Nel Convegno sulla Moneta del Comune tenutosi a Milano il 21 e 22 giugno 2014, oltre al dibattito sulle monete locali di grande valenza politica, si è iniziata una critica delle criptomonete, dei concetti che le sottendono e dei modi d’utilizzazione . Questo articolo prende spunto da quel dibattito per presentare qualche elemento d’indagine sugli ambiti naturalmente propensi non solo all’adozione delle criptovalute ma anche ad una pratica organizzativa di produzioni autonome e decentralizzate. Si tratta del contesto in cui si istanziano i processi socioeconomici del Peer to Peer (P2P) ovvero le forme decentralizzate d’attività collaborativa basate sui principi delle reti informatiche P2P in cui tutti comunicano con tutti senza un centro gerarchico ed a cui il Bitcoin ha dato senza dubbio un impulso.
Uscito vincente dalla fase precedente in cui ha sconfitto la classe operaia organizzata, come ha sottolineato Cristian Marazzi in una recente intervista , il capitalismo cognitivo nella sua implacabilità finanziaria ha distrutto i rapporti sociali di produzione della fase precedente.
A trentacinque anni dalla presa di un potere sempre più assoluto, si è mostrato incapace di creare un nuovo equilibrio. La deliquescenza dell’infrastruttura politica, economica e sociale è ormai un’evidenza generalizzata e la Grande Recessione che caratterizza i due primi decenni del XXI secolo è la conseguenza di questa crisi sistemica. Un tale scenario in Europa alimenta sussulti e rigurgiti nazionalpopulisti, ma si assiste anche e non solo in Europa all’emergere d’una ricerca sempre più ampia e diffusa di nuove forme d’organizzazione e di produzione spesso portate da un desiderio di autonomia e di esodo. Si moltiplicano i Commons dell’autonomia, forme cooperative di produzione autonoma ecologica e postcapitalista. Essi sono organizzati a partire dal locale verso il globale (glocal) e sperimentano forme di autogestione venate di un’etica egualitaria e non capitalista: un insieme d’orientamenti di vaga ispirazione anarchica. Un esempio concreto sono le Cooperative integrali, di cui, in Europa, la Cooperativa Integrale di Catalogna (CIC) resta il primo e più avanzato esempio. I Commons dell’autonomia sono “l’ala sinistra di una tendenza molto più vasta, i Commons collaborativi, che nell’accezione data da Rifkin , diventa un termine generalista riguardante i principali settori dell’attività umana. Dentro c’è di tutto: la sharing economy, il software libero, le reti sociali, l’internet delle cose e dell’energia e la crescente moltitudine d’iniziative “alternative” sotto forma di start-up, associazioni, cooperative etc. che navigano come possono nella palude della recessione.
Secondo Rifkin questa generica cooperazione, approssimativamente orizzontale, si sostituirà a quella gerarchica del capitalismo provocandone l’ineluttabile declino. Questo presupposto è smentito dai fatti, il capitalismo sta facendo della sharing economy un suo cavallo di battaglia. Essa è infatti il principale “prodotto” offerto da imprese che basate su grandi piattaforme tecnologiche costruite per succhiare rendita dal lavoro dei prosumers in rete. Si tratta d’un filone di cui, oltre ai tradizionali Google, Apple etc. i due recenti esempi più mediatizzati sono Uber, che ci fa diventare tassisti precari e sfruttati e Airbnb che ci trasforma in affittacamere.
L’ipotesi che cercheremo di sviluppare è che in questo magma delle cooperazioni sociali e produttive in rete le categorie marxiane di sottomissione reale o formale al capitale diventano difficilmente distinguibili mentre invece è sempre più tangibile e diffusa, sebbene anche confusa, la tensione a praticare una cooperazione non sottomessa.
Al contrario dell’epoca precedente delle appartenenze, dove esisteva nell’universo produttivo una dicotomia chiara fra capitale e classe operaia, oggi è impossibile fare distinzioni ben definite nelle moltitudini che producono, a parte quella che separa dal ristretto gruppo dell’oligarchia finanziaria, il famoso 1% degli slogan Occupy. Non ci sono barriere nette né quasi soluzione di continuità in un largo spettro che va dalle esperienze autonome che, oltre a rivendicare un’etica non capitalista, rifiutano ogni compromesso, a quelle più o meno sovvenzionate, infiltrate o teleguidate dalle corporation e dalle istituzioni centrali o locali. In Francia per esempio le istituzioni sono sempre più presenti in questi ambiti dove introducono agenzie che hanno il compito specifico di camuffare la precarietà diffusa di tutti in attraente creazione di start-up per i pochi tecnoprivilegiati sovvenzionati.
Anche osservando lo stesso magma dal punto di vista opposto la situazione non è differente ed è difficile e forse fuorviante cercare delle classificazioni e ruoli fra il capitalismo gerarchico delle multinazionali classiche, quello netarchico , di Airbnb, Google o Facebook e quello distribuito del “bitcoin e della realizzazione del sogno anarco-capitalista e liberista in cui ogni essere umano è un imprenditore che cerca il proprio profitto personale” . Tutte queste tendenze si mescolano e si combinano per operare su un continuum di produzioni e flussi che da un lato intensificano i ritmi dello sfruttamento d’un lavoro salariato sempre più precario e dall’altro creano rendita tramite il lavoro gratuito dei prosumer.

