Partiamo dalla notizia più recente.

La scorsa settimana, il governo cinese ha introdotto un nuovo livello nella classificazione delle città. Dai quattro precedenti, si passa ora a cinque livelli, con l’istituzione delle chaoda xing chengshi (“super-megacity”), cioè quelle che superano i dieci milioni di abitanti (prima erano semplicemente te da chengshi, cioè “megacity”).

Sembra una curiosità linguistico-amministrativa, ma in realtà l’istituzione della nuova tipologia, di cui dovrebbero fare parte sei megalopoli, è del tutto funzionale al tipo di urbanizzazione che ha in mente la leadership cinese. Infatti, sia nelle super-megacity sia nelle megacity (quelle sopra i cinque milioni di abitanti) saranno limitati gli ingressi di nuovi residenti, che saranno invece facilitati nei livelli inferiori, cioè nelle città tra i 500mila e cinque milioni di abitanti, molte delle quali sono in fase di costruzione dal nulla.

Perché urbanizzazione?

L’urbanizzazione avviene di concorso con altre grandi riforme, varate al terzo plenum del Partito comunista, nel novembre del 2013. Il fatto che in quella sede si sia messo nero su bianco, significa che le riforme erano già in fase di sperimentazione da tempo, fin dalla leadership Hu Jintao-Wen Jiabao, precedente a quella Xi Jiping-Li Keqiang (dal novembre 2012).

Ciò nonostante, restano una matassa ingarbugliata dove tutto è collegato ma dove è difficile capire da dove cominciare.

In estrema sintesi, Pechino si scontra oggi con la cosiddetta “trappola del reddito medio”: l’economia e la società sono troppo avanzate per competere sui costi, sull’economia di scala e sui prodotti di bassa gamma (è già in corso la delocalizzazione produttiva dalla Cina al Sudest Asiatico), ma non lo sono ancora abbastanza per competere al punto più alto dello sviluppo capitalistico.

La nuova urbanizzazione cinese (chengzhenhua, al posto della precedente chengshihua) è quindi una grande operazione di ingegneria sociale: la popolazione deve essere meglio redistribuita per ragioni sia economiche, sia sociali, sia di sostenibilità ambientale. È una delle principali leve prescelte per compiere la grande transizione cinese, quella che dovrebbe trasformare la “fabbrica del mondo” in economia evoluta; una società ancora operaio-contadina in un immenso ceto medio soddisfatto (e perciò non conflittuale).

Se vogliamo prendere categorie a noi familiari, si punta a trasformare la massa in moltitudine, la fabbrica-officina in fabbrica-diffusa.

L’idea nasce dall’osservazione di quanto avvenuto in Occidente, dove i tassi di urbanizzazione si aggirano oggi sull’80 per cento. Bisogna quindi aumentare i residenti urbani dall’attuale percentuale del 53 per cento ad almeno il 70 per cento nel giro di pochi anni, per creare più consumi, più servizi avanzati, e organizzare meglio anche la filiera agro-alimentare. Ma senza riprodurre città tentacolari e ingestibili, come quelle viste finora.

È un reverse engineering politico, come già avviene per i prodotti tecnologici e le merci in genere (basti pensare ai treni veloci, che stanno diventando il grimaldello della strategia diplomatico-economica di Pechino): si prende la tecnologia occidentale o giapponese e la si adatta alle condizioni cinesi. “Secondo caratteristiche cinesi”, ci sentiamo ripetere dai tempi di Deng Xiaoping. Poi, magari, si rivende il pacchetto ai Paesi in via di sviluppo (o a quelli già sviluppati e ora in crisi), perché rispetto ai modelli “high-end” occidentali è pronto all’uso e costa meno.

Così, mentre cambia se stessa, la Cina elabora modelli che magari saranno rivendibili domani. Anche in politica.

Metodo scientifico

Il presidente Xi Jinping ha annunciato poche settimane fa che la Cina ha bisogna di “un nuovo tipo di think tank”: li vuole più qualitativi, perché quelli attuali, che pure proliferano, non sono abbastanza professionali, non hanno abbastanza influenza internazionale e capacità comunicative.

Il ricorso ai think tank, curiosamente simile a quanto succede negli Usa, rivela ancora una volta come la Cina adotti la cassetta degli attrezzi di quella che fino a poco tempo fa era l’unica superpotenza, quella da cui trae maggiore ispirazione, per fare la sua operazione di reverse engineering. Il tratto tipicamente cinese, in questo caso, è che i think tank sono esplicitamente al servizio del Partito.

