La storia si presenta sotto forma di tragedia con Renzi e ora anche di farsa con Pisapia

Insieme in piazza sabato 1 luglio, il sindaco della “rivoluzione arancione” di Milano, arriverà scortato dalle fantomatiche 300 officine da lui fondate in giro per l’Italia (e anche Europa), a dimostrazione della sua capacità di risolvere il problema della mancanza di lavoro. Non si sa, però cosa abbiano prodotto e che salario percepiscano.

Ma forse hanno delegato il capo e i suoi sodali e finalmente le maestranze potranno godersi il meritato riposo.

A Milano succedeva, che  subito dopo l’investitura a Sindaco, Pisapia provvedeva a  chiudere l’“Officina per la città” troppo rumorosa, perché le maestranze che avevano contribuito alla vittoria della “sinistra” chiedevano di partecipare alla realizzazione del programma elettorale, sostituendola con selezionati e fidelizzati “Comitati per Milano”.

“…. mi sembra che le aspettative per quella democrazia partecipativa al governo municipale, enunciata nel programma elettorale di Pisapia, che sembrava essere stata concretamente avviata in forma organizzata con la costituzione della “Officina per la città”, siano state deluse con il suo scioglimento subito dopo le elezioni.” Emilio Battisti, “Arcipelago Milano”, 9 gennaio 2013.

Di officina in officina, la lunga marcia del sindaco di Milano versus il sindaco di Firenze, a segnalare una antica ostilità fra le due signorie, ostilità però che ha consentito alleanze proficue a seconda degli interessi in campo. Una marcia felpata, contrassegnata da sorrisi compiaciuti verso il “popolo” e dichiarazioni ecumeniche, passando dallo schermirsi da qualsivoglia ambizione, alla salita sul palco del “nessuno escluso” preceduto da un teatrino apologetico e dalla liturgia predefinita a  beneficio di un popolo plaudente, a rappresentare che l’accettazione di sudditanza è l’unica modalità di non esclusione.

A parte il fatto che di sindaci al potere ne abbiamo già un triste esempio, cosa porta in dote Pisapia a Roma se non una narrazione nebulosa e acritica sulla sindacatura a Milano, che non trova nessuna conferma nei fatti?  È il caso di dire che il re è nudo mentre c’è una platea di ossequienti pronta a descrivere i suoi vestiti con la foggia a loro più conveniente.

La sbandierata “rivoluzione arancione” si è rivelata veramente arancione tendente a un progressivo sbiadimento con l’elusione di quasi tutte le promesse elettorali sia per quanto riguarda la “democrazia deliberativa” o quella che Stefano Rodotà chiama “democrazia continua” sia per quanto riguarda “l’Expo senza cemento e diffuso nella città”, e anche  la trasparenza e la democrazia nell’esercizio del potere istituzionale ridotto a sistema di potere  sempre più oligarchico ed autoreferenziale.

Espungendo anche dalla più ristretta cerchia di governo ogni figura che in qualche modo non potesse rendergli ossequio, ha creato intorno a sé un cerchio filtrante di fedeltà, come ha dimostrato la brutale e non motivata estromissione di Stefano Boeri. Sarebbe interessante, inoltre, rileggersi le accorate 35 lettere aperte scritte al sindaco Pisapia da Franca Caffa del Comitato inquilini Molise-Calvairate-Ponti [1] e l’unica risposta del sindaco tanto buonista quanto autocelebrativa (che fa il paio con la patetica lettera al Corriere della Sera del 27 maggio 2013)[2] per vedere quanto distante e inefficace sia stato il governo della città verso i più deboli.

La vittoria di Pisapia a Milano fu determinata sia da una generale insopportazione del lungo dominio berlusconiano, sia, soprattutto, dalla partecipazione massiccia del conglomerato della sinistra che ha creduto di poter dare una svolta determinante al governo della città mobilitandosi su una ipotesi che si rappresentava esterna al PD e con promesse di democrazia sociale. Aveva rappresentato, per un numero considerevole di coloro che lo avevano votato, la dimostrazione che era possibile cambiare il corso dei rapporti politici anche a livello nazionale, partendo da questa “casamatta” finalmente conquistata.