Nel 2012 Benedetto Vecchi nell’articolo di critica al libro del collettivo anarchico Ippolita “Nell’acquario di FaceBook”, aveva sbozzato una prima diagnosi di questa osmosi fra fratelli nemici delle due opposte anarchie: quella capitalista e l’altra di sinistra. Secondo Vecchi il pamphlet d’Ippolita porta un attacco intimo ma incompleto contro Facebook (e gli anarco-capitalisti in generale). Mancano due punti fondamentali: non vengono chiariti i vincoli strutturali che legano il capitalismo al potere oppressivo dello stato e poi non c’è traccia della denuncia del rapporto sociale di produzione del capitalismo che, come fa Facebook, vampirizza una grande componente del lavoro libero dei suoi utenti.
Questa mancanza di chiarezza nella critica dell’anarchia di sinistra nei confronti del suo “gemello” di destra, messa in evidenza da Vecchi, è quanto mai rivelatrice di quanto succede sul piano dei Commons Collaborativi.
Disponiamo almeno di qualche elemento che ci permette, se non di spiegare, almeno di comprendere la difficoltà a stabilire linee di demarcazione chiare nella problematica centrale e strategica sui modi d’organizzazione.

Il primo elemento è d’ordine metodologico: benché viviamo sotto la pesante influenza di un’ideologia neoliberale, la generazione Y preferisce ed è portata a dare la precedenza all’azione. Non sembra importante qui approfondire se questa propensione a un fare che precede la riflessione sia una conseguenza di certi eccessi ideologici delle generazioni precedenti, del crollo del “socialismo reale”, dei condizionamenti dovuti al cinismo pervasivo di quarant’anni di neoliberalismo o d’una mescolanza di questi elementi.

Il secondo elemento è quello della decentralizzazione permessa dalle tecnologie sempre più sofisticate del P2P. Si tratta d’un terreno comune alle due “anarchie” di cui sopra dove una stessa tecnologia può essere piegata per costruire due mediazioni politicamente opposte.

Un terzo elemento essenziale da prendere in considerazione è il rapporto fra decentralizzazione e lo stato dell’arte delle tecnologie di rete su un fondo d’intelligenza (tecno)logica diffusa.

BLOCKCHAIN 2.0: FRA DISTOPIA ALGORITMICA E STRUMENTO DEL COMUNE

Satoshi Nakamoto, pseudonimo che copre l’identità degli inventori del Bitcoin, dichiara a proposito delle conseguenze sociopolitiche delle tecnologie P2P :

“[il Bitcoin è] molto attrattivo dal punto di vista libertarian se sapessimo spiegarlo chiaramente. Io, però, sono più a mio agio con il codice che non con le parole …
… noi possiamo vincere una battaglia maggiore nella corsa agli armamenti e guadagnare dei nuovi territori di libertà per parecchi anni. I Governi hanno la capacità di tagliare le teste di reti centralizzate come Napster, ma le reti puramente in P2P come Gnutella o Tor sembrano essere capaci di salvarla (la testa)”

Il Bitcoin e la quasi totalità delle criptomonete di fatto non sono solo attrattive per i libertarian.
Come per Facebook esiste anche, nel contesto attuale, un acquario del Bitcoin, funzionale alle oligarchie finanziarie. Il singolo partecipante che cerca di uscire dall’enclosure è costretto a passare sotto le forche caudine del controllo e del prelievo: per esempio quando cambia le sue criptomonete in euro o in dollari. Per le istanze dell’oligarchia, legali o mafiose che siano, “naturalmente” queste regole non valgono. A questo gioco però il Bitcoin fa magra figura nei confronti dei paradisi fiscali e del riciclaggio classico come quello praticato dalle principali banche mondiali o in modo legale nel vicino Lussemburgo governato per trent’anni dal nuovo presidente della Commissione Europea.