Questi think tank “di nuovo tipo” vengono quindi messi in competizione e fidelizzati soprattutto attraverso il metodo dei finanziamenti: chi è utile, è coperto di soldi; chi non lo è, viene semplicemente accantonato. Quelli “indipendenti” hanno anche problemi amministrativi: sono costretti a registrarsi come compagnie private e così risultano “for profit”, costretti quindi a pagare le tasse.

La loro utilità riguarda la politica interna, dove hanno il compito di fornire analisi/raccomandazioni sulla governance e di rafforzare la legittimità del Partito attraverso lo studio di opinioni e tendenze presenti nella società.

In politica estera, produrre l’innovazione ideologica necessaria. Ad esempio, la formulazione dello slogan “Grande sogno cinese” che connota la leadership di Xi Jinping, nasce dai think tank. Devono poi fornire visione strategica, cioè la capacità di gestire le crisi. Infine svolgono una vera e propria funzione diplomatica, attivando canali semi-ufficiali con analoghi istituti stranieri.

Il loro terzo compito riguarda la comunicazione: sono loro che “spiegano” le riforme in corso all’opinione pubblica, giustificano le policy, diffondono informazioni.

La Cina non ha think tank dalla grande influenza e reputazione internazionale”, ha sentenziato Xi.

Ed ecco che si danno da fare per vendere l’immagine della Cina all’estero, costruiscono soft-power.

Al loro interno, il dibattito è aperto. Si può dire pressoché tutto. Ma ecco che, se non corrispondono più al principio di utilità e cercano di sganciarsi dalla tutela per fare ricerca pura o esercitare una critica alle linee guida, vengono richiamati all’ordine. L’anno scorso, il più famoso think tank cinese, l’Accademia delle Scienze Sociali (che al suo interno ha diverse correnti e idee in competizione), è stato accusato da alcuni media di albergare “influenze straniere”, che è una delle peggiori accuse nell’attuale fase (basti pensare che è la stessa accusa portata al movimento di Hong Kong)

Questa importanza riservata ai think tank ci illumina su come la Cina si rinnova. Su come avviene, sul piano politico, la grande transizione. Si applica un metodo scientifico che – a mio modesto parere – è l’alternativa cinese alla democrazia.

Dal punto alla superficie

In cosa consiste il metodo scientifico?

Per evolvere, la Cina promuove “punti sperimentali” (shidian, 试点) che possono anche essere eterodossi: derive rispetto alla via maestra, che contribuiscano a definirla meglio, plasmarla, renderla flessibile a seconda dei luoghi e delle circostanze. A patto, naturalmente, che non siano destabilizzanti. Sono quindi perimetrati e localizzati. Come le Zone Economiche Speciali ai tempi di Deng Xiaoping. E come la “Zona Finanziaria Speciale” di Shanghai, lanciata un anno fa.

La Cina lo può fare, molto banalmente, perché l’ha sempre fatto. Si chiama youdian daomian (由点到面), cioè “procedere dal punto alla superficie” ed è il metodo privilegiato, fin dall’epoca maoista, per costruire politica.

Secondo Sebastian Heilmann, «l’esistenza della sofisticata metodologia indigena del “procedere dal punto alla superficie” (youdian daomian, 由点到面) in politica è indice di una ben radicata legittimazione della sperimentazione decentralizzata che va al di là degli sporadici esperimenti attuati in altri contesti autoritari o nel paradigmatico partito-stato dell’Unione Sovietica. L’approccio cinese implica un processo politico che ha inizio con singoli “punti sperimentali” (shidian, 试点) e viene guidato dall’iniziativa locale, con l’appoggio formale o informale di policy makers di più alto rango. Se giudicate utili per le priorità del momento da parte dei leader di Partito e di governo, alcune “esperienze modello” (dianxing jingyan, 典型经验), estratte dagli esperimenti iniziali, sono quindi promosse con ampia copertura mediatica, conferenze di alto livello, programmi di scambio e appelli all’emulazione che sono diffusi nelle altre regioni. Questo processo espansivo richiede graduali rifiniture politiche e genera una costante ricerca di soluzioni politiche generalizzabili. È importante notare che il modello di sperimentazione praticato nella Rpc punta a trovare strumenti politici innovativi; non è pensato per definire gli obiettivi politici, che rimangono prerogativa della leadership di Partito».

Questo avviene fin dai tempi di Mao ed è forse il vero segno di continuità tra la Cina socialista e quella capitalista. Quando negli anni Trenta, durante la guerra civile e quella parallela contro il Giappone, il Partito introduceva la riforma agraria nelle zone liberate, si incoraggiavano i quadri locali a sperimentare sulla base dell’esperienza e delle relazioni locali. Non era in discussione l’obiettivo finale, ma il modo di ottenerlo. Quindi, gli esperimenti sociali efficaci erano “esportati” in altre aree, con vere e proprie spedizioni dei quadri meritevoli, che insegnavano ai loro pari grado.

