli effetti di tali interventi. Che cosa succederebbe, per esempio, se eliminassimo il tasso di interesse? Se ci avvicinassimo al full-reserve banking? Se la nostra valuta includesse una demurrage fee automatica (una tassa sulla tesaurizzazione della moneta) che potrebbe essere redistribuita sotto forma di reddito minimo? Certamente “hackerare” la finanza con questi piccoli espedienti non basterà per mettere in crisi il suo potere strutturale in quanto tale, ma “aprire” la moneta e manomettere le sue componenti base sarà un primo passo fondamentale per approfondire la nostra comprensione del suo funzionamento interno e per capire come sovvertire il suo potenziale distruttivo (ma anche le sue possibilità creative) con un intento rivoluzionario.

5. La moneta è una della chiavi dell’autonomia

Le valute alternative, per quanto non siano di certo una panacea, possono giocare un ruolo importante nella costruzione dell’autonomia sia dalla finanza sia dallo stato. Ovviamente una completa autonomia è impossibile finché il modo di produzione egemonico e la forma-moneta dominante rimangono quelli capitalisti, ma ciò non dovrebbe impedirci di iniziare ad aprire crepe nella facciata del dominio della finanza, sviluppando alternative concrete qui e ora. Nel mondo esistono già innumerevoli esperimenti per sviluppare cooperative autogestite, cliniche mediche autonome, economie solidali e via dicendo. Ma come David Harvey ha giustamente osservato, questi lodevoli progetti avranno in definitiva breve durata se continueranno a dipendere dal capitale e/o dallo stato per la loro sopravvivenza economica.

Una delle fondamentali contraddizioni con cui le forme di produzione autonome e cooperative tendono a scontrarsi è il loro bisogno di una qualche forma di investimento per avviarsi e per continuare le proprie attività. Finché le cooperative autogestite dovranno rivolgersi alle banche private per ottenere i finanziamenti, saranno soggette alle stesse esigenze strutturali delle aziende normali: dovranno creare un surplus (cioè generare un profitto) per essere in grado di ripagare i prestiti con interessi e dovranno quindi riprodurre forme capitaliste di competizione di mercato oppure andare in fallimento (la recente bancarotta di alcune cooperative Mondragón nei paesi baschi sono un significativo esempio). In tali contesti, le valute alternative e il credito mutualistico potrebbero giocare un ruolo importante nel recidere la dipendenza delle cooperative autogestite dalla finanza privata e più in generale dal ciclo di accumulazione del capitale, recuperando così un senso di potere collettivo e di autonomia produttiva

6. La moneta dipende dalla fiducia

Dato che la moneta è in ultima analisi una relazione sociale radicata in una comune comprensione e in un mutuo riconoscimento delle nostre reciproche obbligazioni, le valute efficaci dipendono fondamentalmente dalla fiducia. Non è un caso che la radice latina della parola credito sia “credere”. In questo senso, la crisi del credito del 2008 – della quale subiamo tutt’oggi le conseguenze – è propriamente una crisi di fiducia: sfiducia nella capacità dei debitori di ripagare i propri debiti, sfiducia nel reale valore dei bilanci delle istituzioni finanziarie, sfiducia nella volontà dei banchieri di mantenere i patti, sfiducia nelle intenzioni dello stato di salvaguardare i nostri servizi pubblici, pensioni, risparmi, ecc. Tale osservazione non mira a “psicologizzare” il capitalismo (chiaramente le radici della crisi sono sistemiche) ma piuttosto a mettere in luce il fondamentale paradosso che sta al cuore della suo forma finanziarizzata.

Dopotutto non è forse una caratteristica centrale della cultura mafiosa di Wall Street il comandamento secondo cui non bisogna fidarsi di nessuno? Fidite nemini è il dogma del capitalista competitivo che sembra regnare sovrano. Ayn Rand ha esaltato le virtù dell’egoismo e denunciato la nocività dell’altruismo proprio perché l’individuo dovrebbe fidarsi solo e soltanto di se stesso. Nella società iper-individualista di oggi, la nostra fiducia nell’umanità e nel prossimo sta venendo sostituita da un infantile senso di fiducia nei due avatar della governamentalità neoliberista: la moneta-credito e lo stato securitario. Date un’occhiata a una banconota da venti sterline o a una moneta, troverete la scritta: “In God we trust”. Ma in quale Dio? Giorgio Agamben aveva perfettamente ragione quando di recente ha affermato che “Dio non è morto, è stato trasformato in denaro”. È proprio perché siamo così sradicati da qualsiasi reale senso di comunità, così profondamente sospettosi delle persone e del mondo attorno a noi, che dimostriamo ancora devozione nei confronti di un astratto essere superiore che non capiamo nemmeno del tutto – si tratta in questo caso di Mammona, la dea dell’avarizia? Il denaro diventa così ciò che ci unisce e contemporaneamente ci divide. Per dirla con il giovane Marx:

