Due articoli sull’introduzione del “numero chiuso” all’Università Statale di Milano. Per primo, un testo di Andrea Premarini del L.U.Me – Laboratorio Universitario Metropolitano. A seguire una breve analisi sulle circostanze sociali ed economiche che hanno portato a tale scelta: Numero chiuso, lotta all’intelligenza e conflitto sul welfare – di L. A.

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Il 23 Maggio 2017 il senato accademico dell’Università degli Studi di Milano ha deliberato, con 18 voti favorevoli 11 contrari e 6 astenuti, l’introduzione del numero programmato nella facoltà di Studi Umanistici. La seduta “straordinaria” del senato accademico è stata chiamata dopo che diverse centinaia di  studenti e studentesse della facoltà, solo una settimana prima, si erano ritrovati nell’atrio centrale dell’ateneo di via Festa del perdono con l’intento di bloccare la seduta e avevano ricevuto il sostegno di una parte del corpo docente, contrario alle modalità con cui si stava operando per raggiungere tale decisione.

Per comprendere i motivi che hanno portato i professori a far pressione sugli studenti della facoltà di Studi Umanistici, infatti, bisogna ricordare che la Legge 2 agosto 1999, n.264 [1] consente ai singoli corsi di studi la possibilità di scegliere se introdurre o meno il numero programmato al suo interno tant’è che, all’interno della facoltà presa in esame, vi sono già dei corsi ad “accesso programmato”, come il corso di studi in “Scienze umanistiche per la comunicazione”. Nonostante questa possibilità di “autodeterminazione interna” dei singoli corsi di studi, il rettorato ha ritenuto necessario fare una forzatura, approvando un “parere obbligatorio” rivolto ai singoli corsi di studi con l’obbiettivo di uniformare la facoltà ai parametri Anvur, che prevedono una proporzione fissa tra studenti e docenti senza la quale il ministero dovrebbe imporre l’abrogazione del corso di studi negligente. Dopo “l’occupazione del senato accademico” anche l’opinione pubblica e le maggiori testate giornalistiche si sono interessate alla vicenda e il rettore Vago, sotto la pressione dei media e del corpo studentesco, ha deciso di accelerare la procedura, fissando la data della votazione al 23 Maggio.

A di là della singola questione, comunque di estrema importanza, pare logico pensare che l’interesse di ciascuno studente debba spingersi oltre il numero di CFU da conseguire o la data di un esame e che debba quindi concentrarsi anche su ciò che più banalmente riguarda la vita complessiva dell’ateneo: dall’insieme dei processi decisionali attraverso i quali si costruisce la struttura dell’università fino a quell’insieme di prassi che fanno dell’università, un luogo istituzionale. Non stiamo parlando di un obbligo esplicito all’informazione, né di un dovere di partecipazione attiva, anche se alcuni concorderebbero con queste posizioni, ma è molto limitante pensare che frequentare i corsi e dare gli esami debbano essere le uniche preoccupazioni di uno studente di oggi.

Moltissimi studenti infatti non conoscono minimamente la struttura del proprio corso di studi, le sue competenze ed i suoi progetti “extracurriculari”, alcuni ignorano  perfino che vi sia la possibilità, ogni anno, di eleggere rappresentati degli studenti nei vari organi di facoltà, amministrativi e nel senato accademico. Non sorprende quindi che l’affluenza alle urne, durante le votazioni del 2016, si sia aggirata intorno al 7%.  Il professore di filosofia politica dell’Università Statale di Milano, Roberto Escobar, nel libro Paura e libertà, afferma che “l’interesse, ammette e anzi cerca un accordo, un compromesso possibile nel più breve tempo possibile[3] . Secondo  Escobar, quindi,  la nozione di interesse è legata al tempo, anzi, al “più breve tempo possibile”  e se per lo studente il tempo è fondamentale, lo è anche, forse ancor di più, per l’istituzione.