Insomma, il Partito comunista aveva già introdotto la concorrenza e il merito a livello locale per stabilire quale innovazione sociale meritasse di essere recepita, potesse determinare un’evoluzione.

Critica alla democrazia

È su questa tradizione che la Cina elabora un proprio modello alternativo a quello democratico.

Molti osservatori ritengono che con la crescita di un enorme ceto medio, la versione moderna del Celeste Impero (più che un Paese, una civiltà politico-amministrativa che da 5mila anni ondeggia tra forte centralizzazione e dissoluzione) “evolverà” verso qualche forma di democrazia all’occidentale, cioè di fatto una liberaldemocrazia elettorale (la libertà di votare per il proprio padrone). Ne fanno una grande propaganda per esempio i media corporate “atlantici”, sempre un po’ altalenanti tra una visione deterministica (“diventeranno inevitabilmente come noi”) e una catastrofista (“non seguono la nostra strada, quindi crolleranno”). Un po’ più sfumato è per esempio Francesco Sisci, che è un “old China hand” come suol dirsi, e che nel suo ultimo Brave New China sostiene che nel giro di una decina di anni, con la crescita numerica del ceto medio e l’instaurazione di un regime fiscale maturo, la regola “no taxation without representation” varrà anche a Pechino e dintorni. Ma non si azzarda a dire che sarà tutto come “da noi”.

Del resto i cinesi hanno occhi, non solo al vertice della leadership. Vedono che il modello liberaldemocratico è in crisi: dal sempre maggior ricorso a situazioni eccezionali che scongiurino il voto, alla crisi economica (cioè l’incapacità del potere politico di controllare il capitalismo finanziario), passando per il double standard all’americana, per cui è “democratico” chi sta con me e non lo è chi è contro di me. I cinesi si chiedono: a che serve, ‘sta democrazia? Anche le agitazioni a Hong Kong, nella Cina continentale, sono viste soprattutto come “disordine” che mina la convivenza civile. Sarebbe troppo lungo dilungarsi qui sul perché il caos, che da noi è in genere sinonimo di forza creativa, in Cina sia invece qualcosa da fuggire come la peste.

Alla domanda “che cos’è per te un buon governo?”, un’amica cinese di solito ipercritica verso il Partito-Stato risponde: “Un governo che fa il bene della gente”. Non è, insomma, il governo che esce dalla libera competizione elettorale. Il parere di una persona non fa testo, ma a mio avviso questo sintetizza bene un sentire comune. È la riedizione del mandato del Cielo di poca imperiale: l’imperatore è monarca assoluto, ma se fallisce nel suo ruolo di armonizzare Cielo (la natura) e terra (l’uomo), è giusto decapitarlo; e sostituirlo con un altro imperatore, attenzione, non con la democrazia. Dopo di che, all’interno di questo ordine celeste, ognuno si ritaglia una vita secondo le proprie esigenze e capacità.

Modello imperfetto

È un modello alternativo a quello occidentale, ma non è chiaramente né completo, né perfetto. Né, tanto meno, gode di vasta popolarità nel resto del mondo.

Le due critiche principali che mi sento di fargli sono le seguenti.

1) Ha un problema con la biodiversità (la chiamo “bio” per incarnarla nei corpi, non astrarla in un fatto puramente culturale, quindi idealista, quindi reazionario). La Cina, per esempio, rivendica la propria diversità ogni volta che gli Usa si ergono a portatori di “valori assoluti” (l’eccezionalismo americano). Poi però si irrigidisce quando qualcuno osserva che non ha trovato ancora un modo veramente efficace per incorporare le proprie biodiversità interne. L’esempio che più salta agli occhi è quello delle minoranze etniche. Il metodo “dal punto alla superficie” incorpora solo ciò che è compatibile, ma l’idea di dare sviluppo economico come ricetta per ridurre il conflitto etnico si è per ora rivelato inadatto in luoghi dove le popolazioni locali rivendicano storia, tradizioni, un immaginario diversi da quelli della maggioranza cinese-han. Il professor Wang Hui parla di “uguaglianza nella diversità”, ma la sua realizzazione è ancora da vedersi.

2) Questa incapacità di fare i conti con la diversità, l’ansia di “armonizzare”, riduce la possibilità di produrre innovazione, sia economica sia politica e sociale. Non c’è spazio per l’imponderabile che, solo, può creare disruptive innovation, cioè la sola che produce salti di paradigma. E quindi la Cina rischia sempre di rincorrere su questo piano l’Occidente. Imitare e fare reverse engineering. La Cina resta produttrice di hardware più che di software.

La buona riuscita della grande transizione dipende anche dalla soluzione di questi problemi.

 

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