“Se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che unisce a me la società, che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli? Non può esso sciogliere e stringere ogni vincolo? E quindi non è forse anche il dissolvente universale? Esso è tanto la vera moneta spicciola quanto il vero cemento, la forza galvano-chimica della società”.

Senza dubbio, il dislocamento della fiducia e della fede nella forma-moneta non è un fenomeno nuovo. Quando la moneta-credito e le banche con riserva frazionaria emersero per la prima volta nella Firenze proto-capitalista del XV secolo, causando il declino della comunità dei fedeli alla base del potere della Chiesa, il frate dominicano e reazionario Girolamo Savonarola organizzò i famosi “falò delle vanità” per protestare contro la malvagità del denaro che stava spazzando via l’amore per Dio. Per la medesima ragione, Dante riservò agli avari un posto speciale nel quarto girone dell’inferno, mentre gli usurai furono costretti a camminare sulla terra bruciante sotto una pioggia di fuoco fino alla fine dei tempi. Grazie al capitalismo, la Chiesa perse il monopolio sulla “virtù” e la moneta divenne rapidamente il principale significante di valore. Il dislocamento della fede umana da Dio al denaro ha raggiunto chiaramente l’apoteosi nello sviluppo simbiotico di finanza moderna e stato nazionale. Come ha osservato Marx, il debito sovrano (e la fiducia privata nella volontà dei governi di onorarlo) ha giocato un ruolo centrale in tale processo: “Il credito pubblico diventa il credo del capitale. E col sorgere dell’indebitamento dello Stato, al peccato contro lo spirito santo, che è quello che non trova perdono, subentra il mancar di fede al debito pubblico”.

7. Le valute alternative si scontrano con problemi di scala

Gli astratti argomenti appena riportati sfociano direttamente nel punto seguente, che coincide con un’altra importante osservazione fatta dai critici della criptovaluta presenti al MoneyLab, tra cui Franco “Bifo” Berardi. Una delle principali sfide a cui le valute alternative devono far fronte sono i problemi di scala, che hanno importanti implicazioni in termini di fiducia. Da un lato, si registra una proliferazione di valute locali, alcune già piuttosto radicate nelle proprie comunità. La gente comune cerca così di riappropriarsi della moneta e di ricontestualizzarla in una diversa matrice di valori comuni allo scopo di facilitare la soddisfazione di importanti desideri e bisogni sociali.  Queste valute locali a volte si rifanno a nozioni più o meno romantiche di territorialità, che tentano di reinserire le relazioni umane all’interno del mondo della vita materiale degli esseri umani reali, contrapponendo un senso tangibile di socialità umana al regno virtuale e astratto dei credit default swap e dei complessi contratti derivati che caratterizzano la finanza odierna.

Una cosa che accomuna queste valute locali è che sono tutte basate soprattutto sulla fiducia. Tuttavia è chiaro che le valute locali non saranno mai in grado di sfidare – e tanto meno di rimpiazzare – il capitale finanziario globale in quanto tale. Al massimo riusciranno a diventare significative valute complementari da aggiungersi all’ampia gamma di strumenti monetari. Tuttavia, se vogliamo immaginare una qualche alternativa al capitalismo globale, dobbiamo cominciare a pensare nei termini di una scala territoriale molto più ampia – quella globale – oppure trascendere del tutto la territorialità sviluppando valute non-locali (qui non-località si riferisce a un concetto della fisica quantistica per cui due oggetti, separati nello spazio e senza un percepibile intermediario tra loro, possono comunque stare a contatto diretto l’uno con l’altro).

Quest’ultimo è l’ambito delle criptovalute come il bitcoin: una valuta digitale peer-to-peer che può mettere una contadina kenyota in diretto contatto con i suoi clienti oppure uno studente americano o un banchiere di New York in diretto contatto con il loro spacciatore, senza alcuna intermediazione da parte di banche e stati. La tecnologia peer-to-peer che sta alla base del bitcoin è da questo punto di vista alquanto rivoluzionaria. Si tratta di una eccitante prova del fatto che possiamo realmente creare moneta facendo a meno di stati e banche!

