Negli ultimi mesi sono stati pubblicati due libri che trattano della povertà e del debito: due condizioni oggi sempre più interdipendenti e strutturali.

Il primo è un bel saggio di Marco Fama, giovane ricercatore dell’Università della Calabria:  Il governo della povertà ai tempi della (micro)finanza (Ombre Corte, Verona, 2017, pp. 180, Euro 15,00, prefazione di Stefano Lucarelli, postfazione di Carmelo Buscema).

Il titolo è già di per sé esplicito. Marco Fama ha condotto ricerche sul microcredito, sulla finanziarizzazione, sulla povertà e sullo sviluppo rurale in Messico e Nicaragua durante il suo dottorato in sociologia dei fenomeni politici[1]. Ha potuto così acquisire una solida base analitica per estendere il discorso sul fenomeno della povertà anche ai paesi occidentali a capitalismo maturo. Al punto che nel primo capitolo l’autore compie una vasta panoramica delle trasformazioni dei mercati finanziari come strumento di biopotere sugli individui.

Il concetto di povero ha sempre avuto un significato ambiguo e ambivalente. La ricostruzione fatta nel secondo capitolo è assai significativa: nell’arco di più di otto secoli di storia (dal medioevo a oggi), il povero passa dall’essere considerato un soggetto abietto e riprovevole a un soggetto potenzialmente degno di pietas. Ma comunque , si tratta sempre di una condizione che viene vissuta (e deve essere vissuta) all’interno di una marginalità comunque colpevole. E ciò è pensato, a prescindere dal topo di religione cristiana che si consideri, cattolica o protestante. Certo, per il protestantesimo (soprattutto per l’ala più radicale calvinista) e per la corrente anglicana, la povertà è una colpa, che spesso impedisce l’ingresso al paradiso e deve essere comunque repressa per favorirne la redenzione. Al riguardo le note pagine di Marx del cap. XXIV sull’”accumulazione originaria” con il puntuale elenco di tutte le misure contro la mendicità e la vagabondaggio dell’Inghilterra del XVI e XVII secolo sono assai esplicite; ma anche per il cattolicesimo, la percezione di sostanza non è dissimile, seppure le forme siano diverse (e più ipocrite). In particolare, la figura del povero, nel corso della storia e a dispetto della narrativa che li colloca ai margini, ha assunto molti compiti, a seconda delle esigenze di potere: da capro espiatorio sui cui un tempo si abbatteva il dominio delle classi egemoni a minaccia per i  ceti subalterni a rischio di povertà. Questo passaggio è anche l’esito del fatto che, negli anni del capitalismo, il povero svolge anche il ruolo di monito mediante il quale incentivare “l’auto-attivazione produttiva” (p. 97) degli individui all’interno del divenire imperante di una logica del “fare” e dell’“etica del lavoro”, basata sulla costrizione del “salario”:

“È nel salario che il povero può, ad un certo punto, intravedere l’unica possibilità di “realizzazione”; il salario è usato come strumento di ricatto nei suoi confronti, nello stesso momento in cui egli stesso viene impiegato come strumento di ricatto nei confronti dei suoi simili. In breve, all’interno della società capitalistica liberale, il povero arriva ad essere impiegato come ciò che Marx definisce  un ‘esercito industriale di riserva’” (pp. 96-97).

Con la crisi del paradigma fordista e l’avvio della nuova fase di globalizzazione, sorretta e coadiuvata dal ruolo sempre più egemone dei mercati finanziari, la povertà diventa ora anche oggetto di policy. Nel momento stesso in cui il pensiero neo-liberista dispiega tutta la sua forza, piegando l’intera logica economica agli interessi delle nuove oligarchie geo-economiche e politiche, la lotta alla povertà e per lo sviluppo diventa il nuovo mantra della governamentalità sociale.

Si definisce in tal modo un  nuovo paradigma nel “governare” la povertà: il debito, di cui la micro finanza è forma emblematica. Oggi, attraverso la retorica della “lotta” alla povertà, “quote crescenti della popolazione mondiale vengono immesse direttamente nel cuore delle nuove catene spaziali e sociali della finanza”.