In ogni caso il Bitcoin introduce un elemento che si sta rivelando importante nello sviluppo delle tecnologie del P2P. Il concetto della blockchain è derivato dal principio contabile di un libro mastro elettronico in cui vengano scritte tutte le transazioni di ogni singolo bitcoin sin dal momento in cui viene creato. Si tratta quindi di un file replicato da ogni utente all’inizio della sua attività. Nel partecipare al lavoro collettivo per mantenere aggiornata la blockchain ogni utente-minatore fornisce fra l’altro la “proof of work” che gli permette di partecipare all’estrazione di nuovi bitcoin. Questo meccanismo è la condizione che di fatto permette a un sistema completamente decentralizzato di non avere alcun garante centrale per mantenere sicurezza, coerenza ed integrità .
Gli sviluppi in corso estendono le capacità di questo principio includendo un linguaggio di programmazione che permette d’integrare nella blockchain il codice per effettuare procedure di qualsiasi complessità. Emerge un nuovo paradigma di applicazioni e contratti digitali di puro P2P e quindi non controllate da un’entità centrale. Alcuni esempi spesso citati sono: il voto elettronico dinamico, le reti di file-sharing che liberano dall’imposizione dei copyright ed in generale le attività illegali con transazioni che passano sotto il radar dei controlli e delle fiscalità esistenti, le transazioni sui derivati finanziari, le applicazioni di gioco d’azzardo, le applicazioni di attribuzione d’identità e di reddito universale sino ad arrivare ai primi tentativi di generalizzazione concettuale delle Organizzazioni Autonome Decentralizzate (in inglese DAO) o addirittura delle Corporation Autonome Decentralizzate (DAC) .
Ecco come infatti Vitalik Buterin, classe 1994, cofondatore di Bitcoin Magazine e più recentemente di Ethereum, una piattaforma di creazione d’applicazioni decentralizzate, delinea la filosofia delle DAO/DAC:

Il software sta diventando la componente più importante del nostro mondo attuale, ma finora la ricerca in questo campo si è focalizzata su due aree: l’intelligenza artificiale, cioè il software che lavora esclusivamente per conto suo, e gli strumenti le applicazioni software usati dall’uomo. La domanda è: c’è qualcosa in mezzo? Se c’è, l’idea di un software che diriga gli umani, l’impresa decentralizzata, è esattamente questo. Contrariamente alle paure, questo non è un diabolico robot senza cuore che si impone con un pugno di ferro all’umanità; in effetti, i compiti che una tale impresa dovrà esternalizzare sono precisamente quelle che richiedono la più grande creatività e libertà umana.

Come non immaginare invece che il potere finanziario concepirà corporation autonome e digitali in cui i “pari” sono gli azionisti che estraggono profitto – e la cui governance è determinata da algoritmi che pilotano il lavoro umano? Sarà la Blockchain 2.0 ad “attivare” i lavoratori dei contratti a zero ore?
Riuscirà l’intelligenza collettiva a creare il contesto in cui tali tecnologie amplificano e potenziano le forme di governabilità non-capitalista al punto da renderle incontenibili?
I primi tentativi di inserire una criptomoneta in un contesto di cooperazione autonoma sono in corso. E’ il caso del Faircoin adottato dal recente progetto faircoop. Oltre a correggere tecnicamente il problema dell’enorme, futile e discriminante dispendio d’energia richiesto dal Bitcoin e simili , il Faircoin fa parte d’un progetto globale molto articolato. Faircoop è un’iniziativa che trova origine nella CIC e nella P2P Foundation e che tende a federare a livello globale un largo insieme d’istanze dei Commons dell’autonomia.

IL COMUNE E LE TECNOLOGIE DELLA DECENTRALIZZAZIONE

La decentralizzazione è dunque una tendenza di fondo e le applicazioni collaborative del P2P sono parte fondamentale della loro infrastruttura tecnologica.
Come si può dedurre anche dal paragrafo precedente queste applicazioni non garantiscono di per sé di essere uno strumento del comune.

Il capitalismo cognitivo nelle sue varianti utilizza direttamente le tecnologie P2P che possono essere perfettamente consone nel processo di messa al lavoro della vita. La filosofia delle Decentralized Autonomous Corporation basate sul principio di un software creato per gestire gli umani potrebbe amplificare questa deriva .
In tale contesto l’atteggiamento di chi dà per scontato un declino “automatico” del capitalismo di fronte all’emergere di generici Commons collaborativi e delle tecnologie P2P è mistificatore perché fa abbassare la guardia e distoglie dalla necessità di battersi sul piano politico. Se dalla rivoluzione d’ottobre in poi il regime sovietico non ha saputo creare dei modi di cooperazione non-capitalisti, il che ha contribuito alla sua estinzione, la tendenza cooperativa autonoma attuale corre il rischio inverso, di non costituirsi in capacità politica di cambiare il presente. Né i movimenti Occupy e DRY, marcanti ma effimeri, né i partiti pirati o il recente successo di Podemos in Spagna, sembrano di per sé sufficienti a coagulare la forza politica che corrisponde a un movimento glocal postcapitalista. Il successo del recente sciopero sociale in Italia indica l’apertura d’un ulteriore fronte, anello di congiunzione possibile con il movimento delle cooperazioni autonome. La rivendicazione d’un reddito universale incondizionato, che, fra l’altro, potenzierebbe enormemente la cooperazione autonoma, è l’asse su cui queste convergenze possono operare ed accelerare i processi di maturazione politica.
In questi frangenti agitati l’infrastruttura tecnologica di rete ed i processi collaborativi del P2P sono uno strumento essenziale. La scintilla è a carico dell’umano.

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