8.La crittografia (da sola) non ci libererà

È importante sottolineare, come ha fatto Bifo nel corso del dibattito, che il principio di automazione che sta dietro le criptovalute come il bitcoin nasconde un grande rischio: rifiutando esplicitamente il bisogno di fiducia all’interno della comunità degli utenti come caratteristica fondamentale del suo design tecnologico (con un registro pubblico noto come “block chain”), il bitcoin rischia di rimuovere dalla forma-moneta gli ultimi residui dei nostri legami sociali, trasformandosi così in un grande agente di separazione. Proprio in quanto è decentralizzato e non-locale, il bitcoin non può operare sulla base di un principio di fiducia come fanno le valute locali. Il suo design asseconda invece lo stesso “principio randiano” che anima la cultura dei banchieri: fidite nemeni, non fidarti di nessuno! Ora che siamo stati così profondamente abbandonati da Dio, dalla finanza e dallo stato, un anonimo esercito di cyber-libertari propone una nuova icona da adorare: la crittografia. La nostra fede si disloca verso i sofisticati codici sorgente che si celano dietro le nuove forme di moneta digitale.

In questo modo la moneta si automatizza. Una volta programmata e liberata, la valuta dovrebbe vivere di vita propria. Senz’altro i critici possono sganciarsi dai codici sorgente per creare le proprie alternative, ma il principio resta immutato: l’anonimato della crittografia rimpiazza la fiducia come misura della nostra socialità, rimuovendo così l’ultimo frammento di umanità dall’equazione. Il bitcoin non risolve quindi la crisi di fiducia del capitalismo, anzi, la radicalizza reiterando il dogma secondo cui non ci si può fidare di nulla e di nessuno se non dei codici. Un membro del Bitcoin Talk Forum ha istruito così i suoi entusiasti compari: “Non fidatevi degli exchange, non fidatevi dei servizi di online wallet, non fidatevi del vostro antivirus, non fidatevi di nessuno online”. Ha perfettamente ragione, ma dovrebbe essere chiaro che questo profondo senso di paranoia sociale non è nient’altro che schizofrenia capitalista sotto steroidi. Non c’è assolutamente nulla di liberatorio nell’automatizzazione della sfiducia. Una società in cui i singoli hanno completamente cessato di fidarsi l’uno dell’altro è la distopia egoista di Ayn Rand – una versione incubo di tale visione iper-individualista del mondo.

Come mi ha fatto notare dopo la conferenza il mio amico Rutger Kaput, filosofo dell’università di Oxford, in un’epoca di inganno universale, il semplice fidarsi gli uni degli altri diventa un atto rivoluzionario. Senza dubbio, la nostalgia romantica per le antiche comunità locali non fermerà l’inesorabile deriva verso la dittatura finanziaria. Ma non vale la pena di vivere in un mondo privo di fiducia. Come Quinn DuPont ha efficacemente sostenuto nel suo intervento, la crittografia potrebbe avere un ruolo importante nella lotta contro lo stato del controllo. Ma se cominciamo a feticizzarla, credendo che possa in qualche modo sostituire la fiducia nella sua funzione di collante dei nostri legami sociali, finiremo per approfondire il nostro senso di alienazione dal nostro prossimo. Dopotutto, senza fiducia, che cosa ne sarà della nostra consapevolezza di un obiettivo comune? La contraddizione fondamentale osservata da Marx tra moneta come massimo legame sociale e moneta come agente universale di separazione sarà ulteriormente amplificata. Bifo aveva quindi ragione ad affermare che il neoliberismo ha trovato il suo avatar nell’automazione della sfiducia tramite la crittografia – la sua manifestazione perfetta.