A partire dalla scuola dell’obbligo ci hanno insegnato che lo studente non è altro che un contenitore vuoto da riempire di nozioni e comportamenti e che lo Stato spende ogni anno una certa cifra, tra stipendi e costi di gestione, per ogni singolo alunno; ciò prosegue in università dove il sapere diventa ancora più specifico e quindi più “prezioso” e dove sarà necessario dunque che uno studenti si laurei “in tempo”, così da smettere di gravare sul sistema accademico. Frasi del tipo “non vedo l’ora di laurearmi per iniziare a lavorare”, molto comuni tra gli studenti universitari, dimostrano quanto sia radicata l’idea della necessità di finire i percorsi formativi nel più breve tempo possibile. Ma siamo sicuri che sia un effettivo vantaggio? “L’ordine del tempo regola tutte le attività collettive degli uomini. Si potrebbe dire che l’ordine del tempo sia il principale attributo di ogni sovranità.”[4], afferma Elias Canetti .

Non è difficile comprendere dunque le motivazioni che si celano dietro ad alcuni provvedimenti presi dai maggiori atenei per “ridurre le spese”, esempio ne è stata la decisione di procedere alla riduzione degli appelli in modo capillare all’interno del mondo universitario. Oggi, rispetto a 10 anni fa, uno studente ha in media cinque appelli in meno per ogni esame. Non è difficile intuire quanto sia limitante per lo studente una riduzione del genere, e quanto, lo studente stesso, sia costretto a massimizzare il tempo a sua disposizione, destreggiandosi spesso anche con le difficoltà legate al mantenere un impiego lavorativo, quando necessario. Così la vita dentro e fuori dall’ateneo viene ridotta al minimo, iniziano a mancare le occasioni per seguire conferenze o dibattiti extra curriculari, per coltivare i propri interessi o per ritagliarsi del tempo libero. Le sessioni diventano ben presto appuntamenti irrinunciabili per tutti e per chi non riesce a parteciparvi, la prospettiva di perdere un anno si fa molto concreta.

Nonostante sia convinzione comune che all’interno del senato accademico esista la consapevolezza di queste difficoltà, non ci si è comunque preoccupati di approvare delibere impopolari come questa proprio durante la sessione d’esame, nel momento in cui cioè, era logico aspettarsi una più bassa mobilitazione.

Sarà dunque compito di noi studenti attivi, militanti e sognatori non perdersi d’animo davanti a una sconfitta, per quanto bruciante possa essere, poiché la lotta per la difesa di un’università che sia davvero pubblica e accessibile è un processo lento e costante che non deve riguardare i singoli atenei o  corsi di studi specifici ma che deve essere capace di coinvolgere l’università per intero  in un dialogo costruttivo che tenga conto delle reali esigenze di una società, la nostra, ancora oggi incapace di valorizzare e sostanziare il diritto allo studio in ambito universitario. È logico pensare che, nel momento in cui si ragiona sull’università pubblica, sia fondamentale adoperarsi affinché questa sia per davvero tale, affinché ogni richiesta di studio venga esaudita, affinché nessuno studente rimanga escluso. Per un Paese che già vanta le più basse percentuali di laureati all’interno dell’Unione Europea ( secondi solo alla Romania)[5], che fatica oggi a trovare una propria narrazione e che dispone comunque di un patrimonio artistico e culturale che non ha uguali, è fondamentale investire sull’istruzione e fare in modo che essa non si limiti a quella attuale.

Circoscrivere il percorso di studi umanistici vuol dire rinnegare la storia e perdere la capacità di analizzarla, di coltivarla, di prendersene cura e di darle seguito.