Si noti che, in nome della omnipresente “lotta” alla povertà (il cui alter ego è la “favola” dello sviluppo), viene alimentato il debito privato come strumento principale di finanziarizzazione della povertà stessa quando in contemporanea si scatenano le politiche d’austerity per ridurre il debito nazionale, ovvero quelle stesse politiche che costituiscono la principale causa dell’aumento della povertà. Il cerchio così si chiude: le politiche di rientro dal macro-debito alimenta la povertà a cui si risponde con la diffusione del micro-debito gestito a livello finanziario: una sorta di nuova accumulazione finanziaria che fa perno sul mantenimento di un livello strutturale povertà che non può né deve essere eliminata. La lotta alla povertà è così strumento di alimentazione della povertà stessa, “strumento di soggettivazione e assoggettamento che supera di gran lunga, in quanto a pervasività, sia l’elemosina medioevale che il salario” (vedi cap. 3: “Finanziarizzare la povertà”).

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Il secondo libro, quasi in linea con il primo, tratta invece, in modo diretto, del tema del debito: Marco Bersani, Dacci oggi il nostro debito quotidiano. Strategie dell’impoverimento di massa (DeriveApprodi, Roma, 2017, pp.174, Euro 12,00).

L’analisi di Bersani è più descrittiva e il libro ha la scopo di suggerire alcuni interventi politici più operativi e meno teorici.

A tal fine, in primo luogo, occorre decostruire l’ideologia del debito. Si tratta di una retorica, che, al pari di quella relativa alla povertà, ha lo scopo di indurre processi di auto-controllo e di controllo sociale all’interno del nuovo paradigma di valorizzazione che permea l’attuale capitalismo bio-cognitivo.

Il debito pubblico globale ammonta a 44.000 miliardi di dollari nel 2017. A tale cifra occorre aggiungere il debito privato degli operatori economici (siano essi imprese o famiglie). Si arriva così alla spaventosa cifra di quasi 200.000 miliardi di dollari.

Tale debito nonostante le ipocrite affermazioni dei puristi della contabilità liberista (con riferimento soprattutto al debito pubblico) e del pareggio di bilancio (fiscal compact), non potrà mai esse restituito. E d’altra parte non è questa l’intenzione dei creditori. Per vari motivi. Il primo è che in un sistema capitalistico di produzione non ci può essere accumulazione di capitale (tangibile o intangibile che sia) senza indebitamento. E ciò è oggi tanto più vero quanto più ci troviamo in un contesto in cui la stessa governance dell’accumulazione e della valorizzazione capitalistica è in mano alla dinamica dei mercati finanziari.

In secondo luogo, perche, come scrive Bersani:

“L’usuraio, nella propria esistenza, teme solo due eventi: la morte del debitore e il saldo del debito, perché, in entrambi i casi, perderebbe un’entrata certa e periodica – il pagamento degli interessi – e , al contempo, il poter disporre dei beni, delle energie, del tempo e della sessa vita del debitore” (pag. 8).

Come più volte abbiamo già sottolineato su Effimera (nella sezione Critica della Crisi), l’obiettivo delle politiche economiche imposte dalle oligarchie economico-finanziarie non è “la riduzione o la scomparsa del debito, bensì la continua estrazione di valore e la perpetuazione del rapporto di sudditanza dei debitori nei confronti dei creditori” (p. 9).

Ne consegue il debito non può, né deve scomparire, esattamente come la povertà. Al limite può cambiare forma: da debito pubblico come motore dell’accumulazione capitalistica negli anni del fordismo, si trasforma in debito privato come strumento di valorizzazione finanziaria nel capitalismo bio-cognitivo.

Sulla base di questo crinale, Bersani ricostruisce la spirale del debito negli anni del liberalismo. Da variabile ricatto utilizzata a danno dei paesi in via di sviluppo per imporre politiche economiche funzionali agli interessi delle grandi multinazionali occidentali nelle ultime due decadi del XX secolo, grazie ai piani di aggiustamento strutturale (i famigerati “SAP”), con la crisi dei subprime del 2007, il debito diventa anche strumento di governance dei paesi europei. Tale passaggio da Sud a Nord non a caso coincide con la ridefinizione di un nuovo possibile assetto geo-economico internazionale grazie all’ingresso sulla scena economica mondiale dei paesi dell’area Brics.

È in questa fase che prende forma la trappola del debito. Una trappola che agisce sia a livello micro che a livello macro, sia a livello soggettivo (La fabbrica dell’uomo indebitato di Maurizio Lazzarato e la costruzione dell’antropologia neo-liberale descritta da Pierre Dardot e Cristian Laval nel Nuovo ordine del mondo) che a livello di biopotere sovranazionale.