9. Il bitcoin NON è una valuta rivoluzionaria

A tutto ciò bisogna aggiungere l’osservazione – giustamente ripetuta al MoneyLab – che, a prescindere dai problemi morali relativi al suo design tecnologico amorale, il design monetario del bitcoin è di natura essenzialmente conservatrice. Infatti Satoshi Nakamoto, il misterioso fondatore del bitcoin, è stato chiaramente influenzato da teorie monetarie ortodosse e idee economiche libertarie di destra, non da ultime quelle dell’iper-neoliberista Friedrich von Hayek che aveva spinto per una “denazionalizzazione della moneta” già negli anni ’70. La cosa più importante è che il bitcoin è progettato per funzionare come l’oro: la sua creazione è esogena, avviene tramite un complesso processo algoritmico di “mining”, e circola come una merce. Le nuove monete vengono alla luce a una velocità predeterminata e con un limite prestabilito all’offerta totale. Questo significa che, quando la quantità di utenti e transazioni all’interno del sistema bitcoin comincerà a espandersi, l’offerta di moneta non sarà in grado di tenere il passo e questo alla fine produrrà deflazione. Il fatto che i bitcoin sono infinitamente divisibili mostra che Nakamoto era acutamente cosciente di ciò e che aveva appositamente codificato la deflazione nel sistema. (La deflazione è un calo del livello generale dei prezzi di beni e servizi, era il flagello del gold standard che ha distrutto milioni di vite durante la Grande Depressione.)

La deflazione colpisce i lavoratori ordinari aggravando la disoccupazione e causando una pressione al ribasso sui salari, ma è un grande vantaggio per i ricchi. Dopotutto, il potere d’acquisto del denaro di chi detiene grandi quantità di risparmi aumenta ogni volta che il livello dei prezzi cala. La deflazione incentiva la tesaurizzazione ricompensando materialmente l’accumulazione di moneta. Grazie alla deflazione, i ricchi si arricchiscono senza fare assolutamente nulla. Invece che mettere il proprio denaro in circolazione, come farebbe il lavoratore che compra i beni necessari alla sua riproduzione o il capitalista “produttivo” che si procura i macchinari, le materie e prime e la forza lavoro, il tesaurizzatore si terrà il proprio oro o i propri bitcoin più a lungo possibile. I regimi monetari deflazionistici come il bitcoin e il gold standard promuovono quindi un’ulteriore concentrazione di ricchezza e potere. Non sorprende, quindi, che anche il bitcoin abbia una propria opulenta élite. Il 12 luglio 2011, il 97% dei conti bitcoin conteneva meno di 10 bitcoin mentre 78 entità ne ammassavano più di 10.000 a testa. Stanislas Jourdan ha posto la domanda appropriata a proposito di tali dati: come potrà mai una forma-moneta così concentrata e deflazionista aiutare i greci?

10. Il crowdfunding NON è “il welfare state anarchico”

Ascoltando alcuni interventi al MoneyLab, ho pensato che dobbiamo fare attenzione al pericolo di romanticizzare il crowdfunding, considerandolo un revenue model rivoluzionario che libererà in qualche modo artisti e creativi dalla soffocante necessità delle domande di finanziamento, dai regali dei privati e dai debiti. Un relatore, un sedicente “consulente per il crowdfunding”, ha a lungo parlato di “crowdfunding your dreams”, mentre un altro ha definito Kickstarter come il “welfare state anarchico”. Corriamo però il pericolo di idealizzare la miseria scambiandola per la soluzione. Nell’epoca dell’austerity, in cui i finanziamenti e i sussidi sono sempre più ridotti e i fondi assegnati tendono a concentrarsi in progetti ritenuti più rispettabili e ad alto valore di mercato, il crowdfunding è spesso l’unica opzione rimasta per quei progetti creativi che – pur avendo un valore potenziale – non sono dotati di un evidente valore di scambio e non possono quindi competere nella corsa agli scarsi sussidi e investimenti.

Inoltre, se enfatizziamo solo i casi in cui il crowdfunding ha funzionato, rischiamo di riprodurre certi meccanismi ideologici che sostengono la definizione egemonica di successo come virtù imprenditoriale – sminuendo lo sfruttamento che esso comporta. L’immaginario del “crowdfunding your dreams” non è forse una brillante reinvenzione dell’American Dream per l’emergente classe creativa? Un rapido sguardo al sito IndieGoGo rivela la triste realtà del crowdfunding: sulla home page sono esposti numerosi progetti riusciti, che generano surrettiziamente nei potenziali nuovi crowdfunder l’aspettativa che “se loro ce l’hanno fatta, possiamo farcela anche noi”. Tuttavia, se si va a guardare all’interno delle varie categorie delle campagne, si scoprono numerosi progetti che non si avvicineranno mai all’obiettivo. Tali progetti, nella misura in cui raggranellano qualche spicciolo, lo fanno per la piattaforma in cui sono collocati e in quanto addobbi di tali “agenzie di realizzazione”. In sostanza, coloro che non possiedono abilità di merketing e che non hanno accesso ad ampi e facoltosi network sono marginalizzati in partenza. Di conseguenza tale “welfare state anarchico” non è affatto egualitario come potrebbe sembrare e il surplus che genera, alla fine, va nelle tasche private dei proprietari delle piattaforme.