NOTE

[1] http://university.it/elezioni-in-statale-vince-unisi-crolla-laffluenza-nelle-facolta-scientifiche

[2] http://www.miur.it/0006Menu_C/0012Docume/0098Normat/2056Norme__cf2.htm

[3] R. Escobar, Paura e libertà, Morlacchi editore, Perugia 2009, p.100

[4] E. Canetti, Massa e potere, Adelphi, Milano 1981, p.482

[5] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-04-26/eurostat-italia-paese-ue-meno-laureati-fa-peggio-solo-romania-164010.shtml?uuid=AEpV7nBB&refresh_ce=1

Andrea Premarini, studente al secondo anno di Scienze Politiche all’Università degli Studi di Milano e militante del L.U.Me – Laboratorio Universitario Metropolitano

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Numero chiuso, lotta all’intelligenza e conflitto sul welfare – di L. A.

È stato approvato nei giorni scorsi l’introduzione del  numero chiuso nelle facoltà umanistiche dell’Università Statale di Milano: nel prossimo anno accademico 2017-18, a Filosofia saranno disponibili 530 posti rispetto alle 739 immatricolazioni di quest’anno, si passerà a 480 posti per Storia contro i 651 iscritti, 500 per Beni Culturali contro 646 iscritti, 230 per Geografia contro 282 iscritti. A Lettere col numero chiuso ci saranno 550 posti.

La stampa becera e servile esulta. “Duecento filosofi in meno sono senz’altro una buona notizia” scrive con soddisfazione Il Foglio, ma non è di questo di cui vogliamo parlare. Vogliamo sottolineare, piuttosto, il carattere paradigmatico di questa vicenda che si inquadra in una tematica più generale di guerra all’intelligenza e alla cultura come forma di dominio e nuovo sfruttamento.  Il welfare diventa così  il nuovo ambito di conflitto.

Ricapitoliamo come si è giungi a questa decisione.

  1. Nell’ambito della perenne riforma universitaria in corso, nell’agosto 2016, viene pubblicato un atto ministeriale del MIUR (Ministero Istruzione, Università e Ricerca) in cui si definiscono i parametri per “l’autovalutazione,valutazione, accreditamento iniziale e periodico delle sedi e dei corsi di studio universitari”. Tale atto diventerà operativo con il Decreto Ministeriale del 12 dicembre 2016 n. 987 . Gli indicatori utilizzati sono stati definiti negli anni precedenti, all’indomani della riforma targata Gelmini-Tremonti, L. 133. Tra questi compare anche quello relativo al massimo rapporto docente-studenti per i corsi di laurea, che con il decreto di dicembre subisce una restrizione. Lo scopo dichiarato è quello di ridurre la numerosità di corsi al fine di favorire una maggior qualità della didattica. È notoria la carenza di infrastrutture dell’università italiana, tempo fa carenza di spazi (ora meno pressante per la riduzione progressiva delle immatricolazioni anche grazie al calo demografico) e oggi tramutata in carenza di organico (come per la sanità)
  2. Contemporaneamente, la riforma Gelmini-Tremonti aveva portato ad una contrazione dei finanziamenti del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) di 1,5 miliardi di euro in tre anni. Oggi gli effetti nefasti di quella riforma si fanno sentire, soprattutto per quanto riguardo il blocco delle assunzioni di nuovi docenti. L’eliminazione della figura del ricercatore universitario stabile, voluta dalla Gelmini, ha creato effetti boomerang sul mantenimento di un corpo docente adeguato all’offerta didattica. Di fatto, il reclutamento di personale docente è per lo più finalizzato a trasformare i contratti di ricercatore di tipo A e di tipo B a tempo determinato in posizioni stabili (associato) per poter mantenere la struttura dei corsi esistenti che avrebbe bisogno di un ampliamento dell’organico.
  3. Ne consegue che per il prossimo anno accademico, a fronte della riduzione del rapporto studenti-docenti, non essendosi sufficienti risorse e non avendo la struttura baronale dell’università italiana nessuna intenzione di condurre una battaglia in sede ministeriale per poter usufruire di maggiore risorse, il numero degli studenti immatricolati si deve adeguare all’organico esistente. Il che è un vero e proprio paradosso per un paese che vanta il triste primato europeo di avere la più bassa quota di giovani laureati sul totale dei pari età (25%) dopo la Romania.