La trappola del debito è intimamente connessa con la trappola della precarietà. Debito e precarietà diventano così le armi di distruzione di massa di qualsiasi anelito di giustizia sociale e i capisaldi per il nuovo ordine economico.

Un ordine economico, tuttavia, che non è in grado di garantire né stabilità né pacificazione sociale. Numerosi sono infatti gli atti di insubordinazione contro la dittatura del debito, dal diritto all’insolvenza nei confronti di quella quota di debito considerato illegittimo (audit sul debito) alla sperimentazione di pratiche di gestione locale e territoriale di circuiti economici e monetari alternativi, in grado di sfuggire ai vincoli posti dai differenti patti di stabilità.

Ma la strada al riguardo è ancora molto lunga e irta di difficoltà e incomprensioni.

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Postilla #1 sul debito

Nel mese di giugno 2017 il settore statale italiano ha registrato un fabbisogno di 8,2 miliardi che si confronta con un avanzo di 8,65 miliardi nel corrispondente mese dello scorso anno.

Il ministero dell’economia giustifica questo risultato come esito dello slittamento della scadenza dei termini per l’autotassazione, il cui gettito sarà incassato nel mese di luglio. Ma ciò non basta.  Lo stesso Tesoro è costretto ad ammettere anche il ruolo svolto dallerogazione di circa 4,8 miliardi  legata all’”operazione per la tutela del risparmio nel settore creditizio”.  Dietro questa apparentemente innocua affermazione si cela il costo del salvataggio delle due Banche Venete, acquisite per 1 euro da Istituto San Paolo – Banca Intesa. Soldi pubblici che alimentano la spirale del debito pubblico per finanziare interessi privati.

Proprio in questi giorni si sa discutendo anche del salvataggio del Monte dei Paschi di Siena. In questo caso, gli aiuti di Stato valgono 5,4 miliardi di euro per la ricapitalizzazione precauzionale della banca senese sulla base dell’accordo di massima sul piano di ristrutturazione della banca raggiunto il 10 giugno 2017 dalla commissaria Vestager e dal ministro dell’economia Pier Carlo Padoan.

È probabile quindi che anche nel mese di Luglio si registrerà un aumento del fabbisogno statale. Complessivamente, il fabbisogno del primo semestre dell’anno in corso si attesta a 50,2 miliardi, con un aumento di circa 22,5 miliardi rispetto al periodo gennaio-giugno 2016.

La Banca Centrale italiana stima che tali interventi di salvataggio delle banche porteranno un incremento di 1 – 1,5 punti percentuali del rapporto debito/pil.

Si tratta di un ottimo esempio di uso politico del debito, come strumento di governance socio-economica.

Postilla #2 sulla povertà

L’85%  della popolazione migrante che arriva in Italia per spostarsi in Europa è costituito da migranti economici. Si tratta di una categoria diversa da quella del profugo. Tale distinzione  viene sempre più ripresa nel dibattito sulla governance del fenomeno migratorio in modo strumentale per distinguere chi dovrebbe essere aiutato e chi no. Più difficile rifiutare l’accoglienza a chi scappa da un guerra (spesso causata dalle stesse potenze europee) e si presenta come profugo o rifugiato. Il migrante economico, invece, può essere additato come fattore di dumping sociale e/o di concorrenza sleale, con l’aggravante della linea del colore. E uindi deve essere respinto, a qualunque costo (anche della sua morte).

Sappiamo bene che questa distinzione non ha senso. Sappiamo bene che oggi la gestione liberista della crisi è di per sé un atto di guerra o, meglio, la continuazione della guerra con altri mezzi. La violenza dei mercati ne è la conferma.

Cionondimeno, assistiamo così all’ennesima trasfigurazione del “povero”, che ritorna a essere, nell’immaginario supino alla logica della cultura dominante, quell’essere abbietto, sporco e lacero del primo Medioevo.

Il cerchio si chiude.

NOTE

[1] Su Effimera, si veda Marco Fama, “L’economia del debito e il «governo» della povertà: una critica della micro finanza”

Immagine in apertura: scena tratta dal film “Miseria e Nobiltà” di Mario Mattioli con Totò, 1954

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