Inoltre, a quanto pare la “folla” del crowdfunding spesso non esiste. La grande maggioranza dei ricavi di Kickstarter non viene dai “colpi grossi” (che in tal modo attraggono attenzione verso il proprio brand, in una sorta di tattica di marketing) ma dall’enorme quantità di piccoli progetti. Per questi piccoli progetti il sostegno di familiari e amici è cruciale per il raggiungimento del target. Ciò significa che il cosiddetto “welfare state anarchico” è di fatto il supporto della rete di conoscenze trasformato in una fonte di profitto per le piattaforme di “crowdfunding”. L’aiuto mutualistico di familiari e amici viene arruolato nel processo di accumulazione del capitale.

Il crowdfunding, in poche parole, sfrutta il bisogno (dei creativi che nell’epoca dell’austerity necessitano di nuovi modi di finanziarsi) allo scopo di sussumere una soluzione comune (il mutuo aiuto) e trasformarla in merce. Dove il welfare state tradizionale si fa da parte, la comunità cerca di supplire, ma poi una compagnia privata riesce a estorcere un profitto dal nostro altruismo.

11. È fondamentale non feticizzare il denaro!

Le osservazioni fatte sembrano puntare tutte nella stesssa direzione: coniare alternative alla forma-moneta capitalista sarà un aspetto cruciale della costruzione di un’autonomia dal nesso stato-finanza volta a conquistare il controllo sulle nostre vite, tuttavia sussiste il pericoloso rischio che le nostre presunte soluzioni finiscano per venire sussunte nella logica dell’attuale sistema monetario e finanziario e trasformate nell’ennesima fonte di speculazione, appropriazione e accumulazione. È quindi assolutamente fondamentale non feticizzare le valute e i revenue models alternativi. La costruzione dell’autonomia e la sfida al nesso stato-finanza richiedono una lotta multidimensionale che colpisca tutti i livelli delle relazioni sociali capitaliste. Se dimentichiamo di richiedere il controllo dei mezzi di produzione, portare la democrazia all’interno del posto di lavoro, organizzarci ai livelli nazionale e globale, sviluppare nuovi modelli decisionali, ricostruire la fiducia nelle nostre comunità e oltre, trovare modi di difenderci dalla repressione dello stato, ecc. le valute alternative alla fine rimarranno poco più che un’espressione impotente di un ammirevole ma innocuo desiderio di cambiamento sociale. Il nostro progetto politico di lungo termine è quello di spezzare il potere del capitale e di democratizzare radicalmente la società dal basso. Se perdiamo di vista l’orizzonte più vasto in cui è inserita la ricerca di alternative monetarie, siamo condannati al fallimento. 

12. La vera sfida sta nel ridefinire il valore

Negli anni a venire la questione monetaria assumerà probabilmente un’importanza centrale all’interno del movimento anti-capitalista emergente, ma dobbiamo fare attenzione a non cadere nella “sindrome messianica” che a volte colpisce i neo-convertiti alla causa. Chi realizza per la prima volta che la moneta è creata dalle banche e che il debito con interessi nutre la continua necessità di espansione che sta al cuore del sistema capitalista, spesso ha un momento di euforia – ma certo! la moneta è la causa di tutti i mali! Creiamo una valuta alternativa e cambiamo il mondo! – che lo rende temporaneamente cieco alle altre contraddizioni fondamentali del sistema (un tema che David Harvey analizzerà nel suo prossimo libro).

Non si può sottolineare abbastanza come la moneta sia solo un elemento – centrale, certo – in un processo di valutazione e in un modo di produzione e accumulazione estremamente complesso che non può essere semplicemente ridotto alle sue parti costituenti. Per esempio, una sfida cruciale – che sta sempre in agguato dietro le forme superficiali di moneta – è quella indicata da Max Haiven nella sua presentazione e nel suo nuovo libro Crises of Imagination, Crises of Power: oggi abbiamo bisogno di cominciare a reimmaginare collettivamente e a ridefinire materialmente non solo ciò che il valore è davvero, ma anche ciò che noi riteniamo esse