In altre parole, la riduzione della spesa per l’istruzione universitaria, come era prevedibile, si scarica sulla limitazione agli accessi.

  1. Il Fondo di Finanziamento Ordinario è composto da due tranche. La prima, che incide per il 75% circa dell’ammontare complessivo erogato ai singoli atenei, dipende dal numero degli studenti iscritti. La seconda trance, circa ¼, è in funzione dei criteri di valutazione sulla didattica e sulla ricerca, introdotti con la riforma Gelmini e stabiliti dall’Anvur (Agenzia nazionale valutazione università e ricerca) e dovrebbe corrispondere al merito. Non entriamo in discussione di come siano definiti i criteri di misurazione del merito. Rileviamo semplicemente che si vuole misurare con parametri quantitativi ciò che dal punto di vista qualitativo non è misurabile. Ciò che vogliamo sottolineare è che l’introduzione del numero chiuso comporta una ovvia riduzione degli studenti e quindi favorisce la riduzione dello stesso FFO. Si introduce così il numero chiuso perché non si hanno sufficienti risorse per adeguare il corpo docente al numero degli studenti che vorrebbero iscriversi, con l’effetto, a dir poco paradossale, di ridurre lo stesso finanziamento del Miur.

La triste storia che raccontiamo merita alcune riflessioni più generali.

Le politiche di austerity e di riduzione della spesa pubblica dei servizi sociali (istruzione e sanità, in primo luogo) sono strumentali. Il fine non è la riduzione del rapporto debito/Pil (come viene propagandato) ma piuttosto la finanziarizzazione (via privatizzazione) di tali servizi sociali. Ciò avviene in due mosse: si riduce il finanziamento pubblico e l’universalità del servizio spostando sui singoli l’onere dei costi relativi e si incentiva il ricorso a forme di assicurazione privata (per chi se lo può permettere)  gestita dalle oligarchie finanziarie.  In sintesi, si ricorre al debito privato per sostituire il debito pubblico.

Tale processo deriva dal fatto che oggi, nel capitalismo bio-cognitivo, i servizi di welfare, a differenza del periodo fordista,  sono direttamente produttivi. Il welfare è un modo di produzione. E non può essere altrimenti dal momento che è la stessa vita a essere mercificata e messa in produzione. Conseguentemente, le politiche sociali sono a tutti gli effetti politiche del lavoro e viceversa. E come tali devono essere sottoposte al controllo privato e alla proprietà privata.

Nel caso dell’istruzione universitaria, ciò è particolarmente evidente. L’università infatti è il primo servizio pubblico ad essere sottoposta a valutazione, in base alla quale vengono erogati parte dei finanziamenti. Per quanto riguarda la ricerca, i  criteri di merito, basandosi sulle citazione e sulle pubblicazioni su riviste di fascia alta, premiano per definizione il pensiero dominante, per il semplice fatto che la ricerca mainstream dispone di maggior fondi e luoghi di pubblicazioni. In tal modo, soprattutto in alcune discipline, la pluralità di pensiero viene di fatto fortemente sacrificata, in nome di un carrierismo che privilegia il servilismo di potere. Ciò non può stupire, dal momento che, come ci ricordano Marx e Engels ne L’Ideologia tedesca: “Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante.”

Ne consegue che l’università è sempre più un’università di classe. Come attestano i dati della ricerca Alma Laurea, solo il 20% dei laureati appartiene alle classi di redito medio-basso, provenienti da famiglie operaie e impiegatizie a basso livello. E tanto più oggi il welfare si trasforma sempre più in strumento di produzione biopolitica e di valorizzazione capitalistica, tanto più tale strumento deve essere asservito all’ideologia dominante dell’oligarchia di potere.

Da questo punto di vista, l’introduzione del numero chiuso alle facoltà umanistiche dell’università di Milano acquista un significato nuovo e rilevante: è strumento di lotta di classe, perché sarà sempre più sul tema del welfare che si svilupperà il conflitto sociale nel nuovo millennio.

 

 

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