L’aria nuova faceva presupporre la possibilità di qualche colpo d’ala, di voli incursivi e a largo raggio, invece abbiamo visto solo una azione amministrativa arrovellata sullo status quo, aggrappata a un politically correct fatto di interventi  curiali da un Sindaco tanto preoccupato ad aderire all’immagine stantia e perbenista del ruolo, quanto pauroso a confrontarsi con le contraddizioni e i soggetti che, peraltro, sono stati i protagonisti della sua vittoria elettorale.

La conquista di Milano da parte  della “sinistra” doveva essere, nelle aspettative della sinistra diffusa che con il suo impegno aveva consentito la sua elezione, l’avvio di politiche, sia a livello comunale che nazionale, che rompessero gli equilibri preesistenti e chiamassero i cittadini a  manifestare la propria volontà collettiva attraverso  una consapevole democrazia partecipata e “continua”.

Il garantismo del Sindaco è noto ed ha già avuto modo di esprimersi a livello politico nazionale, ma la sua ossessione per la legalità si esprime  come aderenza formale a codici e procedure e distante dal merito della giustizia in quanto verità, quando questo significa scontrarsi con poteri o volgere la giustizia verso il “comune”, e mettere  in discussione i patti di stabilità verso politiche di servizi pubblici, della casa (dove la legalità viene esercitata con  gli sgomberi), del diritto allo studio e al lavoro.

Il garantismo ha una tradizione illuministica e di sinistra e nasce come difesa del cittadino dagli arbitrii del potere e della giustizia, per questo fonda il suo dover essere nel nesso fra legalità e libertà e la giustizia deve pertanto “tendere al diritto”, deve estrarre da sé quello che non è dato, cioè le esigenze, i bisogni, le aspettative, poiché la legge, i diritti di giustizia, derivano dai diritti di libertà e non viceversa.

L’ambiguità di Pisapia è così conclamata che induce a pensare che i suoi sodali e alleati ne abbiano fatto una virtù della loro carriera politica, infatti gli accordi con Renzi vengono da lontano e si sono manifestati platealmente in occasione delle primarie milanesi per l’elezione del sindaco con l’endorsement  alla Balzani con il chiaro intento di dividere la sinistra che avrebbe potuto concentrarsi su Majorino, favorendo così la vittoria di Sala.

Sempre con Renzi al Referendum Costituzionale, sicuro di acquisire meriti e di entrare nel cerchio di potere, ma malauguratamente smentito dal 60% degli elettori.

Ma la vocazione a dividere e a soffocare la sinistra non lo abbandona, e c’è da pensare che proprio in questo consista il suo successo e l’appoggio di una corte, forse ben più consapevole, che lo sorregge. Indomito e mite, coraggioso, ma non troppo, con la banalità della dolcezza e sempre sfumando, coglie l’occasione della scissione nel PD, per offrirsi come federatore, con i semitoni di Campo progressista e l’ambiguo simbolo del colore arancione.

Collettore di voti a fornire il serbatoio per coloro che vogliono “restare a galla”, di personalità politiche cioè che si arrogano un diritto di rappresentanza per una continuità che invece va integralmente smentita e che, inoltre, con  la loro presenza, toglierebbero rappresentanza a quelle forze territoriali e di base che sono le uniche  che possono dare voce a una ribellione silenziata  che non è più disponibile a fare da salvadanaio a nessun ceto politico.

Ed ecco che  il 1 luglio, opportunamente dopo il test delle Amministrative e dopo aver costatato che l’opzione Renzi è ormai vacillante, chiama tutti a raccolta per fare un nuovo centrosinistra, ormai papa senza senso del ridicolo, si compiace di incontrare il popolo col sorriso soddisfatto di chi, dopo aver assicurato di non volere cariche, ora si propone a capo di una formazione di ceto politico adusato al tatticismo e all’opportunismo, che cerca di rinnovare la propria investitura con una mera aggettivazione al centrosinistra .

NOTE

[1] In realtà le lettere sono arrivate a oltre 50 e si possono trovare sulla pagina facebook:  Comitato Inquilini Molise-Calvairate-Ponti, come ha disposto Franca Caffa

[2] Il 24 maggio 2013 appare sul Corriere della Sera un articolo a firma Giangiacomo Schiavi che, riprendendo anche un intervento critico dell’Assessore D’Alfonso, e citando anche la defenestrazione di Stefano Boeri, fa un quadro molto negativo del governo di Milano, la risposta di Pisapia viene pubblicata il 27. Si veda una ricostruzione pubblicata su il Post

Immagine in apertura, Pablo Picasso, Tauromachia, 1934

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