Lunedì mattina è stato sgomberato il campo di Eko, in Grecia. Dopo le deportazioni di Idomeni del mese scorso, quello di Eko era l’ultimo accampamento indipendente del nord della Grecia. Esisteva da circa sei mesi e si era strutturato ai margini di una stazione di servizio Eko (da cui il nome), abbandonata, lungo la statale E75 che collega Salonicco al confine macedone. Attualmente ospitava migranti in gran parte curdi siriani, con minoranze irachene e palestinesi. I dati di UNHCR al 9 di giugno parlavano di 1.950 persone con una percentuale intorno al 40% di minori, i dati forniti dal governo di una popolazione poco più di 1.800 migranti. Secondo MSF ieri, al momento dello sgombero, Eko contava oltre 50 donne incinta (traiamo queste cifre da Progetto Meltingpot Europa).
Da Eko Camp nelle utime due settimane trasmetteva la radio indipendente e autogestita Noborder radio, all’interno del più ampio progetto #daquassulaterraèbellissima portato avanti dagli attivisti di Macao di Milano.
Proprio dedicato alla vita di quello che era il campo di Eko a Polikastro e alle storie di tanti suoi abitanti che ora sono stati deportati altrove, è il bellissimo documentario di Caoimhe Butterly che pubblichiamo. È stato girato poche settimane fa, dopo quello sul Pireo, il porto di Atene, già ripreso da Effimera (The port). La parole, gli occhi e i volti di questi uomini, donne e bambini ci invitano a pensare a “che cosa è, e che cosa vorremmo che fosse” questa Europa, a cui spesso si richiamano, si appellano.
Reflections of some of the women, men and children waiting in Eko camp in Polykastro, Greece. Stuck in a context of deeply disempowering dependency and uncertainty, all those interviewed call for the right to be able to complete their journeys, and to live lives of dignity, safety and freedom.
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